Sarei certo di cambiare la mia vita

Mercoledì mattina io non c’ero, dottore Nobili, nell’aula Dostojeskij.

Non ho fatto nulla, non ho visto nulla, non ho sentito. Nulla.

Si, grazie, mio figlio sta meglio oggi, solo ancora un poco di febbre.

Senta, allora gliela voglio dire la verità.

E’ che sono arrivato in ritardo mercoledì, le luci si erano già riaccese dopo il primo interrogatorio di Raskol’nikov a casa di Porfirij. E quando ho visto il dottore Aparo seduto, in silenzio, in mezzo a due Marescialli dei Carabinieri e con accanto un Avvocato mi sono tranquillizzato e ho capito che potevo anche approfittare delle circostanze favorevoli per dare una ritinteggiata alla stanza accanto. Così, giusto per continuare a fare qualcosa di utile anche io.

Sì, dottore Nobili, certo che l’ho vista poi andare via, prima degli altri, verso le 12.20: c’erano altre persone che la aspettavano ma non erano certo affari miei. Però mi sembrava strano tutto quel silenzio, tutto di un tratto dopo un sovrapporsi di voci sempre più accese, come se fosse successo qualcosa. Di inaspettato. O qualcosa che tutti, prima o poi, si sarebbero aspettati. Nervi scoperti, oppure pregiudizi che covavano sotto la cenere da tanto, troppo tempo.

Mi sono seduto, stanco. E anche io ho continuato a fare finta di nulla, sperando che non fosse successo nulla.

Ma nel pomeriggio è arrivato un messaggio WhatsApp di una Professoressa di un’altra Università:

Si, la verità gliela sto dicendo fino in fondo, dottore Nobili…. perché vede che nella mia risposta c’è l’ammissione che anche io ben sapevo quello che era successo! E, arrivato a casa, sono stato pure contattato dalla Direzione della Libera Università della Responsabilità presso il carcere di Opera riunita a Consiglio su Zoom: fino a quando i miei figli hanno fatto irruzione nella camera da letto perché rivolevano il loro papà e la cena era pronta da tempo.

Ho recuperato la lavagna con le tre parole di Angelica, per ora non me la sento ancora di farle sparire nonostante il dottore Cajani avesse anche portato un cancellino, oltre che i gessetti colorati.

Ho visto i due Carabinieri, così simili nella fedeltà all’Arma come differenti nelle sfumature della voce e del carattere, allontanarsi sulla macchina dell’Avvocato e parlare fitto insieme ad una studentessa.

Ho pensato che anche io ho avuto un padre e una madre, molti bravi maestri fin dalla prima elementare e tanta fortuna.

Ho visto le persone detenute ritornare nelle loro celle, qualcuno ancora con la convinzione di essere anche lui una vittima, o – nella peggiore delle ipotesi – di essere lui la vittima schiacciata tra le pieghe di quella sentenza di condanna.

Ho intravisto Silvia, Martina e gli studenti allontanarsi in due gruppi, a seconda degli stati d’animo contrapposti. E, tra loro, ho notato Angelica e Giacomo che portavano a braccetto il dottore Cajani, come se lo avessero finalmente arrestato. Ma per fortuna non picchiato, perché sembrava che lui fosse davvero sollevato dalla circostanza anche perché in quel modo stavano uscendo, e non entrando, da un carcere di massima sicurezza.

Ho perso di vista Marisa e Paolo, ma sono certo che anche loro stavano pensando a qualcosa perché sono loro i primi ad avere interesse che il ciclo dell’abuso possa finalmente rompersi anche prima dell’ingresso in carcere. E che venga finalmente brevettato, oltre al distributore automatico di conflitti, anche un distributore automatico di umanità.

E mentre cercavo di capire cosa il dottore Aparo avesse pensato in quelle tre ore in cui non ha aperto bocca, ho intravisto spuntare dall’aula di geometria questo appunto sulla teoria degli insiemi:

E in quel momento mi sono ricordato che anche la musica, e non solo la fortuna, mi ha aiutato nel tentare di essere migliore e nel non diventare anche io un carnefice. Come quella strofa che dice “sarei certo di cambiare la mia vita, se potessi cominciare a dire noi”.

Ft. Il bidello

Delitto e Castigo

Interrogativi

L’esperienza al carcere di Opera e il confronto con i detenuti presenti mi consente di superare il pregiudizio nei loro confronti. Si tende infatti a considerare il carcerato come una figura cattiva, priva di umanità e da emarginare; in realtà ascoltando le loro vite e gli errori che hanno commesso e poi il cambiamento che stanno attuando (frutto di grande lavoro, confronto con personale qualificato e specializzato e presa di coscienza delle proprie responsabilità) ci si rende conto che sono persone “buone”.

Non è da tutti ed è ammirevole il fatto che si siano dati la possibilità di mettersi in discussione, di avere scavato nel loro profondo e di aver avuto la forza di affrontare quei demoni che prima li facevano sentire invincibili e intoccabili ma soprattutto di aver riscoperto i bei valori come il lavoro e la famiglia.

Mi ha fatto riflettere e quasi intenerire l’immagine del detenuto che si commuove quando parla della mamma e sapere che anni prima invece non aveva alcun rimorso o problema a uccidere o rapinare o spacciare conoscendo  le conseguenze delle sue azioni e il male che avrebbe procurato.

Sulla questione della coscienza io ritengo che sia impossibile per un essere umano dotato di libero arbitrio, di un cuore e di emozioni non comprendere ciò che sta facendo;  penso invece che in alcuni casi la paura di non essere accettato dal gruppo, la sete di potere, l’idea di sentirsi importante prevalgano e nascondano la coscienza a favore del raggiungimento di un obiettivo che in quel momento per loro era giusto.

Io mi chiedo come possiamo fare noi giovani e futuri giuristi a prevenire tali  situazioni e comportamenti e far sì che tutti si sentano accettati e importanti in un mondo dove purtroppo dilaga il pregiudizio, la paura del diverso, del carcerato che viene legato al suo errore anche quando egli mostra d’essersi pentito e di avere avuto un cambiamento.

Martina Mugnaini

Delitto e Castigo

Verbale incontro con Zuffi

Carcere di Opera, mercoledì 26.10.2022
Verbale di Francesca Pozzi

Aparo, introduzione
Le persone possono esercitare un ruolo significativo nel contesto sociale anche dopo aver commesso diversi errori. Con “Caravaggio in città” Il nostro scopo è infatti:

  1. da una parte, formare una squadra che possa avere un ruolo utile e propulsivo all’interno della società e dell’istituzione;
  2. dall’altra, raggiungere i diversi destinatari dell’iniziativa, cioè i detenuti, gli adolescenti nelle scuole, i giovani in generale e le persone che svolgono un ruolo all’interno del mondo istituzionale (es. agenti penitenziari, insegnanti, netturbini…).

In questo stesso periodo portiamo avanti anche il progetto su “Delitto e castigo”. che ha due diversi obiettivi:

  • innanzitutto, attraverso il romanzo, esploreremo territori e sentieri lungo i quali un uomo può diventare un buon architetto o un assassino (a volte, l’uno e l’altro); questo perché, citando Terenzio, “tutto quello che fanno gli uomini mi riguarda”;
  • in secondo luogo, cercheremo di individuare le condizioni che servono affinché chi ha tradito se stesso e la società, possa sentirsi motivato a cercare dentro di sé le ragioni del tradimento, invece che scappare da sé e da chi lo insegue.

Stefano Zuffi prende la parola, presenta la vocazione di San Matteo di Caravaggio e lo contestualizza. Inizia il suo intervento riprendendo la citazione di Aparo e racconta di un netturbino che dopo avere ripulito una strada di Bologna, la guarda soddisfatto e col suo bel dialetto emiliano sentenzia: “che bella strada!”

Figura centrale dell’opera di Caravaggio è San Matteo, un autore dei vangeli canonici (gli altri sono di Marco, Luca e Giovanni). Gesù aveva iniziato a chiamare i futuri apostoli partendo dalla povera gente, da figli di pescatori come Andrea, Giovanni e Filippo. Dopo questi passa a un soggetto di rango più alto. Matteo era infatti un esattore delle tasse che lavorava per conto dei Romani e che svolgeva questo lavoro in modo un po’ disonesto poiché ricattava i soggetti coinvolti in affari. A un certo punto della sua vita, sente parlare di un uomo chiamato Gesù e decide di invitarlo a cena. Queste le premesse per la sua Chiamata.

Proviamo a contestualizzare… nel centro di Roma c’è la chiesa di “San Luigi dei Francesi”, questa era ed è tutt’oggi la chiesa della comunità francese a Roma ed è la chiesa che ospita i tre dipinti su San Matteo, commissionati a Caravaggio per la decorazione della cappella Contarelli. Fino a quel momento Caravaggio aveva dipinto solo quadri di piccole dimensioni per acquirenti privati.

Nonostante all’inizio i suoi lavori non fossero stati bene accetti dai committenti, alla fine Caravaggio riesce a realizzare un capolavoro. Peraltro, egli ha avuto un’esistenza travagliata, aveva sicuramente commesso un omicidio ed è morto in solitudine all’età di 39 anni.

Nella cappella Contarelli si possono osservare i tre dipinti in cui sono presenti i momenti fondamentali della vita di San Matteo:

  • a sinistra si trova “La vocazione di San Matteo”, cioè la chiamata, la svolta della sua vita;
  • Al centro, sull’altare “San Matteo e l’Angelo”;
  • A destra si trova “II Martirio di San Matteo”, che racconta la fine della vita del Santo, trafitto più volte da un sicario mentre celebrava la messa.

L’illuminazione di tali quadri, proveniente da un’unica finestra a mezza luna posta sopra l’altare, era insufficiente, tanto che i contemporanei di Caravaggio faticavano a riconoscere e distinguere i personaggi.

Ma perché alcuni quadri sono stati rifiutati?

Il primo tentativo di “San Matteo e l’Angelo” (la foto è antecedente al 1945, data in cui il dipinto è andato disperso a Berlino) non viene accettato perché chi aveva commissionato il dipinto aveva ritenuto che l’intervento dell’angelo sulla mano di Matteo fosse tale da far sembrare San Matteo un analfabeta. Altro elemento considerato scandaloso erano i piedi; questi infatti, una volta appeso il quadro dietro l’altare della cappella, sarebbero risultati troppo vicini alla faccia del prete mentre celebrava la messa.

Con la seconda versione di San Matteo e l’angelo, Caravaggio supera le resistenze dei committenti e oggi il dipinto è in posizione centrale nella cappella Contarelli.

Nella “Vocazione di San Matteo” tutti i personaggi sono di genere maschile. Il personaggio principale non è immediatamente individuabile, perché l’intenzione di Caravaggio era quella di coinvolgere attivamente chi osservava i suoi quadri.

Caravaggio non era capace di dipingere a memoria e per questo pagava delle persone al fine di posare per i suoi lavori. Oggi questa pratica è una normalità, ma all’epoca aveva comportato diverse critiche in quanto si riteneva che il vero pittore dovesse avere l’idea in mente e saperla realizzare.

Al tavolo sono seduti 5 uomini; non si gioca d’azzardo (come qualcuno ha immaginato), si tratta di un banco di lavoro dove vengono contati dei soldi.

I due soggetti in piedi nella parte destra del quadro sono Gesù e San Pietro. Gesù, del quale è appena visibile l’aureola, indica Matteo con la mano destra; la persona di spalle è San Pietro, che si interpone tra Cristo e chi osserva il dipinto e che ribadisce l’indicazione di Gesù. Matteo è l’uomo con la barba che, guardando verso Gesù, si auto-indica.

Il gesto e lo stile della mano di Gesù rimandano all’opera di Michelangelo “La creazione di Adamo” della Cappella Sistina, con una esplicita citazione del grande contemporaneo di Caravaggio.

Il terzo dipinto della cappella Contarelli è il martirio di San Matteo, decisamente movimentato.

San Matteo (a terra) è più anziano, ha infatti la barba grigia e sta celebrando la messa di Pasqua durante la quale venivano battezzati i nuovi fedeli. L’angelo allunga un ramoscello di palma, simbolo per i martiri; c’è inoltre un chierichetto che scappa urlando. I suoi occhi sono completamente neri! Un detenuto , negli incontri del 2008 a San Vittore, diceva che gli occhi “sono neri perché un bambino non deve vedere“, interpretazione plausibile, visto che Caravaggio aveva vissuto esperienze simili a quella del detenuto.

In questo quadro vi è l’autoritratto di Caravaggio che si immedesima nella scena. L’autoritratto richiama l’esigenza di collegare quanto accade dentro il quadro all’Hic et nunc dell’osservatore.

Nella vocazione, infatti, lo sgabello su cui è seduto il ragazzo che vediamo di spalle sembra sporgere fuori dal quadro e si tratta dello stesso sgabello su cui è seduto san Matteo nell’incontro con l’angelo.

Ludovica interviene proponendo una riflessione sull’ambiente in cui si svolge la scena della vocazione: ci fa notare che le fonti di luce e le persiane delle finestre possono far pensare a un posto all’aperto più che uno al chiuso.

Zuffi specifica che quelle persiane potrebbero essere da chiusura interna, ma in ogni caso ciò non è definibile con certezza poiché Caravaggio intenzionalmente rende gli spazi ambigui, neutri ma molto definiti per rendere più reale e il più vicino possibile all’osservatore ogni sua opera.

Ignazio si è proposto per interpretare personalmente il quadro. Dice di vedere la luce che illumina come se fosse una guida che ti aiuta a intraprendere la giusta strada e fa notare le persone impegnate a contare i soldi, che non si sono nemmeno rese conto della presenza di Gesù.

Paolo Setti Carraro riflette sulla gestualità della mano, molto delicata, non autoritaria bensì autorevole, come il gesto di una guida che invita e chiama al cambiamento.

Anita afferma che in questo quadro non c’è un protagonista bensì una relazione fra protagonisti

Aparo richiama prima lo scritto di Giuseppe Amendola, fatto dopo il primo incontro del progetto Caravaggio. Nel suo testo, Amendola interpretava la gestualità di Gesù verso Matteo come un segno accusatorio, qualcosa che egli dichiara d’aver subito diverse volte. Egli collega poi la sensazione espressa da Amendola allo scritto di Giovan Basttista Della Chiave, un componente del gruppo di Bollate: “una persona, posta di fronte alle proprie qualità, sente la responsabilità di doverle mettere in pratica e, per questo, a volte prova paura; a volte si negano le proprie qualità per paura delle responsabilità e degli impegni che esse comportano”.

Il prof richiama inoltre il bisogno presente in ogni uomo di collegare la propria esperienza del mondo finito, dove le cose cambiano e possono essere misurate, al mondo immutabile e senza misura, cioè l’infinito.
In relazione a questo, richiama l’Ulisse di Dante e la famosa terzina: “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguir vertute e canoscenza”. Semenza come il DNA? Come capacità, essenza, valore dell’essere umano?

Il prof Zuffi interviene a proposito di finito e infinito, affermando che i quadri di Caravaggio, nella sua epoca, erano ritenuti difficili da “digerire” e criticati proprio perché al loro interno coesistevano  riferimenti a realtà quanto mai distanti, pur se complementari: finito e infinito, uomo e divino, mortale ed eterno. Inoltre, nella pratica, Caravaggio sceglieva come modelli dei suoi quadri persone normali e per dipingere la “Madonna dei pellegrini” assunse come modella una prostituta che interpretò appunto la Madonna: l’umano nel divino. Altro esempio è nel quadro la “Morte della Vergine” in cui la modella ritratta era una prostituta morta affogata nel Tevere.

Interviene Pasquale Trubia, che afferma di riconoscere nello sguardo di San Matteo un po’ di paura e di gioia, la stessa che ha provato lui venerdì 21 ottobre 2022, giorno in cui, dopo 30 anni di detenzione, è uscito in permesso e ha rivisto sua moglie e suo figlio: “è stata una gioia dolorosa: rivederli è stata una gioia indescrivibile ma allo stesso tempo un dolore immenso perché non smettevano di piangere e quindi ho ripensato a tutto il male che ho fatto e causato alle altre famiglie”.

Zuffi riporta che anche Caravaggio ha vissuto esperienze simili, era stato un detenuto e ne è la prova il quadro la “Decollazione del Battista”, ambientata appunto in un carcere ed è l’unica interpretazione in cui viene fedelmente presentata la decapitazione. Questa viene ritratta in modo crudo, è visibile che la guardia incaricata ha preso un coltello e ha continuato a recidere il collo poiché non era riuscito in un solo colpo.

Lara Giovannelli: Nella terzina di Dante come anche nella Chiamata di San Matteo, avverto l’invito a riconoscere il valore dell’essere umano. Ogni essere umano ha valore. Non tutte le persone riescono a riconoscerselo e per questo affidano ad altri il compito di essere riconosciuti. La chiamata è un’opportunità che non a tutti viene offerta. Io non ho ricevuto la chiamata da parte di nessuno. Ma come me, anche altre persone non vengono riconosciute, chiamate e quindi non possono farsi forza della loro vocazione. Credo che i detenuti non abbiano avuto la chiamata da Gesù o meglio che siano stati convocati da una chiamata che proveniva dall’altra parte, dalla mafia, dal male, opposta alle “virtù e alla conoscenza”, insomma quella dei bruti. Oggi però i detenuti hanno la possibilità di esercitare la responsabilità, di assumere un ruolo, una funzione di utilità collettiva.

Intervento conclusivo di Paolo Setti Carraro
Un laico ritiene che ognuno di noi abbia un posto nel mondo e l’importante è capire quale sia, usando le proprie qualità e investendo su queste al fine di mantenere un’armonia generale. A tal proposito, Ulisse rifiuterà la possibilità dell’immortalità per compiere il suo destino di uomo. Io sono rimasto congelato nella mia situazione di vittima per molto tempo e il detenuto in carcere vive una situazione analoga, si blocca, si rifiuta di ammettere i propri sbagli, ha un rifiuto ad accettare ciò che ha vissuto. Credo che queste due condizioni, come molti altri eventi della vita, siano tra loro speculari ma vissuti attraverso situazioni diverse. In comune c’è che entrambe comportano immensa sofferenza.

Intervento finale di Francesco Sergi in risposta a Paolo
Vi ringrazio perché mi state aiutando a relazionarmi e a capire gli errori che ho fatto e a riconoscere i dolori che ho provocato, anche alla mia famiglia. Nei miei primi dieci anni mi riconoscevo come vittima, ora mi state aiutando a vedermi come il carnefice che sono stato.

Caravaggio in città

Il lavoro sulle Coscienze

Qualche tempo fa, discutendo in modo acceso con mio nonno sulla funzione della pena, in risposta ad un sua provocazione del tipo: “Vorrei vedere se ti ammazzassero la mamma! Se la vittima fossi tu! L’assassino lo vorresti vedere morire lentamente! Altroché rieducazione!”, ho pronunciato questa frase: “Chissenefrega della vittima! Il carcere serve ad altro!”.

Queste parole mi sono uscite senza pensarci, nell’eccitazione del momento, come esprimessero un pensiero non del tutto cosciente. Me ne vergognavo profondamente, pensavo: come posso essere stato così disumano da dire “chissenefrega delle vittime”? Quanta brutalità c’è in queste mie parole? Perché le ho pronunciate? Stavo mettendo in discussione i postulati sulla funzione della pena in cui ero convinto di credere profondamente.

Mi chiedevo se il principio della pena come rieducazione del reo dovesse essere compresso per far sì che le vittime vedessero soddisfatta nel carcere l’umanissima sete di vendetta che senz’altro dovevano provare…

poi ho incontrato Marisa Fiorani. Lei, a cui avevano ammazzato la figlia, era lì, in un carcere, e abbracciava degli assassini. Lei, vittima, abbracciava i carnefici. Non cercava vendetta, ma verità. Non perdonava (“il Perdono lo lascio a Dio”), ma pretendeva responsabilità. La sua soddisfazione consisteva nel vedere “le bestie, che si scannano tra di loro, diventare uomini”. Forse, quindi, una vittima può essere appagata da altro rispetto alla vendetta?

Poi c’erano i detenuti. In loro ho visto cosa significa “rieducazione”. Vederli raccontare chi erano, ricercare in loro le risposte ai quesiti di Juri, mi ha mostrato plasticamente che la coscienza si può ricostruire, che la rieducazione non è astrazione buonista, ma realtà percepibile.

Ho capito che l’errore in cui ero caduto, fondamento dell’orribile frase che avevo pronunciato, era stato il non aver considerato quanto vittima e criminale possano essere utili l’uno all’altro, se messi in relazione. Non avevo mai pensato a quanto traumatico, e perciò costitutivo, possa essere per un assassino riconoscersi nella madre di un’assassinata, guardare negli occhi il dolore provocato.

Ho pensato che è una prova che probabilmente non sarei in grado di affrontare, e che affrontarla valga più di ogni possibile punizione. Ho pensato che la missione del carcere debba essere quella di dare la possibilità ai detenuti di affrontarla, questa prova.

Ho capito poi che il modo in cui le vittime reagiscono al dolore non è uno soltanto. Ci può essere il desiderio di vendetta (forse, anzi, è sempre presente nell’immediatezza del delitto), ma c’è anche “altro”, come dimostrano Marisa Fiorani e Paolo Setti Carraro.

Ed è necessario dare a questo “altro” la possibilità di svilupparsi, perché è da questo “altro”, credo, che nasce la possibilità dello sviluppo di coscienza e responsabilità condivise.

Ciò che mi rattrista è che sono convinto che non sarei mai arrivato a queste conclusioni senza vivere un’esperienza come gli incontri con il Gruppo della Trasgressione e, purtroppo, un’esperienza del genere la hanno in pochi. Mi chiedo come possa diffondersi nella società la consapevolezza dell’infinita potenzialità che il carcere, inteso come è inteso nel Gruppo della Trasgressione, può avere, perché è davvero difficile esprimere a parole l’esperienza di aver visto coscienze ricostruite. A parole, rischia di sembrare vuota retorica.

Ultimo pensiero abbozzato. Cristo, crocefisso, prima di morire dice: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Ecco, io credo che molte persone (forse, prima degli incontri delle scorse settimane, anche io stesso) intendano la “rieducazione” come una sorta di perdono della società ai criminali che, poverini, non sapevano quello facevano. Di qui il rifiuto collettivo dell’idea che la pena non debba essere sterilmente afflittiva.

Il malinteso è che, in realtà, il carcere davvero rieducativo non perdona, ma responsabilizza, ricostruisce coscienze. Il perdono lo lascia, eventualmente, ai singoli.

Sebastiano Venturi

Delitto e Castigo

L’esperienza di “Delitto e Castigo”

L’ultimo incontro mi ha permesso di capire quanto sia importante l’impegno dei detenuti, delle istituzioni,dei familiari delle vittime, della società civile.

Molti dei detenuti con i quali abbiamo avuto modo di parlare hanno raccontato di aver ucciso e di non aver provato, nel compiere quell’atto, alcuna sofferenza o compassione per la vittima, in quanto la ritenevano solo un ostacolo da eliminare, un oggetto piuttosto che una persona umana.

In questi giorni, guardando in quello specchio che il Dottor Cajani ha donato ad ognuno di noi, mi sono resa conto di quanto anch’io abbia compiuto quell’errore, perché, prima di questa esperienza in carcere, ho ridotto, più di una volta, i delinquenti al reato che avevano commesso, etichettandoli come colpevoli, assassini, devianti, senza rendermi conto che, in realtà, sono anzitutto degli esseri umani.

Forse così, metaforicamente, anch’io li ho uccisi e, solo ora che ho avuto modo di conoscerne l’umanità e la fragilità, mi accorgo di quanto ancora io debba lavorare per avviare in me un cambiamento, che non si arresti al pregiudizio, ma che vada oltre, verso la comprensione dell’altro, consentendomi di restituire loro quella dignità, anzitutto di esseri umani, di cui io per prima li avevo privati.

Nessuno di noi è perfetto, ognuno ha i suoi limiti, ognuno ha commesso degli errori nel proprio percorso, ma credo vivamente che ogni persona sia passibile di un cambiamento ed è per questo che ritengo che tutti noi dobbiamo prendere esempio da Paolo Setti Carraro e Marisa Fiorani che, nonostante il dolore che hanno provato da familiari di vittime, hanno saputo credere nel cambiamento dei detenuti e hanno teso loro una mano, per aiutarli a cambiare.

Se tutti facessimo così, se ognuno di noi facesse un passo verso l’altro e ognuno di noi donasse un pezzo della propria esperienza agli altri, forse si potrebbe, tassello dopo tassello, ricostruire quel “puzzle” che si è distrutto, si potrebbe riparare la frattura sociale che si è creata attraverso la commissione del reato e lo si potrebbe fare proprio grazie alla riconciliazione con il prossimo.

Il Gruppo della Trasgressione offre al detenuto l’opportunità di mettersi a nudo, di raccontarsi e di imparare dai propri errori, gli permette di provare, forse per la prima volta, dei sensi di colpa e sono propri questi sensi di colpa a responsabilizzarlo, in un’esperienza quale quella carceraria, che spesso, invece, è tutt’altro che responsabilizzante.

Anche dare un ruolo ai detenuti, farli sentire parte di una comunità e fare in modo che possono svolgere un compito importante per la società può responsabilizzarli.

Questo, però, non basta. Non è sufficiente la rieducazione sociale e il recupero del condannato all’interno delle mura del carcere, ma c’è bisogno di un impegno collettivo reale per garantire, anche nel momento in cui si raggiunge il fine pena, un reinserimento sociale e lavorativo effettivo affinché queste persone non siano portate a rivivere quella esperienza di emarginazione che, come i detenuti hanno raccontato, li aveva portati a delinquere.

Ecco che allora, ed è per questo che sono grata di aver avuto l’opportunità di vivere questa esperienza, in primis io non devo arrestarmi ai miei pregiudizi, non devo giudicare gli altri e, anche se può farmi paura, devo tentare di avere un dialogo con queste persone, devo aiutarle a reintegrarsi in una società di cui non fanno parte da troppo tempo o di cui forse non hanno mai veramente fatto parte.

Credo che ognuno di noi debba comprendere quanto sia importante accompagnare i detenuti in questo miglioramento di sé, affinché l’espiazione della pena non risulti vana, ma acquisti un senso e restituisca a vittime e “carnefici” la dignità che tutti, a prescindere dai nostri errori, meritiamo di avere.

È importante che, accanto alla “pena morale” che vive Raskòl’nikov nel romanzo e che i detenuti vivono oggi per il male commesso,  possa oggi vivere in loro la speranza di redimersi dai propri errori e di rendersi utili per gli altri.

A parer mio, solo così il carcere può avere un valore, perché un isolamento in carcere, senza opportunità di riflessione e di confronto con gli altri, non porta a nulla. Probabilmente può restituire molto di più alla vittima vedere un condannato che riconosce i propri errori e che si impegna in un continuo miglioramento di sé che non il saperlo chiuso in una cella per venti o trent’anni senza alcuna funzione.

Ritengo che esperienze di questo tipo debbano essere proposte più spesso agli studenti, perché lo scambio tra noi, i detenuti e le vittime permette un arricchimento di tutti:

  • permette a noi di vedere anzitutto come la vittima, diversamente da quello che spesso propongono molti media, non sia sempre una persona che ricerca una giustizia retributiva o che punta a bilanciare il proprio dolore con la sofferenza inflitta al reo;
  • ci permette di avvicinarci a detenuti, apparentemente così distanti dalle nostre realtà e, invece, così simili, per certi aspetti, a noi;
  • permette a ragazzi emarginati, proprio come lo sono stati loro, di sentire un monito, non dai genitori, che il più delle volte non viene recepito, ma da chi quegli errori ha commesso;
  • permette ai detenuti di responsabilizzarsi e di risvegliare quelle “coscienze addormentate”, parlando di fronte a ragazzi che potrebbero essere i loro figli e, di fronte ai quali, forse ritengono di dover dare il buon esempio;
  • e, infine, rinnova un senso di giustizia in noi cittadini, in quanto ci permette di vedere che una Giustizia esiste e che quella finalità rieducativa che l’art.27 co.3 Cost. attribuisce alla pena è effettivamente attuabile.

Maria Claudia Raimondi

Delitto e Castigo

Finalmente liberi

Frequento il gruppo purtroppo solo il martedì, in quanto per adesso gli altri giorni non riesco. Sono detenuto a Milano-Opera in regime di semilibertà. Non so bene come stiate studiando il testo in questione, ho letto “Delitto e Castigo” più o meno due anni fa quando ero detenuto nel circuito di Alta sicurezza presso l’Istituto di Asti.

Mi piacerebbe lasciare il mio contributo, cioè dirvi cosa è rimasto a me di detta lettura. Ricordo nitidamente il protagonista Raskòlnikov che io identifico in ognuno di noi detenuti. La sofferenza di un popolo, il popolo russo incarnato nel protagonista che vive una vita di stenti. Impantanato nel degrado della miseria più totale, decide di uccidere l’usuraia perché come ogni deviante non le riconosce lo status di persona ma la trasforma in qualcosa d’altro, in una non persona, la trasforma in una sudicia figura che perpetra il male. Raskòlnikov, convinto di compiere un atto di moralità superiore, la uccide e uccide anche la sorella, proprio come la spirale del crimine che investe e distrugge ogni cosa ostacoli il suo corso.

Nella follia di noi dediti all’illecito c’è la falsa credenza del delitto perfetto, del delinquere senza dover fare i conti con la punizione, ma poi la realtà è assai diversa, non solo bisogna fare i conti con la verità giuridica e normativa della legge ma, come per il protagonista del Romanzo, arriva inesorabilmente il senso di colpa che è il tribunale più spietato.

Ma come nell’epilogo di questo racconto, la redenzione è nel riconoscimento della legge come mezzo di libertà. Dove alla base dei diritti c’è il riconoscimento degli obblighi, si fa la scelta di seguire Sonja e finalmente si è liberi.

Rocco Panetta

Delitto e Castigo

Attraverso lo specchio [Lost&Found]

«Facciamo finta che tu sia la Regina Nera, Kitty! Sai, io credo che se ti mettessi a sedere e incrociassi le zampette, sembreresti proprio precisa. Provaci, su, tu che sei la mia beniamina!». E Alice prese dalla tavola la Regina Nera e la mise dritta davanti al gattino perché se ne servisse come modello da imitare: ma la cosa non riuscì, soprattutto, dichiarò Alice, perché la gattina non voleva incrociare le zampe come si deve. Perciò per punirla, la sollevò davanti alla Specchio, perché potesse vedere anche lei come era inquieta, «e se non sei buona subito», aggiunse, «ti farò passare dalla Casa dello Specchio. Ti piacerebbe che lo facessi?»

E poi facciamo finta che tu, giovane Giorgio, riuscivi a toglierti questo paraocchi tramite il quale vedevi solo quello che ti avevano fatto imparare della vita.

E poi facciamo finta, cara Giada, che usare questo spray per prevenire la formazione di pidocchi intorno a te non sia più necessario…

Bene: ora ciascuno impugni il suo specchio dalla parte giusta, non tanto per scoprire – attraverso il vetro – mondi così diversi dal proprio ma per guardarsi finalmente negli occhi.

Dopo essersi persi e ritrovati, dentro questa aula universitaria che sta davvero per riscaldarsi, proviamo allora a vedere insieme se riusciamo davvero a progettare un distributore automatico di conflitti, a beneficio della umanità intera.

Ci vediamo mercoledì prossimo!

Ft. il bidello

Delitto e Castigo

Gli orizzonti della miseria

Vedo nelle riflessioni pseudo-sociologiche deliranti di Raskolnikov la sapiente costruzione di un nemico contro cui combattere e potersi scagliare, un nemico che legittima la sua identità.

L’usuraia è il “pidocchio” perfetto da eliminare senza porsi troppi interrogativi. Persino il caso, che fa capolino tra le righe, viene comunque piegato a beneficio delle sue teorie e dei suoi obiettivi.

Per caso entra in trattoria e ascolta la conversazione tra due sconosciuti a proposito dell’usuraia e le informazioni che riceve dal loro colloquio sempre più lo autorizzano a compiere un’azione per la quale non esiste nessuna possibile autorizzazione.

Emerge la Russia in questo romanzo, come in tutti gli scritti di Dostoevskij, una Russia, tra le altre cose, poverissima.

Si delinea una miseria che spinge le persone ad abitare in stanzucce così anguste da poter raggiungere il chiavistello della porta d’ingresso senza alzarsi dal divano.

Una miseria che fa girare Raskolnikov malvestito, sudicio perché non possiede biancheria di ricambio, con gli stivali sfondati.

Una miseria che tiene Raskolnikov a pane e acqua, per giorni senza mangiare, in preda a una febbre che lo porta al delirio, mascherando con questo quello precedente, forse innato o stimolato dalle circostanze.

Una miseria che lo spinge fuori corso, gli fa abbandonare l’Università, lo allontana da quei dibattiti nei quali amava infervorarsi e che testimoniano il bisogno di rinnovamento che come un fremito percorre la Russia del periodo.

Una miseria così nera da spingere a porre una domanda, che talvolta io ancora oggi mi pongo e a cui non è così scontato trovare una risposta soddisfacente: una persona febbricitante e digiuna da giorni quanto può essere lucida? Esiste un rapporto tra malattia e crimine? E se esiste qual è? Come lo si definisce?

Delitto e Castigo

Eletti e pidocchi

Manie di protagonismo. Questo termine, declinato in una dimensione non strettamente patologica, va a descrivere e strutturare l’idea del crimine come strettamente connessa con la psiche dell’autore del delitto.

Se in “Delitto e Castigo” viene descritta una realtà come squarciata tra “eletti” e “pidocchi”, ecco che il pidocchio si fa eletto nel compiere un atto, come quello dell’omicidio, che va a sovvertire non solo il diritto positivo, bensì quello naturale. Pur spogliando il diritto alla vita dalla sua lettura religiosa e legata all’ambito canonico (nonostante l’importanza del divino nella lettura del romanzo) – la vita è permeata del senso di intangibilità percepito come tale dalla natura umana, dalla coscienza.

Una coscienza che stando alle parole di Giorgio e Pasquale, appare come soppressa e poi ricostruita. L’idea di una coscienza soppressa e dell’atto delittuoso come impulsivo, per quanto intrinsecamente legato a volontà di elevarsi da un contesto sociale tragico, più che trasformare l’uomo al lato divino, lo avvicina al lato bestiale.

Raskolnikov, dopo la commissione dell’atto, vede il delirio di onnipotenza evolversi, tramutarsi in “altro” vivendo la necessità impellente di raccontare il delitto. Un delitto all’apparenza perfetto.

La scuola di criminologia di Chicago ha indagato da anni e anni sulle relazioni che intercorrono tra il crimine e il contesto sociale del soggetto che va a plasmare, dunque, la coscienza dell’individuo.

Ma se la coscienza è plasmabile, allora, il concetto stesso di diritto naturale dell’uomo, intrinsecamente legato alla sua esistenza, può venir stravolto in maniera decisiva dai primi anni di sviluppo di una persona che sentendosi “pidocchio” trova nel crimine una via d’uscita.

Tuttavia, se si va a guardare una prospettiva di ampio raggio, pur considerando il crimine come legato allo status, una determinata tipologia di delitti appartiene ai ceti più alti.

I crimini dei white collar, per esempio, sono dunque crimini compiuti da eletti? E’ un eletto, il white collar che delinque, che nella commissione di un delitto va per smania di potere a consolidare ancora di più la propria intangibilità? Diventa eletto, colui che la società ha trattato come pidocchio, dopo la commissione del delitto?

Sono convinta che questa divisione sociale, tra pidocchi ed eletti, vada ad essere intrinsecamente criminosa. La decostruzione della concezione dell’essere umano solo come prodotto del proprio ambiente, accompagnata da risorse che fanno percepire come meno iniqua l’esistenza, potrebbe essere punto di partenza per fornire un deterrente all’aprirsi in una strada di delitto.

La soppressione della coscienza e la volontà di elezione, così come il possesso di tale coscienza, sono dunque legate all’essere umano e poi, il contesto sociale e quello psicologico, legato di rimando fanno da quadro in una cornice da mutare.

Tutti desiderano essere visti. Tutti desiderano essere ascoltati. Tutti desiderano qualcosa di più. Qualcosa di meglio. Il delitto è il varcare il confine tra il proprio benessere e il malessere dell’altro.

La volontà superiore di Raskolnikov, che va a giustificare l’omicidio, si può leggere in criminologia come una TECNICA DI NEUTRALIZZAZIONE.
“L’ho fatto per un bene superiore.”
“Lei era un pidocchio, io un eletto.”

Le medesime tecniche di neutralizzazione che vengono associate a Napoleone. Tecniche di neutralizzazione che incidono sulla coscienza e la sopprimono per annientare il senso di colpa (umano e tipico, salvo motivazioni legate a disturbi di natura psichiatrica, per esempio, di natura antisociale).

Ma oltre ad una tecnica di neutralizzazione, è curioso notare come per il protagonista, sia anche il movente. Uno dei moventi.

Nel parlare di persone conosciute, in ogni caso, non ho riscontrato l’uso di tecniche di neutralizzazione bensì consapevolezza e rammarico nella commissione delle proprie azioni. Che sia dunque la consapevolezza ciò che porta alla formazione e all’evoluzione della coscienza?

 

Angelica Falciglia

Delitto e Castigo

Noi, la sorte e la scelta

Credo non ci sia nulla di più lontano della criminalità dal mio mondo, dal mio vissuto e dalla mia infanzia.

Eppure, forse, proprio perché è un mondo così lontano e sconosciuto (ignoto), ho sempre voluto conoscere i meccanismi e il perché di certe scelte di vita.

Ascoltando i detenuti e gli interventi dei compagni, ho potuto riflettere sul fatto che forse la mia sia stata solo fortuna, che quella criminalità per molti è stata la quotidianità, la ‘normalità.’

Allora mi sono domandata se davvero fosse solo fortuna, se chissà chi, un Dio per chi crede, avesse dunque deciso già dalla nascita cosa ci spettasse, in quale ambiente nascere e che da li’ non ci si potesse scostare più di tanto, che i ‘pidocchi’ sarebbero dovuti rimanere tali e la brava gente anche (una sorta di criminalità da generazioni).

Io però non voglio credere che una persona non sia fautrice del proprio destino, voglio pensare che tutti possano scegliere cosa e chi diventare, indipendentemente dal passato e dal vissuto.

Noi siamo le nostre esperienze e soprattutto i nostri traumi, ma questi non possono determinare le nostre sorti. Possiamo sempre scegliere da che parte stare, pur avendo avuto e ricevuto una certa educazione.

Alice Garovo

Delitto e Castigo