Raccontare una storia

In questo periodo di tirocinio ho affinato le mie capacità di ascolto e di empatia. Ascoltare non vuol dire semplicemente sentire la storia dell’altro distribuendo consigli, ma essere vicino a quella persona, nel qui e ora del racconto, cercando di intercettare e abbracciare ciò che l’altro vive. Sembra una cosa semplice e quasi scontata, soprattutto per noi studenti di psicologia, ma in questo periodo mi sono sempre più resa conto di quanto sia difficile. Tante volte ci auto-imponiamo di dare la risposta “giusta”, come se di risposta giusta si potesse parlare, perdendoci la ricchezza emotiva che solo un reale coinvolgimento nella discussione può dare.

Ho imparato che per conoscere e capire l’altro ci si deve armare di strumenti; primo tra questi è l’emozione che l’altro suscita in noi. Ogni giorno capisco qualcosa di nuovo rispetto a questa nuova modalità di sentire l’altro e sto imparando quanto sia divertente e, clinicamente utile, raccontare la storia di un’altra persona.

Mi sono cimentata, anche se pochissime volte, nella narrazione di una storia, ma ho già ripetutamente constatato che narrare una storia vuol dire farla nostra, vuol dire creare un legame, una relazione con il personaggio della storia.

Inoltre, chi narra una storia tende inevitabilmente a enfatizzarne alcuni aspetti e a minimizzarne altri; in questo modo viene offerta all’altro una lettura delle sue scelte e una direzione che possono anche essere diverse da quelle che il protagonista ha pensato fino a quel momento.

Non va trascurato, infine, che narrare una storia permette a noi stessi di riflettere sulla nostra.

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Vulnerabilità e fragilità

Ivan Puppo

Le otto del mattino di un lunedì qualunque, nel tragitto che separa la mia cella dal luogo di lavoro sguardi di facce assonnate mi sfiorano per estorcermi un buongiorno. Ne concedo sì e no una manciata. Come al solito, la giornata mi scivola addosso, piatta e avara come un corpo di donna ostile. Tutto regolare, salvo un pensiero che mi incalza, come un accordo musicale ripetuto all’infinito, mi perseguita. A volte i pensieri sono come ragnatele, si attaccano addosso e non li scrolli più via. L’ossessione ha un nome: “vulnerabilità e fragilità”. Un tema che ultimamente è oggetto di discussione al gruppo.

Scrivine, dice, e me lo scaraventa addosso come un regalo ormai sgradito. È una parola. Ho con questi concetti la stessa confidenza di un gorilla e un gorilla maschio per giunta. Poi sono pigro, scrivo se ne so di che. Però eccomi qua, chino sul tavolo, sigarette e penna tra le mani, deciso a liberarmi di questo tarlo.

Vulnerabilità e fragilità, due quasi sinonimi, in quanto siamo vulnerabili perché possiamo essere danneggiati da persone o da eventi esterni e siamo fragili in quanto soggetti alle debolezze e alle umane passioni. Vulnerabilità e fragilità sono proprietà intrinseche dell’essere umano che però, a seconda di come vengono coltivate, hanno implicazioni e sviluppi differenti.

Vivere sotto costante minaccia distorce la visione del mondo, induce ad attaccare per primi e, infine, traccia la rotta per un naufragio. Attaccai per non essere attaccato, così smisi di sentirmi vulnerabile, una corazza mi permise di sopravvivere, dove sopravvivere era il massimo consentito, ma una corazza indossata troppo a lungo diventa parte di te: a causa di essa non sei parte degli altri, non ti riconoscono, non li riconosci; non sai più farne a meno.

È una ragazza intrappolata in una fotografia. La guardo, è lì, così giovane e immobile nella fissità di un tempo perduto, sorride all’obiettivo. Mi ricorda quei soldati che a guerra finita non vollero o non seppero smettere di combattere. Forse perché combattere, qualche volta, è la sola cosa che ti resta. Bisogna cambiare, dice, ma cambiare implica possedere gli strumenti, il tempo, lo spazio per impiegarli. Senza strumenti e progetti in cui spendersi, so adesso, l’uomo è perduto. La guerra non ha mai fine.

Un filo sottile tesse una parentela tra vulnerabilità e fragilità, ma la fragilità trova il suo valore nella consapevolezza e nell’accettazione, ci permette di riconoscerci uomini negli altri uomini. Sì, la fragilità si impara. Qui, nella penombra di questa cella mi riconosco fragile, di una fragilità che non seppi mai. Proiettata dalla lampadina nuda, l’ombra sul muro fa la giusta supplenza di una donna che non c’è. Immaginandola, mi procuro il calore di un’illusione.

Guardo fuori dalla finestra, c’è un albero al limitare del campo: anche lui prigioniero, le sue radici nodose lo ormeggiano al terreno, a questo posto, come una nave in disarmo alla banchina del porto.

Con l’amarezza di chi ha distolto lo sguardo, soffoco un’imprecazione. Ma poi un pensiero si affaccia alla mente: “e se mi sbagliassi? Se ci fosse ancora in serbo per me una fortuna inaspettata?”. A proposito di illusioni necessarie.

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Figli dello stesso seme

Siamo figli dello stesso seme!

Lo si dice ovunque e forse ne siamo consapevoli un po’ tutti; ma, evidentemente, ciò non basta per individuare facilmente la direzione in cui procedere. Forse la  provenienza comune non è così riconoscibile, forse non è per tutti così significativa o forse occorre del lavoro per rendersene conto… e se, strada facendo, questo lavoro diventa un gioco, tanto meglio! Il nostro gioco si chiama:

Ti racconto la sua storia
dal rifiuto del mostro all’interesse per il vicino

Descrizione del gioco e istruzioni
Due persone si intervistano a vicenda per 10/15 minuti ed esplorano l’una la vita dell’altra per individuarne vicende, momenti significativi, relazioni, paure, conflitti, aspirazioni, emozioni che serviranno poi a raccontare la storia della persona intervistata.

In occasione del workshop del 13 aprile 2017 nel carcere di Opera, una mezza dozzina di detenuti del Gruppo della Trasgressione intervista altrettanti scout, che a loro volta intervistano i detenuti.

Pochi minuti per elaborare una storia, che viene raccontata subito dopo a tutti i presenti in presenza del protagonista intervistato poco prima.  Il racconto viene poi commentato da 3/4 persone del pubblico e dallo stesso protagonista, che comunicherà cosa ne ha ricavato.

Infine, il racconto viene giudicato e classificato sulla base della sua bellezza complessiva e di alcuni parametri specifici. Nel nostro gioco, è importante che in ogni storia siano riconoscibili:

  • il divenire della persona e dei suoi orizzonti, con i momenti e le fasi di evoluzione e/o di involuzione;
  • i momenti di massima distanza e di massima vicinanza emotiva fra il protagonista e il narratore;
  • uno sviluppo dinamico per cui colui che in una fase della storia sembra alieno e irriducibilmente distante, possa essere riconosciuto in un altro momento come nostro prossimo e parte significativa della nostra stessa natura.


Crediamo inoltre che per raccontare una bella storia sia utile:

  • tenere a mente e prendersi cura di dettagli ed episodi dell’altro ai quali spesso non si dedica attenzione;
  • individuare nella storia del protagonista conflitti fra spinte regressive ed emancipative. Nella vita di ciascuno di noi, in fondo, convivono da un lato dolori e dispiaceri che tengono ancorati al passato, dall’altro speranze e desideri di evoluzione che proiettano verso il futuro;
  • imparare a far sì che la persona di cui si racconta non si senta un insieme di avvenimenti ma un soggetto in divenire;
  • imparare a coinvolgere le persone che ascoltano.

Homo sum, humani nihil a me alienum puto
Tutto ciò che proviene dall’uomo mi riguarda
(Terenzio, 
Heautontimorumenos)

Alcune storie

La Ferrari

Nuccia Pessina

Il bambino era andato con la mamma dal meccanico a ritirare l’auto. La mamma era entrata negli uffici e stava facendo la fila per pagare. Il bambino si annoiava molto, voleva andare a casa prima possibile, i suoi amici lo aspettavano per una partitella al pallone. Poi vide una magnifica collezione di auto da corsa. Erano tutte ben allineate in un armadio di vetro, c’erano più ripiani dove auto di grossa cilindrata di tutte le marche e i colori erano disposte secondo l’epoca. In particolare fu una Ferrari rosso fiamma che lo colpì. Era un appassionato d’auto e, come la mamma uscì, subito le chiese se non potevano comprarla. La mamma gli disse sei matto, è un’auto da collezione, chissà cosa costa.

Costava sì, qualcosa più di cento euro, ma se il papà ci fosse stato, avrebbe potuto permettersela. Ma il papà non c’era, non c’era mai stato. Gli montò dentro una grande rabbia, e anche una incontenibile voglia di aprire l’anta di vetro e prendere l’auto, senza dire niente a nessuno. La mamma gli disse di aspettarla un attimo, che aveva dimenticato i guanti nell’ufficio. A lui non parve vero. Come in un sogno, aspettò che l’uscio si richiudesse dietro di lei, aprì l’anta, arraffò l’auto, se la infilò in tasca, richiuse con calma l’anta.

La mamma e il bambino rientrarono. La mamma preparò la cena. Il bambino era stranamente silenzioso. Il silenzio ovattato, che nella sua testa aveva accompagnato il furto, continuava. Gli sembrava di essere in un acquario.

Quando la mamma lo chiamò, si presentò a tavola per la cena. Mangiò di buon appetito, perché aveva sempre una gran fame, ma nel profondo era turbato. Sapeva di aver fatto una cosa brutta. Si vergognava, ma era anche contento di avere un’auto da corsa tutta sua.

Quando fu a letto, dopo che la mamma gli diede la buona notte, prese la Ferrari in mano e se la rigirò con calma. Era lucente, era perfetta, era un capolavoro in miniatura, era sua. Stava per appoggiarla sul ripiano, quando si rese conto che non poteva. L’auto era sua ma doveva tenerla nascosta. I suoi occhi, che durante il furto avevano brillato di determinazione e di desiderio, ora erano di una tristezza infinita. Faticò ad addormentarsi, poi la stanchezza ebbe la meglio.

L’auto era lì, era rossa, fiammeggiante, perfetta, posteggiata di fronte al bar dove la sua compagnia si ritrovava ogni sera dopo aver fatto un giro. Quella sera erano andati al cinema. Avevano visto un film d’azione, dove le auto erano protagoniste, insieme agli uomini. C’era un attore che non aveva mai visto ma che gli era piaciuto molto: Ryan Gosling. Nel film era un pilota d’auto da corsa, molto bravo, vinceva spesso. Questo nella sua prima vita. Ma poi ne aveva una seconda: guidava per una gang che metteva a segno rapine importanti. Li accompagnava sul posto e poi guidava a tutta birra, spericolatamente ma in modo magistrale e seminava chiunque. Tutto filava liscio, sembrava potesse continuare così per sempre, ma poi la sua prima vita era entrata in rotta di collisione con la seconda ed era successo il disastro.

Guardò l’auto e si sentì come in quel giorno della sua infanzia. La voleva ma non poteva permettersela, non avrebbe potuto permettersela mai. E di nuovo la rabbia dilagò dentro di lui. E di nuovo si sentì in un acquario, di nuovo un silenzio innaturale ovattò la realtà intorno a lui.

Quando il silenzio cessò, si ritrovò a guidare l’auto che aveva rubato. Era stato semplice. Aveva forzato la serratura, era salito e aveva messo in moto coi cavi. L’aveva fatto da solo. Aveva aspettato che tutti se ne andassero a casa. Era ritornato sui suoi passi e aveva messo a segno il colpo.

Stava decidendo come comportarsi, quando la polizia lo fermò, gli chiese patente e libretto e… lo arrestò. Ancora una volta il misfatto era stato scoperto, ma questa volta non dalla mamma.

Dopo qualche anno e qualche rapina, era il signore assoluto in una cella dove aveva tutto il tempo per pensare, studiare, capire, provare a spiegare, ricordare. Ripensava alla sua vita, ripensava a se stesso bambino e poi adolescente. Tutto era diverso ma, in un certo senso, tutto era uguale. Dentro di lui covava sempre quella rabbia sorda che gli aveva rovinato la vita. C’era un vuoto che nessuna auto, nessun bottino aveva saputo colmare.

Un giorno ebbe il permesso di ricevere la visita di suo figlio. Andò al colloquio senza sapere bene che cosa aspettarsi. Senza sapere bene nemmeno che cosa dire. O fare. Era totalmente impreparato ad affrontare suo figlio. Ci pensò il bambino a dirigere l’incontro. Raccontava e faceva domande. Era facile rispondergli e nello stesso tempo difficilissimo.

Si accorse che badava a quel che diceva, anche se non avrebbe saputo dire perché. Si accorse che nei racconti del bambino lui non c’era. Si accorse che nella vita del bambino lui non c’era. Si accorse che nella vita di tutti coloro che amava lui non c’era.

Quando il colloquio finì, il bambino lo abbracciò. Sentì la stretta e il calore del suo corpicino e dopo un attimo di esitazione si lasciò abbracciare e poi ricambiò la stretta. Capì che era da lì che doveva cominciare a lasciare dei segni giusti del suo passaggio. Capì che lui doveva cominciare ad esserci per suo figlio. Capì che desiderava che suo figlio gli volesse bene. E decise di provare a far sì che suo figlio non sentisse dentro di sé un vuoto che avrebbe cercato di riempire nel modo sbagliato.

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Al gruppo per cercare

Cecilia Braschi

“Al gruppo si viene per cercare, non per diagnosticare”.

Queste le parole del Dott. Aparo durante un normale incontro del martedì. Parole da cui emerge l’idea del Gruppo della Trasgressione come strumento di conoscenza di sé, dell’altro e del mondo; di fronte al quale ci si dovrebbe quindi porre nel modo più umile, curioso e ricettivo possibile.

Il fatto è che siamo tutti incredibilmente piccoli di fronte alla conoscenza, o forse è quest’ultima ad essere spaventosamente ampia ed incontrollabile per le possibilità umane. Più cresco, più studio, più mi rendo conto che la strada da fare si allunga, che le cose per cui vale la pena studiare ed informarsi si accumulano smisuratamente. Il cammino della conoscenza è interminabile, anche se mi rendo conto di quanto sia gratificante percorrerlo a piccoli passi.

Ecco, rispetto a questo lunghissimo percorso possono esserci atteggiamenti diversi: da una parte coloro che si lasciano affascinare da questa avventura, cercando di avanzare sul sentiero al massimo delle loro possibilità; all’estremo opposto, coloro che, accecati da chissà cos’altro, non riconoscono o ancor peggio denigrano questo tesoro che la storia e la vita ci offrono.

La parte più coinvolgente di questa storia si presenta quando qualcuno decide di tracciarsi un sentiero per passare da una parte all’altra, dalla cecità totale all’apertura più profonda, ed è a questo passaggio che assisto giorno dopo giorno al Gruppo della Trasgressione: persone che probabilmente fino a qualche anno o decennio fa se ne infischiavano della mitologia greca, del significato della parola “dialettica”, piuttosto che di comporre poesie, oggi le vedo fare domande e incuriosirsi. I vissuti personali vengono riletti alla luce di ciò che la psicologia, la filosofia, la pedagogia, la mitologia insegnano a tutti noi; si analizzano conflitti e stati d’animo fino a farne delle rappresentazioni teatrali. Fa un certo effetto vedere come, una volta riaperti gli occhi e spolverata la coscienza, la cultura, intesa come bagaglio personale di conoscenze, possa affascinare e attrarre a sé anche chi l’aveva ignorata.

Ma se parliamo di cultura come strumento di salvezza allora non ci riferiamo soltanto ai detenuti (per quanto nel nostro caso ci si concentri su di loro), poiché tutti, ma veramente tutti, in un modo o nell’altro possiamo ottenere questo beneficio, quale che sia la nostra condizione di partenza. Mi è rimasta molto impressa la vicenda raccontatami dal Dott. Aparo della ragazzina filippina, vittima di un abuso, la quale ha accettato di interagire con lui, probabilmente grazie al fatto che la prima domanda che il Dottore le ha rivolto è stata: ma tu cosa sai delle Filippine? Dopo aver francamente dichiarato di non saperne nulla, la ragazzina si è ripresentata qualche giorno dopo fornendo una sfilza di informazioni estremamente dettagliate sul conto delle Filippine. Bene, non è esattamente quello che ci si aspetta da una persona della sua età reduce da un simile trauma, eppure in questo caso il sapere ha dimostrato di avere anche questa forza, quella di unire le persone in una relazione, di creare un legame, cosa di cui probabilmente lei ha molto bisogno.

E credo che questo valga un po’ per tutti. Al Gruppo della Trasgressione si viene continuamente esposti a nuovi contenuti, a domande e riflessioni che potenzialmente tutti possono fare, ma su cui raramente si scava a fondo durante la vita di tutti i giorni. E allora devo ringraziare per l’esistenza di quelle persone che si prendono la briga di farti accomodare, dimenticare quello che sta fuori e riflettere su quello che c’è dentro.

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Prevenzione bullismo 2016/17

Milano, 14 aprile 2017

PROGETTO PREVENZIONE BULLISMO
Rotary club Milano Duomo
Gruppo della Trasgressione
Anno scolastico 2016/2017

 

In relazione al progetto concordato per l’anno 2016-2017, nell’ambito degli interventi nelle scuole per la prevenzione al bullismo, il “Gruppo della Trasgressione” ha svolto un intervento articolato su due piani concentrandosi sul Centro di Formazione Professionale Pia Marta:

  1. Tre incontri mirati su 20 ragazzi (fra i 16 e i 18 anni) per i quali, a giudizio degli insegnanti (con i quali abbiamo tra l’altro consolidato una buona sintonia), erano stati rilevati: particolari disagi in ambito familiare, difficoltà di relazione con i compagni, scarso rendimento scolastico, manifestazioni di insofferenza verso le regole, coinvolgimento in atti devianti e, infine, condanne penali, pur se con misure alternative alla carcerazione quali: messa alla prova, affidamento in comunità;
  2. Quattro incontri, con coinvolgimento di un centinaio di studenti, nel corso dei quali, nell’auditorium dell’istituto scolastico e nel teatro del carcere di Opera, vi è stata la solita vivace interazione fra una nutrita selezione dei componenti del “Gruppo della Trasgressione” e le 4 classi selezionate dai responsabili dell’istituto scolastico coinvolto. Oggetto degli incontri è stato il tema del “Raccontare Storie”

Più in dettaglio, per quanto riguarda il primo punto, sono stati formati due gruppi ristretti che coinvolgevano ognuno una decina di studenti della scuola e 6/7 componenti del Gruppo della Trasgressione (studenti e detenuti). Per la prima volta i componenti del Gruppo hanno tenuto gli incontri senza il coordinamento del Dott. Aparo, il quale ha invece avuto il ruolo di supervisore, al termine di ogni incontro ristretto. A tale proposito, sono state fatte delle riunioni durante le quali è stato riportato quanto emerso durante il gruppo, sono stati discussi i successi, affrontati i dubbi che sono sorti e si sono pianificate le strategie e le linee guida da mantenere nell’incontro successivo.

Durante questi incontri si è cercato, tra l’altro, di far sì che i ragazzi della scuola imparassero a raccontare la storia dei detenuti del Gruppo e viceversa.

Saper raccontare la storia di una persona permette a chi la racconta di imparare a tenere in mente e a prendersi cura di dettagli ed episodi dell’altro ai quali spesso non si dedica attenzione; permette di imparare a coinvolgere le persone che ascoltano e fa sì che la persona raccontata non si senta un insieme di avvenimenti ma un soggetto in divenire; permette di individuare nella storia del protagonista conflitti fra spinte regressive ed emancipative, dolori e dispiaceri che tengono tante volte ancorati al passato, ma anche speranze e desideri di evoluzione che proiettano verso il futuro.

Nei primi due incontri, in cui sono state coinvolte tutte e 4 le classi del progetto, si è affrontato il tema della scelta, del percorso che porta a determinate scelte, delle emozioni coinvolte e delle conseguenze delle scelte fatte (Vedi su www.trasgressione.netMicro e macro-scelte”.

Significativo è stato anche l’incontro svoltosi all’interno del carcere di Opera. L’esperienza di entrare (per alcuni di rientrare) in un carcere ha facilitato la riflessione sulle conseguenze delle proprie scelte, pur se, nel complesso, questa giornata è stata la meno vivace. La partecipazione degli studenti è stata modesta, pur se gli incontri successivi hanno reso evidente che la giornata ha seminato in loro spunti di ulteriore riflessione e di autocritica.

Durante l’incontro finale, gli studenti coinvolti nei gruppi ristretti hanno consegnato ai loro compagni, ai loro insegnati e ai componenti del Rotary presenti, le storie che hanno imparato a raccontare e ciò che hanno vissuto durante gli incontri.

Nel complesso, il progetto ci è cresciuto fra le mani via via che lo si portava avanti e ha coinvolto sia i detenuti che hanno alle spalle anni di carcere (vedi i loro scritti su www.vocidalponte.it) sia gli adolescenti incastrati in situazioni famigliari e sociali complicate. Quello che abbiamo constatato e che stiamo continuando a vedere anche dopo la conclusione ufficiale degli incontri è lo sviluppo di relazioni e di progetti che hanno, chiaramente riconoscibile, il sapore della fiducia.

I risultati dell’esperienza sono tangibili: molti dei ragazzi coinvolti hanno cominciato a frequentare le nostre attività, sono venuti a una rappresentazione del Mito di Sisifo, partecipano il sabato alla bancarella, dove comunicano le loro difficoltà, ricercando nel nostro gruppo un sostegno e un riferimento per sentirsi riconosciuti e per porsi domande.

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Un viaggio nell’adolescenza

Roberto Cannavò

L’esperienza che sto vivendo con gli studenti del Pia Marta è una forma di rivisitazione della mia, anzi mi permetto di dire, della nostra adolescenza. A differenza dell’esperienze che abbiamo fatto fino a oggi presso le varie scuole di Milano e Provincia, dove i confronti con gli studenti sono stati quasi sempre stati introdotti da rappresentazioni teatrali (il mito di Sisifo e altro), al Pia Marta abbiamo seguito un altro percorso, interagendo direttamente con alcuni studenti di circa 18 anni, segnalati per la loro “vivacità” dallo stesso Istituto.

Il 27 febbraio abbiamo avuto il primo incontro, durante il quale vi è stata una reciproca esplorazione tra loro e noi. Il 6 marzo, per essere più incisivi e per creare un po’ d’intimità, ci siamo divisi in 2 gruppi. In quello di cui faccio parte, l’inizio è stato, da parte degli studenti, solo di ascolto: nessuno di loro aveva rotto il guscio. Quindi, Massimo, componente del Gruppo della Trasgressione, ha iniziato a parlare della sua adolescenza e di tutte le scelte sbagliate, sicuramente fatte anche per colpe non sue, che lo hanno portato su percorsi devianti. Accanto a me era seduta una studentessa che aveva prodotto uno scritto, ma che, forse per mancanza di autostima, come in seguito mi confidò, non voleva fosse letto. Alla fine, tuttavia, siamo riusciti nell’intento di condividerlo.

Intanto che Massimo continuava a raccontarsi, cercavo di spiare nel modo più discreto possibile le emozioni di ogni singolo, compresi i miei compagni di gruppo. L’attenzione è stata altissima e mi ha fatto da apripista per raccontarmi un po’. Lo stesso hanno fatto altri miei compagni. Poi, durante una piccola pausa, ognuno di noi si è relazionato, a livello individuale, con uno studente e quando abbiamo ripreso l’incontro, come per magia, si sono rotte le corazze, così che abbiamo raccolto da ogni studente un pezzo della sua vita.

Ciò, secondo l’esperienza che sto facendo da anni con il gruppo, si è potuto realizzare (non avevo nessun dubbio in merito) in conseguenza del fatto che per primi ci siamo raccontati noi. I ragazzi prima si sono a tratti rispecchiati nelle stesse problematiche, poi è stato per loro quasi un dovere restituirci qualcosa del loro intimo.

Abbiamo creato così tanto feeling che il 20 marzo 2017, penultimo giorno dei nostri incontri con gli stessi studenti, abbiamo stabilito un patto: raccontare la nostra esperienza pubblicamente. Il “gioco”, se così lo possiamo definire, consisteva nell’essere protagonisti uno della storia dell’altro. Infatti, io ho raccontato, con il suo consenso, la storia di una ragazza e lei la mia. Lo stesso hanno fatto altri componenti del Gruppo della Trasgressione con altri studenti.

Sicuramente siamo all’inizio di un grande lavoro che condurrà i ragazzi e noi stessi verso la conquista di quei valori insiti in ognuno di noi, ma che sono stati abortiti nel corso del viaggio adolescenziale per ragioni che cercheremo di scoprire durante questo meraviglioso lavoro. Il tutto è così bello e promettente che auspico possa avere una continuità responsabilmente riconosciuta da parte delle Istituzioni.

I nostri obiettivi sono quelli di fare emergere le fragilità e le insicurezze che portano tante volte a rispondere con condotte devianti e con alleanze con cui si scivola gradualmente verso la perdita dei valori morali, l’autoreclusione e, nei casi estremi, il suicidio: strade che, purtroppo, abbiamo percorso in passato noi detenuti del Gruppo della Trasgressione e che, oggi, chi crede realmente nel recupero dell’uomo e della sua dignità ci aiuta a ripercorrere in senso inverso.

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Con gli studenti sulla trasgressione

Verbale dall’incontro a Opera del 29-03-2017
Cristina Brioschi

Gli studenti della scuola “Laura Conti” di Buccinasco avevano già partecipato ad un incontro con il Gruppo della Trasgressione, sono perciò arrivati al Carcere di Opera con alcuni spunti, a partire dai quali si è snodata la discussione della mattinata. In particolare, i ragazzi avevano individuato tre diversi tipi di trasgressione (utile, inutile, inutile ma comprensibile) e insieme ci si è chiesti se avessero una matrice comune.

Questa è stata dapprima individuata nel superamento di un confine e nel voler raggiungere un obiettivo. Quest’ultimo concetto è un po’ vacillato quando ci si è chiesti quale potesse essere l’obiettivo di dar fuoco ad un clochard. Si è quindi passati all’ipotesi che le trasgressioni, più che avere un obiettivo chiaro, hanno di solito una spinta confusa. Proprio il fatto che in molti casi non sono ragionate e progettate segna un discrimine tra un gesto che distrugge e uno che crea. Quest’ultimo ha come caratteristica quella di far parte di un percorso che tende ad un fine.

A questo punto Marco (ragazzo della scuola di Buccinasco) ha chiesto ai detenuti perché si fanno trasgressioni inutili e dannose, pur avendole riconosciute come tali. Spesso le si fa perché si dà il carattere dell’irrinunciabilità a qualcosa che non si possiede.

L’individuare la condizione di vita che può dar luogo a questa tensione è stato utile per capire che questa tensione ci accomuna tutti, pur se ciascuno vi reagisce in modo personale. Da piccoli capita di considerare qualcosa irrinunciabile e di volerlo subito; lo stesso succede quando si è grandi ma non si è o non ci si sente ascoltati dalle istituzioni, dalla società, dal mondo: ci si sente di nuovo piccoli e, per ottenere qualcosa, si “puntano i piedi” e si sconfina.

Abbiamo poi ragionato su come una trasgressione, da dannosa e distruttiva che era stata, può divenire utile alla crescita individuale e collettiva. I detenuti hanno cercato di comunicare agli studenti i risultati della riflessione su se stessi: tasselli necessari per il percorso sono prendere consapevolezza dei propri errori, essere capaci di autocritica, ma soprattutto comunicare con le proprie fragilità e con qualcuno in cui si ha fiducia e che possiamo riconoscere come guida.

E’ però difficile imbastire un dialogo con se stessi, se per buona parte della vita non si è nemmeno immaginato di poterlo avere: secondo Alessandro, l’esigenza di comunicare con se stessi nasce da qualcosa di non razionale che ci fa invertire la strada, un’urgenza al pari di quella che spinge a trasgredire, ma che va nella direzione opposta. Ci si accorge di non essere in equilibrio, si vedono affiorare nuove esigenze a cui bisogna fare spazio; affinando il proprio ascolto, ci si dà la possibilità di cambiare, mentre si impara a scegliere e a prendersi la responsabilità di quello che si fa. Occorre immaginarsi il proprio futuro per poterlo creare nel presente una scelta dopo l’altra: avere un progetto su di sé fa la differenza nel come facciamo le nostre trasgressioni.

Nella seconda parte dell’incontro i ragazzi e i detenuti si sono vicendevolmente intervistati per poi raccontare l’uno la storia dell’altro a tutto il gruppo. Credo che questo sia un lavoro utile per rinnovare lo sguardo su di sé, per avere una prospettiva più globale, per decifrare la propria direzione e per capire come la si sta portando avanti, per toccare con mano che quello che viviamo è stato in gran parte scelto da noi: si può continuare sui propri binari se ci si riconosce nella direzione che abbiamo intrapreso o provare a svoltare, se il nostro percorso lo richiede.

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Il ponte

Adriano Sannino

È bello oggi raccogliere i frutti di quello che il Gruppo della Trasgressione ha cominciato a seminare nelle carceri milanesi venti anni fa: un progresso continuo nel rapporto fra detenuti e istituzione, nella relazione con alcuni licei e università della provincia di Milano, nell’alleanza con la Croce Rossa Italiana, che ha permesso ad alcuni detenuti di fare prima il corso di primo soccorso e poi, insieme a comuni cittadini, di seguire il Corso di “Operatore Sociale Generico”.

Cercherò di illustrare quello che il gruppo sta facendo in quest’ultimo periodo e quello che ha dato a me e ai miei compagni. Faccio parte da circa 6 anni del Gruppo della Trasgressione, che mi ha permesso di conoscere e interagire con migliaia di ragazzi di diverse scuole medie inferiori e superiori, di età tra i 13 e i 20 anni. Ma debbo dire che la relazione che si è creata con l’Istituto Piamarta e con la Croce Rossa Italiana è qualcosa di rivoluzionario sia per noi che per la società! Se miglioriamo noi che abbiamo contaminato tutto quello che toccavamo e se migliorano i ragazzi che dovranno occuparsi con le loro mani del mondo di domani, di sicuro i nostri figli avranno un futuro migliore.

Non pensavo che una persona come me, che ha fatto parte di una organizzazione camorristica, potesse diventare, insieme a studenti e psicologi del Gruppo della Trasgressione, utile a dei ragazzi con diverse problematiche ed essere per loro un Peer Support (educatore).

Entrare nell’edificio del Piamarta e trovare in un’aula circa 12 ragazzi, tra i 15/20 anni, con storie complicate, che ti aspettano per interagire con te, mentre nelle altre aulne si continuava a fare lezione, è meraviglioso. Nel vedere quel quadro così bello, sono tornato al passato, quando avevo 12/13 anni e frequentavo la scuola. La cosa che mi ha stupito di più è che quando ha suonato la campana per la pausa, i ragazzi non sono usciti dall’aula fin quando non abbiamo concluso il discorso.

Le storie di questi ragazzi vanno dal rapporto difficile con i loro genitori e con i loro professori fino al fascino dei falsi miti, all’uso di sostanze stupefacenti e al comportamento del bullo che indossa delle maschere per mettersi in mostra.

I ragazzi in un primo momento si sentivano osservati e studiati, poi noi abbiamo rotto il ghiaccio con il nostro metodo, cioè un tavolo unico, dove ognuno racconta, chi in modo scherzoso, chi con serietà e coinvolgimento, parte della propria vita. In questo modo, gli studenti hanno cominciato senza difficoltà a fare domande e a raccontare di sé.

Da lì in poi è partita una vera e propria maratona di riflessioni e di rivelazioni di segreti nascosti. Ognuno, con i propri tempi, ha dato il proprio contributo. Ci sono storie come quella di “G”, ma anche di altri ragazzi, che a soli 17 anni ha già avuto una vita travagliata, in quanto usava sin da piccola sostanze stupefacenti e ora si trova, da circa 9 mesi, a svolgere i servizi sociali.

Riflettere su queste storie mi porta a dire che io, per questioni meno complicate di loro, mi sono venduto, prostituito a dei falsi miti. Con il senno di poi penso che, se all’epoca avessi avuto l’opportunità di incontrare il Gruppo della Trasgressione, probabilmente non avrei svenduto i miei valori. Avrei scoperto che le fragilità fanno parte di ogni essere umano e che non vanno tenute nascoste; inoltre avrei capito che rispettare i limiti è una vera e propria “trasgressione positiva”.

Dopo gli incontri ci siamo confrontati anche con alcuni professori ed educatori dell’Istituto, che ci hanno detto che sono rimasti colpiti dal fatto che i ragazzi si sono aperti con noi senza conflitto e hanno trovato il coraggio di aprire i loro forzieri e raccontarci cose intime della loro vita familiare e non solo. A mio avviso, si sono aperti con noi perché non ci hanno visto come un’Istituzione o un’autorità, bensì come loro alleati.

Continuerò a lavorare insieme al Gruppo della Trasgressione affinché i ragazzi delle diverse scuole che incontriamo possano cercare le risorse e la motivazione per vivere con dignità e per costruire qualcosa di bello, invece di chiudersi da soli in una gabbia, come abbiamo fatto noi in passato. Forse noi detenuti del Gruppo della Trasgressione possiamo essere il ponte che collega i ragazzi problematici con le Istituzioni.

Come dicevo, l’altro incontro straordinario che ha segnato la mia vita e che mi ha fatto scoprire la libertà, non solo fisica ma anche mentale, è quello con la Croce Rossa. L’attestato che abbiamo ottenuto con il corso di “Operatore Sociale Generico” e il tirocinio che stiamo per iniziare con la Croce Rossa permetteranno ad alcuni detenuti del gruppo di fornare le “unità di strada”, gruppi di assistenza con cui cercheremo di restituire, nel nostro piccolo, qualcosa di significativo alla società.

Nel passato, quando avevo scelto di essere una bestia, volevo che l’ambulanza non arrivasse sui luoghi dei miei crimini. Oggi l’alleanza tra il Gruppo della Trasgressione e alcune istituzioni (il Rotary, la Croce Rossa, l’Amministrazione penitenziaria) mi fa sentire parte integrante di quella società che lavora per salvare gli altri. Sono fiero, nel mio piccolo, di avere incontrato un’Istituzione che da un secolo e mezzo, si prodiga in tutto il mondo per sostenere chi ha bisogno di aiuto.

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Dal ring del Coming out

Caro dottore, ho visto che quello che avevo scritto non le è bastato. Me lo ha modificato, aggiungendo per abuso il suo pensiero astruso.

Comunque l’ho compreso, il mio cervello è sempre in uso. A volte sono un po’ chiuso, ma di sicuro non ottuso. Se la rima che ho prodotto non le piace, la cambi pure lei, che é così sagace.

Io non possiedo la stabilità mentale con cui andar da solo in mezzo al mare, ma ho una zattera che non affonda e che mi permette di cavalcare l’onda 😁

Tanti saluti dal Coming out
Gabriele

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