19/11/25 – Incontro in Cattolica su
Percorsi della Devianza e Trame di libertà
L’incontro si è aperto con la presentazione, da parte del Dottor Aparo, dei 2 temi della giornata:
- Percorsi della devianza, ovvero le strade che portano alla pratica del reato e, soprattutto, a uno stile di vita nel quale il reato fa parte della quotidianità;
- Trame di libertà, cioè le relazioni, i sentimenti e le azioni attraverso cui le persone ”allargano gli orizzonti della propria libertà”.
Le riflessioni e le pratiche che ne discendono hanno l’obiettivo di
- mettere le esperienze dei detenuti del Gruppo (con anni di lavoro alle spalle) al servizio degli adolescenti delle scuole medie primarie e secondarie che visitiamo per l’attività di prevenzione contro droghe e bullismo;
- offrire alle figure istituzionali che si occupano della rieducazione del condannato dati sulla propria personale esperienza evolutiva e sugli strumenti che l’hanno favorita.
La prima parte della giornata è stata dedicata ai Percorsi della devianza.
A riguardo sono intervenuti Antonio Tango, Ignazio Marrone e Alessandro Crisafulli, detenuti ed ex detenuti che da anni sono componenti attivi del Gruppo; ciascuno ha raccontato il proprio percorso, indagando i contesti, le relazioni e le emozioni che li hanno portati a commettere reati.
Antonio ha individuato, come uno dei fattori che lo hanno portato sulla strada della devianza, il mancato riconoscimento da parte del padre, che fin da quando era piccolo lo ha ritenuto incapace, ”scemo”, per via dei suoi problemi di salute. Inoltre, a scuola era vittima di bullismo; di conseguenza, e non avendo avuto una figura di riferimento credibile, lo stesso Antonio è arrivato a squalificarsi, a reprimere le sue emozioni e a cercare il riconoscimento degli altri attraverso atti violenti e di potere. “Comandato dalla rabbia come fosse un burattino“, ha iniziato a commettere reati, fino a disconoscere completamente le sue vittime e a trasformare le persone in oggetti utili al raggiungimento dei suoi obiettivi. Come lui stesso sottolinea, nella sua mente i loro volti smettevano di avere una fisionomia.
Ignazio ha raccontato la sua infanzia in Sicilia, in una famiglia nella quale la delinquenza era normalità. Ha ricordato suo padre che gli chiedeva di nascondere la pistola e i primi furti commessi con leggerezza. Non è stato accompagnato nella sua crescita, accudito e amato come sentiva di aver bisogno. Da ragazzo si è trasferito a Milano e ha iniziato a rubare per trovare i soldi con cui mantenersi. Ha incominciato, però, a ricavarne soddisfazione; sentiva che commettere furti lo rendeva più potente, riconoscibile e stimabile agli occhi degli altri. Ha iniziato a “prenderci gusto”, i furti non erano più solo un modo per sopravvivere, ma ciò che gli permetteva di accedere facilmente alla “bella vita”, tra lusso e delinquenza, alla quale si era gradualmente abituato. Anche per lui, le persone erano diventate solo un mezzo per ottenere quello che desiderava.
Alessandro è nato e cresciuto in un contesto di degrado, Quarto Oggiaro, nel quale fin da piccolissimo si è trovato immerso nella criminalità. Ha raccontato di aver sentito su di sé il peso di non essere stato voluto dalla propria famiglia; veniva riconosciuto dal padre solo quando dimostrava di essere capace di commettere reati. Col passare degli anni l’immagine che egli aveva di se stesso si è sempre più conformata a quella del delinquente, tanto da rendere il reato una pratica quotidiana.
Tutti e tre, con l’obiettivo di sentirsi potenti e ottenere il riconoscimento degli altri, hanno sentito l’esigenza di collezionare vittime e hanno usato la fragilità di queste per espellere da sé e proiettare su di loro la propria.
La seconda parte dell’incontro è stata dedicata al capitolo delle Trame di libertà, le quali non riguardano solo chi commette reati, perché ogni persona (come ha sottolineato Paolo Setti Carraro) ha i propri gradi di libertà.
Antonio è stato arrestato pochi mesi dopo la nascita di suo figlio; ha trovato nel desiderio di vederlo crescere e aiutarlo a diventare un cittadino come gli altri la motivazione per lavorare, indagare il proprio percorso e crescere a partire da esso, diventando così un esempio per lui.
Ha trovato nel dialogo con i componenti esterni del Gruppo, che lo hanno “costretto” a confrontarsi con le loro fragilità (ma anche con la sua), uno strumento fondamentale per le sue trame di libertà.
Anche Ignazio ha ricavato dal lavoro col Gruppo il ritorno al riconoscimento dell’altro; sentire di avere una funzione all’interno della squadra e assumersi la responsabilità di lavorare per il raggiungimento di obiettivi comuni gli ha permesso di sentirsi un cittadino, capace di rendersi utile alla società e di sentirsi un buon padre per i suoi figli.
Alessandro ha sottolineato, inoltre, l’importanza del dialogo con i parenti e le vittime di reato; trovarsi faccia a faccia con le vittime e il male loro causato lo ha portato ad assumersi la responsabilità delle sue azioni, a riconoscerne il peso e a renderle un punto di partenza dal quale iniziare a costruire con la società.
È intervenuto poi Paolo Setti Carraro, medico e parente di vittima, il quale ha spiegato come entrare in carcere e interagire con coloro che hanno causato dolore lo abbia aiutato ad emanciparsi dalla sua posizione di vittima, immagine di sé che rischia di diventare parte preponderante dell’identità della persona che ha subito un reato.
Infine, è intervenuta Carolina Rocca, studentessa ed ex-tirocinante del Gruppo; per lei, il suo contributo (e quello di tutti gli studenti del Gruppo) alla crescita ed evoluzione del detenuto sta nella possibilità di confronto; portare il proprio punto di vista mette gli altri nella condizione di arricchire la propria visione delle cose, portando ciascuno a responsabilizzarsi.
Beatrice Ajani