Alla fine del 1888 Vincent Van Gogh abitava ad Arles, in Provenza: condivideva con Paul Gauguin un atelier (la “casa gialla”), e sperava di dare vita a una nuova corrente di pittura. Ma la convivenza si rivelò presto insopportabile, e sfociò in una lite furibondo, conclusa con la fuga di Gauguin e l’automutilazione di Van Gogh, che si recise un orecchio con un rasoio.
Amaramente consapevole del proprio stato psichico (anche se nessun dottore riusciva a formulare una diagnosi), Van Gogh dipendeva dall’aiuto finanziario del fratello Theo. Per non pesare troppo sul fratello, nel maggio del 1889 Vincent decise volontariamente di farsi ricoverare nel sanatorio-manicomio di Saint Rémy, non lontano da Arles. Un ex convento trasformato in casa di cura, vicino ai campi. A Van Gogh vengono date due concessioni speciali: una stanza da adibire ad atelier, e di tanto in tanto la possibilità di uscire per dipingere all’aperto, sotto controllo di un sorvegliante.
Theo gli spedisce stampe e riproduzioni: da un’incisione di Gustave Doré Vincent trae ispirazione per uno dei suoi quadri più famosi, la Ronda dei carcerati. Per il pittore, internato in un manicomio, è certamente un’occasione per rispecchiare il proprio stato d’animo, anche se “filtrato” attraverso l’opera di un altro pittore.
In vita sua, Van Gogh non riuscì a vendere un solo quadro. Questo capolavoro, come altre opere importanti, venne acquistato a Parigi da un collezionista russo all’inizio del Novecento.
Il dipinto raffigura un gruppo di carcerati -per la precisione sono trentasette persone- che girano in tondo nel cortile della prigione durante l’ora d’aria. Altre tre persone (un militare e due signori con il cilindro) stanno su un lato. Il cortile, dalla prospettiva incerta, ha muri altissimi, tanto che non si vede il cielo. Ma verso l’alto si scorgono, sulle pietre della muraglia, due farfalle in volo.
E’ un’opera che comunica una drammatica tensione, trattenuta entro le mura del carcere. Personalmente, non posso dimentica l’emozionante occasione di aver potuto PRENDERE IN MANO il dipinto quando venne esposto a Milano nel 1996: come assistente a Palazzo Reale, avevo l’incarico di controllarlo prima della mostra.
Abbiamo avuto l’occasione di parlarne due volte nel Gruppo della Trasgressione: queste brevi note hanno solo un carattere di introduzione e di riferimento, ma dalle discussioni sono scaturite osservazioni di grande intensità
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La parte alta del quadro finisce con le pietre, non si vede il cielo, la luce piove dall’alto e sulle pietre sono posate due grosse farfalle bianche.
Questo quadro ci riporta ad una drammaturgia dell’autore, che viene rinchiuso ma non doveva esserlo, era un diverso che aveva bisogno di esprimersi. Ci vuole dire che la composizione circolare costituita dai carcerati è bella ma sono tutti girati, nessuno guarda verso di noi tranne quello davanti, che sa che ci sono il cielo e le due farfalle.
Si ma io devo provare anche a scrivere un commento nidificato, sorry.
Commento di test.
A me ricorda il carcere di Belluno che è un castello di pietra.
Anche la prospettiva dà un senso di chiusura e mi colpisce che i carcerati non comunichino tra loro come facciamo noi all’aria, sembrano prigionieri di guerra.
Preciso che questa non è un’interpretazione realistica né di un carcere né di un manicomio.
Sono tutti a testa bassa tranne quello lì davanti. Le farfalle sul muro rappresentano i luoghi dove può arrivare il pensiero.
Tutti sembrano rassegnati al proprio destino, tranne quello davanti che ci guarda. Lui è l’unico che si vuole differenziare e che vuole catturare la nostra attenzione.
Concentriamoci sui tre soggetti in piedi sulla destra del dipinto.
Uno è una guardia ma gli altri due chi sono?
Non sono detenuti. Il cappello ci fa pensare che siano benestanti. Sono lì ma sembra parlino tra loro e non si curino dei carcerati che camminano.
A me sembra che siano lì come per selezionare, per scegliere qualcuno dei detenuti come i ricchi che andavano negli orfanotrofi a scegliere il bambino da portare a casa con loro.
Mi fanno antipatia, si fanno gli affari loro e sono scollegati da quello che succede proprio vicino a loro.
Inserendo quei due personaggi Van Gogh ha voluto rappresentare che oltre al carcere esiste il mondo esterno ma sono solo due borghesi che non si integrano, a differenza di quanto succede qui al Gruppo.
Sembra un quadro dipinto per i posteri, come se Van Gogh ci guardasse per parlarci. Mi colpiscono le ombre: dal modo in cui sono disposte si capisce che la luce deve venire per forza dall’alto, il sole deve essere allo zenit.
Questo è un quadro surreale, la luce è impossibile, il cerchio formato dai carcerati non è un cerchio perfetto, la prospettiva non è realistica così come l’altezza delle finestre. La partecipazione del pubblico a questo dipinto è data dal personaggio al centro che guarda fuori dal quadro. Per il resto è un mondo chiuso in se stesso
Il personaggio che ci guarda ci vuol dire “ Guardate che questa è una realtà che vi appartiene, non guardateli come estranei, potreste essere qualcuno di loro”.
Ho pensato al tema della morte del cigno: In questo caso noi siamo il pubblico, che guarda questi personaggi che camminano sul palco. Escono dalla scena e alzano la testa quando arrivano al centro del palcoscenico poi la riabbassano e continuano a camminare. Il carcerato che rappresenta il pittore invece vuole stare lì al centro più degli altri come il cigno, lo si vede anche dalla posizione dei suoi piedi che vogliono rompere il cerchio
Lui ci vuole dire che il suo posto non è lì.
Ci sono forti contrasti. La mancanza del cielo contrasta con le pareti che occupano tutto lo spazio, i due personaggi sulla destra contrastano con i detenuti in cerchio.
I due sulla destra potrebbero essere uno psicologo e un giornalista. Ma loro non partecipano a quello che succede, per questo noi esterni non vogliamo essere loro. Noi stiamo facendo la ronda coi detenuti, stiamo camminando in cerchio con loro. Un altro aspetto che ho notato riguarda i colori, che sono invertiti: i colori caldi della terra sono nella parte alta del quadro mentre i colori freddi della notte sono nella parte bassa.
La guardia controlla, gli altri due personaggi sembra che siano lì più per far vedere che sono lì che per altro.
A me ha sempre colpito il volto bianco del detenuto che rappresenta Van Gogh: è diverso dagli altri, ha il volto sporco di calce perché lavora. Lui è l’unico che guarda perché è l’unico che cerca. Le finestre invece mi inquietano perché non si vede cosa c’è oltre, ho la sensazione che ci sia qualcuno che sta lì per spiare
Dagli ultimi interventi di Laura e Raffaella colgo che quei due personaggi potrebbero essere le autorità che sono lì più per dovere che per reale interesse. Sono due autorità distanti.
Aparo: L’unico che guarda è l’unico che può essere nominato. Proprio per il fatto che guarda acquisisce un nome e noi possiamo riferirci a lui. Lui guarda la realtà, gli altri invece sono semplicemente dentro la realtà. Il suo è uno SGUARDO INTENZIONATO. L’uomo è colui che guarda la realtà con intenzione, per cercare di ottenere qualcosa da essa, altrimenti si è sullo stesso piano dei mattoni delle pareti. Riguardo ai due personaggi sulla destra invece si è detto che non sono detenuti, che guardano per selezionare i detenuti, che non guardano e si fanno gli affari loro, che sono lì per farsi guardare. Certo è che non sono interessati ai detenuti. L’autorità invece deve svolgere una funzione per guadagnarsi il rispetto delle persone per le quali rappresenta una funzione non di mero controllo ma che dovrebbe favorire la crescita e lo sviluppo.
Quindi ci sono 3 tipologie di personaggi: chi non è costretto a stare lì e si disinteressa di quello che succede; chi è costretto a stare lì dalle mura che appiattiscono la volontà e cammina con la testa coperta e lo sguardo rivolto verso il basso; solo uno ha la caparbietà di guardare in modo intenzionato e proprio perché è l’unico che guarda diventa il protagonista.