Il rapporto con l’autorità, elaborati

Buccinasco: 2017 – Gli elaborati degli allievi dell’Istituto “Via Aldo Moro”
relativi agli incontri sul tema della Trasgressione

Gli allievi della 3° C

 

Gli allievi della 3°

 

Gli allievi della 3°

 

Gli allievi della 3°

 

Gli allievi della 3° G

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Il convegno sulla tossicodipendenza

Cari compagni di ricerca sulla tossicodipendenza,
le difficoltà che incontriamo nell’individuare i confini del campo, i collegamenti che andiamo scoprendo con esperienze e patologie diverse dalla tossicodipendenza mi motivano ogni giorno di più verso l’avventura che abbiamo iniziato. Le aree del convegno sulla tossicodipendenza, come abbiamo detto, verranno definite strada facendo; gli obiettivi dell’iniziativa già partita e che, se tutto va bene, dovrebbe concludersi col convegno di giugno, mi sono chiari da tempo:

  • promuovere una camera di gestazione capace di attivare riflessioni e ipotesi sulle cause, sugli sviluppi e sulle cure della dipendenza che reggano alle osservazioni di chi questa realtà ha vissuto, ha sofferto, ha costruito con le proprie mani;
  • attivare e consolidare, intanto che i detenuti parlano con gli operatori come stiamo facendo in questo periodo, un rapporto fra paziente e terapeuta tale da favorire una effettiva, duratura e sentita alleanza contro la schiavitù della droga (cosa ben diversa da quanto avviene nella relazione tradizionale fra detenuto e operatore penitenziario);
  • alimentare, fra i componenti del gruppo, intanto che il tossicodipendente diventa protagonista attivo dell’indagine, il piacere e l’orgoglio di far parte di una squadra dove detenuti, studenti e operatori si dedicano insieme allo studio del problema;
  • coltivare un fermento che sia utile alla formazione degli studenti tirocinanti, alla implementazione delle competenze degli operatori e, soprattutto, a stuzzicare, nutrire e fare circolare fra i detenuti ricordi, emozioni, relazioni che li motivino a ribellarsi alla perversa relazione fra “burattino e burattinaio”.

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Le parole sono pietre o fiori

Al Gruppo della Trasgressione ognuno può parlare. Le parole a volte sono pietre, altre fiori, comunque producono un effetto e bisogna tenerne conto. A volte vengono dette parole emblematiche, vengono pronunciati interventi paradigmatici, vengono proposte testimonianze di un’interiorità che si svela e che non vuole essere profanata.

Chi riceve una fragilità di solito la protegge. Proteggere dà una bella sensazione, dà forza, gratifica. Ogni volta che questo accade si crea un legame fra chi rivela se stesso e chi ascolta. Ma tutto ciò non mette al riparo da possibili fraintendimenti; non è detto che tale legame non venga vissuto come un giogo e non è detto che in tutti sia presente la capacità e la voglia di comprendere e accudire ciò che gli altri dicono.

Le parole non hanno sempre la stessa valenza per chi ascolta, molto dipende da chi le pronuncia e dal ruolo che ha. Un insegnante, per esempio, non si può permettere leggerezze; ciò che dice sedimenta nelle coscienze degli allievi e diviene potenzialmente lievito. E’ così anche nel rapporto fra genitori e figli.

Di certo una guida quando parla deve scegliere con cura le parole perché le parole di una guida hanno un peso diverso; in generale le parole hanno un peso maggiore quando chi ascolta è in una condizione di bisogno. Alle volte ci si sente incompresi, poco accuditi, traditi. La condizione di bisogno rende vulnerabili.

Per la guida, quando parla e quando ascolta, l’onestà è necessaria. La guida può sbagliare ma non può essere in malafede, deve essere sincera, pur se non sempre è in grado di trovare risposte alle domande. E comunque ci sono domande che forse sono destinate a rimanere senza risposta.

Letteratura, punizione e vergogna

Ascoltare le testimonianze dei tossicodipendenti mi ha ricordato il romanzo di Stevenson “Lo strano caso del Dr. Jekyll e del Sig. Hyde”
Nel romanzo, un rispettabile dottore della Londra benestante di fine secolo XIX inizia ad assumere una sostanza a titolo sperimentale, per vedere “l’effetto che fa”, come scherzosamente recita una popolare canzone di Jannacci e molto più macabramente la cronaca dei giorni scorsi sul delitto Varani a Roma.

Ma, iniziata per essere studiata scientificamente, l’assunzione della sostanza sfugge di mano al dottor Jekyll, che a un certo punto, anche senza più volerlo, si trasforma nell’essere ripugnante e senza freni morali che la sostanza risveglia in lui. Ciò lo porterà alla morte, ma ancor prima all’abdicazione di sé.

Il romanzo viene scritto in epoca vittoriana, in cui la moralità viene perseguita ad ogni costo fino a diventare un’ossessione, al punto da rivestire tavoli e sedie fino a terra in quanto le gambe degli stessi potevano essere percepite come simboli fallici. La rigidità delle regole cui attenersi genera una pressione tale da suscitare insofferenza e stimolare il desiderio di trasgredire e di vivere più liberamente. Il personaggio simbolo di tale moralità è mister Utterson, il legale, uomo ligio e ordinato per eccellenza, ma non privo di tentazioni cui talvolta indulge.

Le due anime che albergano nel dottore, Jekyll e Hyde, sono entrambe percepite come trasgressive dal perbenismo della società vittoriana. Infatti, anche il dottor Jekyll ha impulsi trasgressivi, pur se il più delle volte tenuti a freno.

Uno degli aspetti salienti, nel romanzo, è che la trasgressione viene messa in atto da uno scienziato, a scopo di studio. E non è un aspetto da poco, perché ben rappresenta il dibattito culturale che la diffusione del Positivismo aveva generato nella seconda metà del XIX secolo. Alcuni intellettuali, attribuendo alla scienza un primato culturale che fino a pochi anni prima era stato esclusivo appannaggio di una cultura religiosa e dogmatica e sui cui paradigmi si erano modellate la società e la morale vigente, si attirano le critiche di coloro che sono rimasti ancorati a una cultura tradizionale e che ritengono che la scienza non debba superare certi limiti, pena una punizione esemplare. Lo scienziato Jekyll, osando una sperimentazione oltre i limiti considerati consentiti, muore.

Su che cosa induce a riflettere il romanzo di Stevenson?

  1. Sul fatto che in ogni uomo ci sono componenti buone e cattive. La legge e la morale hanno il compito di tenerle a freno.
  2. Sul fatto che dare spazio alle componenti cattive può instaurare un meccanismo di progressivo potenziamento delle stesse a scapito delle buone, rompendo in modo irreversibile (?) l’equilibrio.
  3. Sul fatto che la caduta dei freni inibitori ad opera di strane sostanze libera nell’uomo comportamenti ancestrali senza che ci siano motivi o giustificazioni per metterli in atto. E così si assapora la crudeltà di un delitto completamente gratuito. E poi di nuovo. E poi ancora, e ancora.
  4. Sul fatto che i valori o i disvalori della cultura dominante svolgono un ruolo primario nell’indirizzare i comportamenti dell’essere umano, soprattutto se ancora giovane e in formazione.

Che cosa ricavare da queste riflessioni?
Comincerei col dire che le problematiche sollevate da Stevenson mantengono inalterata la loro validità anche ai giorni nostri. Alla luce delle testimonianze dei tossicodipendenti, pare che dare spazio al male effettivamente riduce spazio al bene e porta al potenziamento dell’uno e all’indebolimento dell’altro.

L’altra riflessione importante riguarda i freni di cui la società si serve per favorire un’armoniosa convivenza: la morale e la legge. Entrambe funzionano se, almeno in parte, vengono sollecitate da un’emozione umana di cui ultimamente si parla assai poco: la vergogna.

Che fine ha fatto la vergogna? Quella che dopo il morso al frutto proibito ha spinto Adamo ed Eva a coprirsi, loro che erano sempre stati beatamente nudi? Senza provare vergogna si può smettere un comportamento malvagio? E mi viene da pensare che, forse, il peccato originale sia importante non solo per la pretesa dell’uomo di divenire uguale a Dio appropriandosi della conoscenza, ma per insegnare che alla trasgressione fa seguito la vergogna. Oggigiorno non siamo più nell’Eden (ci siamo mai stati?), di trasgressioni se ne commettono tante ma non si sente parlare di vergogna. Perché non se ne parla? Perché la si cela o perché non la si prova? Credo che se la risposta fosse quest’ultima il genere umano avrebbe un problema.

L’altra direzione presa dalle mie riflessioni riguarda la punizione.
In molte testimonianze si legge che l’essere stati arrestati ha reso possibile un inizio di percorso di salvezza. Allora ciò che manca oggigiorno alla nostra società è la capacità di punire la mancanza commessa, nei tempi e nei modi adeguati.

La punizione è un argomento rovente. Ricordo molto bene che a scuola durante una discussione con gli allievi di una quarta (17 anni circa) a seguito delle lamentele dei docenti del consiglio di classe per un comportamento inappropriato durante la proiezione di un film nell’auditorium comunale, mi sono sentita chiedere: perché non ci punite?

Dunque è l’essere umano in formazione che sente la necessità di essere punito. Dunque è vero che porre delle asticelle da non superare serve, e che se vengono superate è opportuno punire. Se non si punisce, il livello della trasgressione aumenta e diventa incontrollabile, deleterio sia per l’individuo che per la società. Nella nostra società la certezza della pena è una chimera, nel nostro sistema scolastico la punizione non è usata o è usata in modo inappropriato, in famiglia sempre meno spesso accade che i genitori insegnino ai figli a far fronte alle proprie responsabilità e che li puniscano quando i loro comportamenti lo richiedano.

Anni di insegnamento hanno generato domande cui non è facile dare una risposta. Però ho maturato la ferma convinzione che un giovane in formazione ha bisogno, anche se non lo sa, di un punto di riferimento, di una figura con cui scontrarsi per scoprire se stesso, di una guida che lo aiuti a… rendere gli orizzonti meno vaghi, a individuare mete credibili raggiungibili con vie lineari e non contorte, a scegliere ideali che non si rivelino illusioni antiche e non risolte, a ricercare piaceri che non si riducano solo a gioie corte. A volte, quando si è giovani, tutto questo da soli non si riesce a farlo.

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Le due strade del potere

Le due strade del potere, Claudio Palumbo

Sinceramente, la cocaina non mi ha fatto sentire potente o importante nei confronti delle altre persone. Quando assumevo cocaina mi sentivo ben diverso da un uomo potente e, in particolare, mi isolavo rimanendo chiuso in casa perché mi dava fastidio stare in compagnia di altre persone e non volevo che mi vedesse nessuno per i deliri che la cocaina mi procurava. Mi sentivo in difetto e in imbarazzo, pensando di non portare adeguato rispetto ai miei familiari.

Di certo posso dire che la cocaina cambia l’umore anche dopo aver esaurito i suoi effetti. Quando sta per finire lo sballo, ci si sente più calmi e si rientra in se stessi, ma subentra comunque un’altra personalità che ti porta a essere più aggressivo. Ad esempio, se capita una discussione con qualcuno, la cocaina, ancora in parte in circolo, ti spinge ad arrivare anche alle mani, se non peggio. Insomma, due personalità: ora ti ritrovi solo e in fuga, ora aggressivo e senza freni. Ma non ricordo una sensazione di potere… quando ti credi potente, vi sono solo due possibili strade: quella che ti porta in galera e quella che ti porta al cimitero.

Anch’io vendevo le droghe, attività che portava a conoscere tante persone che mi rispettavano e ritenevo amiche (alcune). Purtroppo non era così. Era solo dovuto al fatto che gli vendevo la droga. Non si trattava di vera amicizia, ma solo falsità e tradimenti personali. In effetti, me ne rendo conto solo ora che mi trovo in galera. Pensavo di avere amici intorno a me, ma mi sono illuso per l’ennesima volta. Accanto a me ho solo la mia famiglia.

La cocaina porta ad avere tanti conflitti con i sentimenti e tanta trascuratezza nei confronti dei propri cari e, prima ancora, nei confronti di se stessi. Non ci si rende conto che la vita che si conduce è diversa dal mondo reale che ci hanno donato la natura e i nostri genitori.

E’ vero, è maledetta la cocaina. Ti porta assolutamente dove vuole lei. Tu vorresti non farlo, ma purtroppo c’è quell’omino dentro di te che noi chiamiamo a modo nostro “la lampadina che si accende”.

Di certo, di tutto ciò non sono fiero, ma non nascondo che quei periodi mi sono comunque serviti come esperienza di vita. Nel momento in cui l’assumevo mi piaceva, senza rendermi conto che faceva a me, e soprattutto ai miei cari, molto male.

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Colmo di solitudine

Colmo di solitudine, Saad Yahya

Non ho esperienza di droga, per mia fortuna sono sempre riuscito a starne lontano e dunque posso parlarne solo in base a discorsi avuti e sentiti con persone che ho conosciuto. Di sicuro ho capito che è un’esperienza molto forte e difficile. Sono molti i motivi per cui le persone cominciano a fare uso di stupefacenti, a volte banali e a volte perché si pensa di riuscire ad allontanare le proprie difficoltà e problemi, ma alla fine qualunque sia stato il motivo, ci si ritrova in un tunnel oscuro e colmo di solitudine.

Ciò che poi si cerca e si desidera è solo l’illusione di vivere al pieno delle proprie forze e lontano dalle proprie paure, senza rendersi conto che ci si sta uccidendo lentamente, rovinando la propria vita e quella delle persone vicine.

Io posso dire di aver vissuto un’esperienza simile con la dipendenza dal gioco, che mi aveva fatto allontanare da tutti. Ci lasciamo trasportare da un mondo irreale, dove la tecnologia ci avvolge con telefoni, computer e cose materiali.

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I racconti degli altri

I racconti degli altri, Maurizio Chianese

Nelle ultime settimane, al gruppo è accaduto che molti racconti di vita personale hanno dato a noi tutti grandi spunti di riflessione. Se Veronica, con il suo racconto, mi ha dato modo di notare quante cose in comune c’erano tra la sua esperienza e la mia tossicodipendenza; il racconto di Matteo mi ha portato a pensare al mio passato e alle mie scelte.

All’inizio Matteo, nel raccontare di sé e della violenza subita per anni, mi ha fatto provare una forte rabbia e non sono stato in grado di dirgli nulla. Tornato in cella, continuavo a pensare a lui, pensavo al coraggio che ha avuto a raccontarci il trauma che ha subito e ho provato ammirazione nel constatare che tutto questo (dolore, rabbia e delusione) non ha preso il sopravvento su di lui e non è riuscito a spingerlo in situazioni pericolose. Anzi, nonostante tutto, è stato in grado di diventare un professore, di fare nella sua vita qualcosa di positivo, di avere una vita normale.

Ho molte domande da fare a Matteo, non sulla sua vita e tanto meno sul suo trauma, ma sugli aiuti e sugli strumenti che lui ha utilizzato per diventare quello che è oggi. Penso che le risposte a queste domande saranno per me molto utili per avere degli spunti costruttivi da utilizzare nel mio percorso.

Poi c’è lo scritto della prof.ssa Nuccia su quanto le parole possano essere dei fiori o delle pietre. Quante volte mi è capitato di sentirmi dire parole che mi hanno ferito, tanto che avrei preferito un pugno per sentire meno dolore; ma ho anche sentito parole da farmi piangere dalla gioia. Grazie al racconto di Nuccia, mi sono anche chiesto perché faccio tanta fatica a parlare al gruppo. Credo che sia dovuto al mio imbarazzo e alla paura di non essere capito. Molte volte sento di voler intervenire nel gruppo e dire la mia, ma non so perché mi blocco, sono sicuro che presto riuscirò a sbloccarmi… comunque ora cerco di scrivere i miei pensieri e poi leggerli al gruppo.

Non ho avuto modo di sentire lo scritto di Massimo, ma dalla discussione che c’è stata ho intuito che il dott. Aparo ha fatto un’altra domanda (cos’è il potere per il tossicodipendente?).

Io penso che per il tossicodipendente il potere è tutto della sostanza; la sostanza mi dominava e mi portava a fare cazzate, quindi io ero il dominato. Per spiegarmi meglio, uso la storia del burattinaio e il burattino: il burattinaio sono io, la sostanza sono i fili (cioè il potere) che fanno muovere il burattino che io divento con l’uso della sostanza. Senza i fili il burattinaio non ha nessun potere sul burattino. Credo che il potere è costringere l’altro a fare qualcosa anche contro la sua volontà, come fa quello che commette rapine.

Anche lo scritto di Diego mi ha emozionato. Siccome non ero arrivato al gruppo in tempo per sentirlo, una sera gli ho chiesto se aveva una copia del suo scritto e lui con molto piacere me lo ha letto. Devo dire che è stato bello sentire come si emozionava a leggerlo anche se eravamo solo io e lui. Sono stato contento che lui, anche se al di fuori del gruppo, ha voluto condividere con me il suo vissuto.

Sono contento di questa esperienza. Ogni volta, grazie ai racconti che si condividono, trovo strumenti utili da utilizzare nel mio percorso.

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Prima e oltre il confine

Prima e oltre il confine, Angelo Aparo

Il buio apre il suo manto al tuo cammino
Ti affida un sogno aperto con cui viaggiare
Ti lascia dentro il filo con cui legare
Le vele, il legno e il fiato per navigare

Prima sarà lo sguardo di chi ti ha chiamato
Le sue colline morbide, nelle sue mani il mondo
Ne inseguirai l’odore per mille sentieri
Voci, inganni e canzoni di oggi e di ieri

Carne tenera, luce chiara
Non ti spegnere, non diventare dura

E poi l’età dei giochi, poi maschere da duro
Per diventare figlio dell’uomo che hai sfidato
Per diradare il buio e conquistare cime
Da cui sposar con gli occhi le valli e alle colline

Occhi a vedere nelle spighe il pane
Occhi a smarrire strade fra i campi e le paludi
Mani dentro le pietre a cercare cattedrali
Mani a vendere polvere e a cancellare mani

Carne tenera, luce chiara
Non ti spegnere, non diventare dura
Quanti nodi tra fiori e spine
Albe ovunque, prima e oltre il confine

Albe curiose e incerte, albe da coltivare
E ancora notti e incubi da masticare
Nella speranza che la luce del mattino
Traghetti i sogni al giorno
Senza far troppo male

Carne tenera, luce chiara
Non ti spegnere, non diventare dura
Quanti nodi tra fiori e spine
Albe ovunque, prima e oltre il confine

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Non ti spegnere!

Non ti spegnere, Isaia Schena

La tossicodipendenza ti porta a vivere una vita non tua, che non ti appartiene, è una malattia che lentamente ti scava dentro e s’impossessa di te, dei tuoi gesti. Un tossico non ammette, non riconosce mai di esserlo; ma combattere contro qualcosa che non riconosci è impossibile.

Si parla soprattutto della dipendenza fisica, ma per me è stato il risvolto psicologico il problema più grande, più infido, più difficile da affrontare. Troppe scuse ho trovato pur di non smettere, anche di fronte ad azioni sconsiderate, alla vergogna di certi comportamenti, alla dignità persa. Non era mai abbastanza per dire basta! Troppo forti e piacevoli sono la disinibizione che ti permette la droga, il senso di onnipotenza, il coraggio e la forza che ti illude di regalarti e che ti portano ad azioni che da lucido mai avresti pensato di fare.

Inebriato da queste sensazioni, a nulla servono l’ansia, l’angoscia e i sensi di colpa del giorno dopo… già, la droga, serate d’eccesso in cui nulla è vietato, tutto è permesso e il vuoto, lo sgomento del giorno dopo non riescono a competere con tutto questo.

Nel trascinarsi stanco di quella che oramai è abitudine ci si dimentica di tutti, nulla ha più importanza, si lasciano per strada tutti i colori e le sfumature della vita vera, si crea un vortice che ti trascina sempre più giù, nel vuoto assoluto, dove smarrisci la cognizione del tempo e così, senza che tu te ne accorga, i figli che tanto dici di amare sono diventati grandi e arrabbiati, la tua famiglia un corpo estraneo, e le bugie che hai e ti sei raccontato presentano all’improvviso il conto. Vorresti tanto che loro ci fossero, ma tu non ci sei mai stato… Adesso non ti senti più così forte e, come al solito, la via più semplice è fuggire di nuovo.

Non riconoscendo la propria malattia, il proprio autolesionismo o il pressante bisogno di affermazione in un gruppo, il tossico non accetta di avere un problema e non riconosce di aver bisogno di aiuto. Di conseguenza, non solo vengono a mancare i motivi per smettere, ma talvolta, addirittura, ci si affida alla speranza che nella dipendenza ci sia la soluzione. Purtroppo, quel che accade è solo un ulteriore affossamento.

Che si possa uscire dall’assuefazione con uno sforzo di volontà è utopia, persino le varie forme di disintossicazione non bastano a liberare la persona dalle catene generate nell’anima dall’abuso. Per farcela, sono necessarie la piena consapevolezza di quanto dolore si è causato e della dignità persa, la voglia di cambiare e la piena disponibilità ad accettare l’aiuto e i consigli di persone preparate e capaci, la forza dell’amore delle persone care che, nonostante tutto, ci sono ancora vicine.

Queste possono essere le leve utili per invertire la rotta di questa strada, iniziata per chissà motivo, ma così sbagliata e distruttiva che solo per una grande fortuna mi ha concesso di essere oggi ancora qui.

Già, io sono uno dei tanti che, iniziando per gioco, si è fottuto la vita pensando di essere forte, intelligente e di poter gestire la droga: belle donne, “amici”, sempre al centro dell’attenzione, ma dentro un gran senso di vuoto, sempre alla ricerca di qualcosa di astratto, con l’idea di essere l’uomo invincibile e al di sopra di ogni cosa.

In realtà, non so ancora oggi cosa fosse, o forse sì, forse il bisogno di non sentirsi uno dei tanti. La società in cui viviamo ci porta a credere che l’importante è apparire, ci convince che conta di più piacere agli altri che a noi stessi, che è facile lasciare da parte le nostre paure e vivere la vita fingendoci quello che non siamo; in questo modo nessuno può farci domande a cui non vogliamo rispondere.

Ma in ognuno di noi sono presenti emozioni profonde che, pur se abbandonate e nascoste agli altri, ogni giorno si riaffacciano e ci pongono dinanzi a chi siamo veramente.

In un futuro non troppo lontano vorrei riuscire a incontrare la mia coscienza e dirle: scuotimi, fammi male, fammi diventare piccolo, perché ogni volta che mi dai tregua io mi rilasso e perdo di vista il senso prezioso della vita! Ma so bene che, lì vicino, perfida, mi deride la droga, mi mostra qualcosa che luccica e mi spegne la voce.

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Un po’ dei fatti nostri

Un po’ dei fatti nostriNoemi Ottaviani

Ciao a tutti,
scrivo in relazione al bisogno di trovare una casa per Massimiliano. Purtroppo l’unica soluzione che abbiamo a disposizione è una stanza in un appartamento dell’Associazione Saman che costa 250 euro al mese. Con lo stipendio di Massimiliano (600 euro) non è possibile pagare l’intero affitto, per questo motivo, dopo esserci consultati e aver considerato tutte le diverse alternative siamo arrivati alla conclusione di aumentare lo stipendio di Massimiliano di 100 euro al mese.

La situazione economica della Cooperativa è stabile, nell’ultimo anno e mezzo, dopo aver tappato tutte le falle che si erano create, abbiamo una situazione di crescita. La crescita è lenta, molto lenta… sarà per le scarse competenze, sarà per la situazione economica dell’Italia, sarà per altri motivi ancora, in ogni caso la Cooperativa in questo momento sopravvive, lo fa anche per merito di Massimiliano, che nonostante le difficoltà, si è impegnato a imparare il mestiere, ha fatto sacrifici e ogni giorno si impegna.

Oggi possiamo pensare di dare 100 euro in più a Massimiliano, ieri non potevamo… ma comunque questo non significa che tutto vada bene, questo significa che piano piano costruiamo e cresciamo, ma dobbiamo continuare a farlo e dobbiamo farlo con ancora più determinazione di quella che già ci stiamo mettendo, diversamente rischiamo di retrocedere invece di avanzare.

Con questa mail non voglio appesantire gli animi o creare malumori, quello che vorrei trasmettere è che possiamo essere felici di quello che abbiamo, ma ancora di più dovremmo essere felici di immaginare come potremo essere se tra tre o sei mesi potessimo pagare anche altri stipendi.

Buona giornata,
Noemi

 


 

Lunga vita ai ribelli, Massimiliano De Andreis

Ciao,
non posso dire altro che grazie per tutto ciò che oggi rappresento per la cooperativa, per mio figlio e per la mia famiglia…

Sono consapevole del fatto che da solo non sarei riuscito a fare questo viaggio… spero, in questi anni e da quando sono diventato responsabile della bancarella, di avere rappresentato in modo degno gli obiettivi del nostro gruppo e della nostra cooperativa.

Mi rendo conto che l’impegno e i sacrifici a volte non bastano nel mondo del lavoro, ciò che mi continua a dare la forza di non mollare tutto, anche quando sono preso da momenti di frustrazione, è il legame che ho con voi e la gratitudine che provo.

Forse, anzi ne sono certo, se non avessi tutti i problemi che ho, sarai già tornato a delinquere…

Sembra un paradosso, ma occuparmi dei problemi di mio figlio e della mia famiglia è diventata la mia missione e, da quando sento sulla pelle che la ricerca dell’equilibrio è l’equilibrio stesso, ho cominciato a intuire come nella mia vita, così imperfetta e limitata, c’è tutto spazio per avere coscienza della mia finitezza e, allo stesso tempo, della sensazione di “infinito” che provo ogni giorno.

Lunga vita a noi ribelli del Gruppo della Trasgressione
Massimiliano

 


 

I fatti del Gruppo della Trasgressione, Angelo Aparo

Ho voluto pubblicare lo scambio fra due componenti centrali del Gruppo della Trasgressione e della nostra cooperativa Trasgressione.net per chiedere una mano a chi segue su Facebook, su www.trasgressione.net, su www.vocidalponte.it le nostre avventure.

Abbiamo bisogno di lavoro! In particolare, abbiamo bisogno di clienti che si riforniscano da noi per far sì che le spese che sosteniamo per tenere in piedi l’attività possano essere più facilmente ammortizzate.

Avremmo bisogno di un numero maggiore di ristoranti e bar che acquistino da noi frutta e verdura. Va da sé che i nostri prezzi e la qualità dei nostri prodotti sono ampiamente competitivi e che il nostro servizio è serio, puntuale, amichevole, limpido, igienicamente controllato.

Potrebbero comperare i nostri prodotti ortofrutticoli anche gruppi di consumatori che si riuniscono per avere prodotti di qualità a prezzi competitivi. In un condominio bastano 20 famiglie riunite per avere rifornimenti un paio di volte a settimana e risparmiare considerevolmente rispetto ai prezzi del supermercato o dei mercati rionali:
Massimiliano De Andreis: 340 316 4965;
Noemi Ottaviani: 347 071 5564
cooperativa@trasgressione.net

Un’altra area della nostra attività è il restauro (vedi i lavori già fatti in collaborazione con il FAI (Monastero di Torba), con il comune di Rho (Villa Burba), con il comune di Brugherio (Monumento ai caduti). Responsabile dei lavori è l’architetto Vittorina Bertuolo; capomastro della squadra è il sig. Antonio Tango, oggi detenuto in art. 21 nel carcere di Bollate; responsabile dei contatti per il restauro è
la prof.ssa Nuccia Pessina: 333 241 5619
cooperativa@trasgressione.net

Più modestamente, facciamo anche lavori di manutenzione, tinteggiatura, piccoli traslochi, sgombero cantine, pulizie:
Massimiliano De Andreis: 340 316 4965;
Noemi Ottaviani: 347 071 5564,
cooperativa@trasgressione.net

Per quanto strano possa sembrare, facciamo anche concerti. La nostra Trsg.band da oltre 10 anni propone canzoni di Fabrizio De André intrecciate con interventi dei detenuti del Gruppo della Trasgressione: prof.ssa Patrizia Inzaghi, 338 235 1425,
associazione@trasgressione.net

Infine, oltre a fare prevenzione del bullismo nelle scuole medie inferiori e superiori dell’intera provincia di Milano, portiamo in teatro il nostro Mito di Sisifo: prof.ssa Patrizia Inzaghi, 338 235 1425, associazione@trasgressione.net

Angelo Aparo

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