Signor Presidente

Caro Signor Presidente,
scrivendole, la penso accerchiato da problemi e da mille richieste che pretendono rapide risposte; la pazienza lo sappiamo non è la dote più diffusa tra i cittadini. Le do subito una buona notizia: io avrò pazienza, se non altro perché i prossimi tre anni li trascorrerò in carcere. Quindi nessuna premura, nessuna urgenza, le mie sono domande che possono aspettare.

Ecco la prima: la società, una volta tornato in libertà, mi permetterà di realizzare i tanti progetti che ho avuto il tempo di elaborare in questi anni di detenzione? Avrà il coraggio, l’intraprendenza e la volontà di accettare un ex detenuto come risorsa? Certo, camminare per le strade della città come risorsa invece che come pericolo pubblico non sarebbe guadagno da poco. Ma come fare?

Don Chisciotte, Honoré Daumier
Don Chisciotte, Honoré Daumier
A questo riguardo, signor Presidente, voglio segnalarle che esiste chi, fra i normali cittadini, combatte da anni contro i mulini a vento. Si tratta di un certo Angelo Aparo, che da anni, cavalcando il suo Ronzinante, si presenta nelle carceri di Opera, San Vittore e Bollate per continuare la sua battaglia. Le sue armi sono la testardaggine e il Gruppo della Trasgressione, i suoi nemici i luoghi comuni e la burocrazia delle istituzioni.

Egli si prefigge di entrare nelle storie sbagliate per conoscere l’immagine che ogni reo ha di sé e promuoverne l’evoluzione attraverso la comunicazione con la società esterna. È un metodo che verte principalmente sul recupero critico delle proprie esperienze e delle proprie emozioni e si serve di argomenti eterogenei come le microscelte, il rapporto con la legge, il superamento dei limiti, il divenire dell’identità del cittadino.

Questo anacronistico Don Chisciotte dice che il rapporto tra carcere e società è un impegno doveroso perché solo una buona combinazione fra pena e progetti con la città permette reali opportunità di riscatto per il detenuto e migliori condizioni di vita per i cittadini. Egli sostiene anche che una società cresce e si salva nel suo insieme, non in virtù di qualche istituzione particolarmente forte. E non è finita! A volte arriva a dire che la condizione carceraria è una vergogna morale e uno spreco sociale, anche perché non onora e non scommette sulla indicazione costituzionale del recupero del reo.

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Uno dei nostri convegni
Forte della sua esperienza o forse del suo delirio, ha creato un esercito di detenuti che, incontrandosi all’interno delle carceri e delle scuole, si relazionano con studenti e universitari e, parlando delle loro esperienze, distribuiscono il “virus della curiosità”, come lui ama chiamare l’esplorazione delle proprie “nicchie” nascoste. In questo modo, continua a fare guerra agli stereotipi e alla cattiva informazione.

Io, sig. Presidente, sono prigioniero di questo dittatore del pensiero, ma ne respiro le parole come aria di libertà e il metodo come la sola strada che conosco per arrivare a un’analisi interiore, cercando per il mio futuro un senso diverso rispetto al mio passato.

Detto questo, Egregio Presidente, Lei si trova a un bivio: o lo lascia definitivamente impazzire fra i suoi mulini a vento o si allea con lui, riconoscendo l’utilità del suo lavoro, che altro non è che la messa in pratica di un principio centrale dell’istituzione che lei rappresenta, cioè più sicurezza per la Sua e la mia società.

Franco Garaffoni

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Il mito di Sisifo e il Gruppo Trsg

Il Gruppo della Trasgressione, nato nel 1997 a San Vittore, è presente oggi anche nelle carceri milanesi di Opera e Bollate e, all’esterno del carcere, nei locali dell’ASL Milano, Corso Italia 52. Ne fanno parte detenuti e comuni cittadini, soprattutto studenti universitari e neolaureati provenienti da Psicologia, Legge, Filosofia, Scienze dell’educazione.

Membri esterni e detenuti s’incontrano settimanalmente dentro e fuori dal carcere, studiano e si confrontano su temi che riguardano esperienze di sconfinamento, come la trasgressione, la sfida, l’abuso. Gli scritti del gruppo sono su www.trasgressione.net e su Voci dal ponte.

Da quando abbiamo cominciato a giocare col mito di Sisifo, continuiamo a scoprirne le inesauribili potenzialità. Provenendo da istituti diversi, a volte i detenuti che vanno sul palco si conoscono poco, ma tutti sanno quanto il mito li riguardi da vicino. Per questo detenuti e studenti del gruppo, dando voce ai diversi personaggi, provano a individuare le parentele fra i sentimenti di sempre e i nostri conflitti di oggi.

Sisifo è il re di Corinto, che attraversa un periodo di gravissima siccità. Gli abitanti pregano gli dei e fanno sacrifici a Giove e ad Asopo, dio delle acque, affinché concedano a Corinto una sorgente per coltivare i campi. Ma gli dei si dedicano ai loro festini mentre il popolo di Corinto muore di sete. Sisifo, senza andare troppo per il sottile, riesce a procurare l’acqua al suo popolo, ma incorre nelle ire del re dell’Olimpo, che si vendicherà con la famosa pena del masso.

Conclusa la rappresentazione, viene il momento del teatro Forum, con altri attori (anche provenienti dal pubblico) a reinterpretare alcuni passaggi del mito. In questa fase, ci si interroga col pubblico sul problema della siccità a Corinto, sul rapporto di Sisifo con Giove, degli adolescenti con il limite e con l’autorità, dell’uomo con i suoi bisogni terreni e le sue ambizioni di eternità. Nel mito, infatti, ci sono tutti i personaggi e i passaggi necessari a che vengano facilmente fuori i conflitti fra genitori e figli, fra allievi e insegnanti, fra cittadini e figure istituzionali.

 

Negli anni la rappresentazione ha confermato ripetutamente le proprie potenzialità, tanto che la portiamo nelle scuole anche per gli incontri sulla prevenzione del bullismo. Nostro obiettivo è promuovere fra genitori e figli, insegnanti e allievi, autorità e liberi cittadini una riflessione su:

  • gli strumenti che ci mancano per responsabilità di chi non si occupa di noi e della nostra evoluzione;
  • quelli che, pur essendo alla nostra portata, non riusciamo a vedere perché ne abbiamo perse le tracce;
  • quelli che preferiamo non vedere per trovare giustificazione alla nostra resistenza a evolverci.

 

Lettera di Sisifo al pubblico

L’invincibilità! Nella mia vita, ho sempre avuto bisogno di questa difesa. Ho sempre cercato situazioni pericolose per sentirmi vivo e per distinguermi dagli altri. Mi sono tenuto al di fuori delle regole, facendo in modo che il più forte, in ogni caso, fossi io! In questo modo ho nascosto le mie debolezze, ho pensato sempre di potere staccare a morsi tutto quello che volevo, senza dover passare mai dalla cassa.

Oggi penso che non sia stato utile nascondere a me stesso i miei limiti e autoconvincermi di poter fare ogni cosa io volessi. Non voglio rinnegare quello che è stato, ma molte volte avrei potuto fare meglio. Questo rende oggi meno desiderabile l’invincibilità che avevo fantasticato. Nessuno al mondo, per quanto forte e potente, può essere invincibile; siamo troppo piccoli davanti a tanti mali come malattie e catastrofi o anche solo davanti al semplice e imprevedibile caso.

Per questo, oggi penso che l’invincibilità sia solo una condizione mentale per affrontare le paure che stanno dentro di noi, una corazza a protezione dei nostri lati più fragili.


 

Negli ultimi 5 anni abbiamo portato Sisifo e le riflessioni che ne seguono in decine di scuole e di teatri di Milano e provincia e nelle tre carceri di Milano.

Per avere il Mito di Sisifo e il Gruppo della Trasgressione al mattino nelle scuole o la sera nei teatri per un pubblico adulto, rivolgersi a

 

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Scelta o malattia?

Tossicodipendenza: scelta o malattiaDenny Tosoni

Inizialmente, per come l’ho vissuta io, la tossicodipendenza è stata una scelta, una condizione in cui rifugiarsi per le carenze di affetto e altro di cui ho sofferto durante il mio periodo adolescenziale. Non sapendo come superarle, per sentirmi considerato e non farmi prendere in giro dai miei coetanei, avevo deciso di frequentare persone più grandi di me, i “bulli” della scuola.

Le cose cambiarono rapidamente, nessuno mi prendeva più in giro. Poi ho iniziato a fumare le prime sigarette per farmi notare, a fumare spinelli, per poi passare alla cocaina e all’eroina. Quando ho iniziato a usare la cocaina, cioè molto piccolo, all’età di soli dodici anni, mi sentivo una persona realizzata perché i miei “amici” venivano a cercarmi per uscire; non ero più la persona chiusa e timida di prima, non avevo più nessun tipo di difficoltà ad approcciare le persone… insomma era tutto più semplice.

Con l’eroina ho raggiunto il massimo del piacere, non avevo freni, non m’interessava più di nessuno, sembrava che con quella maledetta droga mi fossi “sposato”. Mi sentivo protetto sotto una cupola di vetro, nessuno poteva ferirmi e questo mi faceva sentire un dio. All’inizio sentivo la cosa del tutto gestibile; quando la usavo ero convinto che non mi creasse nessun tipo di dipendenza, con il passare del tempo mi sono accorto, invece, che ero finito in un tunnel senza via d’uscita.

Da lì, dopo svariati arresti e svariate esperienze comunitarie, notando che anche dopo tanto tempo di astinenza fisica andavo ugualmente a ricercarla e ci ricadevo, ho cominciato a pensare che fosse una malattia e ho scoperto che è veramente così perché, se non risolvi i problemi che ti hanno portato a usare sostanze, è molto difficile guarire.

Se ti fratturi una gamba, e non la curi a dovere con fisioterapia e riabilitazione ma ti affidi solo ai farmaci per annullare il dolore, rimarrai inevitabilmente zoppo. Ecco, io sono rimasto zoppo! Fino a ora non ho mai curato la malattia ed ho solo illusoriamente annullato il dolore che poi è ricomparso. Oggi, comunque, posso dire che, con un buon lavoro e molta volontà, tutto questo si può realmente curare.

Il conflitto interiore che mi porto ancora oggi dentro di me è relativo al senso di abbandono che ho vissuto nei confronti di mia madre. All’età di 5/6 anni passavo molto tempo con mia nonna perché mia mamma era sempre impegnata con il lavoro. Mia nonna mi portava sempre a prendere il gelato ed era lei che mi comprava i giocattoli e che mi portava sempre fuori. Quando, per motivi di salute, è stata portata al ricovero, ho provato come un vuoto, un senso di malinconia, come la si può provare nei confronti di una madre.

Dopo un paio di anni, mia mamma, ha iniziato a lavorare in casa come baby-sitter; accudiva un paio di bambini di 3/4 anni più piccoli di me. In quel periodo avvertivo un senso di abbandono, solitudine e mancanza di considerazione che mi portavano a starmene sempre in disparte. Quello che mi procurava più sofferenza erano i gesti affettuosi che rivolgeva a quei bambini e non a me. Da quel momento ho provato un senso di rabbia e delusione per come si è comportata. Inoltre, da quando ne abbiamo parlato, mia mamma è diventata sempre più iper-protettiva; mi sentivo soffocare, non avevo più i miei spazi e mi controllava continuamente. Ancora oggi lei pensa che, senza un suo aiuto, io non ce la possa fare ad autogestirmi.

L’altro mio conflitto interiore avviene tra la mia parte adulta e la mia parte bambina. Credo che la parte bambina esca quando mi sento solo, abbandonato e poco considerato in quello che faccio. Da quando ho incontrato la psicologa, che mi ha aiutato a comprendere questi lati del mio carattere, ho cambiato atteggiamento; adesso mi sento una persona più matura e adulta rispetto a prima. Questa parte bambina, che è presente ancora in me, sto imparando a gestirla; adesso affronto i problemi in maniera diversa ed ho imparato ad avere anche più pazienza.

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Trasgressioni e conquiste

Trasgressioni e conquiste, Buccinasco 02-02-2016, Gemma Ristori

L’incontro di martedì 1° Marzo nella scuola media di Buccinasco ha un antefatto. Ore 8:40, casa del dott. Aparo, tre ragazze ancora assonnate, subito dopo il buongiorno, vengono colte di sorpresa da domande del tipo:
Prof: quando è stata scoperta l’America?
Noi: 1492
Prof: e.. quando è stato scritto l’infinito?
Noi: Ah, boh!
Prof: Beh, cercatelo!

E così, passando dal salotto di casa Aparo al viaggio in macchina, cominciamo a prendere appunti su alcuni passi cruciali della storia dell’uomo. Arrivati a scuola, ci viene svelato il piano: lo scopo della giornata è effettuare una ricerca sul rapporto con il limite di studenti e detenuti. Come per ogni ricerca che si rispetti vengono dichiarate le fasi e le modalità che la caratterizzano:

  1. Esposizione di alcuni passaggi significativi nella storia dell’uomo;
  2. Collaborazione attiva fra studenti della scuola che ci ospita e detenuti e studenti universitari del gruppo;
  3. Esplorazione dei sentimenti verso la trasgressione, la conquista, lo sconfinamento nella mitologia e nella letteratura;
  4. Confronto fra le emozioni più comuni fra studenti e detenuti;
  5. Eventuali correlazioni tra atteggiamenti verso il limite e stile del rapporto con l’autorità.

Inizia l’incontro e il dott. Aparo fa accomodare sul palco studenti e detenuti del Gruppo della Trasgressione insieme ad alcuni studenti della scuola. Siamo nella prima fase e la domanda che apre le danze è: “Cosa vi viene in mente in relazione al superamento del limite nella storia o nella mitologia?”, poi richiama, a mo’ di esempio, la mela di Adamo ed Eva e chiede cosa suggerisce.

A questa sollecitazione risponde Matteo, un metro e 50 di curiosità e dolcezza condita da un pizzico di timidezza; il suo intervento è integrato da quello di Roberto Cannavò, che sottolinea come Adamo ed Eva caddero in tentazione perché ottenebrati dal desiderio di diventare come Dio.

Il dott. Aparo si rivolge nuovamente ai piccoli e ai meno piccoli presenti sul palco, chiedendo altri esempi di superamento del limite. E’ ancora Matteo a intervenire citando il viaggio di Ulisse oltre le colonne di Ercole, limite estremo del mondo conosciuto. Il prof., dopo aver sottolineato la pertinenza dell’esempio, ricorda che anche Dante Alighieri nella Divina Commedia cita il viaggio di Ulisse in relazione al desiderio insaziabile di conoscenza, ma condanna l’eroe in relazione all’arroganza con cui amministra tale desiderio.

E così, la ricerca condotta da studenti e Gruppo della Trasgressione assume sempre più le forme di un viaggio spinto dal vento della curiosità, un itinerario che coinvolge mitologia, letteratura, arte, scienza e storia, la cui mappa viene tracciata grazie al contributo di persone con età e vissuti molto distanti tra loro.

Viene citato dal Dott. Aparo il mito di Prometeo, che rubò il fuoco (strumento di conoscenza ed emancipazione) a Zeus per permettere agli uomini di avere la luce; Manuela, un metro e trenta di tenerezza e curiosità, ricorda come tappa importante nel cammino dell’umanità i primi voli in aereo e illustra, su sollecitazione del Prof, il mito di Icaro. Alberto Marcheselli sottolinea come inizialmente Icaro usi le ali di cera per emanciparsi, per fuggire dal labirinto di Dedalo, ma poi, preso dall’ebbrezza del volo, si spinge sempre più vicino al sole (avvicinarsi a Dio), così che le ali si sciolgono e Icaro precipita.

Viene così raggiunta la prima meta del viaggio: ogni volta che l’uomo punta a superare un limite, coesistono in lui due spinte, una miscela fra: da una parte, il desiderio di emancipazione, di crescita, di autonomia; dall’altra, quello di sfidare l’autorità, con la conseguente vertigine data dall’illusione di superare colui che ha posto il limite o addirittura di ucciderlo.

Il tragitto continua… Mohamed cita il nostro mito di Sisifo e il suo disprezzo per le divinità dell’Olimpo; un ragazzino della scuola cita il Simposio di Platone e la divisione dell’uomo in due metà costrette a cercarsi per tentare di recuperare l’antica forza che era stata tolta all’androgino da Zeus per timore che potesse minacciare lo status degli dei; Alessandra cita il ritratto di Dorian Grey e il desiderio dell’eterna gioventù; Gemma parla di Edison e dell’invenzione della lampadina; Alberto parla del delirio del dott. Frankestein di Shelley.

Conclude la carrellata il Dott. Aparo che sottolinea come anche nel progresso scientifico e nello sport ci sia un confine labile tra il desiderio di crescere e migliorarsi e la vertigine di sentirsi in cima al mondo. E cita la voglia di conoscere di Marco Polo e Colombo; il Faust di Goethe che, in nome della conoscenza, stipula un patto col diavolo per riceverla tutta e subito; la tragica spedizione sull’Everest dove, a causa della voglia di esibire e consumare risultati ed emozioni, persero la vita 19 persone; infine ricorda il primo uomo sulla luna, con il senso di trionfo, ma anche con il lavoro e le allenze necessarie per arrivarci.

E siamo alla seconda tappa del nostro viaggio: il desiderio di superare il limite, la spinta verso l’infinito è una caratteristica insita nell’essere umano; ma solo se questa spinta è accompagnata dal progetto, dal lavoro, da alleanze appropriate potrà portare a traguardi costruttivi e duraturi. Edison, Franklin (l’inventore del parafulmine) e molte altre personalità che hanno scolpito la storia, hanno raggiunto traguardi e contribuito all’evoluzione dell’uomo e al nostro benessere odierno; ma cosa permette di raggiungere mete così straordinarie senza farsi vincere dalla vertigine del senso d’onnipotenza?

Il Dott. Aparo suggerisce, a questo proposito, un confronto fra due modi di procedere: uno puntato al miglioramento di sé e/o al perfezionamento dell’oggetto cui ci si dedica; l’altro basato sulla ricerca del potere e/o dell’eccitazione. Nel primo caso, ogni gradino è un’esperienza e un arricchimento; nell’altro, si punta a conquistare trofei, che spesso vengono consumati molto velocemente, senza saziarne la fame.

Questa differenza nel rapportarsi con i limiti non prescinde dall’immagine dell’autorità che ciascuno di noi ha interiorizzato. La relazione emotiva con il limite, infatti, cambia significativamente se il viaggio verso la meta viene effettuato all’insegna del rancore e dell’opposizione o se, invece, viene sostenuto da un’autorità accuditiva.

Come il mito, la letteratura e le storie di molti componenti del gruppo della trasgressione documentano, raggiungere la meta per chi sente dentro di sé che ogni conquista equivale a una battaglia vinta contro un genitore castrante porta con sé la fantasia di distruggere il genitore stesso (e questo induce a rimettere perennemente in scena atti di sopraffazione e di autodistruzione); procedere invece in sintonia con una guida che indichi la strada permette di orientarsi, di crescere e di nutrirsi di quanto si incontra nel cammino e dei propri risultati.

La conclusione del nostro itinerario, partito da Adamo ed Eva e giunto all’allunaggio, viene suggellata dagli interventi del piccolo Matteo e della piccola Manuela che ribadiscono l’importanza della guida per raggiungere mete appaganti.

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La punizione e i suoi protagonisti

Ieri, durante l’incontro al carcere di Opera fra gli scout e il Gruppo della Trasgressione, il dott. Francesco Cajani, in occasione della domanda “Cosa possono fare le istituzioni per restituire o per portare chi ha violato la legge alla nomina di cavaliere?”, ha parlato del “diritto alla punizione“, cioè dell’importanza per il reo di ricevere una risposta appropriata da parte della Legge.

Fra i detenuti, Pasquale Trubia chiedeva se e quando chi ha la condanna all’ergastolo può, attraverso l’attuale sistema punitivo, guadagnare tale nomina e poi metterla a frutto.

Da parte mia, osservo che quando si parla di punizione, si parla implicitamente dei soggetti coinvolti nella punizione: da una parte, colui che con la deroga dalla prescrizione si “guadagna” il diritto alla punizione; dall’altra, colui che, preso atto della violazione, decide ed eroga la punizione. Di solito i due personaggi sono un figlio e un padre; nella nostra mente, infatti, parlare di punizione equivale a parlare del rapporto fra genitori e figli, ma anche dei sentimenti e degli obiettivi della punizione.

A me sembra dunque che il nostro problema principale sia costituito dal fatto che:

  • mentre il genitore cui si pensa quando si parla di punizione è una persona che desidera e si ingegna per promuovere l’evoluzione del figlio ed è, ai suoi occhi, una figura dotata della credibilità necessaria per esercitare la funzione paterna, dunque una figura cui si deve dar conto di quale profitto viene ricavato dalla punizione;
  • viceversa, le figure che si occupano della punizione nella prassi istituzionale, con la frammentazione che la risposta punitiva subisce nel corso della sua erogazione, lasciano la persona da punire senza un interlocutore riconoscibile e con il quale monitorare a che punto si è con gli obiettivi e i sentimenti che della punizione sono parte integrante (ovviamente parliamo della punizione prevista dalla nostra costituzione, non della condanna che esclude una volta per tutte il reo dal consorzio civile e che, proprio per questo, non può meritare l’appellativo di “punizione”).

Se a questo si aggiunge che il condannato, nella grande maggioranza dei casi, è una persona che non ha mai superato i sentimenti turbolenti e oppositivi dell’adolescente verso l’autorità, il problema diventa ancora più grave. Sappiamo, infatti, che l’adolescente che agisce in modo da essere punito è, all’inizio e prima di ogni nefasta deriva, una persona che chiede, pur se in modo contradditorio, di poter tornare a credere nella funzione dell’autorità.

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Mi drogo per riempire il vuoto, ma più mi drogo e più mi svuoto

Per me che non ho mai fatto uso di sostanze e non ho mai provato il desiderio di farne uso è davvero difficile esprimere un’opinione originale al riguardo. Sono certa che la volontà abbia un ruolo determinante nel liberare la persona tossicodipendente, ma in qualche modo la volontà del tossicodipendente è inceppata. Per sbloccarla è necessario un aiuto esterno. Però, tale aiuto è a sua volta condizionato dalla volontà del tossicodipendente che, per accettarlo, si deve fidare.

Dunque la volontà e la fiducia sono due elementi fondamentali per uscirne. Credo di non sbagliarmi nell’affermare che uno appartiene alla sfera della razionalità e l’altro a quella delle emozioni, anche se non in termini assoluti. Infatti, l’esercizio della volontà, pur essendo un prodotto della sfera della ragione, non è esente da componenti e da condizionamenti emotivi e sentimentali, così come la fiducia, avvertita soprattutto a livello emotivo e sentimentale, non è esente da un processo razionale che ne legittima l’esistenza. L’intreccio è perverso. Come è pure perverso l’intreccio che si sviluppa nell’interazione tra droga come malattia e droga come scelta. Forse è lo stesso intreccio. Districarlo non è facile.

Ma perché si diventa tossicodipendenti? E qui mi si affaccia alla mente subito una parola: il vuoto. Forse dovrei dire che mi si affaccia alla mente un ricordo. Avevo appena cominciato a entrare a Bollate e tra i detenuti c’era Franco Legato. Un giorno, Legato mi disse: il dottor Aparo vuole che si portino testi per poterne parlare e per sviluppare riflessioni, ma io non posso portare un testo. Nella mia testa c’è il vuoto. Questa affermazione mi aveva fatto rabbrividire. E ieri nel dibattito è emersa più e più volte: “Mi drogo per riempire il vuoto”; “più mi drogo e più mi svuoto”.

La consapevolezza c’è, ma a quanto pare non basta per non cominciare e sicuramente non basta per uscirne. E allora ricordo anche quello che ieri ha detto Luciano per bocca di Tango: molti cominciano, perché sin da bambini vedono gente che si droga. Fa parte del panorama. E’ normale.

E allora, da ex insegnante, mi chiedo: Che responsabilità ha il contesto nell’indurre certi comportamenti, nel condurre a certe “scelte”? Possiamo ignorarlo se vogliamo affrontare il problema per risolverlo? Un’intera società si muove nella direzione quasi esclusiva del profitto. Educazione, nutrimento culturale e spirituale sono ormai opzionali quando non completamente sconosciuti o negletti. L’ignoranza riguarda anche il piano sentimentale e affettivo. Secondo me il piano sociale complica ulteriormente le cose, ma non può essere ignorato.

Nella mia pre-adolescenza e adolescenza mi sono molto annoiata, a volte mortalmente annoiata, ma non ho mai pensato, neanche per un attimo, che la soluzione potesse stare nella droga. Perché? Non credo sia una domanda banale, perché è la stessa che mi pongo quando di fronte alla responsabilità personale alcuni la esercitano e altri la negano, alcuni se l’assumono e altri la disertano.

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L’ultima volta

L’ultima volta, Manuela Matrascia

Le mie conoscenze sulla tossicodipendenza vengono principalmente dallo studio dei libri di testo. Non mi sono mai posta troppe domande a riguardo, ma partecipare agli incontri del gruppo, ascoltare i pensieri dei detenuti mi ha dato modo di riflettere.

Ho pensato alla mia adolescenza e alla compagnia di amici che incontravo ogni estate quando andavo in vacanza ad Agrigento. Molti di loro aspettavano con ansia di compiere i diciotto anni per provare la cocaina, “Ma solo per provare“, dicevano! D’altronde si annoiavano nel fare sempre le stesse cose ed erano alla ricerca di qualcosa di “forte” che scuotesse la loro vita monotona.

Per me drogarsi per puro divertimento non era normale, ma evidentemente non mi annoiavo quanto loro! Credo che dalla prova “per divertimento” alla malattia ci sia un passo davvero piccolo; si inizia per scherzo e ci si ritrova dentro un labirinto dal quale è difficile uscire, tanto più se ciò che ti ostacola nel trovare l’uscita è qualcosa che ti dà piacere. A questo proposito, nell’incontro con il gruppo di Bollate, mi ha molto colpito l’affermazione “ti droghi perché provi piacere“. Quando si è tanto attratti da una cosa è difficile allontanarsene. Inoltre, se si attraversa un periodo difficile, ogni pretesto è buono per ricercare piacere e, in assenza di mezzi legittimi per procurarsi la droga, si ricorre a mezzi illegittimi.

Tuttavia, a mio parere, la delinquenza non può dirsi dipendenza o malattia, quanto invece uno stile di vita mirato, tra l’altro, a soddisfare e confermare la dipendenza da sostanze. Probabilmente il tossicodipendente entra in un circolo vizioso nel quale per far fronte alla mancanza diventa prassi normale delinquere.

“Tutti i tossicomani si illudono di potere smettere in qualsiasi momento. Il passaggio dall’uso saltuario a quello abituale è graduale e facile. Col tempo l’aggravamento dei sintomi fisici, l’isolamento familiare, sociale e lavorativo determinano nel soggetto un sentimento di amore-odio verso la sostanza della quale, però, non può fare a meno. Se prova a smettere sta male, e quando ci ricade avverte quanto sia stata inutile la breve ribellione. Egli è in preda a un profondo conflitto, che investe una parte della sua sfera psicologica, regredita a quella fase ambivalente in cui il bambino sente nel contempo il bisogno della protezione materna e l’opposto bisogno di respingerla per sentirsi autonomo. La droga assume un doppio ruolo: diventa la madre e allo stesso tempo lo strumento per autonomizzarsi da lei; lo stesso oggetto, la droga, si fa carico simbolicamente dei due bisogni contrastanti, generando nel soggetto un circolo vizioso che lo costringe a un uso sempre maggiore di questo oggetto falsamente risolutorio. Il bisogno di colmare vuoti affettivi lo porta a ricorrere alla “madre droga” e il contrastante bisogno di autonomia lo spinge all’uso del “mezzo droga” che seda le tensioni e lo illude di padroneggiare il mondo; in realtà gli conferma solo la sua situazione di dipendente. Non si può giudicare una vera e definitiva liberazione la sola astensione prolungata dalla droga, ma bisogna cercare di rafforzare la capacità di tollerare le frustrazioni, di rinviare i bisogni di soddisfazione immediata dei desideri e di modulare effetti contrastanti.”
(cit. Articolo “Rubrica Psichiatria”)

Pur non essendo una persona romantica, se penso alla dipendenza in relazione ai miei ventitré anni, mi viene in mente la “dipendenza da amore”. Nel famoso film “Twilight” il protagonista, vampiro innamorato di una giovane umana, esprime il suo amore dicendole “E’ come se tu fossi la mia qualità di eroina preferita”, quindi in una visione più “rosa” della questione, anche l’amore potrebbe essere vissuto come dipendenza.

Nel momento in cui devi disintossicarti da un amore malato o da una persona che ti fa star male è importante avere tanta forza di volontà e trovare un valido motivo, uno stimolo più forte che non ti dia modo di tornare indietro e di ricadere negli stessi errori. E’ necessario prendere consapevolezza del male che si fa a se stessi e imparare a distinguere ciò che è bene per la nostra vita e ciò che è male. Quando torni a farti del male è perché evidentemente non dai molto valore alla tua vita, perché non hai autocontrollo, perché quando sei alla ricerca di qualcosa che ti faccia sentire bene nell’immediato. Non ci sono promesse con te stesso o ad altri che possano abbattere il bisogno, quello che conta è soddisfarlo; “è l’ultima volta e poi non lo faccio più“, ma ci ricadrai altre mille volte.

Forse il problema è il nostro essere impazienti, l’essere abituati a volere tutto e subito senza la fatica dell’attesa per guadagnare qualcosa di buono e costruttivo; forse il problema è il nostro essere egoisti, l’idea di soffrire è impensabile perché si pensa di avere il diritto di stare bene a tutti i costi.
La droga, secondo me, sta qui. La droga c’è nel momento in cui crolli, ti coglie nell’istante in cui sei debole; nello stesso tempo ti dà sollievo e ti uccide. Allora la scelta resta al soggetto: trasgredire e soddisfare subito il proprio benessere o impegnarsi in un progetto che, se pur lungo e faticoso, può portarti ad un benessere più duraturo.

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La droga e l’altalena

La droga e l’altalena, Claudio Palumbo

Sinceramente questa è una domanda che non mi sono mai fatto, credo perché quando ho iniziato era solo uno sfizio e un gioco. Non potevo accettare di essere un tossicodipendente, perché i tossici erano gli altri, quelli deboli. Usando “solo” (si fa per dire) cocaina, non volevo riconoscermi nella veste del tossico, cioè di una persona che non ha il controllo di sé: inaccettabile, guardarsi allo specchio fa male!

Sono entrato e uscito dal carcere molte volte e, a causa della cocaina che assumevo, ho vissuto come su un’altalena tra un burattino e un burattinaio.

Ho sempre creduto di riuscire a separare, illudendomi, lo sballo dalla famiglia. Sicuro di non tradire mai nessuno, mi accorgo adesso che già solo per il fatto di essere in carcere, ho tradito la mia famiglia. Mi sono illuso di essere un buon padre e un buon marito. Oggi mi rendo conto di quello che sono e di quello che potevo essere. Forse l’unica fortuna di questa situazione è potersi togliersi la maschera e chiedere aiuto a chi sarà disponibile ad aiutarmi.

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Una scelta che diventa malattia

Una scelta che diventa malattia, Maurizio Chianese

Negli ultimi incontri del Gruppo della Trasgressione, si è discusso sulla tossicodipendenza. Tutto è partito da una domanda che il dott. Aparo ci ha posto «la dipendenza, è una scelta o una malattia?»

Tutti noi abbiamo risposto, generalmente, in modo affermativo; qualcuno non la riconosce come malattia, ma più come un problema che può essere risolto trovando qualcosa di positivo, che possa in qualche modo sostituire la sostanza. Massimiliano diceva che in questo periodo lui si sente molto appagato dal suo percorso, che lo ha portato ad avere degli incontri con adolescenti, con i quali riesce a fare prevenzione grazie alla sua esperienza passata di tossicodipendente. In queste occasioni Massimiliano è contento di essere utile, si sente riconosciuto dai ragazzi e da questo ricava un appagamento che lo tiene lontano da ciò che lui ora riconosce come qualcosa di molto brutto e pericoloso.

Io credo che tutto inizi da una nostra scelta, i motivi sono vari: appartenere ad un certo gruppo di persone; il fascino che si prova a vedere persone più grandi con un certo stile di vita (divertimento, soldi, donne); la mancanza di affetto; il fatto che in famiglia la sostanza è di casa. Comunque sia, la scelta è stata presa da me, e il consumo nel tempo ha fatto sì che la sostanza diventasse parte integrante della mia vita, una malattia che senza accorgermi mi stava portando alla rovina.

Come me, molti la riconoscono come malattia, e come tale va curata. Ma come? Sicuramente con l’aiuto di operatori, psicologi che conoscono questa malattia. Il percorso per me sarà molto lungo, ma ho delle vere motivazioni che mi aiuteranno. Questo percorso col tempo mi porterà a vedere in modo molto diverso la realtà della mia vita.

Vorrei tanto ringraziare Veronica, perché raccontando la sua esperienza negativa, oltre ad avermi trasmesso molta tenerezza e tristezza, mi ha fatto notare, che ci sono molti punti in comune con la mia tossicodipendenza, infatti anch’io come lei, cercavo con varie scuse di andare nei posti dove ero sicuro di trovare la sostanza, dicendomi, e mentendo a me stesso, che avrei avuto la forza di farne a meno e di potermi controllare. Cosa che poi si è rivelata falsa.

Il dott. Aparo, l’ultima volta, ci ha suggerito di riflettere sulla nostra esperienza del conflitto. Credo che un vero conflitto l’ho avuto dopo un periodo di astinenza, dovuto alla mia carcerazione. In quel periodo, ricordo di avere fatto promesse alla mia compagna che una volta libero, non avrei più usato sostanze. Sono uscito dal carcere in affidamento, che grazie agli obblighi sono riuscito a portare a termine; in più per sette mesi, sono riuscito a non farne uso.

Poi, un giorno sono andato a trovare mio padre a casa sua, luogo in cui la cocaina si trova alla porta accanto. In quel momento sì è accesa la lampadina. Sono stato un’ora da mio padre, e in quel breve tempo sono riuscito a pensare «Ora vado di là e mi faccio un pippotto! Anzi no, perché ho promesso! Ma sì, solo uno che vuoi che faccia? No, mi conosco, è meglio evitare! No, ma solo uno non mi fa niente, poi torno a casa e nessuno sa niente!»

Alla fine quel pippotto l’ho fatto, e al contrario di quello che avevo pensato quel giorno, ho rotto un patto, e mi sono infognato di nuovo nella sostanza. Risultato: mi sono ritrovato fuori di casa, sono ritornato da mio padre e ho ricominciato a fare serate, e nel giro di poco, nuovamente in galera.

Oggi sono quattro anni che non uso sostanze, primo perché sono in galera; secondo a questo “giro” mi sono fatto un grande esame di coscienza e sono arrivato alla conclusione di farmi dare un mano, un aiuto molto concretamente. In più, dentro me c’è una grande volontà di cambiare, e ho una grande motivazione che si chiama Sofia. Non so se riuscirò a ricostruire la mia famiglia, ma voglio sicuramente avere la possibilità di essere un padre, giusto, bravo e serio, che possa essere un esempio positivo per la mia “principessa“.

Se oggi sono qui a scrivere queste mie considerazioni, è grazie a voi del gruppo, che con le vostre storie e scritti mi avete invogliato e spinto a proseguire nel mio percorso.

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Nelle mani del burattinaio

Nelle mani del burattinaio, Gaetano Viavattene

In uno degli ultimi incontri al gruppo abbiamo parlato della tossicodipendenza. Quasi tutti ritengono che il tossicodipendente sia una persona malata e, in quanto tale, vada curato. La tossicodipendenza è una malattia riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, un problema mentale che sfocia sempre in una malattia.

La metafora del burattino e del burattinaio è stata veramente molto efficace, perché noi tossicodipendenti al mattino siamo burattinai, alla sera, invece, burattini che si rimettono al volere del burattinaio. Da bravi burattini ci droghiamo col piacere di farlo, sentendo emozioni e brividi irraggiungibili se non con labuso della droga scelta dal burattinaio.

Ma il burattinaio è certo che sia proprio lui a scegliere cosa fare? Forse nemmeno lui si rende conto delle molle che lo spingono a fare ciò che fa con il suo burattino! Forse questo burattinaio non vuole proprio diventare adulto, forse lui crede ancora di essere il ragazzino incompreso che per sfuggire ai propri doveri si rivolge al primo burattinaio che incontra.

Ma se partissimo dall’inizio, da quando eravamo bambini, cosa ci è mancato? Forse i nostri genitori non erano abbastanza presenti e questo ci ha indotto a cercare un gruppo che ci accettasse… ma di solito questi gruppi sono formati da ragazzini con gli stessi problemi o peggiori… e allora… eccoci pronti a tutto pur di farci accettare.

La prima canna, il primo furto e subito dopo le prime giustificazioni: “è colpa loro, non mi hanno dato le attenzioni che meritavo”. Ma sapevamo bene che le mani delle nostre mamme e le schiene dei nostri papà erano spaccate dalla fatica. Ma non volevamo vedere, e allora: “io da grande non sarò come lui“… e vai col branco e cominci a drogarti.

Ora siamo diventati grandi senza paura, anche perché abbiamo già conosciuto la cocaina e l’eroina e allora non basta più la borsetta di mamma e nemmeno il piccolo furterello. Ora servono i soldi, quelli veri, e con la disinibizione della coca o della rabbia si va avanti… siamo grandi, siamo forti e ci diamo dentro di brutto.

Ma le sensazioni cambiano, ora non voglio neanche stare col gruppo, ora sono solo, la dipendenza è arrivata assieme alla paranoia, al chiudersi in casa con le tapparelle abbassate…

Il gruppo dov‘è? Il branco è lì pronto quando c’è da sfruttarsi a vicenda per fare soldi, per drogarsi e circondarsi di prostitute, alcool, belle macchine, bei vestiti… perché non si possono avere rapporti veri, sono costruiti ad arte dal burattinaio che tira le fila del burattino che sei diventato… e arriva, inevitabile, la sosta al “Grand Hotel“, sempre aperto e sempre con un bel posto letto che ti aspetta, caldo caldo.

Ora sono nei guai veri, ora cerco in me stesso le spiegazioni e non le trovo o non le accetto o forse, chissà, io non c’entro, è la vita!

Non accetto che sia stato quel bambino a farmi diventare un burattinaio… che a sua volta mi riduce un burattino nelle ore più buie, dovrei cercare nel mio profondo e questo mi fa paura, dovrei condividere tutto questo con un altro, mi tengo tutto dentro e… quando sarò fuori dal carcere si vedrà.

Ma il giro è breve… e, via via, entri ed esci, entri ed esci, ti sei quasi convinto che sia normale… incontri sempre le stesse persone: chi non accetta quel rompi balle del bambino che lo assilla, chi se la prende con la propria storia sentimentale e chi scarica addosso al sistema tutte le responsabilità, senza accettare che è in se stessi che bisogna guardare per trovare le risposte. Poi, dopo anni, ti svegli e vedi il mondo cambiato, chi si è costruito una famiglia, chi è all’estero e ce l’ha fatta, qualcuno è al cimitero, qualcuno è qui a lavorarci sopra.

Ma il carcere è una strada migliore della comunità? Per tanti sì, oggi le carceri sono popolati al 70% da tossicodipendenti, un rifugio per tutti quelli che non vogliono scontrarsi con la realtà, un buon 50% ora comincia a comprendere e a lavorare sulle proprie responsabilità ed è sempre più frequente la ricerca degli psicologi in gruppi di sostegno orientati al recupero, ma non tutte le strutture carcerarie hanno i mezzi per poter far fronte al problema.

La piaga che ci siamo inflitti è grave, molto più di quello che si possa pensare. Spero che i giovani di oggi possano capire che le droghe non risolvono nulla, anzi aggravano il problema e, poco a poco, ci consegnano nelle mani del burattinaio.

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