Il mio (non) tirocinio

Il mio ingresso in carcere
La complessità della relazione tra un’autorità, come un genitore, e un bambino o un adolescente è stato il primo argomento affrontato appena entrata in carcere presso la casa circondariale San Vittore con il progetto “Alla ricerca del padre” e pressoo la casa di reclusione di Milano–Opera con il progetto “Restart Opera 2 – Progetto Genitorialità”.

Attraverso questi due progetti ho sperimentato il punto centrale del gruppo: l’incontro tra il mondo del carcere e la società. Il gruppo infatti costituisce un ponte tra interno ed esterno e permette di vivere ai detenuti e ai liberi cittadini quel senso di reciproca appartenenza che le mura del carcere tendono a cancellare.

Dal primo incontro ho capito che avevo il dovere di mettermi sullo stesso piano dei presenti, sul piano del “tavolo del gruppo” in cui si parla liberamente di ogni pensiero, emozione ed esperienza. Il clima che ho da subito percepito è stato quello di un ascolto costruttivo, alle volte anche critico. Il tavolo è un flusso di pensieri, anche confuso e disordinato, che alla fine di ogni incontro trova spazio nelle coscienze dei presenti.

I progetti permettono di comprendere che non c’è differenza di emozioni tra chi è dentro e chi è fuori dal carcere ma che la differenza sta nella direzione di vita che ogni persona ha intrapreso. È dunque fondamentale che ogni persona comprenda la propria storia, l’importanza del suo valore e di raccontarsi ai propri figli: bisogna accettare di aprirsi per rendersi credibili. Ogni figlio ha bisogno di percepire autenticità perché questo permette di avere stima dei propri genitori, e questo aiuta ad evitare la strada dell’abuso.

Attraverso gli incontri durante il progetto “Restart” ho vissuto le difficoltà dei genitori detenuti a dover raccontare ai figli la propria storia e ciò che ha portato loro ad abusare dell’altro. Il valore di questi incontri è percepibile da chiunque abbia la possibilità di partecipare, ma ho toccato con mano la sua rilevanza nel racconto di Michelangelo che, dopo un mese dalla fine del progetto, ha riferito al gruppo di essere riuscito a raccontare a suo figlio la realtà della sua storia personale.

Incontri del gruppo in carcere
Il lavoro del gruppo all’interno del carcere è volto principalmente a indagare i motivi sottostanti al reato e ciò avviene attraverso un dialogo circolare tra detenuti e liberi cittadini. Il gruppo si riunisce il lunedì nel carcere minorile Cesare Beccaria dalle 15 alle 17, il mercoledì nel carcere di Opera dalle 9:30 alle 13:00 con l’Alta Sicurezza e dalle 13:00 alle 15:00 con la Media Sicurezza, il giovedì nel carcere di San Vittore dalle 10 alle 12:30 e nel carcere di Bollate dalle 14:30 alle 17:30.

Grazie agli incontri in carcere ho compreso che la responsabilità si riferisce alla capacità di rispondere delle proprie scelte, una capacità che si acquisisce nel tempo attraverso il legame con le figure di riferimento: la diversità nella percezione del senso di responsabilità è strettamente connessa alle esperienze di vita. Ognuno nel corso della propria vita beneficia di officine differenti, come la famiglia e le amicizie, da cui elabora il senso di responsabilità. Capita che persone che hanno frequentato officine equivalenti possiedano un senso di responsabilità differente e ciò dipende dalle esperienze, speranze e illusioni che ogni individuo sperimenta dentro di sé.

Essere giuridicamente responsabile di un reato non equivale necessariamente a percepire la propria responsabilità ed è per questo motivo che alcuni detenuti indicano il proprio reato attraverso il riferimento all’articolo del codice corrispondente, senza soffermarsi sulla dimensione emotiva legata all’atto commesso. Il tavolo del gruppo consente al detenuto di rintracciare la camera dei propri pensieri al momento del reato, permettendo di considerarlo nelle sue dinamiche emotive sottostanti. Una testimonianza a tal proposito è il racconto di Antonio Tango, ex detenuto appartenente al gruppo da 17 anni, che attraverso la frequenza al gruppo ha compreso che nel corso della sua vita è stato… “un burattino nelle mani del suo burattinaio, la rabbia“.

Attraverso questa testimonianza, e quella di molti altri detenuti, ho compreso che spesso l’uomo commette reati per rovesciare la sua condizione da vittima a carnefice. In questo contesto il reato si configura come lo strumento attraverso cui rivendicare la sofferenza vissuta all’interno delle relazioni significative.

Più volte nel corso di questi mesi ho sentito affermare da alcuni detenuti di non poter riconoscere e ricordare i volti delle proprie vittime e questa dichiarazione è la testimonianza del fatto che chi subisce il reato è il destinatario di una vendetta che in realtà è rivolta alle figure di riferimento dell’autore del reato e alle loro mancanze. La vittima dunque viene percepita come un oggetto tramite cui è possibile rivendicare la propria ferita e al tempo stesso come un ostacolo al raggiungimento di ciò non si possiede ma si desidera ottenere.

A tal proposito la partecipazione dei familiari di vittime di reato al tavolo del gruppo riveste un ruolo fondamentale perché favorisce l’umanizzazione dell’altro e restituisce un volto a ciò che inizialmente era percepito solamente come un oggetto, un mezzo per affermare sé stessi. L’incontro con i familiari consente dunque di comprendere le conseguenze delle proprie azioni: “il riconoscimento è centrale nella vita di tutti e la sua mancanza causa deviazioni negative dal proprio progetto di vita e di conseguenza nel progetto della collettività” (Aparo, Opera, 2025).

Il lavoro del gruppo all’interno del carcere è quindi volto all’evoluzione dell’autore di reato, non al suo cambiamento. L’evoluzione qui intesa considera la responsabilità di ogni singolo nei riguardi della collettività perciò il detenuto viene costantemente stimolato a riconoscesi nell’altro poiché la libertà di ciascuno è strettamente connessa alla relazione con gli altri. Attraverso il dialogo al tavolo del gruppo, il detenuto sperimenta il senso di costruzione e comprende l’importanza del lavoro.

Il lavoro che il detenuto deve svolgere durante il suo percorso consiste nell’impegno a costruire insieme ai volontari e ai familiari di vittime di reato per consolidare la sua identità, un’identità che deve però essere esercitata per essere mantenuta perché è qualcosa di dinamico e non di statico: “Bisogna farsi carico del fatto che l’identità è qualcosa che va accudita per evitare la sua regressione” (Aparo, Opera, 2025).

Il lavoro del gruppo della trasgressione all’interno del carcere evidenzia che non è sufficiente incontrare l’altro per evolversi, ma bisogna coltivare la ricerca e l’evoluzione domandando, ascoltando e riflettendo. Al gruppo è fondamentale poter parlare di tutto ciò che riguarda l’uomo, non devono esistere tabù perché ogni componente del tavolo deve assumersi la responsabilità di esporsi, mettersi in gioco e confrontarsi. Il tavolo del gruppo rappresenta uno spazio in cui non è consentito assumere il ruolo di spettatore: ciascun partecipante ha il dovere di manifestare autenticamente sé stesso.

Il mio (non) tirocinio al gruppo della trasgressione
Il “non” tra parentesi ha un significato specifico che non intende svalutare l’esperienza formativa a cui ho avuto la possibilità di partecipare. Quel “non” ha una connotazione estremamente affettiva perché ho vissuto un tirocinio non ordinario, al di fuori di ogni schema lavorativo che potevo immaginare. Se penso a questi mesi al gruppo ciò che più mi viene in mente è l’imprevedibilità, un concetto a cui ho sempre attribuito un valore negativo ma che ad oggi mi ha permesso di crescere come persona.

Durante gli incontri a scuola ho preso parte al Mito di Sisifo e ho recitato la parte di uno dei personaggi e ho inconsapevolmente preso parte alla simulazione di una rapina. Durante gli incontri in carcere sono stata inaspettatamente stimolata nella mia storia personale e nei miei ricordi. Mi sono emozionata, ho perso il controllo della mia emotività e mi sono sentita libera e accolta. Ho anche accolto l’emotività degli altri e mi sono sentita vicina a storie che credevo troppo distanti da me. La bellezza del gruppo risiede nella moltitudine di persone, personalità e vissuti che si fondono insieme per ritrovare una continuità nella propria storia di vita. Il gruppo permette a chiunque di evolversi e di ritornare sulla strada su cui ci si era persi o di costruirne di nuove.

Al gruppo sento di aver avuto la possibilità di costruire un nuovo sentiero per la mia vita futura e per questo ringrazio ogni persona con cui ho avuto la possibilità di condividere questi mesi. Un sentito e doveroso ringraziamento al dott. Aparo, a Lara e ad Antonio.

Carolina Rocca

Relazioni di tirocinio

Un commento su “Il mio (non) tirocinio”

  1. Complimenti per un percorso impegnativo ma vissuto e sentito con l’anima, questo dara’ un significato elevato alla tua vita sia a livello personale che professionale, auguri grandi, grandi Caterina

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *