Il Gruppo della Trasgressione

di Jacopo Galasso e Angelo Aparo

L’Associazione Trasgressione.net, fondata più di vent’anni fa dal dottor Angelo Aparo, è formata da persone con alle spalle storie di vita diverse, ma accomunate da un unico obiettivo: studiare l’essere umano, con una attenzione particolare verso colui che, arrivando dal degrado, semina nel suo percorso altrettanto degrado, abuso e morte. Lo studio è rivolto anche al tempo che queste persone spendono all’interno del carcere e al come potranno impiegare questo tempo una volta che le porte della società si apriranno.

Questo obiettivo viene perseguito attraverso una sinergia tra psicologi, detenuti e studenti; ma anche familiari di vittime, giuristi, medici e comuni cittadini, i quali settimanalmente si riuniscono negli istituti penitenziari di Opera, Bollate e San Vittore.

Il lavoro svolto all’interno del Gruppo non va inteso nel senso del classico sostegno psicologico rivolto al detenuto ma come studio delle condizioni emotive e ambientali che spingono l’uomo alla voracità di potere e al successivo cambiamento. 

In merito al concetto di potere va ricordato il convegno del 21 novembre 2018 tenuto all’interno della Casa di Reclusione di Opera (Percorsi e derive del potere), dove il Gruppo ha potuto confrontarsi con personaggi illustri, quali Paolo Finzi (direttore della rivista anarchica “A”), Lella Costa, Dori Ghezzi, Amerigo Fusco e Roberto Cornelli (docente di criminologia dell’Università Milano Bicocca).  

Questo lavoro non resta isolato all’interno degli istituti di pena ma si diffonde e si concretizza anche all’esterno del carcere, dove i detenuti del Gruppo testimoniano il loro percorso, promuovono la legalità e la sensibilizzazione; prevengono le dipendenze e il bullismo; il tutto attraverso una serie di eventi con cornici diverse.

Il 26 novembre presso il Teatro De Sica di Peschiera Borromeo sono state interpretate dalla band del gruppo, la Trsg.band, diverse canzoni di Fabrizio De André. Le canzoni erano intervallate da considerazioni da parte di detenuti del carcere di Opera, ex detenuti e figure istituzionali su alcuni dei temi che uniscono il mondo di Fabrizio De André con quello del Gruppo della Trasgressione: l’abuso, il potere, il riconoscimento dell’Altro, il rapporto con l’autorità e le microscelte che portano l’individuo ad operare sul mondo ciò che si è seminato.

Un’altra serie di incontri che ha coinvolto il Gruppo prendono il nome de “Lo Strappo”, fra i più recenti quelli a Piacenza (29 gennaio) e a Novara (25 febbraio). Lo Strappo è un progetto nato dall’incontro di persone diverse ma complementari per le finalità e rivolto soprattutto alle scuole medie di secondo grado. Obiettivo principale è l’educazione alla complessità e alla cittadinanza, partendo da una domanda precisa: cosa succede a tutti i soggetti coinvolti quando viene commesso un reato? Le figure professionali che partecipano al progetto gravitano attorno al mondo della giustizia: magistrati, avvocati, giudici, psicologi, educatori, giornalisti, polizia penitenziaria, amministrazione carceraria. Tuttavia, le riflessioni più illuminanti sembrano venir fuori proprio dall’incontro paritetico dei protagonisti più coinvolti: i familiari di vittime e i rei, i quali dopo un lungo lavoro di conoscenza, introspezione, superamento del giudizio e del rancore, accettazione, apertura verso l’Altro e il suo dolore, recupero della coscienza esiliata e obnubilata, costruiscono una parentela, una prossimità. Un mutuo soccorso che può abbattere i muri più alti, quelli della mente.

Infine il Gruppo della Trasgressione tenta di consegnare i propri approfondimenti sulla legalità e la responsabilità agli adolescenti nelle scuole superiori: luoghi dove non sono rari atti di bullismo e dipendenze. Gli ultimi incontri di quest’anno, svolti presso l’Istituto Piamarta di Milano, sono stati decisamente proficui. Infatti hanno permesso ai detenuti del carcere di Opera di ascoltare e confrontarsi con gli studenti e di aiutarli a riflettere criticamente sulle loro fragilità, interne ed esterne all’ambiente scolastico.

Uno strumento importante di cui il gruppo si serve è il mito di Sisifo che, costruito anno dopo anno al tavolo del Gruppo della Trasgressione, consente ai detenuti di rappresentare, attraverso i dialoghi fra i vari personaggi, temi quali: l’arroganza, la seduzione, il rapporto difficle con l’autorità e quindi il rapporto genitori-figli; insomma i nodi problematici che vivono gli individui più a rischio.

Gli incontri in carcere e a scuola con i detenuti hanno consentito agli studenti di analizzare e comprendere meglio le storie dei detenuti del Gruppo e ogni singolo personaggio del mito, così da poterli riprodurre a loro volta. Infatti, la giornata conclusiva all’Istituto scolastico Piamarta, ha visto questa volta gli studenti nei panni dei personaggi del mito di Sisifo. 

In conclusione va anche evidenziato che l’Associazione viene affiancata dalla Cooperativa Trasgressione.net il cui obiettivo è il reinserimento socio-lavorativo del detenuto. Grazie al Lavoro esterno (art. 21), i detenuti hanno la possibilità di uscire dal carcere per svolgere attività lavorative oppure frequentare corsi di formazione professionale. Le difficoltà che queste persone incontrano durante o dopo avere scontato la pena non sono poche. Per questo motivo la Cooperativa le affianca permettendo loro di svolgere una serie di lavori, quali la consegna di frutta e verdura a bar, ristoranti e a gruppi di consumatori associati, bancarelle rionali con gli stessi prodotti (mercato di viale Papiniano, di Peschiera Borromeo), il restauro di beni artistici, lavori di manutenzione e di piccola ristrutturazione.

Progettare e lavorare con chi ha commesso reati giova al bene collettivo e alla conoscenza dei percorsi devianti più della pena che il condannato sconta in carcere. (A. Aparo)

Memoria e Impegno (21 marzo 2019)

A Padova, come dei Pionieri, con i temi de Lo Strappo

 

“Porrete nel cuore e nell’anima queste mie parole; ve le legherete alla mano come un segno e le terrete come un pendaglio tra gli occhi; le insegnerete ai vostri figli, parlandone quando sarai seduto in casa tua e quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai; le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte, perchè siano numerosi i vostri giorni e i giorni dei vostri figli, come i giorni del cielo sopra la terra”.

Persone nel nome delle quali la Memoria riesce a trasformarsi in Impegno e non in vendetta.

Ecco: forse sta per arrivare davvero la primavera…

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La memoria come strumento di cucitura del legame sociale

(ore 14.30-17.00: Padova, Sala Conferenze Cuamm. Medici con l’Africa – Opera San Francesco Saverio, via San Francesco 126)

La memoria che cuce tramite l’incontro con l'”altro”:

  • l’esperienza del libro dell’Incontro:  p.Guido Bertagna dialoga con Manlio Milani
  • ricucire lo “strappo”: Francesco Cajani

La memoria che cuce costruendo consapevolezza e identità territoriale:

La memoria che accoglie:

  • testimonianze di Familiari di vittime di altri Paesi (nipoti di Hyso Telaraj; sorella di un desaparecido messicano)

Moderano l’incontro: Daniela Marcone e Nando Dalla Chiesa

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Elisabetta e i pozzi di Andrea

La tragedia aerea di questi giorni in Etiopia ha comportato, tra l’altro, la morte di otto persone italiane impegnate nella costruzione di spazi di libertà.

In queste settimane è in Etiopia anche Elisabetta Cipollone, un concentrato di energia puntata a realizzare uno dei desideri di suo figlio Andrea: pozzi d’acqua per chi ha sete.

Dopo la morte del figlio quindicenne, travolto sulla strada da chi una sera si era concesso alla follia, un vecchio diario di Andrea bambino le ha permesso di convertire l’odio per chi toglie la vita in determinazione a promuovere la vita e a coinvolgere nel suo progetto anche chi in precedenza ha contribuito a togliere libertà e vita.

Ecco uno scambio di lettere con chi in passato è stato portatore e burattino del degrado sociale e che oggi, grazie a un lavoro di scavo dentro di sé e a un’alleanza con Elisabetta e altri come lei (Paolo Setti Carraro, Marisa Fiorani, Giorgio Bazzega, Margherita Asta), concorre a combattere il degrado.

Ed ecco l’intervista nella quale Elisabetta parla del progetto cui dedica buona parte delle proprie energie e al quale invita a partecipare persone che sono state in passato contrapposte o molto distanti: autori di reato, vittime di reato, comuni cittadini, figure istituzionali, aziende, giornalisti, studenti.

Credo che nel prossimo futuro persone come lei, in accordo con le istituzioni, pianteranno in carcere trivelle come quelle per l’acqua in Etiopia per recuperare e nutrire la coscienza di chi sconta la pena per i reati commessi al tempo in cui la bulimia di grandiositá ottundeva la coscienza di sé e dell’altro.

Sarebbe interessante avviare e finanziare uno studio serio su una sindrome oggi molto diffusa: la bulimia di eccitazione e di grandiosità. Qualche anno fa, al laboratorio del gruppo, ne avevamo anche individuato l’agente del contagio: il virus delle gioie corte.

I pozzi di Andrea, tra l’altro, sono al momento l’antidoto migliore per contrastarne la diffusione ed è per questo che Elisabetta Cipollone, al ritorno dall’Etiopia, sarà ospite al Gruppo della Trasgressione per il progetto: I protagonisti dell’avventura.

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Cara Emanuela

Cara Emanuela,  sono trascorsi 36 anni, una vita,  da quella triste sera e quest’oggi vorrei rassicurarti, e con te Carlo Alberto, che i tuoi nipoti, quelli che a malapena hai carezzato e quelli che non hai mai conosciuto, hanno il tuo stesso sguardo limpido ed aperto verso il mondo, la tua stessa curiosità verso il diverso, libera della paura che in questi giorni attanaglia una parte del Paese. Essi hanno, quale più, quale meno, l’età che avevi quando ci hai lasciato, sono uomini e donne maturi, onestamente consapevoli, come lo eri tu, delle loro fortune e dei privilegi di cui godono, e capaci di riconoscere in ogni essere quel tratto di umanità che ci distingue tutti e che ti ha portato a restituire al prossimo meno fortunato parte della forza e dell’amore di cui godevi.

Come te essi sanno valorizzare il contributo che ognuno deve e può dare alla costruzione della società civile, ciascuno con la sua individualità, secondo le sue capacità, senza settarismi, superando con lo slancio generoso, di cui anche tu sei stata capace, i ristretti limiti degli interessi familiari, di clan, di campanile, aprendosi verso un orizzonte molto più ampio ed elevato di comunità e di Paese.

Essi coltivano la cultura del rispetto, cui sono stati educati, che nasce dal rispetto delle culture, ciascuna con la sua dignità, a dispetto delle naturali diversità, ed in ciò mi ricordano il tuo entusiastico abbraccio della natura e del mondo siciliano.

E, lasciami aggiungere, benché piuttosto silenziosi, poiché non usi a berciare e sopraffare, essi non sono soli, ma rappresentano una quota consistente della nostra travagliata gioventù.

Vorrei anche dirti quanto è stato duro, difficile e spesso doloroso combattere in silenzio e col silenzio i tentativi, anche se umanamente comprensibili, di stravolgere la tua semplice umanità per farne un modello fuori dall’ordinario, elegiaco, a rimarcare una distanza inesistente dal tuo prossimo, elevandoti a icona, perfetta ed irraggiungibile, laddove, viceversa, la tua naturale e disarmante bontà, la tua essenza generosa, erano più che sufficienti a qualificare la tua indole semplice e comune.

Siamo stati educati alla generosità, all’attenzione al prossimo, allo sguardo verso la diffusa sofferenza umana, e mi piacerebbe che anche tu sapessi quanto ho saputo e potuto fare per i miei pazienti, in Italia e all’estero, continuando, benché in modo diverso, i tuoi progetti di vita solidale.

E come non ricordare in questi giorni, in cui incultura ed incompetenza paiono eretti a valori, che nel ’68 hai nuotato contro corrente, contro le semplificazioni estreme del sapere, contro l’opportunismo dell’egualitarismo esasperato, anticamera del disimpegno individuale e dell’irresponsabilità, propugnando il valore dello studio e dell’impegno, della conoscenza e dell’apprendimento.

Vorrei rassicurarti che non ho mai smesso, neppure un giorno, di studiare, di approfondire, di sforzarmi di capire, di ricercare, di migliorarmi perché i beneficiari del mio agire medico e umano potessero e possano godere dei frutti del mio sapere, per poter restituire alla comunità, di cui godo i benefici, almeno una parte di quel che ne ottengo, nella piena consapevolezza del piacere e della gioia che me ne derivano nell’immediato. So di dirti cose che voi ben conoscete, che avete praticato, per cui vi siete consapevolmente sacrificati. Ma non di meno oggi desidero ricordarlo a tutti noi.

E voglio infine ricordarti che, come voi, non ho mai smesso di sognare, né di credere nella possibilità di cambiare la realtà a partire dall’impegno, dal sacrificio, dall’accoglienza e dall’amore.

Con l’affetto e la dolcezza di sempre ti stringo forte, Paolo.

Pensieri dal carcere

Penultima fermata, Città Nuova, novembre 2018
Pensieri dal carcere, di Elena Granata

Abbiamo passato il primo muro di cinta, poi il controllo dei documenti e il ritiro di borse e cellulari, poi un lungo cortile al buio, infine un corridoio lungo e colorato, pieno di murales e di disegni colmi di vita. Eccoci dentro il carcere di Opera, nei pressi di Milano. Entrare in carcere è sempre un’esperienza intensa. Soprattutto per chi entra per una sera e poi sa che farà ritorno alla propria casa: le porte, i muri, i chiavistelli, i controlli, i codici, le armi.

Il coro della scuola dei miei figli è stato invitato ad uno spettacolo insieme a carcerati e così – a fine di una giornata di lavoro – mi trovo lì, in quella sala al buio, da una parte il pubblico dei reclusi, dall’altra le famiglie. La separazione è netta tra noi anche in quel momento. Questioni di sicurezza, ci dicono. Poi la musica, i racconti dei ragazzi che scontano la pena, il maestro di coro che spiega il percorso fatto. Bastano poche ore per ritrovarsi dalla stessa parte, tutti colpevoli e tutti innocenti, qualcuno “dentro” per un destino che magari è stato più crudele, qualcuno “fuori” per coincidenze positive che ci hanno condotti su altre strade. Bastano poche ore per sentirsi legati dal mistero delle nostre vite, così diverse. Ci siamo guardati, ascoltati, ci siamo commossi, abbiamo riso. Di quante sfumature può essere ricca la vita umana. Non si riflette mai a sufficienza su chi rimane dietro quelle sbarre per anni. Talvolta per una vita intera. Nel racconto di tanti di loro vi è il ricordo di un “prima che”. Prima che colpissi mio fratello, prima che perdessi la testa, prima che confondessi il senso delle cose. Un prima di bambini nelle case di infanzia, dello sguardo di un papà che li ha amati, di una maestra che aveva creduto in loro. Oppure un vuoto, nessun papà, nessuna casa confortevole, nessuna maestra attenta a loro.

C’è un prima e un dopo, fatale. La violenza lega per sempre la vittima e il carnefice e poi col tempo la differenza sfuma. Quella sera mi sono sembrati tutti ragazzini – non solo perché la gran parte di loro erano giovanissimi e con pene a lunga scadenza – capaci di emozionarsi per le note di una canzone, per il racconto di un compagno, per il sorriso di una studentessa volontaria in carcere.

È stato dolce e straziante salutarci a fine serata, lì dove le emozioni paiono amplificate dal confino e dalla nostalgia. Mi sono rimaste addosso dolorose le domande di sempre, quelle che dovrebbero turbare la nostra sensibilità di persone libere: che ne sarà di questi ragazzi? È il carcere, così come lo abbiamo sempre pensato, la soluzione sul lungo periodo? Quale è il confine tra colpa e responsabilità?

Basta non varcare mai quella soglia per pensare serenamente che chi ha sbagliato deve pagare. Appena la varchi capisci che quel mondo che abbiamo separato da noi, ci riguarda più di quanto possiamo immaginare. Quello che chiamiamo assassino, ha due occhi grandi da bambino e due occhi enormi che raccontano la sua paura. Non possiamo abbassare lo sguardo.

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Il lievito madre

A volte di fronte a un gesto di apertura, a uno scambio coraggioso proviamo commozione. Ci inteneriscono e ci conquistano i bambini, gli animali protagonisti di questo genere di eventi… che noi guardiamo con il sorriso benevolo dell’adulto e un po’ col desiderio di trovarci al loro posto.

L’improvvisa vicinanza, la sintonia fra soggetti, che a prima vista sembrano tanto distanti da non poter comunicare, ci cattura come se quella nuova e inattesa prossimità fosse la meta dei nostri desideri più antichi.

In questi giorni attorno a Natale girano tanti video che raccontano del bisogno nato con noi stessi, quello di trovare una risposta protettiva alla nostra fragilità, una esigenza così arcaica che non si lascia zittire nonostante le dimenticanze di cui siamo tutti più o meno responsabili, nonostante i ripetuti tentativi di surrogare il nostro primo bisogno dell’altro con pratiche mirate a dominare il bisogno e l’altro in quanto tale.

Mi fa piacere riportarne qualcuno dei video visti in questi giorni e di fronte ai quali mi sono sentito come un bambino che, tornando a casa dopo avere a lungo giocato, trova ad attenderlo il pane caldo preparato dalla nonna. E, a proposito di pane caldo, credo che quello che ognuno di noi prova di fronte al risveglio del desiderio antico possa e debba essere usato con i più giovani e… con le persone più distratte come fanno il panettiere o la vecchia nonna con il lievito madre: lo usano per dar vita al pane fresco e dall’impasto del nuovo pane ricavano quello che sarà il lievito per il prossimo giro.

Va nella stessa direzione dei video il dialogo a distanza pubblicato da Paolo Foschini sul CORRIERE DELLA SERA del 24/12/2018.

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Dialogo oltre i muri

CORRIERE DELLA SERA, 24 dicembre 2018
La madre e l’assassino. Dialogo oltre i muri
di Paolo Foschini

Sembra facile? No, questa cosa non ci assomiglia neanche di lontano a una cosa facile. Chi ha subito un crimine, o ha avuto un familiare vittima di un crimine, lo sa molto bene. E lo sa anche chi un crimine lo ha commesso. Non è facile neanche pensarlo, di incontrarsi. Figurarsi farlo. E parlarsi. Eppure. Non è detto che le cose difficili siano impossibili. Forse a volte sono necessarie.

Per questo leggete, nel giorno di Natale, queste due lettere. Da una parte una madre che ha perso un figlio. Ucciso da un pirata della strada. Dall’altra un ergastolano. Che di figli di altre madri, in un’altra vita, ne aveva uccisi più d’uno. Non serve che sappiate i dettagli delle loro storie di “prima”.

Quel che invece dovete sapere è che il loro incontro non è stato casuale. Fa parte di un progetto, che di persone come loro ne coinvolge ormai parecchie. Autori di violenza, vittime di violenza. Si chiama Gruppo della Trasgressione, era nato 2i anni fa nel carcere milanese di San Vittore su iniziativa dello psicoterapeuta Angelo Aparo che lo guida tuttora, e il suo scopo era quello di “motivare i detenuti a interrogarsi sul divenire delle loro scelte”.

Oggi “è un laboratorio permanente di riflessione cui partecipano detenuti, studenti universitarie comuni cittadini”, non più solo a San Vittore ma anche nelle carceri di Opera e Bollate, oltre che in una sede esterna a Milano dove il Gruppo è ospite dell’associazione Libera. Gli obiettivi principali sono “il riconoscimento reciproco, la formazione degli studenti, l’evoluzione del condannato, Io sviluppo di progetti comuni”.
Come funziona? “Durante gli incontri, partendo dalle relazioni e dai vissuti dell’esperienza deviante, detenuti, studenti e comuni cittadini riflettono e producono testi su come si diventa criminali, sul modo confuso con cui il principio della giustizia è presente anche nel predatore, sul se e come si può rinunciare gradualmente all’eccitazione dell’abuso per il piacere della relazione, su quanto sia difficile stabilizzare l’equilibrio psico-sociale del neo-cittadino proveniente da un’adolescenza vissuta nella devianza”.

Non è un percorso lineare né semplice, appunto. Ci vanno anni e impegno. Ma qual è il risultato? “L’incrocio fra le diverse attività favorisce nel detenuto il piacere e l’esercizio della responsabilità nei confronti dei progetti comuni, un senso di appartenenza alla collettività allargata, acquisizione di funzioni sociali riconoscibili, la progressiva emancipazione dall’identità deviante”. Basterebbe assistere a uno dei tanti incontri cui i componenti del Gruppo partecipano nelle scuole di fronte agli studenti per la prevenzione rispetto al bullismo. “Studiare, progettare e lavorare con chi ha commesso reati – conclude Aparo – giova alla società più della distanza garantita dalle mura del carcere”.

Ecco di seguito le due lettere

Cara Elisabetta…
Grazie per non esserti fatta soffocare dal rancore

Cara Elisabetta, eccomi a te, con la responsabilità di chi ha offeso la vita, per cercare di restituirti parte della bellezza che tu quotidianamente ci regali. In questi giorni mi è stato detto se avessi il desiderio di scriverti una lettera. Non ho risposto subito perché pensavo tra me: ci chattiamo e sentiamo tutti i giorni, ci raccontiamo, ci ascoltiamo e ci sosteniamo per rispondere alle nostre fragilità e al tormento che regna nella solitudine dove tante volte ci rifugiamo… Che potrei dire di più a Elisabetta attraverso una lettera?”. Ma ho capito bene, da molto tempo, quanto è importante che la positività sia fatta conoscere. Anche solo per dire che è possibile. E allora ecco.

Tu e io ci conosciamo da circa due anni e da subito l’empatia ha fatto da timone per indirizzarci verso il riconoscimento reciproco del nostro dolore. Partecipi alle iniziative del Gruppo della Trasgressione, vieni a incontrarci, insieme organizziamo anche eventi. Quante volte ti osservo mentre sei avulsa dal contesto dove ci troviamo e proprio in quei momenti mi sento inadeguato; il mio pensiero si fossilizza nel baratro, dei sensi di colpa e mi fa sentire responsabile di questi tuoi attimi di smarrimento. Donna senza risparmio d’amore! Donna che non ti dai un attimo di tregua nel portare il bene dove ha prevalso sempre il male. Combatti come un guerriero e ti fermi solamente quando riesci ad accudire noi, me… La vita è un mistero e l’uomo può solo ipotizzare di conoscerne una parte. Proprio questo mistero, a mio avviso, ci può donare quella prossimità di cui parla e ha scritto tanto il nostro prof. Angelo Aparo.
Tu, come tutti gli esseri umani, spingi verso l’infinito ma, a differenza di tantissimi, un infinito ben definito: la fusione con Andrea, tuo figlio, che vive dentro di te e ti proietta a favore del bene. Un bene che riconosco, rispetto, di cui usufruisco e per il quale sono grato. Un bene che ti restituisce, ogni qualvolta scatta la magia, un battito del cuore di Andrea.

Ricordo, e spesso lo dici nelle tue testimonianze, quanta rabbia e rancore e voglia di vendetta albergavano nei tuoi stati d’animo. Non vivevi se non per cercare giustizia, contro chi commette reati e contro parte delle Istituzioni che non riconoscevano, fino a prima dell’inizio delle tue battaglie, l’omicidio di strada. Poi hai conosciuto il Progetto Sicomoro.
Progetto basato su incontri tra parenti di vittime o vittime e i carnefici, responsabili di reato. All’inizio è stata una lotta senza esclusione di colpi psicologici. Ma dopo i primi incontri, ascoltando e soprattutto toccando con mano la vulnerabilità e le fragilità di quegli autori di reato, ha prevalso in te la tua vera identità, la matrice ben cucita del tuo senso materno verso persone che hanno sbagliato ma dietro i cui sbagli vi è una infanzia abortita dal loro (mio) disconoscimento da parte di tutti, famiglia compresa. Hai percepito che dietro quelle maschere che hanno caratterizzato negativamente la nostra, vita ci sono uomini bisognosi di essere nutriti dal valore che ci permette di essere restituiti alla società. Credo che non ci possa essere iniziativa migliore di quella che stai portando avanti tu.

Ti sei fatta alleata con chi prima combattevi senza remore. Una grande responsabilità. Che richiede impegno ma soprattutto capacità di cambiamento rispetto a un pensiero iniziale. Un lavoro fatto da chi ha subito l’offesa più grande che una madre possa subire: la morte di un figlio, per guida spericolata, da parte di uno scellerato che di responsabilità era privo. Non sono giudizi che potrebbero uscire dal mio pensiero poiché, come sai, ho compiuto le stesse crudeltà a ripetizione. Ma oggi, sentendomi un cittadino, sento anche il dovere di testimoniare a favore di chi ha subito, compresi noi stessi. Sono fortunato. E orgoglioso che tu abbia sposato le idee e iniziative del nostro Gruppo della Trasgressione.
Mi permetto di estendere un grazie da parte di tutto il gruppo per dirti che sei un valore aggiunto e una ulteriore fonte di speranza soprattutto per chi, come te, ha subito atrocità ed è ancora soffocato dal rancore. Vorrei scriverti tante altre cose ma questa è una lettera aperta nella quale un podi intimità nascosta non guasta. Raccontarsi con gli altri è un bene, raccontarsi a quattrocchi è amore.

Ti lascio con una sorta di poesia che ho scritto in uno dei tanti miei momenti di smarrimento. Eccola.

“Due occhi tra, le canne di bambù ascoltano il silenzio della notte che accarezza i pensieri. Gocce che cadono, diamanti senza luce, frecce di dolore piantate nel cuore. Eco di passi severi, tra le mani un raggio di sole che illumina occhi anelanti a libertà. Un attimo, un bagliore nel buio. L’anima si nasconde, vuole l’oblio delle colpe, mentre il cuore intona il canto del perdono”.

Con immensa gratitudine.

Roberto Cannavò

Caro Roberto… sono una vittima,
ma non si può fermare il bene

Esco dal carcere quasi di corsa, esco dal carcere e ho bisogno di una boccata d’aria, di luce. Ho bisogno di riprendere i contatti con il mondo esterno che pare mancarmi da tantissimo tempo. Esco dal carcere e mi rendo conto di aver fretta e so che la strada che mi separa da casa mi parrà interminabile.
Il punto è che lì, in quella dimensione dagli spazi finiti, sbarrati, ovattati, mi sono sentita soffocare e dentro quelle mura che violentano la libertà nulla sembra esistere se non il presente e un pesante passato che ha segnato tutte quelle vite. Prima di uscire mi sono soffermata due minuti a chiacchierare con un agente. Non avevo mai visto corridoi sbarrati che portano alle celle. E la mia prima volta in carcere. Guardo a destra e poi a sinistra. Sbarre e volti. Sbarre e mani. E braccia lunghe che le oltrepassano quasi a volermi toccare. Sbarre e mani e occhi che mi cercano.

Ho voglia di scappare perché quella visione mi fa male e dentro me ho solo spazio per il dolore perenne che provo per la morte di mio figlioSento la mia corazza farsi di cartapesta e non riesco più a celarmi dietro la coltre di rancore e odio che mi ha avvolta per quattro interminabili anni. Sono una Vittima, io. Sono una mamma monca, spezzata, mutilata. Una donna entrata in carcere per urlare agli autori di reato il mio dolore e per nessun’altra ragione che puntare il dito. Da giudice. Da inquisitore. Sono arrabbiata, legittimamente arrabbiata. Sono Vittima per sempre.

Ma ora, nell’uscire da quel luogo di espiazione mi sento meno calata nel mio ruolo totalizzante. Ogni certezza si sgretola e provo una salvifica compassione per gli autori di reato. Compassione nell’accezione più nobile di questo termine troppo spesso frainteso. Provo compassione e non comprendo come un essere umano possa sopportare una vita dietro quelle sbarre.

Proprio io che dietro quelle sbarre ce li avrei mandati tutti, i delinquenti. E senza neanche un giusto processo. Senza dovere aspettare quei tre gradi di giudizio che mi parevano un’enorme perdita di tempo e un grande spreco di denaro pubblico. E invece ecco che, calata in questa dimensione inaspettata, nessuno, ma proprio nessuno, neanche il più spietato assassino mi provoca sentimenti negativi. Nuovamente tento di combattere con quella che ero e che non sarò mai più. E mi dico che non posso trovare giustificazioni a tanto male e che la clemenza non rientrava proprio, neanche un po’, nei miei progetti di mamma orfana. Arrogante e chiusa nella mia bolla che credevo impenetrabile, mi atteggiavo a giudice senza averne alcun titolo. Ma arretra ogni difesa e perdo questa ardua lotta contro la mia gabbia fatta di odio e rancore. Da allora li incontro sempre. Sono persone, sono esseri umani che hanno sentimenti, che provano vergogna, rimorso. Persone che chiedono una seconda possibilità. Racconto il mio vissuto e trovo occhi pieni di lacrime e trovo solidarietà. Siamo facce della stessa medaglia: il dolore. Quello subito, quello provocato. Quegli occhi, quelle storie entrano dentro di me ed agiscono come il ferro operatorio di un abile chirurgo. Entrano nella carne e la feriscono, la fanno sanguinare. Quel ferro arriva in profondità e va a cercare il male per sradicarlo. Brucia, ma cauterizza. Ora so. Ne ho le prove.

Il male si può sconfiggere, si può arginare, si può anche fermare. Ma il bene no. Una volta innescato, il bene dilaga e invade e pervade, inarrestabile e permeabile, travolge tutto ciò che c’è intorno.
Mi sento una donna migliore. Sento che possiamo fare un pezzo di strada insieme, senza fretta, curandoci le ferite con un sorriso o un abbraccio. Senza troppe parole, fusi nei nostri ruoli e nei nostri dolori. Fuori piove, ma noi abbiamo il sole dentro. Si chiama Ascolto, Accoglienza, Amicizia, Affetto, Amore. Per me si chiama anche Andrea.

Elisabetta Cipollone

Chi si preoccupa di te? [Who cares about you? I do]

“It’s all rather simple.
See, if we focus on the pattern
instead of denying our own,
we can sometimes unlock
certain things”

[Dr. Lorenz–  behavioral hypnotist, meteorologist]

Nel cortile della scuola di Federico quest’anno ognuno cantava canzoni natalizie con attaccato al braccio uno “wish”, piccolo bigliettino sul quale ciascun bambino aveva scritto – pensando non a sé stesso ma agli altri – un proprio desiderio per un mondo migliore.

Nello scrivere il mio, oggi, penso alla fortuna di incontrare delle persone che ti invitano – qualsiasi sia la tua età – a compiere un percorso dentro la complessità del tuo io, per affrontare le paure e i drammi della tua vita (sia tu vittima o autore degli stessi).

Che poi, per chi crede e come oggi ricordava un giovane Sacerdote alla Messa dei bambini di seconda elementare raccolti sotto l’altare come un Presepe vivente, è come augurare: “Rallégrati, piena di grazia” [Lc 1,28].

Auguri a tutti!

A come Acqua, A come Andrea

Esco dal carcere quasi di corsa, ho bisogno di una boccata d’aria. Ho fretta e la strada che mi separa da casa mi parrà interminabile.

Il punto è che lì, in quegli spazi finiti, opprimenti, ovattati, mi sono sentita soffocare; dentro quelle mura che violentano la libertà, nulla sembra esistere se non il presente e un pesante passato che ha segnato tutte quelle vite.

Prima di uscire mi sono fermata due minuti a chiacchierare con un agente. Non avevo mai visto corridoi sbarrati che portano alle celle. È la mia prima volta in carcere. Sbarre e mani e occhi che mi cercano. Ho voglia di scappare perché quella visione mi fa male e dentro ho solo spazio per il dolore perenne che provo per la morte di Andrea, mio figlio.

Sento la mia corazza farsi di cartapesta e non riesco più a celarmi dietro la coltre di rancore e odio che mi ha avvolta per 4 interminabili anni. Sono una vittima, una mamma monca, spezzata, entrata in carcere per urlare agli autori di reato il mio dolore e per nessun’altra ragione che puntare il dito. Da giudice! Da inquisitore!

Sono arrabbiata, legittimamente arrabbiata. Sono Vittima per sempre, ma ora, nell’uscire da quel luogo di espiazione, mi sento meno calata nel mio ruolo totalizzante. Ogni certezza si sgretola e provo una salvifica compassione per gli autori di reato e non comprendo come un essere umano possa sopportare una vita dietro quelle mura. Proprio io che dietro quelle sbarre ce li avrei mandati tutti i delinquenti e senza neanche un giusto processo e tre gradi di giudizio, che mi parevano un’enorme perdita di tempo e un grande spreco di denaro pubblico.

Calata in questa nuova dimensione inaspettata, nessuno, nemmeno il più spietato assassino mi provoca sentimenti negativi; eppure la clemenza non rientrava proprio nei miei progetti di mamma orfana. Arrogante e chiusa nella mia bolla, mi atteggiavo a giudice senza averne alcun titolo. Ma arretra ogni difesa e perdo questa sterile lotta contro la mia gabbia fatta di odio e rancore.

Da allora li incontro sempre. Racconto loro il mio vissuto e trovo occhi pieni di lacrime e solidarietà. Siamo facce della stessa medaglia: il dolore, quello subìto, quello provocato. Quegli occhi, quelle storie entrano dentro di me e agiscono come il ferro operatorio di un abile chirurgo. Arriva in profondità e va a cercare il male per sradicarlo. Brucia ma cauterizza.

Ora so. Ne ho le prove! Il male si può sconfiggere, si può anche fermare ma il bene no! Una volta innescato, il bene dilaga e invade, inarrestabile, travolge tutto ciò che c’è intorno.

Mi sento una donna migliore. Sento che possiamo fare un pezzo di strada insieme, senza fretta, curandoci le ferite con un sorriso o un abbraccio, senza troppe parole, fusi nei nostri ruoli e nei nostri dolori.

Fuori piove, ma noi abbiamo il sole dentro. Si chiama Ascolto, Accoglienza, Amicizia, Affetto, Amore, Acqua, Andrea, un pozzo per Andrea

Elisabetta Cipollone

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