Corrono verso nord-ovest
nubi di piombo, a strati:
mantello che avvolge,
a tratti schiaccia.
Qui, sulla terra impregnata,
soffia un vento
in direzione contraria:
frusta le fronde
coi primi fiori,
invade la psiche,
dileggia le certezze.
Giacciamo sotto una cupola
di grigia ovatta
o sotto la volta celeste,
nel gioco delle stagioni,
nel rischio dei cicli,
nell’oblio delle ere,
ignorando la sorte comune,
guerra dopo guerra,
naufragio su naufragio,
schiavi del bisogno
o del profitto,
soprattutto del vacuo
e del futile.
Se soltanto sapessimo guardare
oltre le cortine,
se soltanto volessimo stupirci
all’idea degli astri,
alla visione dell’alfa e dell’omega,
degli infiniti mondi spersi
nelle vastità nebulose,
negli incommensurabili vuoti,
immergendoci nella logica
della luce dallo spazio profondo,
della pioggia delle particelle invisibili
dal tempo eterno,
là dove tutto ebbe principio
(forse un caso,
forse la necessità del caos,
forse un capriccio,
forse l’inesplicabile
o l’ineluttabile,
forse il ritorno)…
Nessun nume può gettare impunemente
sul tavolo celeste i dadi,
eppure..
eppure si dovrebbe scommettere:
sulle corde tese sopra l’abisso,
sulle stelle danzanti,
sull’armonia degli atomi
e dei numeri
che ci compongono,
con cui vibriamo,
sull’inenarrabile immensità fuori
a colmarci
e sulla goccia divina
dentro ciascuno;
infine sulla vertigine del cuore
che l’amore, soltanto l’amore,
sa decifrare.
Alberto Figliolia