La nostra attività con le scuole

Il Gruppo della Trasgressione comprende un’associazione e una cooperativa, costituite da detenuti, studenti universitari e comuni cittadini. Il gruppo agisce nelle carceri di Bollate e Opera e all’esterno; l’obiettivo principale è rendere riconoscibili i sentimenti e gli stati d’animo che caratterizzano i percorsi della devianza e lavorarli nel tentativo di renderli compatibili con il riconoscimento dell’altro.

La nostra filosofia s’incentra su poche linee guida:

  • studiare, progettare e lavorare con chi ha commesso reati giova all’equilibrio sociale e protegge la salute e il bene pubblico più della separazione garantita dalle mura del carcere;
  • è importante che imprenditori e liberi professionisti supportino, insieme alle istituzioni, l’acquisizione e l’esercizio di funzioni e ruoli sociali di chi ha bisogno di evolversi; questo vale per gli adolescenti, per le persone in difficoltà e per chi, lungo i percorsi della devianza, ha perso il piacere di esercitare le responsabilità del cittadino;
  • il recupero, una reale inclusione, un effettivo superamento della sensazione di marginalità e di estraneità alle regole possono prendere corpo solo se ci si sente co-protagonisti di esperienze concrete, di attività lavorative, eventi, interazioni utili alla comunità, al suo rinnovamento, alla sua crescita.

All’interno della nostra attività di sensibilizzazione e di mediazione fra carcere e società, gli incontri tra il Gruppo della Trasgressione e le scuole offrono agli studenti di scuole medie inferiori e superiori un’esperienza utile alla prevenzione del bullismo e delle dipendenze, ma anche e soprattutto a vivere in modo tangibile il piacere della responsabilità.

In sintesi, l’obiettivo della prevenzione viene combinato con la rieducazione del condannato; tali incontri, infatti, favoriscono il percorso evolutivo dell’adolescente permettendogli di svolgere una positiva funzione sociale nei confronti del detenuto e, allo stesso tempo, aiutano i detenuti a riappropriarsi della loro identità di adulti, intanto che forniscono un servizio alla collettività.

 

Attività culturali nelle scuole e nei teatri
con gli adolescenti e con un pubblico adulto

Una serata per bulli

Un gruppo di ragazzi annoiati, il solito posto e la solita monotonia. Così ha inizio la rappresentazione di “una serata per bulli”. Un’atmosfera costellata di noia e vuoto che porta prima all’uso di droga, poi al furto di un’auto e infine alla violenza su un disabile. Un’escalation di atrocità alla ricerca di uno sballo sempre più difficile da raggiungere.

Subito dopo la rappresentazione, studenti e insegnanti dialogano con i componenti del gruppo su cosa cerca chi si comporta da bullo.


Una slot machine per chiedere chi sono

La rappresentazione ricostruisce quello che accade in una delle tante sale giochi: i passaggi di un amore malato tra un giocatore incallito e la sua bella: la slot machine. Un uomo che, per coprire le proprie angosce, affida se stesso allo sballo e all’eccitazione del gioco d’azzardo. Non riuscendo a coltivare relazioni stabili e costruttive con l’altro, si perde nel gioco illusorio e autodistruttivo di fingersi capace di controllare gli impulsi e gli oggetti di cui si rende schiavo.

Su questa mappa di conflitti, mancanze, smarrimenti, seduzioni delle diverse forme di dipendenza, si sviluppa lo scambio tra gli studenti e i detenuti dopo la recita.

 

Il mito di Sisifo

Avviato nel 2009, il lavoro sul mito di Sisifo è diventato in poco tempo uno strumento per riflettere sul presente e per recuperare passaggi centrali di chi ha perso la fiducia nelle istituzioni e nel proprio futuro. La tragedia di Sisifo ha dato luogo a un racconto nel quale specchiarsi, motivando comuni cittadini, studenti e detenuti del gruppo a indossare i panni dei diversi personaggi e a interrogarsi sul problema della siccità a Corinto, sui conflitti di Sisifo con Giove, degli adolescenti con il limite e l’autorità, dell’uomo con i suoi bisogni terreni e le sue ambizioni di eternità.

Al termine della rappresentazione, viene avviata una discussione in sala su temi quali: il rapporto genitori-figli, le dinamiche di potere e la possibilità dell’uomo di abbandonarsi all’arroganza o di ascoltare e assecondare le proprie istanze costruttive.

 

Concerti musicali – Trsg Band

Il Gruppo della Trasgressione tiene concerti in diversi teatri di Milano e provincia. Le storie dei personaggi imperfetti di Fabrizio De André vengono incrociate con le riflessioni dei detenuti del gruppo sui loro sentimenti, sulle scelte passate più o meno consapevoli e su ciò che ne è derivato nelle loro vite.

Sulla traccia delle canzoni di De André, arrangiate ed eseguite dalla Trsg.band, braccio musicale del Gruppo della Trasgressione, i concerti vedono la collaborazione fra discipline e soggetti eterogenei: docenti universitari, giovani studenti, detenuti e artisti.

Con questi eventi il Gruppo della Trasgressione punta a rendere prassi comune la contaminazione creativa e la cooperazione con adolescenti e giovani adulti. L’idea di fondo è che l’impiego delle proprie risorse in un clima di gioco e di collaborazione possa aiutare al riconoscimento reciproco e far sì che l’altro possa essere sentito come partner invece che straniero o, peggio, ostacolo alla propria realizzazione.

Il Mito di Sisifo a Buccinasco

L’evento, organizzato dall’Istituto Comprensivo di di Via Tiziano in Buccinasco, è collegato alla attività di prevenzione del Gruppo della Trasgressione.

La nostra pagina sul Mito di Sisifo

Sisifo e il masso

Sisifo e il masso
Francesco Leotta e Angelo Aparo

Che cosa succede dentro di me?
Chi dice il mio nome senza chiedere udienza?
E se anche fosse la mia coscienza
Ha forse ha scordato che io sono il Re!

Aspetta, rifletti, non fare l’ignaro
Per le tue tragedie non c’è riparo
Qui sei agli Inferi, ti devi educare
Altrimenti in eterno ci devi restare

Ma io sono il re, non mi devi toccare
Nessuno, nessuno mi può giudicare
Io sono il vertice nel mio reame
Ora chiamo le guardie e ti faccio arrestare

Ma guarda sei agli Inferi, dovrai rassegnarti
Le conseguenze ti erano chiare
Nessuno qui sotto riesce a imbrogliare

Chiamatemi Zeus, è mio amico in affare
Con lui ho praticato festini e puttane
Noi due siamo amici, guardati attorno
Mi ha promesso l’eterno, mi ha reso immortale

Sei proprio cocciuto| La brama ti ubriaca.
Era quel vizio che ti faceva immortale
Tu deliri, svegliati!
Tutti promettono nel malaffare
Ma sol fino a che servi, ti fanno campare!

Ma senti, Coscienza, mi assilli, mi stufi
Dimmi in sostanza cosa ho fatto di male

Vedrai che capisci, se riguardi al passato,
i tuoi intrallazzi col capo qui ti hanno portato
La città di Corinto hai portato alla fame
Hai fatto festini, hai sperperato 
Le tasse dei poveri hai aumentato
Per il sottobanco e le corruzioni
Chi poteva è fuggito verso altre nazioni

Adesso che guardo un po’ meglio al passato
Rintraccio le volte in cui in effetti ho abusato
Per me era un piacere ribaltare la sorte
Negare l’uomo e gabbare la morte

Ma le mie prime volte avevo solo giocato
Pur se dall’alto qualcuno mi ha usato
Forse adesso capisco…
Mi ha illuso che in cima sarei volato
E invece sul fondo oggi sono arrivato

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Verbale collegato

Ricordi di schiena

Ivan Puppo

Frugo nella memoria con la cecità progressiva degli anni, estraggo un ricordo: mia madre ferma, dritta nella schiena, sguardo di madre lupa che m’avvolge e ammonisce il mondo. Allora inghiotto a secco, ho un tuffo al cuore.

L’infanzia poteva durare per sempre. Per un bambino che gioca, spazio e tempo non hanno confini. Da bambini il tempo ci corre addosso, più tardi siamo noi a corrergli incontro.

Il mondo ricominciava ad ogni risveglio, sembrava non scampare al sonno l’orma misera del giorno prima. A quell’età si possiede una specie di salvacondotto. Col tempo le notti non bastarono più!

Di occhi larghi e respiri mozzi è fatta la paura, di metallo è il suo sapore, di ghiaccio il suo abbraccio. Di desolazioni impronunciabili sono fatti i mutismi dei bambini.

Si cresce tacendo, mettendo una grande distanza fra sé e gli altri, si cresce bastando a se stessi. Si cresce sotto i colpi e lo spreco di un padre lontano, resistendo e non concedendo il disarmo del pianto.

Si cresce di bar fumosi e strade bagnate di scirocco, di puttane tristi come madonne dipinte, di silenzi custoditi e fitti di equivoci.

Si cresce solcando una città vecchia di vicoli e anni violenti, stretti come dita su una pistola, e di nuovo stretti di cemento e nostalgia fra uomini spazzati dal vento come foglie di cortile.

Ritorna nelle aule di tribunale il mutismo dell’infanzia come risposta al “vostro onore” di turno.

Che equivoco irrisolto è la vita: anziché rispetto ti regalano paura e tu la ridai in cambio di rispetto; predatore per correggere un destino da preda, creditore di giustizia pagato con la legge.

Qui, titolare di questa porzione miserabile di vita, testimonio il mio fallimento; qui, dove la rabbia muta in rimpianto, mi visita lo stesso ricordo di mia madre, che guarda il suo bambino muto e dice: “era solo un brutto sogno, ora è passato, dormi figlio”.

La guardo attraverso, intravedo qualcuno e mi chiedo: “è la mia questa figura di spalle che se ne va nella pioggia?”

 

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Relazione di tirocinio

L’ESPERIENZA FORMATIVA PRESSO “ASSOCIAZIONE TRASGRESSIONE.NET”

Michela Arrara, Matricola: 749697
Corso di studio: PCSN (D.M. 270/04)
Tipo di attività: Stage curricolare esterno
Periodo: dal 22/04/2016 al 31/05/2016

 


Caratteristiche generali dell’attività svolta: istituzione/organizzazione o unità operativa in cui si svolge l’attività, ambito operativo, approccio teorico/pratico di riferimento

Ho svolto l’attività di tirocinio presso l’associazione trasgressione.net., associazione nata dall’esperienza del dottor Aparo nelle carceri di San Vittore, Opera e Bollate e costituita da un gruppo comprendente detenuti, ex-detenuti, studenti universitari, neo-laureati e professionisti. Ho svolto il mio tirocinio partecipando agli incontri del gruppo presso la sede ATS Milano di Corso Italia 52 e presso il carcere di Bollate, partecipando alle attività culturali del gruppo e agli incontri con le scuole.

L’attività della associazione trasgressione.net si basa su una serie di principi, che caratterizzano tutte le attività svolte: confronto e interazione tra dentro e fuori, restituzione della responsabilità individuale, reinserimento nella vita comunitaria, prevenzione al bullismo e alla tossicodipendenza, educazione alla legalità.

 

Descrizione dettagliata del tipo di ruolo e mansioni svolte

Il tirocinio è stato svolto partecipando agli incontri del Gruppo della Trasgressione, dove ho potuto mettermi in gioco direttamente e riflettere in modo critico rispetto ad alcune tematiche. In particolare, in vista di un convegno sulla tossicodipendenza che avrà luogo a metà giugno, ho approfondito questo tema, tramite riflessioni e ricerche ma soprattutto, tramite il confronto con i detenuti all’interno dei diversi gruppi. Inoltre, mi è stato permesso di partecipare agli incontri con due scuole (Scuola media di Buccinasco e Istituto professionale Bertarelli di Milano) e di assistere a diverse iniziative culturali portate avanti dai componenti del gruppo.

 

Attività concrete/metodi/strumenti adottati

L’attività dell’associazione trasgressione.net utilizza come principale strumento il gruppo in sé. Il Gruppo della Trasgressione può, infatti, essere visto come una palestra in cui studenti e detenuti possono esercitarsi e fare pratica nella comunicazione, nell’instaurare relazioni, nell’assunzione di responsabilità e nel creare un ponte tra mondo interno al carcere e mondo esterno. Il detenuto può inoltre beneficiare del senso di appartenenza che si sviluppa all’interno del gruppo e del riconoscimento di ciò che esprime e di se stesso come persona. Il coinvolgimento paritetico di tutti i partecipanti, con i propri vissuti e le proprie esperienze, permette un percorso di crescita ed evoluzione e permette di instaurare un rapporto che non risenta delle differenze di condizioni. L’attività di confronto e discussione all’interno del gruppo è accompagnata dall’uso di scritti, in cui i partecipanti al gruppo rielaborano concetti trattati negli incontri ed esplorano i loro vissuti, spesso creando un collegamento con la propria esperienza di vita.

Durante il mio tirocinio, si è esplorato in particolare il tema della tossicodipendenza, tema che si è rivelato molto complesso e oscuro. All’interno del gruppo questa tematica è stata affrontata in modo non convenzionale, non basandosi su ciò che viene scritto in letteratura, ma tramite il confronto, le curiosità, i diversi punti di vista di studenti e detenuti, arrivando così a toccare aspetti che non avevo mai pensato potessero essere inerenti alla tossicodipendenza. E’ stato inoltre usato negli ultimi incontri, in vista del convegno, lo strumento del role-playing, in cui detenuti e studenti hanno provato a rappresentare un possibile scambio tra due tossicodipendenti, tra tossicodipendente e spacciatore e tra tossicodipendente e psicologo.

Lo scambio tra studenti e detenuti durante gli incontri del Gruppo della Trasgressione con le scuole si basa sugli stessi principi che guidano gli appuntamenti del Gruppo della Trasgressione. Entrambi i partecipanti si rivelano utili per l’evoluzione dell’altro: i detenuti, tramite il racconto dei propri errori e del proprio percorso di riabilitazione, permettono agli studenti di esplorare i propri conflitti interni, le proprie fragilità e le proprie risorse, favorendone il percorso evolutivo; a loro volta, gli studenti con il loro ascolto attivo e la loro curiosità, aiutano i detenuti a riappropriarsi della loro identità di adulti responsabili, mentre forniscono una testimonianza sincera e credibile del loro percorso.

Il Gruppo della Trasgressione ha uno sguardo verso l’esterno. Tramite la messa in campo di eventi, opere teatrali, concerti aperti al pubblico e tramite esperienze concrete e attività lavorative utili per la comunità, si permette di conoscere il detenuto e la sua evoluzione, di superare la sensazione di marginalità vissuta dal detenuto e di favorire una reale inclusione.

 

Presenza di un coordinatore/supervisore e modalità di verifica/valutazione delle attività svolte

Il gruppo è coordinato dal Dottor Aparo, che è il tutor del mio tirocinio. E’ stato molto importante incontrare una persona come lui, in quanto mi ha permesso di osservare e apprezzare un modo di essere psicologo diverso da come me l’ero immaginata, un modo innovativo e originale ai miei occhi. Sono infatti rimasta piacevolmente colpita dal suo modo schietto e sincero di instaurare la relazione con i detenuti e gli studenti. La valutazione, da parte del dottore, avveniva quotidianamente con un rimando immediato dopo ogni intervento o non intervento durante gli incontri. Non è stato infatti facile intervenire all’interno del gruppo, spesso per la paura di dire cose scontate o sciocche, ma il dottor Aparo ha sempre cercato di coinvolgermi e spronarmi a intervenire, comprendendo la mia timidezza debilitante e le mie insicurezze e cercando di farmi sfruttare l’occasione di crescita personale e professionale di questa esperienza formativa.

 

Conoscenze acquisite (generali, professionali, di processo, organizzative)

Il tirocinio con il Gruppo della Trasgressione mi ha permesso di approcciarmi ad una realtà che da sempre mi ha incuriosito e di aderirvi con tutta mia stessa. Il punto di forza di questo tirocinio credo sia proprio la partecipazione attiva dello studente, che in questo modo ha l’opportunità di responsabilizzarsi e assumere un ruolo propositivo e intraprendente. Gli incontri con il gruppo esterno (in ATS) e con il gruppo del carcere di Bollate mi hanno dato modo di iniziare a conoscere gli aspetti più burocratici e tecnici della realtà carceraria, ma nel contempo di conoscere il detenuto come persona, con la sua esperienza di vita, le sue fragilità e le sue risorse. Ho anche avuto modo di vedere, comprendere e apprendere come avviene il lavoro sul territorio e con le istituzioni.

Sono contenta che il Gruppo abbia portato la sua opera teatrale “Il mito di Sisifo” nella mia città, grazie alla collaborazione tra il Gruppo e il Comune. Grazie al convegno, ho potuto esplorare e conoscere maggiormente la tematica della tossicodipendenza, verso cui nutro un interesse attivo e che non avevo ancora approfondito nel mio percorso di studi. Il tema è stato affrontato esplorando ogni sua sfaccettatura tramite le domande e gli spunti del Dottor Aparo, le esperienze dei detenuti e le riflessioni degli studenti. Si è riflettuto insieme su come si potesse definire la tossicodipendenza, sulle configurazioni che più facilmente sono associate alla genesi del disturbo, sull’identità del tossicodipendente, su come la tossicodipendenza incida nella relazione con gli altri e sugli elementi che possono prevenire una ricaduta.

Ho sviluppato progressivamente una conoscenza approfondita di questa problematica, acquisendo una visione sempre più a 360°, che possa essere in grado di tener conto di tanti aspetti, spesso in contraddizione tra loro. Pur non reputando di avere una conoscenza completa rispetto all’argomento, posso dirmi sicura che la partecipazione al gruppo ha ampliato i miei pensieri e le mie idee a riguardo e che ciò possa essere punto di partenza per accrescere ulteriormente il mio bagaglio di conoscenze su questa complessa realtà.

 

Abilità acquisite (tecniche, operative, trasversali)

Le abilità acquisite in questo tirocinio sono strettamente intrecciate con il modo di lavorare del Gruppo della Trasgressione. Ho innanzitutto appreso come avviene il lavoro di gruppo e gli elementi essenziali su cui si basa: il rispetto per il pensiero dell’altro, l’importanza di un ascolto attivo, il rispetto dei turni, l’essere e il mostrarsi interessati e la partecipazione attiva. Su questo ultimo punto, sono certa di dover lavorare ancora molto perché non sempre è stato facile per me, prendere parola e dare opinioni su temi di cui spesso non avevo esperienza diretta. L’ansia di fare brutta figura ha spesso avuto la meglio, impedendomi di esprimere il mio pensiero rispetto diverse tematiche.

La partecipazione al gruppo mi ha permesso inoltre di sviluppare la mia capacità di osservazione rispetto a ciò che si verifica durante gli incontri e di sviluppare un pensiero critico rispetto agli argomenti trattati.

 

Caratteristiche personali sviluppate

Oltre alle suddette abilità e conoscenze acquisite, ho migliorato alcune caratteristiche personali. Grazie al contatto con i detenuti e gli altri studenti, ho migliorato la capacità di ascolto e di empatia, senza trascurare il riconoscimento del mio coinvolgimento emotivo nelle diverse situazioni. In molte situazioni, ascoltando i trascorsi, le storie di vita, le parole di alcuni membri del gruppo ho dovuto scontrami con la mia fragilità e le mie troppe domande, i racconti mi entravano dentro e spesso mi facevano sentire a pezzi. In più occasioni, sono uscita dell’incontro del gruppo scossa e “persa” e ho imparato a prendermi del tempo per ascoltarmi, ascoltare ciò che avevano provocato in me alcune parole e lasciargli spazio. Ho imparato, grazie al gruppo, a non soffocare le emozioni, ma ad ascoltare il dolore, mio e degli altri.

 

Altre eventuali considerazioni personali

Questa esperienza non è stata semplice sotto molto punti di vista, spesso mi sono sentita inadeguata. Non è semplice essere “buttati dentro” a un gruppo di persone di cui non conosci praticamente nulla e dover esprimere e ragionare insieme su tematiche molto intense. Ci vuole tempo per trovare il proprio posto all’interno del gruppo, forse non l’ho ancora trovato, ma certamente nel corso degli incontri, caratterizzati da libertà e sincerità di espressione, mi sono sentita più partecipe e più vicina a tutti gli altri componenti. Sono certa di poter affermare che consiglierei questo gruppo a tutti gli studenti, perché è un luogo in cui è possibile affrontare tematiche che non si affrontano da nessuna parte e formarsi “sul campo”. Come spesso si afferma all’interno del gruppo: lavorare, riflettere e studiare con i detenuti è più utile che studiarli dall’esterno…e io sotto questa affermazione ci metto la firma !

Michela Arrara
Abbiategrasso, 13/06/2016

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La seconda chance

La seconda chance
Pasquale Fraietta e Angelo Aparo

In previsione degli incontri con gli allievi del Bertarelli, abbiamo cercato di riflettere sulla cosiddetta “seconda possibilità”. In carcere si parla spesso di una “seconda chance” per chi ha sbagliato e, quando se ne parla, si fa implicitamente riferimento al fatto che la prima è stata malamente sciupata.

A tale proposito, però, va detto che forse già all’origine è mancata una “prima valida possibilità”. Un adolescente, con le sue instabilità e le sue confuse aspirazioni, non ancora padrone di un suo personale spirito critico, assorbe inconsapevolmente e combatte confusamente quanto la propria famiglia e la società gli trasmettono; in questo modo, la “prima possibilità” rimane tendenzialmente confinata dentro orizzonti ridotti, delimitati dai sentimenti di cui sopra, dai conflitti e dai modelli di soluzione più facilmente accessibili.

Si potrebbe parlare di “seconda possibilità” se tutti noi nascessimo in condizioni equivalenti, se tutti noi all’origine avessimo condizioni simili… come accade per gli atleti di una gara. Ma è così? Veniamo tutti equamente educati e sostenuti per giungere a un ruolo adulto sano e costruttivo? Da bambini, avvertiamo intorno a noi tutti allo stesso modo le attese e le attenzioni di genitori e insegnanti che ci guidano verso la realizzazione del meglio di noi stessi? Cresciamo tutti in ambienti dove ci sentiamo parte significativa della società in cui viviamo?

L’atleta che punta a superare l’asticella in gara, dopo il primo errore, ha una seconda e una terza possibilità; alla fine, a conquistare la medaglia sarà l’atleta che, dopo averle sfruttate tutte, sarà giunto più in alto. Ma la pedana e la rincorsa possibile nelle gare sportive sono uguali per tutti! E’ così nella vita?

D’altra parte, il paragone con l’atleta ci mette nella condizione di fare anche un’altra osservazione: il saltatore, se sbaglia, ha altre due possibilità per dimostrare i risultati del suo impegno e affermare il proprio valore, ma in quel caso noi tutti siamo certi che l’atleta ha come aspirazione proprio quella di superare l’asticella posta il più in alto possibile! Possiamo essere altrettanto certi che chi ha commesso dei reati volesse realmente arrampicarsi fino all’asticella più alta senza barare? Sappiamo bene che molti di noi sono passati sotto, sperando che nessuno se ne accorgesse… e questo è successo ben più di una volta.

Ma allora parlare di “seconda chance” è un inganno sia perché non tutti hanno avuto la “prima chance” sia perché non tutti l’hanno veramente cercata; con la complicazione aggiuntiva che non si sa se non la si è cercata perché non c’era, perché era troppo difficile vederla o perché la si è deliberatamente ignorata.

Come possiamo intendere il concetto di “seconda occasione” di fronte a chi, come me, ha violato le regole fin da quando aveva 12 anni e si ritrova oggi a 45 anni, con oltre metà della vita trascorsa in carcere?

Devo riconoscere che, ogni volta che violavo le regole, avevo la possibilità di farlo o non farlo… dunque non si tratta semplicemente di seconda possibilità, ma forse dell’ennesima possibilità. D’altra parte, essendo nato e cresciuto in un paesino della Calabria, fotografata dalla cronaca come terra di faide e di famiglie malavitose, quelle che mi mancavano erano le condizioni morali per percepire come e quanto fosse giusto o sbagliato perseverare nel reato.

Comportarsi e agire in modo antisociale, in assenza di una solida ossatura morale, era per me naturale e, da un certo punto in avanti, è stato quasi inevitabile.

Ovviamente la mia, non può e non vuole essere una giustificazione, tuttavia quando mi sono ritrovato in carcere a scontare una lunghissima condanna per reati gravissimi, non ho avuto l’impressione che le mie prospettive morali potessero mutare.

Oggi arrivo a pensare che, se mi fossero stati forniti gli strumenti necessari, come è accaduto negli ultimi anni col Gruppo della Trasgressione e come sta accadendo con i cambiamenti radicali che vediamo in questo periodo all’interno dell’istituto di Opera, forse non mi sarei ritrovato ancora in carcere per l’ennesimo reato grave.

Non saprò mai come sarebbe andata, ma concedetemi di dire, forse in modo provocatorio, che non aver mai avvertito da parte dell’istituzione e della società alcuna partecipazione alla punizione inflittami ha giocato non poco. La condanna era certamente legittima ma, più che una punizione, ho sentito un senso di vendetta nei miei confronti. La punizione può offrire al condannato degli stimoli positivi solo se accanto alla punizione della persona è riconoscibile il dolore di chi punisce, ovvero della società.

La pena, nella logica attuale, di sicuro ferma colui che continuerebbe a commettere reati se non venisse rinchiuso, forse ha anche qualche funzione deterrente, ma di certo non risolve i danni arrecati, non cancella la colpa, non favorisce la comprensione del male praticato né il riconoscimento del proprio senso di colpa, infine ma non meno importante, non riconosce le corresponsabilità sociali. Molte volte si parla di comportamenti delinquenziali, criminali, deliranti… ma noi sappiamo che una pianta non cresce se non in un terreno che la nutre.

In conclusione, ritengo si possa parlare seriamente di “seconda possibilità” solo quando l’individuo, con un passato e uno stile di vita deviante, abbia realmente la possibilità, nel luogo e con la pena che sconta, innanzitutto di accrescere la propria consapevolezza, di nutrirsi con i valori morali che non sentiva all’epoca dei reati, di vivere e maturare in un “terreno” (strano chiamare il luogo della pena così!) che gli offra dei riferimenti grazie ai quali sentirsi protetto ed entrare in relazione con gli altri.

In tal caso, dalle macerie del suo passato, potrà venire fuori il materiale utile per sviluppare gradualmente un nuovo modo di sentire: una seconda possibilità, quindi, collegata a un nuovo modo di guardare il mondo e se stessi, collegata soprattutto a un nuovo modo di vivere la relazione con gli altri.

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Dignità e bellezza

Dignità e bellezza
Simona Michelon

Leggendo gli appunti dell’incontro del 7 aprile, mi vengono in mente due parole: dignità e bellezza. Essere portatore di “dignità” significa curarsi di sé, tanto da non mettersi mai nelle condizioni di non rispettare se stessi e quindi gli altri.

La dignità si respira o non si respira. I genitori sono custodi unici e insostituibili della dignità dei figli. La dignità passa attraverso lo sguardo libero e attento, passa attraverso le regole offerte e condivise, regole che contengono, proteggono e limitano, mi viene quasi da dire regole che amano.

Tutti concordano sul fatto che dire NO all’adolescente che cresce e crea tensioni per misurare i suoi limiti è un dovere dell’educatore genitore e non.

Anche noi insegnanti abbiamo un ruolo, benché minore, nella costruzione della dignità di una persona-studente: un metodo coerente e accogliente è già un buon percorso da battere; all’interno di un binario rassicurante l’alunno si può muovere serenamente e poter misurare le proprie potenzialità e/o fallimenti; oppure per esempio un’autorevole descrizione dei criteri di valutazione di un modulo o di un argomento trattato è un momento in cui si possono passare regole, spiegando il significato che l’insegnante vede all’interno della richiesta e comunicando così cosa ci si aspetta da un alunno, spingendolo a dare il suo meglio e poter godere di una valutazione “dignitosa”.

La peggior cosa che possa accaderci, dico come insegnanti, è che qualche ragazzo dica di noi che non c’è nulla che può farci cambiare idea su di lui, del tipo “non c’è speranza, non cambierà mai parere su di me”. Chi fatica a raggiungere dignità a casa deve poter provare a scuola e noi dobbiamo concedere terreno fertile perché ciò avvenga.

La seconda parola è la motivazione, che dobbiamo dare, offrire a tutti: la bellezza. Chi conosce la bellezza del mondo, che ne so della natura o della musica o di un libro, quella bellezza che rapisce e ci porta lontano ma dentro noi stessi e che ci fa dire “voglio questo” non cadrà facilmente in meccanismi regressivi, benché seduttivi.

A casa, a scuola, ovunque dobbiamo essere portatori di bellezza. A volte basta poco per rapire l’attenzione di un ragazzo e trascinarlo al di qua verso il bello. Chi non conosce la bellezza non riesce a desiderarla, s’imbruttisce, non la vede, si chiude e poi finisce per soffrire di una sofferenza profonda, buia che non lascia agganci alla salvezza. Credo funzioni un po’ così.

Penso sempre a me in classe, quando provo a raccontare un passaggio di economia che mi entusiasma, una questione che a mia volta mi aveva rapita quando ero studentessa. Sono lì e spero che accada anche a loro che ascoltano e pensano a ciò che diciamo. Mi è capitato oggi in classe, in uno di questi momenti di vedere Gabriele un po’ perso nei suoi pensieri. Mi sono fermata e mi è venuto di dirgli “ dove sei?” poi un cenno suo e poi io “stai con noi!”. Dobbiamo sempre provare a lanciare tentativi di condivisione di pathos.

Io credo che la “guida” di cui parlavamo debba far respirare dignità almeno a giorni alterni e vedere la bellezza almeno nei weekend. Penso anche che la fragilità è di tutti, tutti si scontrano con una fragilità prima o poi. Credo che la fragilità non sia gestibile se la persona non riconosce il suo valore a priori, la sua dignità intima, e se gli occhiali appannati dalla bruttezza impediscono di vedere il bello.

Ecco quindi che diventa importante investire in progetti di rieducazione nelle carceri che mostrino ai detenuti la loro autentica dignità che va oltre il “commesso” e la bellezza che si deve recuperare, unica dipendenza ammessa. Ecco che diventa importante ragionarci insieme, contaminarci, per poter capire bene e prevenire.

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Volti e voci

Volti e voci, parole e silenzi per aprire gli occhi
Una giornata al carcere di Bollate con il Gruppo della Trasgressione
Gli studenti del Pietro Verri di Busto Arsizio.
Coordinamento di Patrizia Canavesi

Il 7 aprile le classi 5B, 5S e 5V si sono recate al carcere di Bollate. Noi studenti immaginavamo il carcere come una struttura grigia e spoglia, con detenuti in divisa, invece siamo stati accolti in un ambiente colorato con scritte e dipinti, con detenuti vestiti come noi e così, l’ansia e i pregiudizi si sono stemperati. Nel corso della visita al carcere, abbiamo potuto vedere i luoghi dove alcuni detenuti svolgono attività: la serra, i box con i cavalli, il teatro dove i carcerati fanno un’importante preparazione psicofisica e loro stessi diventano attori e poi la lavorazione del vetro, il laboratorio di musica e di arte da cui escono veri capolavori.

Durante la visita la guida ci ha anche mostrato lo spazio in cui i detenuti passano l’ ”ora d’aria”, un’enorme gabbia di cemento che, per risultare meno opprimente, è stata decorata sui muri col disegno di un grande pentagramma, con delle note vuote, completate da frasi belle e profonde.

Lo stabile non accoglie solo detenuti di sesso maschile, ma una piccola ala della struttura è riservata a un centinaio di donne, che vivono con un carico di tensione maggiore rispetto agli uomini la detenzione.

Finita la visita ci siamo riuniti con il Gruppo della Trasgressione guidato dal Dott. Angelo Aparo, tutti in cerchio, mischiati, studenti, detenuti, docenti e universitari.

E’ giusto che i soldi dello Stato vengano spesi per dei carcerati?”…

Così si è aperto il dibattito e un detenuto ha subito risposto sottolineando che la stessa Costituzione italiana dice che il carcerato deve avere un giusto trattamento, in vista poi di un più “facile” reinserimento sociale. Maurizio, uno dei detenuti, ha letto un suo testo che ha colpito molti di noi; non è l’unico che scrive, perché, in questo gruppo scrivere aiuta a pensare, riflettere, tenere impegnata la testa!

Si è parlato di una caratteristica in cui spesso si riconoscono i detenuti: LA FRAGILITA’. Per compensare questa fragilità, vissuta come limite, vergogna e debolezza, manifestavano prepotenza e arroganza nei confronti di chi era più debole di loro. “Mi comportavo da arrogante per poter vedere la fragilità negli altri. Io mi sentivo nel giusto a essere prepotente, non ho mai avuto la sensazione di sbagliare. Ero convinto di fare la cosa giusta. La consapevolezza non è automatica.. deve essere “stanata” Schiacciare la fragilità dell’altro ti fa sentire forte e onnipotente, anche se, in realtà sei solo pre_potente

Rinchiudere e abbandonare a se stessi i detenuti rischia di incattivirli e predisporli a ulteriore violenza e rabbia nei confronti della società. A Bollate, dove si attivano percorsi e attività di recupero, la recidiva è decisamente più bassa: si parla del 17% contro il 67% degli altri penitenziari italiani. Chi esce dal carcere senza “aver pensato” è ancora più pericoloso.

Molti di noi, avrebbero voluto conoscere il passato e il cambiamento dei detenuti, per sapere cosa è migliorato in loro. In questo modo avremmo anche saputo perché si trovano lì, ma forse molti di noi non si sarebbero voluti fermare a parlare con loro perché non avrebbero accettato di condividere dei momenti con chi ha ucciso, stuprato….

L’esperienza è stata comunque positiva per aiutarci a riflettere: la brutta strada porta solo in un brutto posto e all’interno del carcere si può anche non pentirsi e rimanere convinti che ciò che si è fatto è stata la cosa giusta. Alcuni pensano che tenerci nascosto il motivo della loro condanna sia stata una scelta meschina, altri credono che, al contrario, non sia stato fatto perché forse i detenuti non si sentono ancora pronti a confessarsi e si vergognano ancora, oppure per non far scaturire in noi troppi pregiudizi.

L’esperienza è stata forte: chi pensa ‘voglio diventare volontario del carcere’, chi curiosa nei siti, chi dice mai cadrò nella trappola delle tossicodipendenze e nel ‘Virus delle gioie corte’, chi non ha tutta questa sicurezza.

Insomma in classe c’è fermento, si parla, si discute… Abbiamo bisogno anche di questo per crescere. Intanto qualcuno andrà allo spettacolo “ PSYCHOPATIA SINPATHICA” che verrà messo in scena dagli stessi detenuti giovedì 21 aprile alle 21:00.

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Restauro e recupero

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Progetto: Restauro e Recupero
Proponente: Cooperativa Sociale Trasgressione.net
Indirizzo: Via dei Crollalanza 11 – 20143 Milano
Presidente: Angelo Aparo
Responsabile Progetto: Vittorina Bertuolo
Data inizio progetto: Gennaio 2013

 

OBIETTIVI DELL’INIZIATIVA E CAMPI D’INTERVENTO

Formare, attraverso un breve percorso di studio teorico e, soprattutto, attraverso l’esperienza sul campo, un gruppo di persone eterogeneo, detenuti e non, in grado di operare a vari livelli nell’ambito del restauro. In questo modo le conoscenze e le competenze della squadra di lavoro aumentano e si integrano giorno per giorno, mentre vengono applicate sul campo e mentre si impara a riconoscere il valore di beni abbandonati, a recuperarli dal degrado e a proteggerli.

Data la vastità e complessità del campo in cui si vuole operare, si ritiene opportuno circoscrivere l’ambito d’intervento agli edifici storici e, più precisamente, al recupero degli intonaci, del materiale lapideo e dei metalli.

Lavorare al recupero è, sul piano simbolico e fattuale, l’attività che meglio si sposa con gli obiettivi del Gruppo della Trasgressione: scrostare, recuperare, riattivare risorse e funzioni coincide infatti con i nostri obiettivi primari, a maggior ragione se tali interventi promuovono la collaborazione e il reciproco riconoscimento fra cittadini di diversa provenienza; implementano le competenze del gruppo di lavoro in campo storico e artistico, oltre che sotto il profilo tecnico.

 

FASI PROPEDEUTICHE E OPERATIVE

Le squadre di lavoro vengono formate all’interno degli istituti penitenziari. Con immagini e brevi filmati, sono presentati in carcere i vari tipi di intervento, i materiali, le modalità di applicazione, ecc.

La formazione vera e propria, tuttavia, avviene sia sul piano pratico che teorico soprattutto con l’esperienza in cantiere.

Condizione fondamentale per la riuscita del progetto è l’acquisizione dei cantieri che, inevitabilmente, passa attraverso l’appoggio delle istituzioni e degli alleati del gruppo.

 

PRIMI RISULTATI

A distanza di tre anni dall’avvio, ecco i primi risultati tangibili del laboratorio di restauro. Accanto a questi, pur se più difficili da quantificare, vanno conteggiati benefici in termini di formazione professionale e umana maturati dai detenuti che hanno preso parte all’iniziativa nonché la ricaduta di tale maturazione sui loro figli e sulla società in generale.

 

 


 

 


 

 

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Sulla pena – Bollate 07/04/2016

Incontro sulla pena con gli allievi dell’Istituto Verri di Busto Arsizio Patrizia Canavesi

Studente: E’ giusto che lo stato spenda soldi per recuperare persone che hanno causato disastri e dolore o addirittua morti?

Giampaolo: Innanzitutto è previsto dalla costituzione; in secondo luogo, rinchiudere e abbandonare a se stessi i detenuti rischia di incattivirli e predisporli a ulteriore violenza e rabbia nei confronti della società. A Bollate, dove si attivano percorsi e attività di recupero, la recidiva passa dal 67% al 17%. Chi esce dal carcere senza “aver pensato” è ancora più pericoloso.

Isaia: Sono soldi investiti nella prospettiva di un reinserimento. E’ una spesa che può essere considerata un “investimento sociale”

Alberto: La persona, come individuo, può anche non preoccuparsi di aiutare chi è in difficoltà o chi si è macchiato di un delitto; una società civile no, non può esimersi dal provare a recuperare chi ha rotto il patto sociale. La società civile deve costantemente tentare di realizzare modelli positivi dove sia possibile percorrere strade di costruzione della libertà.

Studente: Esistono modi che possano “garantire” l’emancipazione, l’evoluzione del detenuto? E, se esistono, quali sono e come riconoscerli?

Studente: Quali sono le condizioni che permettono alla persona di orientarsi nella direzione giusta, delle gratificazioni emancipative e non cadere nella trappola della seduzione?

 Alberto: Innanzitutto sono importanti il rapporto con la guida e la fiducia che si pone nella figura di riferimento. Cercare una guida e poi provare a sceglierla. Riconoscere la fragilità e provare a orientarla nella giusta direzione, valorizzando le spinte costruttive e non dare spazio a quelle regressive. Solo in presenza di una guida valida è possibile scovare e “fare i conti” con la propria fragilità.

Antonio: Io ero fragile, molto più dei miei fratelli. Mi vergognavo di scoprirmi debole e imperfetto, quindi diventavo prepotente e arrogante. Mi comportavo da arrogante per poter vedere la fragilità negli altri. Io mi sentivo nel giusto a essere prepotente, non ho mai avuto la sensazione di sbagliare. Ero convinto di fare la cosa giusta. La consapevolezza non è automatica.. deve essere “stanata

Maurizio: solo se hai una guida sicura che ti sostiene, la fragilità viene contenuta.. e sei meno attratto dalla seduzione della via più facile per risolvere la sofferenza… della vita.

Alberto: La fragilità è una risorsa.. permette di cercare alleanze e collaborazioni per una progettualità costruttiva. Riconoscere la propria fragilità, permette di cercare tra le persone che hai accanto alleati per poter costruire qualcosa insieme.. ti permette di non vedere nelle persone “deboli” delle vittime designate, da umiliare e schiacciare per esercitare il tuo falso potere. Schiacciare la fragilità dell’altro ti permette di sentirti forte, potente, anche se in verità sei solo pre_potente e arrogante… nella tua stessa fragilità e insicurezza.

Massimiliano: mi sento brutto, debole, incapace.. inconcludente… per non stare male, mi ribello, reagisco con violenza, abuso, droghe, senso di onnipotenza.. non è possibile stare male con se stessi e non fare niente per reagire. Riconoscere la propria Fragilità è necessario per poter riconoscere anche il bisogno degli altri. Negare la propria Fragilità è negare il bisogno dell’altro.

Diouf: avevamo molti dubbi sul carcere e sui detenuti… adesso ci sembra di capire che siete delle persone normali, che hanno sbagliato ma che ci stanno pensando su.

Isaia: avete visto dei delinquenti, che in realtà sono persone non poi tanto diverse da voi.. persone che hanno bisogni, desideri, emozioni.. il suggerimento è “non avere paura di accettare la vostra fragilità e imparare a viverla come una risorsa e non come un problema”, una spinta per cercare aiuto, alleanze e collaborazioni.

Massimo: se la famiglia ti dà delle basi solide.. riesci a stare in piedi. Io non posso dire di non aver avuto una buona famiglia.. Mi ha sedotto la ricchezza, la bella vita, la vita facile..

Manar: mi sembra di capire che in fondo anche i detenuti sono delle brave persone..

Aparo: I detenuti sono brave persone? Forse. In ogni caso, anche le “brave persone” possono perdersi e danneggiare il prossimo. E’ necessario affinare strumenti per far emergere il lato positivo che c’è in ciascuno di noi, costruire relazioni positive e provare a realizzare progetti comuni. Per rieducare è necessario identificare e dare spazio a percorsi che siano riconoscibili, attendibili, verificabili.

Jin Lai: E’ più facile punire una persona che recuperarla! La consapevolezza di sè e del reato commesso, è una conquista, non si realizza automaticamente con la reclusione! La privazione della libertà non basta, non è sufficiente a innescare il cambiamento e la consapevolezza del proprio errore.

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