Per continuare ci serve lavorare

San Vittore, la sfida di «Juri»: lo psicologo che trasforma i detenuti in cittadini
di Giusi Fasano – Corriere on line, 27/01/2020

Angelo Aparo dal 1977 segue migliaia di carcerati con il suo Gruppo della Trasgressione. «Il mio debito con Sergio Cusani. E dopo 40 anni dico: date fiducia e lavoro a queste persone, ne guadagnerà tutta la società»

Questa è la storia di un uomo che ha passato quarant’anni della sua vita in carcere senza essere né detenuto, né agente penitenziario. Uno che in carcere, 22 anni fa, ha cominciato una strana rivoluzione ancora oggi in corso: arruola soldati che fanno la guerra a sé stessi e al loro passato. Il campo di battaglia, diciamo così, si chiama «Gruppo della Trasgressione».

Che quei soldati siano assassini, rapinatori, corrotti, ladri, poco importa. Quel che conta è la regola di ingaggio nel Gruppo, per tutti uguale: per avere diritto di parlare, devi recitare il teorema di Pitagora o una poesia; devi insomma dimostrare che ti sei impegnato a imparare qualcosa.

Angelo Aparo presenta il Gruppo della Trasgressione e il mito di Sisifo – Foto di Alessio Ferraro

L’uomo dei 40 anni dentro si chiama Angelo Aparo, 68 anni, per tutti Juri, nome preso in prestito da vecchi pensieri su Juri del Dottor Zivago. Era un ragazzo dalle belle speranze quando a settembre del 1977 si presentò al portone del carcere di San Vittore. «Sono lo psicologo». E varcò per la prima volta la soglia della prigione più nota del Paese. «A quel tempo ero uno dei primissimi psicologi del carcere» ricorda lui. «C’ero io soltanto per San Vittore e per Varese, 2000 detenuti in tutto. Oggi ce ne sono 8-10 in ogni sede. Nel tempo è molto cambiato quel che faccio rispetto a 40 anni fa. Per una ventina d’anni ho incontrato e parlato con detenuti che non avevano nessun interesse a farsi conoscere e a raccontarsi, come invece fanno i miei pazienti fuori dal carcere. Succedeva che quando il tempo trascorso in cella era diventato compatibile con una possibile misura alternativa intervenivo io: chiamavo il detenuto, chiedevo, valutavo, scrivevo la relazione. Era raro che qualcuno si rivolgesse a me spontaneamente per chiedere aiuto, a meno che non fosse un aiuto per uscire in fretta dal carcere».

Una ventina d’anni così. Poi la svolta, cioè il «Gruppo della Trasgressione». Per chiarire: il Gruppo — la rivoluzione di Juri — è lo strumento di cui in 22 anni si sono serviti un migliaio di detenuti per viaggiare (come direbbe De André) «in direzione ostinata e contraria» al loro passato criminale. Il «Gruppo è discussione», autoanalisi, analisi di gruppo, incontri con le vittime di reato, teatro, insegnamento per giovani bulli nelle scuole o confronto con altri detenuti che vogliono capire, partecipare. È l’incontro con le istituzioni, con magistrati e direttori illuminati, con il mondo del lavoro, con la vita reale oltre le sbarre. È la via maestra che porta alla consapevolezza e alla creazione di una coscienza civile. In un solo concetto: il Gruppo trasforma i detenuti nei cittadini che non sono mai stati o che hanno dimenticato di essere. Dottor Aparo, torniamo indietro.

Ci spiega come è nato tutto questo?
«C’entra un viaggio e una passeggiata con la mia compagna a Bologna. Parlavamo di trasgressione e facemmo un discorso su quel concetto che mi rimase in mente. E poi c’entra Sergio Cusani. In quegli anni stava scontando la sua condanna ed era un mio paziente. Un detenuto che mi parlava per relazione, non per dovere. Una rarità. Stava male, si interrogava. Parlammo del fatto che io fossi molto interessato a persone come lui, a ottenere che i detenuti avessero voglia di capire la loro storia, di cercarla. E ci chiedemmo: come facciamo a trovare la via giusta perché questo accada? La risposta arrivò spontanea. Ci siamo detti che serviva un gruppo di riflessione svincolato dalle relazioni che lo Sato chiedeva per valutare i detenuti».

Da qui la creazione del Gruppo. 
«Cusani diventò mio alleato. Passarono alcune settimane dopodiché mi presentai dai detenuti della sezione penale, cioè quelli che erano stabili a San Vittore, e dissi: vorrei creare questo Gruppo. Ci state? Le adesioni arrivarono rapide e a pioggia, partimmo in quarta, con riunioni due volte alla settimana. A quel punto ne parlai con il direttore di allora, Luigi Pagano. E il progetto partì davvero».

Aparo con Cisky Capizzi durante un incontro nel 2015

Da dove avete cominciato? 
«Dalla ricerca delle trasgressioni di ciascuno, dagli ingredienti stessi di ogni trasgressione. Un tema che ricordo bene, all’inizio, fu la sfida. Cercavamo risposte al perché delinquere significa sfidare. Negli anni abbiamo battezzato l’adrenalina, la sfida, il bisogno di eccitazione, con l’espressione “virus delle gioie corte”. Accanto alle riunioni settimanali e agli scritti dei detenuti, avevamo molto spesso ospiti prestigiosi dai quali imparare e con cui confrontarci: Enzo Biagi, Enzo Jannacci, Roberto Vecchioni, Fabio Fazio. Il 24 dicembre del ’97, a casa di Dori Ghezzi e Fabrizio De André avevamo concordato che il nostro primo ospite sarebbe stato lui, ma poco dopo si ammalò e quell’incontro in carcere non ci fu mai: un dolore dal quale nacquero qualche anno dopo i concerti della Trsg.band con le canzoni di De André e le riflessioni dei detenuti sulle loro storie sbagliate».

Quanti detenuti si sono legati al Gruppo finora?
«Un migliaio in 22 anni. In questo periodo abbiamo 55-60 detenuti divisi in più gruppi, nei quali io sono sempre presente, nelle carceri di Opera, Bollate, San Vittore. E poi c’è il gruppo esterno, cioè detenuti che possono essere liberi di giorno o che sono in libertà condizionale con i quali ci ritroviamo una volta a settimana in una sede messa a disposizione dall’”Associazione Libera, Associazioni, Nomi e numeri contro le mafie”».

Per quanto tempo un detenuto resta nel gruppo?
«Molto. Alcuni sono con me da nove-dieci anni e hanno assorbito una tale quantità di concetti e di principi che ormai non è più riconoscibile il confine fra il loro vissuto e il vissuto del gruppo, fra quello che hanno imparato da me e quello che pensano. Ci sono situazioni nelle quali questo è lampante, ad esempio a San Vittore, dove tre detenuti con 9 anni a testa di esperienza nel gruppo escono dal carcere di Opera ed entrano con me in quello di San Vittore per aiutare i detenuti del reparto “giovani adulti” a emanciparsi dalle maschere da duro con cui sono finiti in carcere. Magari sbagliano qualche congiuntivo però sanno dire e sentire cose profonde, sanno riconoscere le loro fragilità e sanno che questo li rende liberi, con la mente ancor prima che con il corpo. A un certo punto uno dei valori aggiunti del Gruppo è stata la partecipazione ai nostri incontri di alcuni parenti di vittime di reato. Ci sono detenuti per i quali il gruppo è diventato famiglia. Alcuni tornano da me in studio, come pazienti, quando sono magari liberi da anni».

Il Gruppo è legato a una cooperativa, giusto?
«Giusto. Abbiamo aperto una cooperativa sociale nel 2012 che si chiama Trasgressione.net e che mi ha permesso di fare un grandissimo passo avanti sulla conoscenza del detenuto. Attraverso il lavoro della coop vedo com’è la sua interazione con gli altri, lo vedo vivere la vita vera. Perché ovviamente una cosa è parlare, un’altra è masticare le difficoltà della vita».

Di cosa si occupa questa cooperativa?
«Vende frutta e verdura. Al mercato, a ristoranti, bar, gelaterie, mense, gruppi di acquisto solidale, a chiunque ne abbia bisogno. Occasionalmente facciamo piccoli lavori di manutenzione, traslochi, tinteggiatura, lavori di pulizia. Ma in questo momento quello che la cooperativa riesce a mettere assieme non è sufficiente a dare lavoro alla ”Squadra anti-degrado” che servirebbe per l’attività sociale e di prevenzione che facciamo. La cooperativa ha lo scopo di dare un lavoro e quindi uno stipendio ai detenuti che poi sono gli stessi che fanno azione sociale attraverso il Gruppo. Faccio appello alla sensibilità sociale e civile di chi pensa che un detenuto recuperato, cittadino e lavoratore è un bene per tutti».

Che cosa chiede esattamente?
«Il principale obiettivo della nostra cooperativa è fare in modo che chi si comportava da predatore sentendosi del tutto estraneo alle sue vittime, possa sentirsi, nella sua seconda vita, parte significativa della collettività. Questo diventa più facile se i detenuti in misura alternativa e gli ex detenuti hanno un lavoro e partecipano a progetti a sfondo sociale. Col Gruppo della Trasgressione i detenuti imparano a far diventare le loro storie sbagliate e i loro percorsi evolutivi strumenti per comunicare in modo efficace e con i giovani. È quello che facciamo da oltre quindici anni nelle scuole e sul territorio per contrastare bullismo e dipendenze da droga, alcol e gioco d’azzardo; inoltre, con i nostri convegni cerchiamo tutti gli anni di documentare pubblicamente i risultati raggiunti e di condividerli con autorità istituzionali, studenti universitari e comuni cittadini.

Quindi? 
«Quindi affinché la nostra cooperativa possa avere dei testimonial capaci di svolgere questo ruolo è indispensabile che i detenuti, dopo anni di training col gruppo e una volta ottenuta la misura alternativa, abbiano un lavoro e uno stipendio. Abbiamo bisogno di lavorare di più, di un maggior numero di clienti — cioè di bar, ristoranti, mense, gelaterie — ai quali portare frutta e verdura. Tra l’altro, abbiamo qualità del prodotto, velocità nelle consegne e prezzi concorrenziali. In alternativa, possiamo stipulare contratti di lavoro fra la cooperativa e aziende che abbiano bisogno di mano d’opera. Se mi permette vorrei aggiungere un’altra cosa».

Prego.
«Vorrei dire che per ogni ex delinquente che diventa cittadino, la società guadagna anche il futuro dei suoi figli. Quindi il mio appello è: scriveteci, provate a partecipare a questo progetto (mail: cooperativa@trasgressione.net – www.vocidalponte.it – www-trasgressione.net). Lavoriamo assieme».

L’articolo originale sul Corriere on line.
Ringraziamo il Corriere per la gentile concessione

Per ordini di frutta e verdura: Adriano Sannino, 389 121 9992

7 pensieri riguardo “Per continuare ci serve lavorare”

  1. Quando si parla di “sbarre” e “carcere” ci si dimentica che non per forza sono fatte di ferro e mattoni. Le sbarre di cui Juri si occupa sono molto più rigide, molto più forti e molto più fredde di quelle materiali. Ho fatto parte del Gruppo in passato per 6/7 anni. Non ero detenuta, ero allora una “studentessa di psicologia”, ma vivevo in gabbia. Felice di aver preso quella mano.

  2. Che bella attraversata! Da detenuta che ha frequentato tutt’e tre le carceri per 10 anni quella col Gruppo è stata un’esperienza di valore inestimabile!
    Grazie a Enzo, a Giulio, a Dino, a Massimo, a Pasquale, a Dimitar, ad Armando, a Pippo, a Romeo, a Marcello, a Francesco, a Ivano che per primi hanno dato voce ai miei silenzi. Grazie a Gualtiero, a Fabio, a Genti, a Granit, a Eric, ai Bruno, agli Antonio, ai Gabriele, a Massimiliano, a Fedua, a Monica, a Walter, ad Alessandro, a Ian per aver mantenuto in asse il mio sestante, mentre cercavate di orientare il vostro. Grazie a Graziano che un giorno a Bollate disse che tra tutti i presenti ero la più assassina ed era vero. Grazie a chi non sono riuscita a nominare, ma che ha condiviso frammenti della sua strada, che era anche la mia. Grazie a chi da fuori, nonostante la paura, si è addentrato nelle strade tra la nicchia, la crosta e il rosmarino. Grazie alla Band per le tracce delle voci di chi mi ha chiamato che i vostri strumenti hanno lasciato scritto nel corpo. Soprattutto grazie a te, prof, per avere costruito la macchina, per la passione, la competenza, la determinazione, la creatività, il cuore, la mente e tutte le tue energie al nostro servizio e per la tua scommessa con me: non so se l’hai vinta, ma io sono viva, nella realtà! Avevo 24 anni ieri. Oggi 42.

  3. Con il dottore come guida, ho imparato a organizzare nella mia mente pensieri costruttivi e a tirare fuori da quel “cilindro” tutte le capacità che sembravano assopite; adesso mi capita di ragionare in maniera razionale. Ho imparato che nessuno ha il pieno controllo del timone della propria vita, ma oggi sono in grado di costruire e aprire porte, pur se queste a volte mi si chiudono sul naso. Ho trascorso 25 dei miei anni chiuso in prigione, da dove pensavo sarei uscito solo morto. Ho incontrato un direttore che un giorno mi chiese se veramente volevo morire in carcere o fare un patto con la vita. Devo ammettere che ho avuto un po’ di titubanze nel sentire che il mio carceriere mi mostrava rispetto e mi invitava a vivere. Me ne sono chiesto il motivo, in ritardo, ma ci sono arrivato. Alla fine ho compreso che anch’io potevo fare la mia rivoluzione. Oggi lavoro in maniera autonoma, parlo con la gente e non ho vergogna di quello che sono. Non ho nulla da garantire, ma pur se non guadagno molto, ho chi mi dà una mano a lavorare, e questo grazie anche al gruppo della Trasgressione e a Sannino che mi porta la frutta che poi io vendo. Ciò per dire che c’è chi mi fa credito perché conosce la mia serietà. Nessuno può controllare completamente cosa faremo o cosa diventeremo ma cambiare è possibile. Certo è difficile e una mano d’aiuto non guasta. Il giornalista che scrive su di noi può farlo per inchiodarci al nostro passato o per dare forza al nostro presente. Di sicuro io non voglio tornare indietro dentro quella nicchia dove per anni ci siamo rinchiusi, incuranti del profumo del mondo. Non posso insegnare niente a nessuno ma, per ognuno di noi che vince sul passato, la società vince molto più del singolo uomo che si era perso.

    1. Ciao Gabriele. Lieto di leggere il suo commento e di saperla attiva.
      Annoto che Gabriele Tricomi, avendo frequentato per anni il gruppo della trasgressione, fa riferimento a concetti che per il gruppo sono pane quotidiano, ma che per il lettore esterno possono rimanere poco comprensibili. Fra questi uno è l’oggetto del convegno <<La nicchia, la crosta e il rosmarino>>.
      Oggi Gabriele vende al dettaglio frutta e verdura con la sua Ape ed è, effettivamente, uno dei nostri clienti. Grazie al buon rapporto con figure istituzionali illuminate, è riuscito a rimanere in rotta durante la travagliata carcerazione e oggi, a modo suo, porta avanti la sua rivoluzione.

  4. Invito i miei contatti a reagire all’articolo. Se qualcuno è titolare o dipendente di un’azienda che potrebbe contribuire come sponsor o in altro modo, vi chiedo di informarvi, creare alleanze, accendere circuiti relazionali per dare valore pratico al principio di rieducazione citato nell’art. 27 della Costituzione Italiana:

    “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e debbono tendere alla rieducazione del condannato”.

    Dal 2007 al 2013 ho fatto parte del Gruppo della Trasgressione, partecipando alle riunioni settimanali nelle carceri di Milano – San Vittore, Opera e Bollate.

    Ho conosciuto centinaia di detenuti e incontrato migliaia di studenti in occasione dei progetti di prevenzione al bullismo e alla tossicodipendenza che organizzavamo quasi ogni settimana.

    Varcare le porte delle carceri significava aprire la possibilità di riflettere sui limiti umani, sull’aggressività, sulla repressione emotiva, ma anche sui legami primari, sul significato di studio, di ricerca, di libertà, di responsabilità.

    Il lavoro insieme è stato una vera palestra per la mente, ci si allenava ogni settimana a parlare il linguaggio della legalità per costruire un futuro in cui l’integrazione potesse essere una possibilità reale.

    1. Ciao Giulia. A leggere le parole tue, di Livia, di Marta, provo un piacere che mi accerchia, mi prende e mi confonde. Vi immagino tutte e tre con i vostri figli e allo stesso tempo vi rivedo ragazzine attorno al tavolo a San Vittore. Questa contemporaneità mi dà l’idea del Sacro, del gioco, del teorema di Pitagora.

Rispondi a Giulia Marchioro Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.