Fontana Tango

Fontana Tango, Paolo Donati

Cento mani tra le mie,
cancellano l’incuria e la sporcizia
con il mio lavoro duro
torna la bellezza.

Cento domande e sorrisi,
dici bene bambina
non sono una rana
questo è il mio lavoro,
Rinasci Fontana!

Gratta gratta gratta
spazzola la pietra.
Gratta gratta gratta
scava in fondo al cuore.

Tra la luce e l’ombra il giorno
piano, piano, esce dalla tana
ed ecco che rinasco dentro,
e grazie a una fontana.

Sfrego tutto il giorno pietre
corro dietro ai miei pensieri
quasi non ricordo
chi ero fino a ieri.

Gratta gratta gratta
spazzola la pietra.
Gratta gratta gratta
scava in fondo al cuore.

Gratta gratta gratta
spazzola la pietra.
Gratta gratta gratta
scava in fondo al cuore.

Da piccolo, amavo costruire
con le mani, con il cuore
e con il fango
poi si sa come è andata a finire,
dove non si tocca mai il fondo.

E mi sembra finalmente di sentire,
sono pronto per un nuovo Tango
insieme sento di capire
ch’è possibile
passare per il mondo
anche senza farlo soffrire.

Cambiano i colori intorno,
le cose hanno un sapore diverso
sarà che per un po’ di tempo,
me l’ero proprio perse.

Il vento manda via le nuvole,
spazza e
pulisce il cielo
l’aria ora è libera
come il mio pensiero.

Gratta gratta gratta
spazzola la pietra.
Gratta gratta gratta
scava in fondo al cuore.

Gratta gratta gratta
spazzola la pietra.
Gratta gratta gratta
scava in fondo al cuore.

Da piccolo, amavo costruire
con le mani, con il cuore
e con il fango
poi si sa come è andata a finire,
dove non si gratta mai il fondo.

E mi sembra finalmente di sentire,
sono pronto per un nuovo Tango
insieme sento di capire
ch’è possibile passare per il mondo
anche senza farlo soffrire.

In fondo a questa strada
il mio ultimo filo di lana
ringrazio chi ci ha creduto
e grazie anche a questa fontana.

In fondo a questa strada
trovo il filo di una nuova storia
Con te con me con tutti
festeggio una Vittoria


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E poi ho visto te

E poi ho visto te, Francesco Capizzi 

Calzoni corti, magliette bucate
calzoni larghi, maglioni pungenti
braccio di ferro fra cose rubate
fra voglie e promesse tenute fra i denti

E poi ho visto te…
Ero il giullare dell’arte padrona
D’ogni granello di sabbia perduta
Notti di sballo e di vita cialtrona
Fra un sorso e l’altro di elisir di cicuta.

E poi ho visto te, e la ferita è diventata
l’insegna per curare la paura

E poi ho visto te, non più fango sono argilla,
plasma che scintilla da quando sto con te

E poi ho visto te, e la ferita la più rossa,
una croce che libera la scossa

E poi ho visto te, e alla mano che ho ignorato
adesso io chiedo di stare qui con me

Sono cresciuto, nel vuoto assoluto
rincorrendo parole che volavano via
Finché ho raggiunto il timone divino
Con l’obiettivo di governare il mio destino

E poi ho visto te…
E ora è notte, piove e un uomo è caduto
Con la sirena che fischia ricordo
Di quella volta quando ero fuggito
E adesso corro perché non sfugga la vita

E poi ho visto te, e la ferita è diventata
l’insegna per curare la paura
E poi ho visto te, ero fango e sono argilla,
plasma che scintilla da quando sto con te

Un’altra via non c’è, ora cerco nella notte
persone perdute e ferite come me

E poi ho visto te, e alla mano che ho negato,
adesso io chiedo, rimani qui con me

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San Vittore

San Vittore, Paolo Donati

Com’è sottile la linea che separa
l’ombra più profonda dalla piena luce
e capita di non saper vedere
in che direzione vai.

Così succede di non saper sentire
la rabbia che ti spinge e non ti fa capire
di quanto ti allontani un po’ per volta
e chissà se tornerai.

Tra luci e ombre si trova a navigare
chi si allontana tenendosi per mano
a quella rabbia cieca e sorda alla paura,
che gli urla dentro e a quella che procura….

San Vittore è in mezzo a quattro vie
nemmeno tanto grandi, ma per attraversarle
devi avere il cuore fermo e un permesso
stretto nella mano.

A San Vittore ci vai anche per gioco
con regole già scritte però ti fermi poco…
per chi ha giocato duro resta dentro
anche il suo futuro.

Solo discese incontra nel cammino
chi si allontana tenendosi per mano
ad un coraggio finto e fatto di paura,
quella sua dentro e quella che procura.

San Vittore è un santo di Milano
Che porta scarpe cucite a mano
con all’interno la parte dura
che rende sordi e che fa paura.

San Vittore è in mezzo a tanta gente
lì per incontrare chi vede raramente,
chi piange di nascosto, chi in silenzio,
chi fa finta e chi per niente.

A San Vittore ci vai a sentirti meglio
a misurar destini e pesare la fortuna,
ad incontrare di nascosto le voci
che ti parlano dentro.

San Vittore è un santo di Milano
Che porta scarpe cucite a mano
con all’interno la parte dura
che rende sordi e che fa paura.

Sul calendario lo cercheresti invano
lui gira sempre con il cuore in mano
perché vivendo oltre lontane mura
ogni giorno deve prendersene cura.

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Mare Nostro

Mare nostro, Paolo Donati

Mare nostro mare,
così indifferente
mare, nostro mare
che non porti a niente
mare che inghiotti la gente
mare, dimmi come ci si sente

Tra le onde danza
e canta la fortuna
chi scappa dall’inferno,
le mani sulla luna
nei suoi occhi, mare,
hai il colore della speranza

Mare nostro mare,
mare nostro mare
mare nostro mare, mare

In viaggio!
Con la distanza misurata
dai corpi abbandonati per la strada

In viaggio!
Con i minuti scanditi
dalle botte sulla pelle illividita

In viaggio!
Con tanta sete, poca acqua
e ancora soldi per chi
non è mai sazio

Mare nostro mare, mare
Mare nostro mare, mare

Se leggerai
queste parole
allora sono salve
e io con loro,
troverò una casa,
cercherò un lavoro

Parti appena puoi
e non scordare la paura
il diavolo alle spalle ora
ora vende terre promesse

 

Mare nostro mare,
mare nostro mare
mare nostro mare,

In viaggio!
Con la distanza misurata
dai corpi abbandonati per la strada

In viaggio!
Con i minuti scanditi
dalle botte sulla pelle illividita

In viaggio!
Con tanta sete, tanto sale
e intanto il tempo
muore tra le dita

Mare nostro mare, mare
Mare nostro mare, mare


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Prigioniero dell’ebbrezza

Prigioniero dell’ebbrezza, Massimo Moscatiello

Ho iniziato a usare sostanze alteranti molto presto. Era un periodo di vuoto e lo colmavo rifugiandomi in miscugli alcolici. Così cominciai a provare l’ebbrezza di superare i limiti imposti dall’autorità, quella che avrebbe dovuto governarmi.

Pian piano iniziai a imprigionarmi in una sensazione di libertà guidata dall’eccitazione. Preso dalla foga del potere e dal bisogno di placare l’astinenza, iniziai a commettere reati. Stordendomi con sensazioni sempre più forti, entrai nel pieno della schiavitù della dipendenza.

Credo di aver cominciato per un senso di appartenenza e per un senso di mancanza che, con l’uso delle droghe e con la sensazione di tenere in mano le vite di chi veniva a comperare da me, riuscivo a zittire. Il bisogno di chi veniva a chiedermi mi esaltava.

Al gruppo ci siamo posti la domanda su quali conflitti si provano durante la tossicodipendenza. Pensandoci, c’è stato solo un periodo in cui mi ero imposto di smettere ma è durato solo 22 giorni perché quella voglia di potere mi rendeva fragile. Per continuare come prima, ho detto a me stesso che non spacciavo solo per me, ma anche per far vivere ai miei familiari una vita più agiata.

Io non concepisco la tossicodipendenza come una malattia; la vivo piuttosto come una prigione mentale e, se non arrivi a colmare il vuoto che hai dentro, quella prigione ti tiene sempre più stretto e fa sì che tu faccia altrettanto con chi viene da te.

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L’eroina, la spada e la stoccata

L’eroina, la spada e la stoccata, Diego Carponi

Mi affaccio per la prima volta a tutti voi per dirvi che mi ha colpito quanto ha detto Veronica in uno degli ultimi incontri e quello che in questo gruppo viene alla luce.

E allora, eccomi. Sono nato in una famiglia dove l’onore e il rispetto venivano inneggiati, ma dove tutto era coperto e non c’era spazio per un sorriso. All’età di nove anni la vita mi ha messo davanti la più grande difficoltà. Mia madre scappa di casa, lasciando nelle mani di mio padre quattro figli, di cui io e mia sorella gemella un po’ più piccoli. Ero lì davanti al televisore a guardare un cartone animato quando lei mi accarezza il viso per l’ultima volta e furtivamente corre verso l’uscita.

E così siamo cresciuti senza una madre. Mio padre, per disperazione, sfoga la sua rabbia contro di noi e per cancellare il vuoto di mia madre comincia a bere uccidendosi giorno dopo giorno. Passano gli anni sotto una dittatura che non finiva mai.

Per quanto riguarda la tossicodipendenza, non do alcuna colpa ai miei genitori, la droga era lontanissima da quello che i miei genitori avevano tentato di insegnarmi. A 14 anni lascio il primo anno di perito industriale e conosco la mia amante, l’eroina. Da lì il carcere minorile da dove esco a 18 anni. Raggiunti i 20 anni, altro carcere e poi altro ancora.

Il poco che ho vissuto fuori da queste sbarre, in realtà era un’altra galera; quello che io credevo di possedere in realtà mi possedeva. In ogni istante della mia vita sono in conflitto con me stesso, non solo per l’eroina, ma per tutto quanto c’è di vivo davanti ai miei occhi.

Vi ringrazio per l’attenzione, sento che qui abbiamo l’opportunità di ascoltarci e di darci una mano l’un l’altro.
La spada non punge solo per far male,
con la giusta stoccata ci si può rinnovare.

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Signor Presidente

Caro Signor Presidente,
scrivendole, la penso accerchiato da problemi e da mille richieste che pretendono rapide risposte; la pazienza lo sappiamo non è la dote più diffusa tra i cittadini. Le do subito una buona notizia: io avrò pazienza, se non altro perché i prossimi tre anni li trascorrerò in carcere. Quindi nessuna premura, nessuna urgenza, le mie sono domande che possono aspettare.

Ecco la prima: la società, una volta tornato in libertà, mi permetterà di realizzare i tanti progetti che ho avuto il tempo di elaborare in questi anni di detenzione? Avrà il coraggio, l’intraprendenza e la volontà di accettare un ex detenuto come risorsa? Certo, camminare per le strade della città come risorsa invece che come pericolo pubblico non sarebbe guadagno da poco. Ma come fare?

Don Chisciotte, Honoré Daumier
Don Chisciotte, Honoré Daumier
A questo riguardo, signor Presidente, voglio segnalarle che esiste chi, fra i normali cittadini, combatte da anni contro i mulini a vento. Si tratta di un certo Angelo Aparo, che da anni, cavalcando il suo Ronzinante, si presenta nelle carceri di Opera, San Vittore e Bollate per continuare la sua battaglia. Le sue armi sono la testardaggine e il Gruppo della Trasgressione, i suoi nemici i luoghi comuni e la burocrazia delle istituzioni.

Egli si prefigge di entrare nelle storie sbagliate per conoscere l’immagine che ogni reo ha di sé e promuoverne l’evoluzione attraverso la comunicazione con la società esterna. È un metodo che verte principalmente sul recupero critico delle proprie esperienze e delle proprie emozioni e si serve di argomenti eterogenei come le microscelte, il rapporto con la legge, il superamento dei limiti, il divenire dell’identità del cittadino.

Questo anacronistico Don Chisciotte dice che il rapporto tra carcere e società è un impegno doveroso perché solo una buona combinazione fra pena e progetti con la città permette reali opportunità di riscatto per il detenuto e migliori condizioni di vita per i cittadini. Egli sostiene anche che una società cresce e si salva nel suo insieme, non in virtù di qualche istituzione particolarmente forte. E non è finita! A volte arriva a dire che la condizione carceraria è una vergogna morale e uno spreco sociale, anche perché non onora e non scommette sulla indicazione costituzionale del recupero del reo.

Locandina_Abbiate2
Uno dei nostri convegni
Forte della sua esperienza o forse del suo delirio, ha creato un esercito di detenuti che, incontrandosi all’interno delle carceri e delle scuole, si relazionano con studenti e universitari e, parlando delle loro esperienze, distribuiscono il “virus della curiosità”, come lui ama chiamare l’esplorazione delle proprie “nicchie” nascoste. In questo modo, continua a fare guerra agli stereotipi e alla cattiva informazione.

Io, sig. Presidente, sono prigioniero di questo dittatore del pensiero, ma ne respiro le parole come aria di libertà e il metodo come la sola strada che conosco per arrivare a un’analisi interiore, cercando per il mio futuro un senso diverso rispetto al mio passato.

Detto questo, Egregio Presidente, Lei si trova a un bivio: o lo lascia definitivamente impazzire fra i suoi mulini a vento o si allea con lui, riconoscendo l’utilità del suo lavoro, che altro non è che la messa in pratica di un principio centrale dell’istituzione che lei rappresenta, cioè più sicurezza per la Sua e la mia società.

Franco Garaffoni

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Il mito di Sisifo e il Gruppo Trsg

Il Gruppo della Trasgressione, nato nel 1997 a San Vittore, è presente oggi anche nelle carceri milanesi di Opera e Bollate e, all’esterno del carcere, nei locali dell’ASL Milano, Corso Italia 52. Ne fanno parte detenuti e comuni cittadini, soprattutto studenti universitari e neolaureati provenienti da Psicologia, Legge, Filosofia, Scienze dell’educazione.

Membri esterni e detenuti s’incontrano settimanalmente dentro e fuori dal carcere, studiano e si confrontano su temi che riguardano esperienze di sconfinamento, come la trasgressione, la sfida, l’abuso. Gli scritti del gruppo sono su www.trasgressione.net e su Voci dal ponte.

Da quando abbiamo cominciato a giocare col mito di Sisifo, continuiamo a scoprirne le inesauribili potenzialità. Provenendo da istituti diversi, a volte i detenuti che vanno sul palco si conoscono poco, ma tutti sanno quanto il mito li riguardi da vicino. Per questo detenuti e studenti del gruppo, dando voce ai diversi personaggi, provano a individuare le parentele fra i sentimenti di sempre e i nostri conflitti di oggi.

Sisifo è il re di Corinto, che attraversa un periodo di gravissima siccità. Gli abitanti pregano gli dei e fanno sacrifici a Giove e ad Asopo, dio delle acque, affinché concedano a Corinto una sorgente per coltivare i campi. Ma gli dei si dedicano ai loro festini mentre il popolo di Corinto muore di sete. Sisifo, senza andare troppo per il sottile, riesce a procurare l’acqua al suo popolo, ma incorre nelle ire del re dell’Olimpo, che si vendicherà con la famosa pena del masso.

Conclusa la rappresentazione, viene il momento del teatro Forum, con altri attori (anche provenienti dal pubblico) a reinterpretare alcuni passaggi del mito. In questa fase, ci si interroga col pubblico sul problema della siccità a Corinto, sul rapporto di Sisifo con Giove, degli adolescenti con il limite e con l’autorità, dell’uomo con i suoi bisogni terreni e le sue ambizioni di eternità. Nel mito, infatti, ci sono tutti i personaggi e i passaggi necessari a che vengano facilmente fuori i conflitti fra genitori e figli, fra allievi e insegnanti, fra cittadini e figure istituzionali.

 

Negli anni la rappresentazione ha confermato ripetutamente le proprie potenzialità, tanto che la portiamo nelle scuole anche per gli incontri sulla prevenzione del bullismo. Nostro obiettivo è promuovere fra genitori e figli, insegnanti e allievi, autorità e liberi cittadini una riflessione su:

  • gli strumenti che ci mancano per responsabilità di chi non si occupa di noi e della nostra evoluzione;
  • quelli che, pur essendo alla nostra portata, non riusciamo a vedere perché ne abbiamo perse le tracce;
  • quelli che preferiamo non vedere per trovare giustificazione alla nostra resistenza a evolverci.

 

Lettera di Sisifo al pubblico

L’invincibilità! Nella mia vita, ho sempre avuto bisogno di questa difesa. Ho sempre cercato situazioni pericolose per sentirmi vivo e per distinguermi dagli altri. Mi sono tenuto al di fuori delle regole, facendo in modo che il più forte, in ogni caso, fossi io! In questo modo ho nascosto le mie debolezze, ho pensato sempre di potere staccare a morsi tutto quello che volevo, senza dover passare mai dalla cassa.

Oggi penso che non sia stato utile nascondere a me stesso i miei limiti e autoconvincermi di poter fare ogni cosa io volessi. Non voglio rinnegare quello che è stato, ma molte volte avrei potuto fare meglio. Questo rende oggi meno desiderabile l’invincibilità che avevo fantasticato. Nessuno al mondo, per quanto forte e potente, può essere invincibile; siamo troppo piccoli davanti a tanti mali come malattie e catastrofi o anche solo davanti al semplice e imprevedibile caso.

Per questo, oggi penso che l’invincibilità sia solo una condizione mentale per affrontare le paure che stanno dentro di noi, una corazza a protezione dei nostri lati più fragili.


 

Negli ultimi 5 anni abbiamo portato Sisifo e le riflessioni che ne seguono in decine di scuole e di teatri di Milano e provincia e nelle tre carceri di Milano.

Per avere il Mito di Sisifo e il Gruppo della Trasgressione al mattino nelle scuole o la sera nei teatri per un pubblico adulto, rivolgersi a

 

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Scelta o malattia?

Tossicodipendenza: scelta o malattiaDenny Tosoni

Inizialmente, per come l’ho vissuta io, la tossicodipendenza è stata una scelta, una condizione in cui rifugiarsi per le carenze di affetto e altro di cui ho sofferto durante il mio periodo adolescenziale. Non sapendo come superarle, per sentirmi considerato e non farmi prendere in giro dai miei coetanei, avevo deciso di frequentare persone più grandi di me, i “bulli” della scuola.

Le cose cambiarono rapidamente, nessuno mi prendeva più in giro. Poi ho iniziato a fumare le prime sigarette per farmi notare, a fumare spinelli, per poi passare alla cocaina e all’eroina. Quando ho iniziato a usare la cocaina, cioè molto piccolo, all’età di soli dodici anni, mi sentivo una persona realizzata perché i miei “amici” venivano a cercarmi per uscire; non ero più la persona chiusa e timida di prima, non avevo più nessun tipo di difficoltà ad approcciare le persone… insomma era tutto più semplice.

Con l’eroina ho raggiunto il massimo del piacere, non avevo freni, non m’interessava più di nessuno, sembrava che con quella maledetta droga mi fossi “sposato”. Mi sentivo protetto sotto una cupola di vetro, nessuno poteva ferirmi e questo mi faceva sentire un dio. All’inizio sentivo la cosa del tutto gestibile; quando la usavo ero convinto che non mi creasse nessun tipo di dipendenza, con il passare del tempo mi sono accorto, invece, che ero finito in un tunnel senza via d’uscita.

Da lì, dopo svariati arresti e svariate esperienze comunitarie, notando che anche dopo tanto tempo di astinenza fisica andavo ugualmente a ricercarla e ci ricadevo, ho cominciato a pensare che fosse una malattia e ho scoperto che è veramente così perché, se non risolvi i problemi che ti hanno portato a usare sostanze, è molto difficile guarire.

Se ti fratturi una gamba, e non la curi a dovere con fisioterapia e riabilitazione ma ti affidi solo ai farmaci per annullare il dolore, rimarrai inevitabilmente zoppo. Ecco, io sono rimasto zoppo! Fino a ora non ho mai curato la malattia ed ho solo illusoriamente annullato il dolore che poi è ricomparso. Oggi, comunque, posso dire che, con un buon lavoro e molta volontà, tutto questo si può realmente curare.

Il conflitto interiore che mi porto ancora oggi dentro di me è relativo al senso di abbandono che ho vissuto nei confronti di mia madre. All’età di 5/6 anni passavo molto tempo con mia nonna perché mia mamma era sempre impegnata con il lavoro. Mia nonna mi portava sempre a prendere il gelato ed era lei che mi comprava i giocattoli e che mi portava sempre fuori. Quando, per motivi di salute, è stata portata al ricovero, ho provato come un vuoto, un senso di malinconia, come la si può provare nei confronti di una madre.

Dopo un paio di anni, mia mamma, ha iniziato a lavorare in casa come baby-sitter; accudiva un paio di bambini di 3/4 anni più piccoli di me. In quel periodo avvertivo un senso di abbandono, solitudine e mancanza di considerazione che mi portavano a starmene sempre in disparte. Quello che mi procurava più sofferenza erano i gesti affettuosi che rivolgeva a quei bambini e non a me. Da quel momento ho provato un senso di rabbia e delusione per come si è comportata. Inoltre, da quando ne abbiamo parlato, mia mamma è diventata sempre più iper-protettiva; mi sentivo soffocare, non avevo più i miei spazi e mi controllava continuamente. Ancora oggi lei pensa che, senza un suo aiuto, io non ce la possa fare ad autogestirmi.

L’altro mio conflitto interiore avviene tra la mia parte adulta e la mia parte bambina. Credo che la parte bambina esca quando mi sento solo, abbandonato e poco considerato in quello che faccio. Da quando ho incontrato la psicologa, che mi ha aiutato a comprendere questi lati del mio carattere, ho cambiato atteggiamento; adesso mi sento una persona più matura e adulta rispetto a prima. Questa parte bambina, che è presente ancora in me, sto imparando a gestirla; adesso affronto i problemi in maniera diversa ed ho imparato ad avere anche più pazienza.

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Trasgressioni e conquiste

Trasgressioni e conquiste, Buccinasco 02-02-2016, Gemma Ristori

L’incontro di martedì 1° Marzo nella scuola media di Buccinasco ha un antefatto. Ore 8:40, casa del dott. Aparo, tre ragazze ancora assonnate, subito dopo il buongiorno, vengono colte di sorpresa da domande del tipo:
Prof: quando è stata scoperta l’America?
Noi: 1492
Prof: e.. quando è stato scritto l’infinito?
Noi: Ah, boh!
Prof: Beh, cercatelo!

E così, passando dal salotto di casa Aparo al viaggio in macchina, cominciamo a prendere appunti su alcuni passi cruciali della storia dell’uomo. Arrivati a scuola, ci viene svelato il piano: lo scopo della giornata è effettuare una ricerca sul rapporto con il limite di studenti e detenuti. Come per ogni ricerca che si rispetti vengono dichiarate le fasi e le modalità che la caratterizzano:

  1. Esposizione di alcuni passaggi significativi nella storia dell’uomo;
  2. Collaborazione attiva fra studenti della scuola che ci ospita e detenuti e studenti universitari del gruppo;
  3. Esplorazione dei sentimenti verso la trasgressione, la conquista, lo sconfinamento nella mitologia e nella letteratura;
  4. Confronto fra le emozioni più comuni fra studenti e detenuti;
  5. Eventuali correlazioni tra atteggiamenti verso il limite e stile del rapporto con l’autorità.

Inizia l’incontro e il dott. Aparo fa accomodare sul palco studenti e detenuti del Gruppo della Trasgressione insieme ad alcuni studenti della scuola. Siamo nella prima fase e la domanda che apre le danze è: “Cosa vi viene in mente in relazione al superamento del limite nella storia o nella mitologia?”, poi richiama, a mo’ di esempio, la mela di Adamo ed Eva e chiede cosa suggerisce.

A questa sollecitazione risponde Matteo, un metro e 50 di curiosità e dolcezza condita da un pizzico di timidezza; il suo intervento è integrato da quello di Roberto Cannavò, che sottolinea come Adamo ed Eva caddero in tentazione perché ottenebrati dal desiderio di diventare come Dio.

Il dott. Aparo si rivolge nuovamente ai piccoli e ai meno piccoli presenti sul palco, chiedendo altri esempi di superamento del limite. E’ ancora Matteo a intervenire citando il viaggio di Ulisse oltre le colonne di Ercole, limite estremo del mondo conosciuto. Il prof., dopo aver sottolineato la pertinenza dell’esempio, ricorda che anche Dante Alighieri nella Divina Commedia cita il viaggio di Ulisse in relazione al desiderio insaziabile di conoscenza, ma condanna l’eroe in relazione all’arroganza con cui amministra tale desiderio.

E così, la ricerca condotta da studenti e Gruppo della Trasgressione assume sempre più le forme di un viaggio spinto dal vento della curiosità, un itinerario che coinvolge mitologia, letteratura, arte, scienza e storia, la cui mappa viene tracciata grazie al contributo di persone con età e vissuti molto distanti tra loro.

Viene citato dal Dott. Aparo il mito di Prometeo, che rubò il fuoco (strumento di conoscenza ed emancipazione) a Zeus per permettere agli uomini di avere la luce; Manuela, un metro e trenta di tenerezza e curiosità, ricorda come tappa importante nel cammino dell’umanità i primi voli in aereo e illustra, su sollecitazione del Prof, il mito di Icaro. Alberto Marcheselli sottolinea come inizialmente Icaro usi le ali di cera per emanciparsi, per fuggire dal labirinto di Dedalo, ma poi, preso dall’ebbrezza del volo, si spinge sempre più vicino al sole (avvicinarsi a Dio), così che le ali si sciolgono e Icaro precipita.

Viene così raggiunta la prima meta del viaggio: ogni volta che l’uomo punta a superare un limite, coesistono in lui due spinte, una miscela fra: da una parte, il desiderio di emancipazione, di crescita, di autonomia; dall’altra, quello di sfidare l’autorità, con la conseguente vertigine data dall’illusione di superare colui che ha posto il limite o addirittura di ucciderlo.

Il tragitto continua… Mohamed cita il nostro mito di Sisifo e il suo disprezzo per le divinità dell’Olimpo; un ragazzino della scuola cita il Simposio di Platone e la divisione dell’uomo in due metà costrette a cercarsi per tentare di recuperare l’antica forza che era stata tolta all’androgino da Zeus per timore che potesse minacciare lo status degli dei; Alessandra cita il ritratto di Dorian Grey e il desiderio dell’eterna gioventù; Gemma parla di Edison e dell’invenzione della lampadina; Alberto parla del delirio del dott. Frankestein di Shelley.

Conclude la carrellata il Dott. Aparo che sottolinea come anche nel progresso scientifico e nello sport ci sia un confine labile tra il desiderio di crescere e migliorarsi e la vertigine di sentirsi in cima al mondo. E cita la voglia di conoscere di Marco Polo e Colombo; il Faust di Goethe che, in nome della conoscenza, stipula un patto col diavolo per riceverla tutta e subito; la tragica spedizione sull’Everest dove, a causa della voglia di esibire e consumare risultati ed emozioni, persero la vita 19 persone; infine ricorda il primo uomo sulla luna, con il senso di trionfo, ma anche con il lavoro e le allenze necessarie per arrivarci.

E siamo alla seconda tappa del nostro viaggio: il desiderio di superare il limite, la spinta verso l’infinito è una caratteristica insita nell’essere umano; ma solo se questa spinta è accompagnata dal progetto, dal lavoro, da alleanze appropriate potrà portare a traguardi costruttivi e duraturi. Edison, Franklin (l’inventore del parafulmine) e molte altre personalità che hanno scolpito la storia, hanno raggiunto traguardi e contribuito all’evoluzione dell’uomo e al nostro benessere odierno; ma cosa permette di raggiungere mete così straordinarie senza farsi vincere dalla vertigine del senso d’onnipotenza?

Il Dott. Aparo suggerisce, a questo proposito, un confronto fra due modi di procedere: uno puntato al miglioramento di sé e/o al perfezionamento dell’oggetto cui ci si dedica; l’altro basato sulla ricerca del potere e/o dell’eccitazione. Nel primo caso, ogni gradino è un’esperienza e un arricchimento; nell’altro, si punta a conquistare trofei, che spesso vengono consumati molto velocemente, senza saziarne la fame.

Questa differenza nel rapportarsi con i limiti non prescinde dall’immagine dell’autorità che ciascuno di noi ha interiorizzato. La relazione emotiva con il limite, infatti, cambia significativamente se il viaggio verso la meta viene effettuato all’insegna del rancore e dell’opposizione o se, invece, viene sostenuto da un’autorità accuditiva.

Come il mito, la letteratura e le storie di molti componenti del gruppo della trasgressione documentano, raggiungere la meta per chi sente dentro di sé che ogni conquista equivale a una battaglia vinta contro un genitore castrante porta con sé la fantasia di distruggere il genitore stesso (e questo induce a rimettere perennemente in scena atti di sopraffazione e di autodistruzione); procedere invece in sintonia con una guida che indichi la strada permette di orientarsi, di crescere e di nutrirsi di quanto si incontra nel cammino e dei propri risultati.

La conclusione del nostro itinerario, partito da Adamo ed Eva e giunto all’allunaggio, viene suggellata dagli interventi del piccolo Matteo e della piccola Manuela che ribadiscono l’importanza della guida per raggiungere mete appaganti.

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