Dopo lo strappo, il dibattito…

Dopo la serata di venerdì al carcere di Opera, ho ricevuto molti complimenti per il lavoro che svolgo col Gruppo della Trasgressione. Le persone in sala sono rimaste colpite dalla ricchezza della serata e, in particolare, dalla profondità delle dichiarazioni dei detenuti del gruppo, dalla intensità e dalla ricchezza delle loro osservazioni.

Ma il 16 marzo è anche la ricorrenza del sequestro di Aldo Moro; in questi giorni è andato in onda sulla RAI un film documentario su quei terribili giorni e il film è stato seguito da dichiarazioni di alcuni degli ex terroristi che hanno suscitato indignazione in moltissimi cittadini.

Molte persone presenti alla serata su “Lo strappo” si sono trovate dunque il sabato mattina nella condizione di far convivere dentro di sé:

  • da un lato, le proprie reazioni emotive alle affermazioni di alcuni ex terroristi delle BR che, ammesso che l’articolo sul giornale non le abbia pesantemente distorte, risultano intollerabilmente tracotanti;
  • dall’altro, le emozioni vissute venerdì sera, ascoltando i detenuti del Gruppo della Trasgressione, le cui parole parrebbero incompatibili con lo stile di vita e gli intenti di chi in passato ha ucciso, spacciato e ha fatto parte di organizzazioni criminali.

Da parte mia, ho avuto modo di  confrontarmi personalmente con qualcuno che aveva fatto parte a suo tempo delle BR e, in quella circostanza, ho ricavato, nettissima, la sensazione di persone il cui delirio megalomanico non si è ancora estinto.

Per alcuni degli ex terroristi, il loro principale errore consiste nell’avere calcolato male i tempi, nell’aver mal soppesato la coscienza della massa oppressa che loro intendevano liberare dall’oppressore; secondo alcuni di loro, l’errore è consistito nell’avere iniziato la lotta armata quando la gente non era ancora matura per condividerla, non nell’essersi arrogati la facoltà di decidere col mitra come dovessero andare le cose. In sostanza, si sa che in guerra si muore, l’errore dunque non è stato nella decisione di uccidere, ma nella prefigurazione che dagli omicidi potesse derivare l’evoluzione sociale alla quale loro puntavano.

Ma a chi mi manda il link all’articolo sulla repubblica come se potesse essere una risposta alla serata di venerdì chiedo:

  • l’atteggiamento dei terroristi, a vostro avviso, ha qualcosa a che fare con quello che avete sentito dai detenuti del gruppo della trasgressione?
  • il link all’articolo, privo di commento, mi viene inviato per invitarmi a condividere che alcuni degli ex terroristi  sono dei pazzi ancora oggi o per sostenere che chi produce lo strappo deve tacere per tutta la vita, indipendentemente dalla natura del suo percorso?
  • infine, dei detenuti, che dopo anni di confronti serrati al gruppo stupiscono e commuovono per il livello di consapevolezza raggiunto, a giudizio di chi ha seguito la serata e visto il documentario, si pensa che siano più dei soggetti in cammino che stanno beneficiando del pionierismo del gruppo Trsg e di altri gruppi di volontariato che lavorano in carcere nonostante i limiti e le negligenze istituzionali o dei documenti ideologici viventi a sostegno del perbenismo e del sistema?

I vostri commenti sono molto graditi sia su questo sito, che non a caso si chiama Voci dal ponte, sia sul sito dedicato a Lo strappo

Angelo Aparo

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Venti alberi per Bollate

Gli alberi del Rotary club Milano Duomo a Bollate

Giovedì 22 marzo 2018, nelle ore 10:30-12:00, all’interno della seconda casa di reclusione di Milano Bollate, verranno piantati nelle aree adibite al passeggio dei detenuti 20 alberi che il Rotary Club Milano Duomo regala al carcere di Bollate. L’iniziativa ribadisce la mission del Rotary di promuovere ovunque possibile equilibrio e benessere e conferma l’intesa che già da diversi anni esiste fra Rotary Club Milano Duomo e il Gruppo della Trasgressione.

Le zappe per le buche dove piantare gli alberelli sono già pronte; giovedì mattina alcuni detenuti dei due gruppi della trasgressione (maschile e femminile) attivi nel carcere di Bollate verranno affiancati nel lavoro dai componenti del Rotary che parteciperanno alla cerimonia. Per l’occasione, accanto al lavoro di zappa, verranno letti alcuni testi che parlano di errori, di alberi e di vite da ricostruire.

Lo Strappo nel carcere di Opera

LO STRAPPO
Quattro chiacchiere sul crimine

Venerdì, 16 marzo 2018, ore 20:00-22:45
Teatro del Carcere di Opera

Dopo la proiezione di un estratto del documentario, autori di reati, vittime, autorità istituzionali e giornalisti ne discutono in presenza di un pubblico, composto in particolare da detenuti, insegnanti, studenti degli ultimi anni delle superiori e università cui l’evento è dedicato.

Partecipano: 

  • Franco Roberti, già Procuratore Nazionale Anti Mafia
  • Umberto Ambrosoli, Presidente onorario associazione civile “Giorgio Ambrosoli”
  • Paolo Colonnello, Responsabile redazione milanese La Stampa
  • alcuni componenti del Gruppo della Trasgressione

Aprono e chiudono la serata Giacinto SicilianoSilvio di Gregorio, rispettivamente ex direttore e attuale direttore di Opera

Una iniziativa guardando al 21 marzo,
XXIII giornata nazionale della memoria e dell’impegno
in ricordo delle vittime innocenti di mafia

INFO LOGISTICHE:
Presentarsi entro le ore 19:15 all’ingresso del carcere
(Via Camporgnago, 40- Milano)
col documento di identità e senza oggetti elettronici

Per prenotarsi, è necessario compilare il modulo che trovate su Lo Strappo e inviare i dati entro le ore 24 di martedì 13 marzo.

GUARDA IL DOCUMENTARIO
Lo Strappo – Quattro chiacchiere sul crimine – Un percorso di educazione alla cittadinanza per scuole e associazioni.

VOCI di SCOUT –  3 FEBBRAIO 2018

Chiacchierata aperta su “Scelte e Stupore”

“Carcere”. Freddo, buio, solitudine, dolore. Prima ancora di pensare ai “criminali” che avrei incontrato, quelle erano le parole che si affollavano nella mente. Appena entrate nell’edificio, le guardie, il cemento, le porte che si serravano alle nostre spalle hanno solo ulteriormente aumentato l’immagine stereotipata che avevamo del luogo e delle persone con cui avremmo di lì a poco condiviso il pomeriggio.

Qualcosa inizia a cambiare quando sui muri all’interno della struttura principale compaiono disegni, poster, tinture – troppo –  colorate, e la situazione si fa ancora più assurda quando varchiamo la soglia del luogo dove si sarebbe svolto il workshop e ci ritroviamo davanti una trentina di uomini sorridenti, accoglienti, sinceri. Il Dott. Aparo, che gestisce l’incontro, è un po’ un Akela, un lupo capobranco, e chissà come,  ha la lealtà e la stima di tutti i presenti.

Dove sono finiti i criminali? Dove ladri e assassini? Questi uomini ci parlano di Stupore (e ne sanno più di noi che avevamo proposto il tema!) di famiglia, di amore, di coraggio di cambiare. Ad alcuni si incrina la voce, così che battono più forte i nostri cuori, altri si esprimono a sorrisi e qualche battuta sarcastica, si crea complicità… si può dire? Una piacevole e buona complicità.

Quasi ci dimentichiamo chi sono finché non iniziamo a parlare di scelte: le loro furono sbagliate, lo sanno e non si vergognano a dircelo. Dalla voce con cui raccontano si percepisce la consapevolezza e la volontà di essere persone nuove, di ricostruire la loro identità e la loro umanità. Mi sorprendo a pensare che mi sembrano uomini più liberi e consapevoli di quanto non si siano le persone là fuori, quelle che si credono libere.

Poi stupiscono noi, perché vedono cose che nel nostro tran tran quotidiano abbiamo smesso di guardare, le vediamo e basta, le diamo per scontate: il verde di un campo da calcio, il bianco sfavillante del Duomo di Milano, le luci silenziose del porto di San Remo, il crescere di un figlio, gli occhi commossi di una moglie. “Non ci si rende conto di ciò che si ha finché non lo si perde” ha detto uno di loro. Può sembrare banale, vero. Ma detto da lui mi è sembrata la cosa più vera che io abbia mai sentito… a che punto, mi chiedo, devo arrivare io per ricominciare a stupirmi della bellezza che ci circonda?

Le loro parole travolgono la nostra sensibilità… porterò sempre nel cuore e ringrazio colui che ha detto: non si può rinascere che attraverso il dolore. Noi che pensavamo di saper qualcosa di Stupore, che sulle Scelte avevano riflettuto, ci troviamo senza parole davanti a tanta limpidezza di mente e forza, forza di chi dal male (fatto anche e/o subito forse) decide di andare oltre, accettare, accettarsi, e pur stando obbligatoriamente fissi e fermi in un posto… andare avanti. Al momento di andare… Ho più di fiducia oggi nell’umanità, dopo aver incontrato voi, di quanta ne ho ogni giorno a scuola. Non riesco a salutarli! Vorrei dire: torno domani, credo in voi… e forse anche in me.

Per ricucire lo strappo

Milano: un documentario per ricucire “lo strappo” del crimine

All’Istituto Molinari di via Crescenzago, cinque scuole in rete e centinaia di studenti nella stessa aula magna per fare «quattro chiacchiere sul crimine» e per presentare il documentario

di Paolo Foschini, Corriere della sera, 23/01/08, Cronaca Milano

Fa un certo effetto vedere seduti uno accanto all’altro un ergastolano per mafia e il magistrato Alberto Nobili, che contro la mafia ha combattuto una vita, e sentire il primo che dice “è un privilegio essere qui con lei”, e il secondo che risponde “l’emozione è mia, la sua presenza qui oggi e il suo percorso di recupero sono una delle soddisfazioni più grandi che ho provato dacché faccio il mio lavoro”.

È solo uno dei (tanti) momenti intensi che hanno caratterizzato la mattina di ieri all’Istituto Molinari di via Crescenzago, cinque scuole in rete e centinaia di studenti nella stessa aula magna per fare “quattro chiacchiere sul crimine”, come recitava il titolo.

Chiacchiere si fa per dire, perché a parlarne e soprattutto rispondere alle domande dei ragazzi c’erano il fondatore di “Libera” don Luigi Ciotti, e familiari di vittime della criminalità più diversa – da Manlio Milani la cui moglie morì nella strage di Brescia a Maria Rosa Bartocci il cui marito fu ucciso in una rapina, da Margherita Asta che in un attentato di mafia perse la madre e due fratelli a Daniela Marcone a cui la criminalità uccise il padre – e poi il provveditore delle carceri lombarde, Luigi Pagano, e altri condannati per omicidio, e magistrati, giornalisti, avvocati.

Tutti lì per discutere di quella cosa che è “Lo strappo” prodotto ogni volta in cui c’è un crimine: strappo nella vittima, nella società, ma anche in chi lo compie. “Lo strappo” in effetti è anche il titolo del documentario presentato sempre ieri e realizzato su un’idea dello psicologo Angelo Aparo, del magistrato Francesco Cajani, del giornalista Carlo Casoli e del criminologo Walter Vannini, in collaborazione con il Comune, con Libera, con l’associazione Trasgressione.net, con la Casa della Memoria, con l’associazione Romano Canosa e con Agesci Lombardia. È scaricabile sul sito www.lostrappo.net.

Un motivo per farlo è già nelle parole con cui Manlio Milani lo apre: “Siamo abituati a pensare che le cose negative accadono sempre a qualcun altro, poi un bel giorno, quando colpiscono noi, ci accorgiamo che siamo parte di una realtà, che può colpire chiunque”.

La mattinata all’istituto Ettore Molinari, La locandina

Presentazione Manuale Dipendenze

 

Mercoledì, 7 febbraio, presso la sede dell’Università Cattolica di Milano verrà presentato il nostro Manuale sulle dipendenze. L’evento sarà organizzato come un mini convegno con due interventi di autori del libro e alcune persone invitate per l’evento.

L’inizio è previsto per le ore 14 e la fine sarà verso le 17.

Francesco Scopelliti


Il volume illustra un modello multidisciplina­re di intervento sui tossicodipendenti in area penale che possiamo definire come “modello Milano”. Si tratta di un modello che costruisce il risultato di un percorso lungo, nel quale si sono passati il testimone, nel corso del tempo, tante persone.

Credo sia difficile trovare esperienze altrettanto so­lide come “La Nave”, “La Vela”, “Spazio Blu”, Carce­re di Bollate e il Ser.T del Tribunale, tutte attive a Mi­lano. Sarebbe auspicabile che questo modello uscisse dalla sperimentalità per diventare una regola applicata ovunque.

Educare alla legalità, che vuol dire educare al ri­spetto reciproco, al riconoscimento dell’altro e della sua dignità, sulla falsa riga di quanto stabilito dalla Costituzione agli arti 3 e 27.

L’adesione alla regola passa attraverso l’assunzione di responsabilità, che è la con­sapevolezza che insieme si può stare rispondendo alla affidabilità altrui con la propria affidabilità. Se manca la fiducia reciproca la trasgressione dilaga.

Basandosi su questo tipo di considerazioni il manuale è un ottimo primo passo per camminare proficuamente sulla strada della formazione.

Gherardo Colombo

 

 

Una squadra per giocare

Ciao Max. vedo che ci hai proprio dato dentro! Non posso che ringraziarti e complimentarmi per il tuo giornalismo che se ne frega delle 3 ESSE (Sangue, Sesso e Soldi).

Vediamo se riusciamo a fare una squadra per un obiettivo che potrebbe diventare interessante per tutti: La creatività al servizio del recupero e della prevenzione.

Il calcolo è difficile, ma sarebbe interessante provare a fare una stima di quale risparmio avrebbe lo Stato sulle spese per provvedere ai danni causati dall’esercizio del crimine (cure per i feriti, orfani di servi dello Stato, adolescenti con i genitori in carcere) se ogni anno spendesse un milione di euro per coltivare la creatività fra gli adolescenti nelle scuole e fra i detenuti nelle carceri.

Litighiamo? Ma no, giochiamo!

ISTRUZIONI PER L’INGRESSO

  • Concerto aperto al pubblico
  • Prenotazione obbligatoria: con mail a info@trasgressione.net,
    indicando chiaramente i propri dati (Nome e Cognome, Luogo e data di nascita, N° carta di identità o passaporto o patente)
  • Elenco prenotazioni
  • Biglietto di ingresso: € 10 

Il ricavato verrà impiegato per sostenere le attività e il percorso dei detenuti e degli studenti del Gruppo della Trasgressione

 

Per l’ingresso in carcere è opportuno

  • presentarsi entro le ore 20:00;
  • lasciare in macchina cellulari e oggetti elettronici;
  • avere il documento personale a portata di mano.

“La storia siamo noi” (e 15 compleanni ben lo dimostrano)

L’esperienza con i boyscout è alle nostre spalle, ma sento che gran parte del suo valore lo ritroveremo e lo spenderemo nel tempo che abbiamo davanti

(Milano, 28.3.2003)

Questo pomeriggio dentro il carcere di Opera sentirò raccontare delle storie, ma una storia ne ha sempre un’altra che la contiene…

Pausa in cambusa – duellanti [2003]
Juri canta De Andrè [2003]
Incontro con Luigi Pagano [2003]
Rielaborazione [2003]
Stato di arresto [2003]
Nel nome del Padre [2004]
Cerchio scout [2004]
Juri, sempre immerso [2004]
Evasione [2006]
Staff al completo [2006]
Gloria Manzelli interroga su “vita, morte e miracoli di San Vittore” [2007]
Pulsanti scout [2007]
Antitesi e tesi [2008]
Accettazione qui! [2009]
Reato o non reato? [2009]
Uscita dal Tribunale [2009]
Pranzo domenicale [2009]
8 marzo [2009]
Restituzione al Gruppo della Trasgressione [2009]
Scontro tra Istituzioni [2009]
Le rappresentazioni della Giustizia a Palazzo di Giustizia [2010]
I simboli della Giustizia a Palazzo di Giustizia [2010]
Prove tecniche di trasmissione all’UEPE [2010]
Prove tecniche di ascolto all’UEPE [2010]
Sole fuori da San Vittore [2010]
Il dono del calzino [2011]
La persona offesa al centro [2011]
10 anni [2012]
E!STATE LIBERI [2012]
Trasgressione [2012]
Caccia al tesoro [2012]
Luci e voci [2012]
Noi chiediamo rispetto! [2012]
Cosa cuoce in pentola [2012]
Vittime per sempre [2012]
Bilancia [2012]
Uscita da San Vittore [2012]
Incontro con Maria Rosa Bartocci [2012]
Sito Internet [2012]
Imparare ad imparare [2012]
Vittime nella nostra città [2013]
CAPITOLO PRIMO

Per quanto mi riguarda, il “c’era una volta” parte dal febbraio del 2002 quando – per i misteri della vita – mi sono ritrovato ad accompagnare una scolaresca in visita alla redazione de “Il due” nel carcere di San Vittore. Ricordo ancora perfettamente 40 minuti fitti fitti a sentire parlare, tra le altre cose, di uno psicologo che aveva fondato un Gruppo detto addirittura “della Trasgressione” e ad un certo punto, seduto fino a quel momento in silenzio intorno al tavolo, una voce che soddisfa la mia curiosità: “il dott. Aparo sarei io”.

E’ capitato a molti di scambiare Juri per un detenuto, e così è capitato a me fino a quando l’ho sentito prendere la parola.

E non è stato amore a prima vista, si badi bene….. questo lo ricordo sempre perché a quell’incontro ne seguì un altro, nei mesi successivi in un bar vicino al carcere, che suggellò quello che in altre occasioni ho definito “un patto tra macellai”.

Nella mia incoscienza educativa proposi uno scambio di prigionieri: carne giovane di giovani scout in cerca d’autore vs. carne meno giovane ma ugualmente interessante. I primi prigionieri dei preconcetti tipici dei loro 19/20 anni, i secondi prigionieri di mura troppo strette. Entrambi però desiderosi di evasione, e – sia pure in quella prima fase inconsapevolmente – di mettersi a nudo fino al punto di farsi tagliare a piccoli pezzi da questa prospettiva di cambiamento interiore.

In questa trattativa la frase più “gentile” che Juri mi attribuì fù la seguente: “tu puzzi troppo di cristiano”. Falso… e comunque, nel corso degli anni, le parti si sono invertite anche su questo tema.

Nonostante queste premesse e la circostanza che poi superai anche il concorso per magistratura, l’idea (nostra, perché in fondo in fondo so per certo che lui non aspettava altro per il Gruppo) risultò vincente: partimmo nel marzo dell’anno dopo (2003) con il primo incontro in carcere, e da quel momento non abbiamo mai smesso.

Il nostro workshop scout sull’educazione alla legalità, dopo una prima esperienza nel 2001 completamente diversa ma ugualmente significativa, partiva proprio ponendo l’incontro con il Gruppo della Trasgressione al centro dei temi da affrontare insieme, anche grazie al prezioso supporto dell’Associazione Carcere Aperto di Monza, portata in dote a Milano da Silvia Consonni (compagna di clan prima e di studi universitari dopo, oggi Avvocato penalista) che in quei primi anni ebbe l’intuizione di utilizzare il tema carcere come “esca educativa”.

Il sabato pomeriggio, usciti dal carcere di San Vittore dopo quel primo incontro con il Gruppo, le emozioni di tutti i ragazzi partecipanti erano palpabili: passammo l’intera serata intorno a un grande cerchio, ciascuno raccontando di sé attraverso una canzone. Arrivò a sorpresa anche Juri con una chitarra, e cantò De Andrè (prove per i primi concerti della Trsg.band) per 4 volte di seguito (la capacità di sintesi del personaggio è nota). E io, ovviamente, De Gregori… ma, per me, bastava solo “La storia siamo noi”.

Nonostante questa ulteriore frattura (musicale), anno dopo anno, incontro dopo incontro, da Juri arrivò anche un complimento … meritato, perché rivolto (non certo a me ma) ai partecipanti dei primi quattro anni: “in carcere è entrato un fiume vitale, capace di moltiplicare le possibili combinazioni del desiderio di riconoscersi”.

Questo fiume vitale condusse, quale dono della moltiplicazione, all’approdo del Gruppo della Trasgressione in molti istituti scolastici. Ed impagabile fu per me il piacere di constatare che un gruppo di criminali riusciva ad incidere sull’indole di adolescenti, in 3 ore di “lezione” nelle classi, molto più di quanto gli insegnanti in un triennio.

Ma nonostante questa nuova forza (e, con essa, una sempre maggiore “dispersione positiva di energie”), con il Gruppo continuammo a progettare insieme nuove possibili combinazioni, financo a coinvolgere in questa esperienza di incontro – per ben due anni nel 2011 e 2013 – anche educatori scout provenienti da tutta Italia.

Fino ad allargare quel “desiderio di riconoscersi” alle vittime di reato

CAPITOLO SECONDO

Ma questa storia non avrebbe senso se non riconoscessi, anche qui, quello che mi sono portato a casa io.

Molte cose necessariamente dovranno rimanere, anche dopo 15 anni, ancora custodite in me: sono quelle storie (non mie) che alcuni ragazzi e ragazze hanno voluto affidarmi, adottandomi spesso come un fratello maggiore.

Altre le ho risistemate, in queste settimane, mettendole ad una ad una in fila in una bacheca elettronica e pescandole – per lo più – da alcuni miei appunti che poi hanno preso la forma di pensieri (spero) più strutturati ma soprattutto dai vecchi resoconti ancora online sulle pagine di trasgressione.net.

Di questi ultimi, alcune riflessioni finali dei partecipanti hanno avuto la forza di cambiare – insieme a me – anche il peso specifico del workshop stesso: penso, tra le tante, alle parole di Valeria e di Sofia… due visioni contrapposte che nel tempo hanno trovato una loro, oserei dire, mediazione.

Già… perché in tutto questo c’è anche un’altra data di questa storia: 30 giugno 2005. E’ proprio a quell’incontro sugli “obiettivi della punizione”, organizzato dal Gruppo della Trasgressione, che conobbi Walter Vannini e Guido Bertagna, entrambi amici di Juri.

Guido “incastrò” me l’anno dopo nell’organizzazione di una giornata con alcuni ragazzi sul tema delle vittime di reato, e io – che non sapevo poi come continuare da solo su questi temi ma che percepivo essere importanti (perché effettivamente “siamo più probabilmente vittime che probabilmente criminali”) – a mia volta “incastrai”, anche professionalmente, Walter.

A questo punto il passo verso il Centro per la giustizia riparativa e la mediazione del Comune di Milano è stato breve, fino a quella silenziosa lettura dei nomi delle vittime innocenti della mafia lo scorso 21 marzo all’interno del carcere di Opera.

E così, partendo da quella feconda idea di carcere come “esca educativa” per i ragazzi, siamo col tempo finalmente riusciti a regalare – in tre giorni dell’anno, tra febbraio ed aprile – occhiali per una visione prospettica su quello che succede quando viene commesso un reato: uno strappo nel tessuto sociale.

Uno strappo di cui, molto spesso, gli stessi ragazzi partecipanti sono stati vittime. E sono venuti al nostro workshop per iniziare ad afffontrare la fatica del ricucire, del rimettere insieme pezzi di carne. Anche se si sono ritrovati “dalla parte sbagliata”.

Non sempre però tutto è andato secondo le previsioni: ed anzi un incontro pubblico (durante il quale prese la parola anche un detenuto in permesso e in quel periodo ospite dell’Associazione Il Girasole) riuscì a mettere a dura prova le mie piccole capacità di uomo…. ma anche qui Juri è stato, come sempre, protettivo.

Protettivo nel senso di marcare sempre il campo di gioco per un confronto costruttivo…. ho recuperato gli appunti di quella domenica mattina e ho trovato anche la domanda di Juri a chi aveva appena concluso l’intervento: “se lei è un cristiano, come dice di essere, la vittima per definizione è suo parente… non le sembra quindi strano che lei non sappia come rivolgersi a quella persona che è morta, se non dirle che non si sente responsabile per quello che è successo? Perché è solo quando l’uomo cerca la sua responsabilità che diventa libero”.

Protettivo anche nei miei confronti, nel senso di togliere la parola ai detenuti quando tentavano di barattare l’immagine di me in carcere (cittadino come tutti gli altri, che si vuole porre delle domande di senso) con quella di una Autorità assente (che io non ho mai inteso, peraltro, difendere).

E poi ci sono stati anche gli spari in Tribunale a Milano, la mia Polizia Giudiziaria nei corridoi con le pistole di ordinanza in pugno e la mia amica Caterina, incinta e chiusa in una stanza insieme ad altre 40 persone. E la mia (seconda) fatica di passare oltre durante il workshop dell’anno successivo…

Ma tutti poi ci siamo rimessi in cammino, grazie a quella forza accumulata (come una piccola riserva interiore) durante gli anni precedenti, workshop dopo workshop.

CAPITOLO TERZO

Certo … fin dal 2003 parte essenziale in tutto questo camminare l’hanno fatta anche persone straordinarie come Luigi Pagano, Gloria Manzelli e Giacinto Siciliano che negli anni hanno voluto, anche loro, mettersi in gioco con noi.

Ad essi si aggiungono tutti coloro che, con spirito di servizio, hanno condiviso le fatiche organizzative e supportato/sopportato il tutto (sottoscritto compreso). Carlo Sbona in primis, che mi ha regalato il pallone per iniziare a giocare. Offrendomi così l’occasione concreta per rimettermi in cammino e senza del quale dunque – mi piace pensare anche oggi – io sarei rimasto vittima delle mie idee astratte (e, come tali, campate per aria).

Perché “una idea, un concetto, una idea fin che resta una idea è soltanto un’ astrazione”….  ed effettivamente, Gaber docet, siamo davvero riusciti a “mangiarci” questa idea, metabolizzandola e facendola camminare con le gambe di tutti i capi scout della staff organizzativa che, negli anni, hanno poi aggiunto idee su idee. Grazie anche a sensibilità diverse dovute a professioni diverse e a traiettorie esistenziali non pienamente sovrapponibili a quelle di un Pubblico Ministero e/o di un Avvocato penalista. E, tra queste idee, è pure fiorito Il Girasole che è diventata una realtà associativa all’avanguardia – a due passi dal carcere di San Vittore – anche nell’accogliere i familiari dei detenuti, familiari che scontano una analoga pena senza aver commesso il reato.

Ed, infine, parte ugualmente essenziale sono stati tutti quei professionisti che abbiamo scomodato, spesso al freddo ed in week end improponibili, per aiutare – con la loro presenza attiva durante tutte le varie fasi del workshop –  i ragazzi (ma, prima ancora, noi della staff). E tutti i Familiari che hanno voluto regalarci un pezzo della loro fatica nel rendere testimonianza ai loro cari uccisi.

Si capisce dunque che siamo oggi di fronte ad un “noi” molto numeroso, non più limitato a detenuti da una parte e ragazzi dall’altro.

In mezzo a questo “noi” ci sono (e ci sono sempre stato) anche io… e l’esercizio di rimettere tutto in ordine in quella bacheca, in uno con alcuni messaggi pervenuti per la festa di compleanno di domani, mi ha dato l’occasione di voltarmi per vedere limpidamente tutta la strada percorsa. E ho riscoperto il tesoro di questi 15 anni insieme, perché – altro tema ricorrente del coach Aparo e che ho riscritto sul mio taccuino di strada anche il 7 settembre scorso nel carcere di Opera con Marisa – “la riflessione è un lusso che non sempre l’essere umano si vuole concedere”.

Da buon macellaio che volevo essere, il primo che si è “fatto tagliare a pezzetti” da tutta questa storia sono stato io. Perché il Gruppo della Tragressione è stata una palestra vitale anche per il mio essere Pubblico Ministero, e di questo esercizio porto ancora con me il peso della maggior fatica nell’affrontare il mio ruolo istituzionale ogni giorno. Ma, come contrappeso, l’impagabile senso di una ritrovata profondità d’animo.

E allora grazie a tutti per questa storia, che finalmente posso qui raccontare anche ai miei due piccoli tesori in carne ed ossa, anche se stasera li ritroverò già addormentati al mio ritorno a casa.

THE END

And in the end/the love you take/is equal to/the love you make”…. Forse Juri, questo pomeriggio, mi ricorderà pubblicamente che anche questa strofa puzza di cristiano, ma è sempre un altro evergreen della mia colonna sonora. E poi su una cosa anche sir. Paul sbaglia: dall’esperienza del Gruppo della Trasgressione io ho ricevuto più di quanto possa essere riuscito a dare!

Grazie quindi anche a te, caro Angelo detto Juri per motivi ancora a me non del tutto chiari (al di là di quanto tu sei solito professare): nonostante le incommensurabili distanze nel nostro apparire e al netto di questo mio resoconto storico strampalato, tu sai quanto sia stato per me importante tutto questo nostro incontrarsi, “dentro e fuori” dal carcere.

E, last but not least, grazie a tutti noi per questo bel regalo di compleanno che ci siamo fatti, in tutti questi 15 anni.

“Fiori per un fiore”

Caro dott. Aparo,

alla fine “pago anche io il biglietto” per il 21 marzo 2017 a Operaeccolo qui.

Una somma di piccole cose, tra le quali – per quanto possa valere, dopo 15 anni di frequentazione – un personale attestato pubblico al valore del Gruppo della Trasgressione e alla bellezza di quello che sei e che fai.

IL 21 MARZO A LOCRI E IN 4000 LUOGHI D'ITALIA

Quanto può fare 940 diviso un mah?!” … così penso la sera del 20 marzo mentre devo decidere quante pagine ragionevolmente dovranno essere stampate per la lettura, al carcere di Opera, degli oltre 940 nomi delle vittime innocenti delle mafie. Un conto davvero complesso, soprattutto per uno come me che non ha mai amato la matematica ma, soprattutto, non ha la più pallida idea di quante persone l’indomani avrebbero avuto il coraggio di alzarsi in piedi e farsi avanti verso un leggio.

Di una sola cosa eravamo certi: che il leggio dovesse stare non sul palco ma sullo stesso piano dei presenti…. per riavvicinare, per quanto possibile, le distanze. Ma anche per altri motivi, non facilmente spiegabili a parole.

Alla fine mi convinco che 30 poteva essere un giusto compromesso, tra la speranza e il timore che caratterizza ogni prima volta.

Nonostante per me sia questa lettura il vero senso del mio 21 marzo 2017, decido comunque di attraversare tutta la città per arrivare a Quarto Oggiaro, in Piazzetta Capuana.

Non sembra per niente il primo giorno di primavera mentre, con il mio scooter, cerco di ripararmi dal vento freddo di Milano mentre il centro città degrada, sempre più, a periferia.

Le scritte sui muri però segnano costantemente tutto il mio percorso, oltre che la storia del nostro bistrattato Paese… del resto quel “Più lavoro meno sbirri di Locri assomiglia da vicino a quel “meno giudici, più libertà di quel 19 marzo 2010 a Milano, trentesimo anniversario dell’uccisione di Guido Galli.

Per un attimo realizzo così che sono proprio quelle due scritte, paradossalmente, ad aver segnato il punto di partenza e di arrivo non solo dei miei pensieri ma anche della mia fortunata coincidenza a ritrovarmi legato ai percorsi di riparazione con alcuni Familiari delle vittime di mafia, i cui sentimenti mi sconvolsero per la prima volta durante un incontro presso il Centro culturale San Fedele: era il 20 marzo 2010.

Ma non c’è però tempo per soffermarmi su quel pensiero perché sono ormai arrivato a destinazione: ho difficoltà a capire dove sia il palco perché sono subito colpito dall’immagine di diverse centinaia di fogli colorati appesi dappertutto… i numeri diventano visioni, e la prospettiva diventa necessariamente più complessa. Anche perché, su quei fogli, ci sono non solo i nomi ma anche le storie.

Nel ricercare quelle poche che davvero conosco, mi lascio interrogare dalle altre.

Non sono il solo, e allora simbolicamente immortalo anche la speranza di questa bella gioventù:

Da un altoparlante sento la voce, come sempre pimpante, di Lucilla che si rivolge ai moltissimi ragazzi presenti… grida a squarciagola quello che Peppino Impastato era solito dire a Cinisi, anche lei senza timore: “La mafia è una montagna di merda!”. Applausi.

Mi avvicino per vedere meglio l’effetto che fa… ha tra i capelli un bellissimo fiore arancione e continua il suo accorato discorso introduttivo.

Poi è il turno di Nando Dalla Chiesa…. ricorda amaramente come “quel Peppino Impastato è diventato noto solo grazie ad un film”, dopo tanti anni dalla sua morte e dalle calunnie fatte trapelare ad arte sul suo conto. Tanto che sua madre ebbe a dire di aver finalmente ricevuto giustizia: “Ha ottenuto giustizia non da una sentenza dello Stato italiano, ma da un film!”.

Ricorda i nomi e le storie di chi, nell’impiego pubblico (giudice, carabiniere, direttore di un ufficio di registro non importa), ha fatto il proprio dovere, pagando per questo con la vita. E conclude ricordando che “la lettura dei nomi mal si concilia con il brusio”.

Rimarrà immobile in mezzo al palco per tutto il resto del tempo, mentre un vento freddo ritorna alla carica e anche molte Autorità presenti, complici altri impegni istituzionali, scendono dal palco e si allontanano subito dopo aver letto alcuni nomi.

Gli altri Familiari sono ugualmente sul palco: intravedo Francesca seduta sul fondo mentre Lorenzo dall’altra parte è in piedi con la felpa di Libera. Nel mezzo Emanuela che, nervosamente, si tocca i capelli.

Quando finisce la lettura, mi complimento con Lucilla per la sua forza d’animo e, in cambio, ricevo due fiori di carta che avevano fino a quel momento abbellito la piazza: “questi li devi portare in carcere, mi raccomando!”.

Sorrido al pensiero di essere ricevuto dal Direttore Siciliano con due fiori in mano, ma ogni desiderio di Libera mi risuona – quasi sempre – come un ordine. Mi allontano non prima di aver staccato alcuni di quei fogli colorati, da recapitare ai rispettivi Familiari (impegnati come testimoni in altri luoghi d’Italia) come un ricordo milanese.

All’arrivo ad Opera c’è il tempo solo per venire a conoscenza che 180 detenuti avevano chiesto di partecipare all’incontro e tentare di conseguenza di rivedere, con Federica e Luana del centro per la giustizia riparativa e la mediazione penale del Comune di Milano, tutto l’impianto che avevano immaginato pensando invece ad una dinamica di un piccolo gruppo …… ma nel frattempo sono arrivati anche tutti gli altri ed entriamo nella sala del teatro interno al carcere.

Eccoci qui: una piccola delegazione della cd. società civile, 20 persone tra Familiari, mediatori del Comune di Milano, volontari di Libera e componenti esterni del Gruppo della Trasgressione. Più altre persone interessate a capirne di più, tra le quali intravedo anche Fabio e Maurizio, i due Carabinieri che lavorano ogni giorno con me e che, liberi dal servizio, hanno deciso di accettare il mio invito.

Dobbiamo iniziare perché sono già passate le 15.00, e del resto io non vedo l’ora perché il peso della corresponsabilità di questo momento iniziava ad essere insopportabile… per fortuna, accanto a me che riesco a dire solo poche cose e peraltro male, Giacinto Siciliano invece sapientemente parla di un concetto di sicurezza inteso quale restituzione di uno spazio di responsabilità alle persone che vogliono confrontarsi.

Silenzio.

Inizio a essere anche io più tranquillo: mi siedo mentre tiro un sospiro di sollievo perché realizzo che, comunque vada, l’importante era davvero iniziare.

Ed è Federica che, alzandosi dalla seconda fila, inizia con la pagina n. 1…. dalla sua voce, generalmente pacata, escono nomi e cognomi quasi urlati.

Ricordo quello che lei disse all’inizio del primo incontro, il 7 settembre 2016, tra Marisa e alcuni detenuti del Gruppo della Trasgressione, incontro durante il quale fu il mio amico Lorenzo Frigerio a buttare lì l’idea che si potesse continuare un percorso così importante con la lettura dei nomi delle vittime innocenti proprio in quello stesso carcere: “Il mediatore ha il compito di dare la parola alle persone”. Ed in quel momento mi sembra proprio che, con quelle piccole urla, stia ben assolvendo il suo compito: nomi che, dal 1893 ad oggi, chiedono a gran voce non solo Memoria ma anche, e soprattutto, Impegno.

Federica non fa a tempo a tornare al suo posto con in mano la pagina che ha appena letto che subito si avvicina al leggio un detenuto, e poi un altro. E un altro ancora.

Ognuno con il proprio timbro ma tutti con la voce spesso rotta dall’emozione….ma non è quello che a me colpisce, come invece sottolineerà Manlio Milani. Io sono rapito dal silenzio di tutto quello che gira intorno a quel leggio.

Perché, negli anni, sono stato a Modena, Roma, Milano e Firenze e mi ricordo perfettamente delle letture dei nomi delle vittime innocenti durante quelle Giornate del 21 marzo… ma un silenzio così, davvero, non riesco proprio a ricordarlo.

Un silenzio nel quale quei nomi assumono finalmente un significato diverso, come se qualcuno avesse deciso di “rimasterizzarne” l’audio e, al contempo, di liberarli dalla polvere accumulatasi negli anni.

Ad un certo punto si alza Manlio a leggere una pagina, ma poi sono ancora i detenuti a fare la fila.

Uno dopo l’altro. Sempre tutti in silenzio.

Si alza anche Marisa ma, prima di lei, è Luana a leggere il nome di Marcella.

Ma Marisa, ugualmente, legge la sua pagina scandendo nome dopo nome con uguale intensità, come se fossero, tutti e tutte, figli e figlie sue.

Tra un detenuto e l’altro riescono solo ad “infilarsi”, oltre ad un Maresciallo dei Carabinieri libero dal servizio e pertanto in abiti civili, l’Ispettrice Visentin – orgogliosa della sua uniforme di Polizia Penitenziaria indossata non come uno scudo ma come un servizio – e Cristina, che da grande sogna di diventare un Pubblico Ministero.

Perché, per il resto, se ci fossero altri fogli sarebbero sempre loro a leggerli: uno dietro l’altro, i detenuti del carcere di Opera. Pluriomicidi che fanno la fila, in religioso silenzio, di fianco ad un leggio. Tanto che l’ultimo foglio devono, per forza, leggerlo metà per uno.

La lettura termina. Il silenzio ancora no.

Mentre le volontarie di Libera, che nel frattempo si erano messe anche loro in fila, capiscono che devono necessariamente ritornare al loro posto. Riconosco Aurora: è stata lei che sabato sera aveva avuto il coraggio di una spudorata “richiesta di intercessione”, via telefono cellulare, per entrare in carcere. Consapevole di essere in ritardo, voleva comunque esserci ….a tutti i costi.

Chiedo aiuto alla freschezza dei suoi 26 anni per la parte più difficile, ma che – immerso nell’interminabile silenzio di quei 45 minuti – ho sentito non poteva mancare: i fiori di Lucilla.

Ancora una volta una immagine di Shakespeare mi indica il senso di tutto: “Fiori per un fiore”.

Ci alziamo insieme e andiamo a legarli, uno per parte, sul leggio. Alla fine io richiudo la cartelletta che, ormai, non contiene più quei 30 fogli. E torno a sedermi.

Sto molto meglio: immagino che quei nomi così possano tutti riposare, come Ophelia, finalmente in pace.

Non più disturbati da quel fruscio che anche questa mattina, nonostante il delicato avvertimento di un Familiare prima della lettura, aleggiava ogni tanto sulla piazza. O dalla puzza di qualche spinello, come lo scorso anno in Piazza Beccaria con la complicità di insegnanti distratti ad accompagnare anche qualche alunno svogliato.

E ripenso a tutte le volte che io stesso devo combattere, dentro di me, quel senso di svogliatezza che caratterizza l’essere umano in alcuni periodi della propria esistenza.

Ma è Aparo a ridarmi la carica, mentre alcuni Familiari e alcuni detenuti decidono che è arrivato il momento di fare un altro pezzo di strada insieme, ad iniziare dalla distanza che li separa dal palco e da 10 sedie bianche fino a quel momento vuote: “Vorrei regalare a Marisa e agli altri Familiari qui oggi presenti alcuni beni confiscati alla mafia. Si tratta di Beni che la criminalità organizzata ha utilizzato per uccidere senza però fermare la loro capacità di evolversi. Non possono restituire la vita alle loro vittime ma, grazie alla comunicazione con se stessi e con la società avviata e coltivata in carcere, si fanno oggi portavoce dei loro valori di civiltà”.

Di quei piccoli beni confiscati alla mafia declama ad alta voce nomi e cognomi, come aveva fatto quel 7 settembre quando l’incontro era necessariamente entrato nel vivo. Ho imparato ormai quello che questo vuole significare: come il mediatore, anche l’educatore in carcere – nel riconoscere l’altro tramite i segni distintivi della sua persona e non del suo reato – è in grado di “dare la parola alle persone”.

10 sedie bianche sul palco… 2 mediatori, 3 Familiari, 5 detenuti. Viene spontaneo a tutti lasciare la parola a chi il reato lo ha subito.

Marisa non esita un secondo di più: “da quel 7 settembre ho potuto incontrare qui in carcere tanti altri figli. Marcella non c’è più da quasi 27 anni ma oggi la sento viva come non l’ho mai sentita”.

Piango senza vergognarmi: l’ho sentita parlare ormai tante volte in pubblico della bellezza di Marcella e oggi, per la prima volta, finalmente riusciamo tutti a vedere – in primo piano – la bellezza di Marisa.

Tocca a Rosa…. aveva paura di non arrivare in tempo – una volta terminato il suo lavoro – a Opera ma, camminando di fianco a lei durante tutto il percorso che ci separava dal teatro, capisco che la vera paura era quella di voler entrare in carcere. “Quando hanno ucciso mio nonno all’inizio non riuscivo a capire…. Come un uomo può uccidere un altro uomo? Marisa una volta mi ha portato a Bergamo, c’era un ex camorrista che diceva che a Scampia i bambini non possono scegliere. Io, in prima fila, scuotevo la testa in completo disaccordo. Io non ci volevo credere …. sono andata a vedere di persona, e mi sono ricreduta. Io non perdono ma posso dire, oggi, che il mio dolore non è molto diverso dal vostro, perché nella vita si sbaglia. E anche io mi ero sbagliata”.

E’ il turno di Manlio Milani: “io non sono una vittima della mafia, ma questa mattina – in piazza della Loggia a Brescia – abbiamo alla fine letto anche i nomi delle vittime della strage. Perché non c’è differenza tra chi ha ucciso, così come tra chi è stato ucciso. Molte delle vittime non le conosciamo, ma la stessa cosa vale per chi ha commesso il reato: chi è il colpevole? Quale persona è? Cosa conosciamo di lui?”. Con questa conclusione: “anche io non credo nel perdono, ma al recupero della relazione sì. Occorre quindi alzare lo sguardo su chi ha commesso il reato ma anche su di noi”. Aria pura per i miei polmoni.

Il primo detenuto che prende la parola torna a quel 7 settembre e a quella domanda di Marisa: “perché?”. “Io ti avevo risposto: eravamo delle bestie. Poi c’è stata una persona che aveva detto: non accetto questa risposta perché, seppur bestie, eravate bestie con la consapevolezza. Ecco… ho riflettuto molto durante questi mesi: quella persona aveva ragione!”.

Ripenso al mio personale verbale di quel primo incontro, che ho regalato a Marisa con la speranza che potesse un giorno finalmente condividerlo con altri. E a Walter, oggi invece assente, che sarebbe stato contento di sentire l’effetto di quella sua obiezione da criminologo.

Ma subito sono colpito da un altro paradosso che viene messo a nudo, davanti a tutti, con una semplicità disarmante: “Ho ucciso una persona, la figlia di 10 anni mi ha perdonato pubblicamente. Io invece mi vergogno…. in questo ci dovete aiutare anche voi”.

Uno dopo l’altro, i detenuti del carcere di Opera sono un fiume in piena: “mentre sentivo quei nomi è stato automatico pensare alle persone che ho ucciso io. La prima volta che ho ucciso un uomo ho provato soddisfazione, si chiamava Roberto. Sono in carcere dal 1994, all’inizio non mi ricordavo neppure più come fosse. Poi ho provato dolore”.

Sono stato combattuto… mi alzo o non mi alzo… non volevo sporcare quei nomi. Ma alla fine ho deciso che dovevo fare qualcosa, anche oggi”.

Finalmente riesce ad arrivare sul palco anche Michele, altro Familiare: “Vado a Messa ogni mattina. Stamattina il Vangelo parlava di Pietro e di quella domanda: quante volte io devo perdonare?

Prende la parola Luana, che confida a tutti: “io non ero sicura di voler leggere quei nomi, quasi sottraendo una pagina alla lettura di un detenuto. Ma ho pensato che questo fosse una cosa giusta e ugualmente importante oggi: mi sono alzata pensando che di poter rappresentare la comunità, che necessariamente deve essere anch’essa qui presente”.

Sono le 17.20, abbiamo abbondantemente superato il tempo che ci eravamo prefissati di impiegare. Federica dal palco mi guarda come se dovessi anche io dire qualcosa, ma io invece passo la palla a Siciliano.

Non è da me non pagare il biglietto, come dice Aparo ogni volta che inizia un incontro del Gruppo della Trasgressione: l’ingresso è libero per tutti, ma tutti poi sono chiamati a pagare il biglietto esprimendo la propria opinione.

Ma io, questa volta, non ce la faccio.

Ripenso allo slogan di questa XXII Giornata della Memoria e dell’Impegno: “luoghi di speranza, testimoni di bellezza”. E non riesco a trovare nulla altro di bello da dire ai presenti, che sono stati così straordinari già di per loro.

Penso invece, per un lunghissimo attimo, a tante cose che bussano alla mia pancia tutte insieme, inaspettate.

A coloro che stanno in silenzio dietro le tende di quel palco e che invece potrebbero dire – come ha supplicato Don Ciotti anche domenica scorsa – “almeno dove li hanno seppelliti”: nomi ancora senza un corpo su cui piangere.

Al fatto che, come si è lasciato sfuggire un detenuto, “certo, non tutti le carceri sono come Opera…quello che riusciamo a fare qui difficilmente si può fare in altre realtà”. E al fatto che, come si è lasciato invece sfuggire un Familiare, “in carcere ho trovato una umanità che fuori spesso non riesco a trovare”. Affermazioni entrambe vere. Ma considerazioni, per me, terribilmente amare. Come cittadino, prima che come magistrato. Ma, a dire il vero, anche come magistrato: perché non capisco come sia possibile che la fecondità dell’idea del Gruppo della Trasgressione, e con essa le fatiche quotidiane e molto spesso neppure retribuite di Juri Aparo, non venga doverosamente considerata dalle Istituzioni come un Patrimonio dell’Umanità intera.

Non riesco poi a non pensare a quel filo rosso che lega Marcella Di Levrano, Gaetano Giordano e Giuseppe Tallarita: donne e uomini che hanno avuto tutti l’ardire di dire “no” alla mafia. E alla nostra società, invece così piena spesso di silenzi colpevoli.

Non riesco a non pensare a tutti quei rumori di sottofondo, brusii che spesso rendono banali le cose. Ai tempi veloci di quello che chiamiamo oggi il nostro vivere insieme, ai Familiari che stamattina ho visto scendere dal palco chiamati a testimoniare davanti ad una telecamera durante la lettura dei nomi dei loro cari, perché il TG di mezzogiorno ha tempi più stretti da quelli che la Memoria rigorosamente impone.

Non riesco a non pensare che sentenze dei Tribunali possano davvero essere sostituite dai film, sia pure importanti. E a quante volte ho sentito un Familiare lamentarsi contro questo o quel magistrato, tanto vicino al giudice dormiente raffigurato in un quadro che ogni tanto ancora oggi torna di moda.

Ma poi sento un Direttore di un carcere che sale sul palco e dice: “l’incontro di oggi da un senso al nostro lavoro” e la pancia inizia a farmi meno male.

Ci saranno altre occasioni, anche per dire ad Emanuela che, dentro un teatro che sta dentro un carcere, il nome di Piero Carpita è risuonato in tutta la sua bellezza.

E per restituire Memoria ad altre persone, anche perchè un detenuto, alla fine di tutto, si è avvicinato per chiedermi: “sono stato attento tutto il tempo ma nella lista dei nomi mancava la persona che ho ucciso io”.

Con l’Impegno di tutti.

Perché è vero che la mafia è una montagna di merda ma anche noi, molto spesso, siamo dediti a comportamenti maleodoranti. Ma riconoscere questo è già il primo passo per un cambiamento reale.

Come un lenzuolo bianco appeso da ciascun palermitano, speranza di Giovanni Falcone rievocata oggi all’interno di un carcere di massima sicurezza.

Nel quale, alla fine, ci sarebbe stata bene la musica della Trsg.band e quelle parole di De Andrè che abbiamo cantato anche al matrimonio di Sofia: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”.

Tra Opera e Milano, 21- 23 marzo 2017

Francesco Cajani