Il danno e la parola

Il danno precede un affanno
Il panno squarciato:
spaccato sull’anima e sulla ragione
il cui sonno genera mostri.
Mostri difficili da placare se non
Con il danno, panno squarciato.
Cura la parola più pura
Che nel tempo dura
nonostante il danno
che perdura.

 

Questa poesia l’ho composta durante il primo lockdown pensando al gruppo della trasgressione e alla giustizia riparativa, ma penso che possa essere tanto più attuale in questa seconda reclusione vissuta in cui ho perso, in soli 13 giorni, uno zio a cui ero particolarmente legato e i miei due nonni.

Ho deciso di raccontare con questo testo le cose che  ho capito e che ho recepito dai vari incontri di cineforum con il gruppo della trasgressione. Forse c’entra poco con la banalità e la complessità del male. Ma forse no, questa domanda la faccio perché la giustizia dovrebbe creare pace tra gli esseri umani e non rispondere all’odio e alla violenza semplicemente punendo il criminale, il quale va reintrodotto e rieducato alla pace e alla giustizia, in tutte le loro declinazioni.

Nella mia poesia c’è una citazione per un’incisione del preromanticismo di Goya:”il sonno della ragione genera mostri”.

Davide Mastrolia

I contributi del Liceo Brera al cineforum

Nodi da sbrogliare

L’esperienza con il gruppo della Trasgressione si è svolta a partire dalla terza superiore. Gli incontri con i detenuti sono stati emozionanti.

Mi ricordo in particolare un momento, in uno dei primi incontri in terza, nel quale uno dei detenuti che era venuto in visita a scuola, aveva recitato una sua poesia. Non ricordo di cosa parlasse, ma ricordo che avevo vividamente percepito l’umanità di chi mi trovavo di fronte. I detenuti sono in diversi casi disumanizzati e ridotti soltanto al crimine che hanno commesso.

L’elaborato grafico che ho realizzato prende ispirazione da una frase di Stephen King, che recita “monsters are real, ghosts are real too. They live inside us and sometimes they win

Penso che questa frase possa racchiudere efficacemente il concetto di banalità e complessità del male, in quanto i “mostri” che tutti noi ci portiamo dentro possono essere frutto di un milione di cose, anche se spesso sono ridotti semplicemente a poche frasi, o addirittura soffocati, fingendo che non ci siano.

La giustizia riparativa a mio parere serve proprio a questo: non soffocare semplicemente i mostri perché non tornino ad uscire violentemente, ma piuttosto capirli nella loro essenza, sbrogliando i fili che li annodano alle persone.

Amanda Manfredini

I contributi del Liceo Brera al cineforum

La forza della comunicazione

Ho trovato molto potente la scelta dei film per il laboratorio con il gruppo della trasgressione e ho composto questa immagine perché scopro sempre di più, anche attraverso questa nostra attività, che la comunicazione è alla base di tutto.

Strane storie di Sandro Baldoni ha reso perfettamente, con la sua ironica esagerazione, i concetti di mercificazione, indifferenza e ‘’assurdo’’ che, nonostante il lungometraggio sia stato girato più di vent’anni fa, continuano ad essere terribilmente attuali; abbiamo, inoltre, avuto la possibilità di discuterne direttamente col regista, rendendo la conversazione davvero stimolante.

Durante l’incontro sui Cento passi, invece, si è sviluppata una discussione su come il male riesca facilmente ad entrare nella vita di tutti, diventando quotidianità; è in parte questo, infatti, il concetto del film di Marco Tullio Giordana; anche quel giorno abbiamo avuto il piacere di ascoltare le parole di una persona fortemente impegnata sulla questione trattata: Monica Forte, presidente della Commissione antimafia della Lombardia.

Con il terzo film, di Ettore Scola, quello che ho personalmente preferito, si è parlato maggiormente della violenza nei confronti della donna e di chiunque non fosse un ‘’vero uomo’’ (padre, marito e soldato, come scriveva Antonietta nel suo album) ai tempi del fascismo.

In parte grazie all’invito della Prof.ssa Stanganello e del Dottor Aparo, in parte perché è un argomento che ho particolarmente a cuore, è stato l’unico incontro in cui ho trovato il coraggio di intervenire e di esprimere la mia opinione; ho tenuto a far notare quanto fosse disturbante e insistente l’abuso psicologico subito dalla protagonista, nonché da tutte le donne del tempo, tale da non permetterle nemmeno di rendersene conto; di come, inoltre, Gabriele non venisse riconosciuto uomo, per via del suo orientamento sessuale, ma venisse estraniato dalla società perché, a differenza delle ‘’macchine’’ che un tempo venivano considerate persone, sentiva il bisogno di essere se stesso, di esternare le proprie emozioni; ma è questo che, a parer mio e di molti, rende realmente un uomo tale, umano.

Un’altra piccola considerazione che mi preme fare riguarda proprio l’orientamento sessuale, forse per dare uno spunto di riflessione a chiunque sia contrario a ciò che non è eterosessualità: con tutto il male di cui si discute durante gli incontri e che fa purtroppo parte della nostra storia, perché dovremmo sentirci straniti o addirittura schifati quando finalmente c’è l’amore? quando finalmente c’è un po’ di umanità?

Beatrice Ajani

I contributi del Liceo Brera al cineforum

Cento passi dal male

Nelle ultime settimane la mia classe ha partecipato a degli incontri con il gruppo della trasgressione. Il tema principale è stato la banalità e la complessità del male, considerando il significato attribuitogli da Hannah Arendt nell’opera omonima del 1963.

La filosofa e storica tedesca ha sollevato la questione che il male possa non essere radicale, ma possano essere invece l’assenza di radici e la privazione del proprio pensiero a trasformare personaggi spesso banali in artefici del male stesso.

È questa stessa banalità a rendere, com’è accaduto nella Germania nazista, un popolo esecutore di terribili eventi della storia e a far sentire l’individuo non responsabile dei propri crimini e incapace di comprenderne la gravità. Ed è così che una persona normale può ritrovarsi a fare del male se inserita in un meccanismo politico–sociale che la spinge ad agire senza pensare.

Se inizialmente non avevo compreso cosa si intendesse realmente per banalità e complessità del male, con il corso degli incontri e dei contributi da parte dei partecipanti, il tema si è delineato sempre di più, diventando più chiaro. Ad arricchire questi colloqui e me stessa sono stati i numerosi interventi di uomini e donne che hanno raccontato frammenti della propria vita e che, grazie alla loro esperienza, sono stati capaci di comprendere dei significati più profondi dei film, che a volte non ero riuscita a cogliere.

Ancora di più, però, mi hanno colpito gli interventi dei carcerati e degli ex detenuti: essi hanno condiviso in modo emozionante le loro esperienze. Questo è stato per me un enorme regalo. Mettendomi nei loro panni, ho potuto comprendere la difficoltà e la vergogna a parlare di capitoli dolorosi del proprio passato. Loro in realtà portano con sé questi ricordi tutti i giorni e ne hanno parlato con una tale naturalezza e sincerità che mi ha affascinato e arricchito.

È grazie alla condivisione di esperienze altrui che l’uomo, ma soprattutto noi ragazzi apprendiamo, impariamo a dare significato alle cose, miglioriamo, mettiamo in discussione noi stessi e il nostro pensiero. Quello che più mi rimarrà di questi incontri sono la consapevolezza che il male è ovunque, qualcosa di infido con cui è molto facile entrare a contatto, e la coscienza di come esso possa assumere diverse forme.

Abbiamo visto come nel film “I cento passi” viene sottolineata la vicinanza con il male, che, appunto, si trova metaforicamente e letteralmente a soli cento passi da noi. Ognuno può fare esperienza del male, ma tutti possiamo salvarci anche grazie a una persona che ci aiuta e che ci guida. Un genitore, un figlio, un amico o istituzioni come la scuola, chiunque può essere fondamentale in questo percorso. Ci sono tante persone che possono indirizzarci verso una via migliore, che ci influenzano positivamente e che portano con sé un senso di speranza per il futuro; queste figure le abbiamo individuate in Ciro in “Rocco e i suoi fratelli” o nel piccolo Bruno in “Ladri di biciclette”.

Questo è il significato del mio disegno: una persona di spalle, quindi irriconoscibile perché rappresenta ognuno di noi, con lo zaino in spalla che percorre un sentiero che simboleggia la vita, un cammino e una continua scoperta di cose nuove. Sul fondo una figura che tende la mano, che ci guida e che ci tiene lontani dal male, rappresentato da delle mani inconsistenti e piatte, ma molto potenti, che si insinuano nel nostro cammino.

Celeste Nardelli

I contributi del Liceo Brera al cineforum

Pratica di cittadinanza

Lunghe fasi dominate dal distanziamento sociale, a cavallo tra due anni scolastici, nell’impossibilità di toccarsi, mesi a dannarsi per imparare nuove piattaforme, con ansie vissute in solitaria. Perdere per strada ragazzi più fragili o demotivati, smarriti nei labirinti dei supporti digitali inadeguati o mancanti, delle connessioni che saltano. Scoprirsi una timidezza nel guardarsi in uno specchio, nell’usare un microfono davanti ad una platea spesso invisibile e impiegare mesi a preparare materiali didattici adatti alla nuova situazione.

Insegno lettere nel liceo artistico di Brera, ho faticato a padroneggiare la didattica a distanza e, nella mia antichità, mi sono posta quest’obiettivo: usare ogni strumento per realizzare il “non uno di meno”. La domanda è stata: come trasformare il problema in una risorsa? La risposta possibile: scegliere tra le pratiche didattiche quelle che sono risultate, nel tempo, più coinvolgenti.  Gli studenti avvertono se quello che fai è per passione o per forza. La condivisione del piacere che nasce dalla curiosità per gli altri, dalla conoscenza è il privilegio del mestiere di insegnante, è una delle rare scintille che si accendono nei ragazzi quando qualcosa ha funzionato oltre l’apprendimento della nozione.

Ho sentito così che in questo periodo di pandemia in cui la reclusione è divenuta, nelle differenze, condizione comune, aveva senso portare avanti il gemellaggio Brera in Opera che conduciamo da anni tra il nostro liceo e il carcere nelle due attività del Laboratorio della trasgressione per il triennio e del Laboratorio di poesia per il biennio. Sapevo che il dottor Aparo (generoso psicologo fuori dagli schemi, con lunghissima esperienza nelle carceri milanesi e coordinatore del gruppo della trasgressione), nell’impossibilità di continuare le attività in carcere, aveva dato inizio nel lockdown ad un cineforum che promuovesse una riflessione su banalità e complessità del male. Sua ambizione era estendere ad una dimensione geografica più allargata il gruppo, costituito da studenti del liceo, detenuti ed ex reclusi, studenti universitari, vittime di reati comuni o di mafia, operatori culturali e sociali, insegnanti. Il tema richiama il testo di Hannah Arendt, che s’intende declinare in chiave di attualità e nei vissuti di ciascuno.

Ci siamo inseriti come progetto Brera in Opera con la proposta di un pacchetto orario sullo stesso tema ma calibrato su un percorso curricolare e interdisciplinare di italiano, storia, filosofia, educazione civica. Abbiamo proposto una rosa di film su neorealismo e “dintorni” in cui il male banale e complesso assumeva una dimensione storica, sociale, individuale nelle declinazioni delle sopraffazioni o della riduzione consumistica degli uomini ad oggetti. E così, anche se non è stato possibile avere nel nostro liceo il gruppo dei detenuti di Opera, né andare nel carcere dove sono cessate durante la pandemia le visite degli esterni, come quelle dei familiari (reclusione nella reclusione) abbiamo scoperto che lavorare con il gruppo della trasgressione poteva riservare sorprese anche nella didattica a distanza.

L’obiettivo ambizioso di far comunicare mondi diversi ha funzionato ancora una volta. Ci si è parlati, ci si è preparati vedendo film, leggendone recensioni, ragionando insieme. Cosa rende così importante il contatto tra i detenuti e i ragazzi? L’intensità dell’esperienza con cui il mondo degli adolescenti ha colto la differenza tra il delinquente di un tempo e l’uomo di adesso che ha fatto una scelta di campo: passare dentro il lancinante percorso di coscienza del male compiuto, che non era percepito come tale, quando il processo di empatia era inibito, il dolore della vittima non avvertito.

Questo hanno testimoniato i ragazzi nel raccontare l’esperienza. Il laboratorio della trasgressione, nei lunghi percorsi psicologici condotti nelle carceri milanesi dal dottor Aparo, libera l’umano sepolto nel carnefice anestetizzato al dolore dell’altro. Non è un percorso facile, si diventa infami agli occhi dei detenuti irriducibili, che etichettano con questo termine chi entra nei percorsi di recupero e sceglie di dare un senso all’educazione come uscita dal lager dell’assenza della propria anima, della propria umanità. Qualcuno può iniziare per tornaconto, per abbreviare la pena o avere permessi, ma il calcolo è sbagliato, il conto non torna: guardarsi dentro, andare al centro del male prodotto ad altri fa male al nuovo sé stesso, quello che sente com-passione.

Salvarsi vuol dire perdere il sé stesso di prima, è il lutto di chi ha prodotto lutto. È una lingua nuova appresa oltre l’odio che albergava tra vittima e carnefice ferendoli entrambi. In questa lingua parlano oggi Roberto, Adriano, che attraverso la cooperativa di frutta e verdura in cui lavorano durante i permessi dal carcere, prestano soccorso in questo tempo di nuove povertà da covid, distribuendo gratuitamente a chi non ha. E’ una pratica nuova il gratuito, è il senso dell’umano ritrovato.

La presenza negli incontri di persone molto diverse ha portato valore aggiunto, una ricchezza inestimabile a detta degli studenti, che raccontano la loro. Ed ecco il bilancio: ragazzi che non intervengono in classe hanno parlato davanti a una platea virtuale di 70 persone. Lo stesso è accaduto nel laboratorio di poesia per il biennio (con il poeta Vittorio Mantovani, ex recluso di Opera e la regista teatrale Roberta Secchi) sul tema “la ferita e la cura”: una ragazza ha rivelato che si taglia, cosa che nessuno sapeva; lo studente con sordità ha parlato di questa sua ferita. A me e alla mia collega veniva da piangere. E ancora un paio di miracolose situazioni, inattese. Come se il silenzio intorno consentisse una concentrazione diversa, come se un’esposizione paradossalmente meno diretta producesse qualcosa di inconsueto. Insomma, non ho una teoria rigida sulla didattica a distanza, dipende da che tipo di scuola si fa.

Credo che vadano considerate alcune varianti che ci sfuggono, situazioni nuove. Indubbiamente un liceo ha uno spaccato familiare privilegiato rispetto ad altre scuole e la didattica in presenza è insostituibile perché fuori dalle aule cresce il divario sociale. In dad i più piccoli non accendono la videocamera, continuano a sfuggire, ragazzi fragili e in condizioni di svantaggio si perdono. Siccome sono una stalker, uno di loro, introvabile in altro modo, vado a cercarlo su instagram nella disapprovazione di mia figlia a cui chiedo aiuto per usare il mezzo: “Claudia, secondo te mi risponderà? E lei di rimando:” Secondo te? Ma ti pare che rispondono alla professoressa su Instagram?” Infatti aveva ragione lei: non mi ha risposto. Però è venuto all’incontro di poesia e mi ha mandato sue composizioni. Insomma, mi sembra utile osservare tutto e valutare con sguardo sgombro.

Ora che nella scuola l’educazione civica è divenuta oggetto di valutazione, sta a noi riempire di significato non nozionistico questa “disciplina” trasversale, evitando di creare un controsenso. Cosa è educazione civica se non pratica di cittadinanza attiva?

Cosa vuol dire apprendere la Costituzione? Non fare recita arida di articoli scritti con il sangue di chi ha pagato per consegnarcene l’eredità, ma attuare i suoi articoli. Per noi fare cosa viva della Costituzione significa praticare l’articolo 27 che fa dell’educazione dei detenuti riscatto e ricostruzione di sé, che rende lo scambio di conoscenze, attraverso una comunicazione sensibile, il valore più fecondo.

Giovanna Stanganello

I contributi del Liceo Brera al cineforum

Il male complesso e banale

Un incontro aperto per allargare i confini dell’indagine
che il Gruppo della Trasgressione conduce da anni su

La banalità e la complessità del male

Una intervista registrata di Tiziana Elli e di Edoardo Conti a Roberto Cannavò e ad Adriano Sannino e il dibattito che ne è seguito con loro giovedì 17 dicembre 2020 sulla pagina  Facebook del Gruppo della Trasgressione per

  • esplorare come si sprofonda nella palude del male e con quali mezzi se ne può uscire;
  • comunicare gli obiettivi e le responsabilità del nostro gruppo nella società;
  • conoscere la complementarità fra i diversi componenti del Gruppo della Trasgressione (autori e vittime di reato, studenti e detenuti, cittadini e istituzioni);
  • coltivare le risorse e le alleanze utili per onorare quanto indicato dalla costituzione;
  • investire sulla impegnativa costruzione di nuovi equilibri con nuovi cittadini più che su una lunga e improduttiva segregazione di chi ha offeso in passato il bene comune.

Disamistade (Fabrizio De André), La Trsg.band a Peschiera Borromeo, Novembre 2018

Collegamenti e Approfondimenti possibili:

 

Il Gruppo e la società

Elisabetta Vanzini, Matricola: 828123
Corso di studio: Scienze e Tecniche Psicologiche
Tipo di attività: Stage esterno

Periodo: dal 15/06/2020 al 20/11/2020
Titolo del progetto: Il Gruppo della Trasgressione, linfa per la società

 Caratteristiche generali dell’attività svolta:
istituzione/organizzazione o unità operativa in cui si svolge l’attività, ambito operativo, approccio teorico/pratico di riferimento

Il Gruppo della Trasgressione è un progetto creato dal Dottor Angelo Aparo più di 20 anni fa, che si avvale del lavoro congiunto di professionisti psicologi e avvocati, ex-detenuti e detenuti, parenti di vittime di reato, artisti, studenti e cittadini che decidono di dare il loro contributo, sostegno e punto di vista. Il Gruppo è costituito da un’Associazione che si occupa di molte iniziative: incontri settimanali con ex-detenuti che hanno portato a termine la loro pena o detenuti che hanno il permesso di uscire dal carcere, studenti e parenti di vittime, durante i quali ci si confronta con i temi portanti del Gruppo, quali l’arroganza, il delirio di onnipotenza, il riconoscimento dell’Altro, gli “Strappi” subiti durante la propria infanzia e adolescenza, il rapporto con l’Autorità e l’importanza di un adulto-guida durante l’adolescenza.

Oltre a questi incontri svolti nella sede in via Sant’Abbondio, a Milano, vengono condotti degli incontri all’interno delle carceri milanesi di San Vittore, Opera e Bollate. Altro braccio portante del Gruppo è la Cooperativa Sociale che, con la vendita di frutta e verdura nella sede e a domicilio, contribuisce a due aspetti fondamentali: permette al Gruppo di sostenersi economicamente e, cosa di più alto rilievo, offre un lavoro a ex-detenuti ormai in libertà che hanno portato avanti per molti anni un percorso di presa di coscienza . Non è da dimenticare la Trsg.band, un complesso musicale i cui spettacoli sono un mix costituito dalle storie sbagliate dei detenuti, da canzoni originali create per il gruppo e dalle canzoni di Fabrizio De André.

Obiettivo portante del Gruppo è il lavoro su se stessi, sul proprio passato e sulla propria coscienza e l’intima elaborazione delle proprie fragilità e dei sentimenti negativi, attraverso l’arricchimento permesso dall’ascolto delle altrui esperienze e il mutuo aiuto. Lavorare sulle fragilità è di fondamentale importanza perché sappiamo che, se non vengono esternate le emozioni negative e non si riconoscono le fragilità insite in ogni essere umano, questo mancato riconoscimento può portare alla messa in atto di comportamenti di tipo sintomatico o addirittura deviante. Questo percorso di analisi e sintesi, svisceramento delle fragilità per comprenderne ogni sfaccettatura possibile è necessario per l’evoluzione sia della persona non deviante, che riesce più o meno, nel corso della sua vita, a continuare a percorrere la retta via, sia per la persona che, per mancanza di una guida o per le più svariate ragioni, si sia allontanata dalla vita civile. Questa figura-guida assume le sembianze del Gruppo della Trasgressione, nello specifico del Dottor Aparo, ma anche di qualsiasi altra persona volenterosa appartenente all’Associazione che riesce ad accogliere mentalmente l’Altro.

 

Descrizione dettagliata del tipo di ruolo e mansioni svolte

Purtroppo, a causa dell’emergenza sanitaria in atto, ho avuto modo di partecipare fisicamente ad un numero ristretto di incontri presso la sede del Gruppo, che però sono stati sostituiti, per il momento, da incontri su piattaforme online, durante i quali ho avuto la possibilità di conoscere ex-detenuti, detenuti con permesso di uscita dal carcere, parenti di vittime di reato, professionisti e altri tirocinanti. All’interno di queste sedute ho potuto raccontare la mia esperienza, rivelare e affrontare le mie fragilità e ascoltare quelle altrui, esprimere la mia opinione riguardo gli argomenti più svariati e conoscere l’esperienza di vita di tutti componenti. Ho partecipato attivamente, attraverso la collaborazione con altri tirocinanti, alla redazione dei verbali degli incontri del martedì e del cineforum che avvengono periodicamente in sede e sulle piattaforme digitali. Nonostante non ci sia stata la possibilità di assistere e partecipare agli incontri all’interno delle tre carceri milanesi, mi si è presentata fin da subito l’occasione di trascrivere brevi testi e pensieri di detenuti e di interrogarmi sui loro vissuti anche grazie ai loro scritti presenti sul sito “vocidalponte.it”. Inoltre ho assistito alla progettazione del “Laboratorio della creatività”, progetto rivolto a tutti gli abitanti del quartiere in cui si trova la sede e non solo. Infine ho partecipato anche ad interviste al Dottor Angelo Aparo e alla progettazione di ulteriori interviste rivolte ai membri del gruppo, artisti, politici ed Istituzioni.

In quanto tirocinante in psicologia ho avuto la possibilità di osservare come vengono affrontati i vari vissuti psichici e le fragilità di ogni persona e come sia possibile tirare fuori da esperienze di devianza gravi come quelle raccontatemi un percorso positivo e funzionale di ripresa di coscienza e di costruzione di una persona nuova, che non solo possa rientrare a far parte della società ma possa anche contribuire attivamente allo sviluppo di questa. Ho avuto modo di confermare quanto più volte studiato durante il mio percorso ovvero che la figura di una guida, che sia un genitore o una figura adulta positiva, sia fondamentale nell’infanzia ma soprattutto nel momento di formazione dell’identità in quanto, se il ragazzo si sente tradito dalla società, dall’autorità e in un senso lato da una qualsiasi figura che funge da padre, ideale o reale che sia, sarà portato a compiere atti, come comportamenti legati al bullismo, che inizialmente sono di portata ancora arginabile ma che possono poi facilmente aggravarsi con l’uso di sostanze, fino ad arrivare al compimento di reati veri e propri che portano la persona ad essere sempre più assuefatta al male e a non riconoscere più il Sé e l’Altro.

 

Attività concrete/metodi/strumenti adottati

Ho partecipato attivamente agli incontri avvenuti nella sede del Gruppo recentemente acquisita e agli incontri online di cui ho redatto i verbali, insieme ad altre tirocinanti. Ad oggi, vengono realizzati due tipi di incontri. Quelli del lunedì rientrano nel progetto del cineforum, realizzato durante i mesi di lockdown per far sì che il Gruppo mantenesse uno pseudo-contatto mediato dalla tecnologia, nonostante la pandemia. Protagonista di ogni incontro è un film votato direttamente dai componenti del Gruppo che cambia settimanalmente e che è legato al tema portante del progetto: la banalità e la complessità del male. Tale concetto, come si può facilmente intuire, è stato ripreso dallo scritto dalla Arendt, in cui il termine banale non è da intendere secondo il significato quotidiano con cui viene utilizzato, ovvero nel senso di superficiale, semplice, facile, ma nell’accezione secondo cui diventa banale tutto ciò che viene gradualmente e assiduamente ripetuto nel tempo, anche l’azione più vile e barbara, tanto da diventare “normale” e non più straordinaria agli occhi del singolo o dell’intera società. Ogni film viene quindi ricondotto a questo binomio banalità-complessità per poi tentare di capire i nessi fra il soggetto del film e le esperienze vive dei componenti del gruppo. Durante gli incontri del martedì, a partire dalle riflessioni di qualcuno, dagli articoli pubblicati sul sito Voci dal Ponte, dai fatti di cronaca o ancora dai progetti che il Gruppo organizza, vengono affrontate tematiche di varia natura quali la relazione genitori-figli, il rapporto con l’autorità, il risveglio della coscienza e l’importanza di una guida durante il periodo delicato dell’adolescenza.

Oltre ai verbali dei cineforum e degli incontri, ho trascritto testi realizzati da alcuni detenuti che tutt’ora stanno scontando la loro pena. È proprio a partire da questi testi che ho cominciato ad interrogarmi intimamente sul vissuto di chi in passato era stato guidato da valori completamente diversi da quelli attuali.

Per evidenti ragioni legate alla situazione di estrema emergenza in cui ci troviamo da mesi, non è stato possibile realizzare le rappresentazioni teatrali del Mito di Sisifo in cui recitano ex-detenuti e detenuti, come non è stato possibile partecipare agli incontri in presenza all’interno delle carceri. In questi mesi non sono stati realizzati nemmeno i progetti di prevenzione alla devianza che da tempo il gruppo conduce all’interno di numerose scuole su tutto il territorio lombardo. Nonostante questo, uno dei suddetti progetti di prevenzione è stato realizzato in concomitanza con il cineforum e, per quattro settimane, ci è stato possibile interrogarci sui diversi film guardati insieme a due classi del Liceo di Brera e ai loro insegnanti. Questo mi ha permesso di comprendere quanto sia utile mettere in contatto ex-detenuti con i ragazzi anche molto giovani, soprattutto per aiutare loro a comprendere che nessuno è completamente al riparo dalla seduzione dei risultati facili e che il disconoscimento graduale dell’Altro prende avvio tante volte da piccole azioni apparentemente innocue.

Uno dei pochi aspetti positivi dell’isolamento che stiamo vivendo è che abbiamo familiarizzato con strumenti tecnologici esistenti già da decenni ma mai utilizzati in maniera così assidua. Grazie a questi mezzi siamo riusciti a portare avanti i progetti del Gruppo anche a distanza, ed io e gli altri tirocinanti abbiamo avuto la possibilità di entrare in contatto con ex-detenuti, psicoterapeuti, politici e artisti residenti in altre regioni, sempre nell’ambito del progetto del “Laboratorio della Creatività”.

Per concludere, ho partecipato attivamente alla realizzazione di un progetto che prevede la pubblicazione sui siti dell’associazione e sui canali social di una serie di testimonianze che vedono come protagoniste tutte le persone che nel corso degli anni sono entrate in contatto con il Gruppo della Trasgressione. L’obiettivo è quello di colmare l’enorme mancanza di informazioni e interesse che c’è tra chi abita all’interno delle carceri e gli altri cittadini.

Uno dei tanti punti di forza dell’Associazione è la metodologia con cui vengono condotti trasversalmente tutti gli incontri, che prevede l’ascolto, la partecipazione attiva, l’apertura mentale, lo sviluppo della capacità di creare uno spazio mentale per l’Altro e la voglia di continuare a lavorare su se stessi.

 

Presenza di un coordinatore/supervisore e modalità di verifica/valutazione delle attività svolte

La figura del coordinatore del Gruppo, lo psicologo Aparo, svolge una funzione fondamentale in quanto permette, anzi, costringe il detenuto a mettersi davanti alle proprie emozioni e a svelare i pensieri più reconditi per poi, come si suol dire, farci i conti. Per quanto mi riguarda, mi ha spronata ad esprimere le mie emozioni e i vissuti più profondi rispetto a ciò che emergeva nel corso di ogni incontro. La mia partecipazione attiva, oltre ad essere provata attraverso i miei interventi, è stata verificata anche dalla stesura dei verbali e dallo sviluppo di possibili idee per i progetti del gruppo.

 

Conoscenze (generali, professionali, di processo, organizzative) e abilità acquisite (tecniche, operative, trasversali)

Grazie a questo percorso di tirocinio mi è stato possibile implementare numerose conoscenze e abilità: ho conosciuto, anche se solo in parte, la realtà e i vissuti di ex-detenuti e parenti di vittime, esperienza che non avrei potuto vivere in maniera altrettanto facile in assenza di questo Gruppo; ho migliorato l’ascolto attivo; ho sviluppato la mia capacità di coordinamento con altre persone per poter realizzare un obiettivo comune; ho realizzato e avanzato alcune proposte personali riguardo a diversi progetti e questo è stato reso possibile grazie all’ambiente fecondo che ho trovato; ho potuto osservare come si possa aiutare le persone ad elaborare i loro vissuti più dolorosi per permettere loro un cambiamento che può avvenire soltanto attraverso un percorso lungo anni; ho imparato quanto sia importante riconoscere e affrontare le fragilità per non lasciare che queste diventino il punto di partenza di pensieri che, nei casi più gravi, possono dare vita ad azioni devianti.

 

Caratteristiche personali sviluppate

Questo percorso mi ha permesso di superare la mia iniziale timidezza e di esporre le mie opinioni davanti ad altre persone che mi hanno aiutata ad analizzare l’origine delle emozioni che provavo; sono stata in un ambiente stimolante e disponibile a dare spazio ai nuovi arrivati che, come me, hanno poca esperienza e un numero ridotto di conoscenze teoriche; mi è stato possibile dare un mio contributo al gruppo e servirmi dei contributi degli altri componenti per raggiungere un obiettivo comune; mi sono trovata in un contesto accogliente che mi ha spronato ad esporre le mie fragilità e ad affrontarle. In definitiva, posso dire di aver trovato un terreno fertile e accogliente in cui mi è stato possibile esprimere le mie potenzialità.

 

Altre eventuali considerazioni personali

Sono entrata nel Gruppo della Trasgressione con la convinzione personale che questo mi avrebbe dato delle risposte a domande che mi incuriosivano da tempo, sia riguardanti la realtà carceraria, sia personali. In parte è stato così, ma tutte le persone con cui sono entrata in contatto mi hanno permesso di incrociare tantissimi altri quesiti a cui non riesco a dare una risposta univoca e certa. Come insegna il Gruppo infatti, la realtà umana è estremamente complessa e non ci è data la possibilità di recludere i mutevoli fenomeni di questa in categorie rigide. Ed è da qui che ho capito che è impossibile, se si è aperti al dialogo e al confronto e se si è pronti ad accettare la complessità, assumere posizioni estremistiche, dal pregiudizio che sia meglio “buttare la chiave” alla finta lungimiranza di chi propone di “concedere la libertà a tutti”. Comprendere questa complessità della natura umana penso sia alla base del mio percorso di studi.

Il Gruppo della Trasgressione dà la possibilità di riscattarsi, ma attraverso un percorso lungo e faticoso, senza mai assumere un atteggiamento compassionevole che è fine a se stesso e senza mai dimenticarsi quali azioni sono state commesse.

In definitiva credo che, per poter parlare concretamente di società civile, è necessario rivoluzionare il mondo delle carceri. Uno dei pochi pensieri certi che ho sviluppato fin dai primissimi incontri è che l’istituzione carceraria viene vissuta dai cittadini “liberi” come un luogo in cui rinchiudere tutto ciò che fa paura alla società, e quindi in primis, le persone che hanno commesso reati socialmente pericolosi. E una volta che chi è stato giudicato colpevole è stato recluso in quattro mura? Cos’ha risolto la nostra società? Egoisticamente si potrebbe pensare che è un bene essersi liberati di persone pericolose, che hanno rapinato, commesso reati, ucciso. Ma una volta che hanno scontato la loro pena, quando ritorneranno a vivere all’interno della società che cosa succederà? E ancora prima, com’è il mondo all’interno delle carceri, come si vive dentro quelle quattro mura? Questo Gruppo permette due cose fondamentali: in primo luogo permette ai detenuti e agli ex detenuti un percorso di risveglio della loro coscienza assopita, che nasce innanzitutto dall’elaborazione del reato commesso e procede con il riconoscimento degli strappi subiti durante la propria infanzia e adolescenza; in secondo luogo permette alla società e alle persone “libere” di entrare in contatto con il mondo del carcere e rende possibile un dialogo tra cittadini, studenti, parenti e detenuti così da favorire l’evoluzione del singolo e della comunità. Per questo motivo definisco il Gruppo linfa per la società e credo che il Gruppo non dovrebbe rappresentare l’eccezione delle carceri milanesi ma la regola degli istituti penitenziari italiani. Questa mia prima esperienza concreta mi ha toccata profondamente a livello professionale, intellettuale ed affettivo e di questo non posso fare altro che ringraziare ogni persona che ho incontrato in questo mio breve ma intenso cammino.

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Percorsi intrecciati

Simona Ferraresi

Le interviste del Gruppo della Trasgressione

Abuso e Assuefazione

Hannah Arendt parla di “banalità” del male, mentre racconta l’operato di Eichmann, gerarca nazista al tempo dell’Olocausto, che riesce a commettere turpi atrocità continuando a pensare di essere nel giusto:  dal suo punto di vista, egli non faceva altro che “rispettare le regole impartite dall’alto”.

La Arendt lo dice chiaramente: Eichmann non è altro che un burocrate che ha smesso di pensare, non riuscendo più a distinguere fra i valori che favoriscono la crescita delle persone e le ideologie che distruggono la dignità umana, pur se a volte si nascondono sotto una parvenza di legalità.

In fondo Eichmann non faceva altro che far tornare i conti: egli era uno “specialista” nell’organizzare il traffico ferroviario. Nella sua mente diceva a se stesso che il suo compito era solamente quello di muovere treni, mica di uccidere persone! Ed era anche bravo nel proprio lavoro, adempiva diligentemente ai propri “doveri”, quelli assegnatigli dalle autorità.

Mentre Eichmann aderisce completamente all’autorità del momento, il film mostra parallelamente il faticoso tentativo della Arendt di sottrarsi dallo scrivere quello che tutte le sue autorità di riferimento (il redattore del giornale, il preside dell’università dove insegna, i suoi vecchi amici) vorrebbero lei scrivesse: ovvero che Eichmann è un demone, un perverso e malvagio assassino senza scrupoli né coscienza. Ma lei non ci sta e, contro tutti, continua a battersi per ciò in cui crede: Eichmann, più che un “Mostro”, era un Signor Nessuno che, come tanti altri, eseguiva senza porsi troppe domande i compiti che gli erano stati assegnati.

Così, con il suo esempio, la Arendt ci mostra quanto sia difficile opporsi all’autorità, per il potere che l’autorità stessa esercita su di noi. È difficile mantenere la mente aperta al dialogo anche in un paese libero, figuriamoci in una dittatura quale è stato il nazismo.

Ma ciò che ci colpisce è che per Eichmann “opporsi all’autorità” non è nemmeno un’alternativa possibile. Egli non arriva neppure a porsi le domande: “Stiamo sbagliando qualcosa?”. “Sono responsabile?”. Imperturbabile e senza dar segno di sentirsi in alcun modo colpevole, ripete durante tutto il processo: “Io sono nel giusto, non ho fatto altro che eseguire gli ordini, ho adempito alle mie responsabilità”.

Centrale quindi è il tema dell’Autorità. Sembra sia fondamentale possedere prima di tutto un’autorità interiore che faccia da modello, da sestante, da guida, per orientarsi nella realtà e poter così distinguere sul nostro cammino le Autorità che ci chiamano a crescere dai falsi miti onnipotenti che si spacciano per autorità, ma che non hanno alcun interesse per la nostra crescita o evoluzione, e al contrario ci seducono attirandoci su scorciatoie dalla vita breve.

Questo ci porta ad interrogarci sulla “funzione” dell’autorità. Dopo diversi anni di frequentazione col Gruppo Trsg, mi sembra di poter dire che quando l’autorità è cieca, sorda e incapace di rispondere alla propria funzione, due sono le reazioni possibili:

  •  da una parte ci si arrabbia e ci si oppone, si attacca l’autorità e la si disconosce, smettendo così di sentirsi responsabili verso tutte le Istituzioni che quell’autorità deludente rappresenta;
  • dall’altra parte, invece, si inserisce il pilota automatico quale potente “anestetizzante” della coscienza: progressivamente si mette a tacere la mente e si spegne il pensiero. Ancora una volta smettendo di sentirsi responsabili. Delusione e paura spesso contribuiscono a questa progressiva assuefazione, che è in grado di trasformare un “essere umano pensante” in un “automa manovrabile”.

Ma quand’è che l’Autorità ci induce a farci carico delle nostre responsabilità invece che a disconoscerle?

Al Gruppo della Trasgressione abbiamo avuto la possibilità nel tempo di imparare a riconoscere le due funzioni dell’autorità: non solo quella di “punire” e “misurare” quanto grave deve essere la punizione, ma anche e soprattutto quella di “orientare”.

Tanto più, quindi, l’Autorità svolge il proprio ruolo di contenimento e orientamento, ampliando così i nostri orizzonti e rendendoci più “liberi” di coltivare i valori che danno dignità agli esseri umani, tanto più sapremo di trovarci di fronte a un’autorità positiva e autentica. Al contrario le autorità ingannevoli, che ci inducono su una strada che porta a restringere progressivamente i nostri orizzonti, sono facilmente riconoscibili perché ci illudono con facili gratificazioni, ottenibili senza alcun lavoro o fatica; oppure si impongono con la forza, quasi sempre spacciandosi come invincibili e onnipotenti ed essendo nei fatti più autoritarie che autorevoli.

A volte diverse autorità di segno opposto convivono dentro di noi, entrando in conflitto tra loro e costringendoci a scegliere tra il combattere per mantenere vivo il dialogo con la nostra coscienza e lo spegnere il pensiero, favorendo l’assuefazione a ideologie e fantasticherie ingannevoli, che si propongono come facili e allettanti surrogati dei nostri valori.

Il Gruppo della Trasgressione è un laboratorio che ci ha permesso di lavorare a lungo su questo tema. Il mito di Sisifo, attraverso il dialogo tra Sisifo e Asopo, ci ha insegnato a riconoscere e a rielaborare la reazione di opposizione, rabbia e misconoscimento reciproco che provocano le autorità assenti e incoerenti. Sisifo si arrabbia con Asopo fino all’arroganza di farlo inginocchiare, in quanto vede in lui un padre che lo ha lasciato senza acqua e senza cure. Ma alla fine egli diventa anche consapevole che la sua rabbia e il suo ostinato opporsi alle Istituzioni, per via di quella grande delusione subita, lo porteranno solo a ripercorrere all’infinito i propri errori.

Il film della Arendt mi ha fatto però riflettere su quanto sia importante lavorare anche sulla seconda reazione possibile di fronte ad un’autorità deludente: quella del “pilota automatico”, del “burocrate senza pensiero”, dell’assuefazione all’onnipotenza.

Il dialogo tra Asopo e Zeus si presta bene a questo scopo. Asopo, nella nostra versione del mito, sembra aderire senza alcun pensiero critico alle seduzioni dell’onnipotente Zeus, che vende illusioni e si vendica crudelmente contro chi osa disobbedirgli, che esercita il potere utilizzando l’Olimpo come territorio di sua proprietà esclusiva.

A mettere in crisi Asopo, assuefatto e acritico verso gli abusi del potere, è solo la constatazione che adesso gli abusi di Giove riguardano proprio sua figlia Egina. Prima di questo, tutto il dialogo con Sisifo, è una evidente dimostrazione di come possa prodursi una progressiva distanza fra potere e attenzione ai bisogni e alla prossimità dell’altro.

Tiziana Pozzetti

Il mito di Sisifo

Il cineforum su “La banalità e la complessità del male”

Il nostro Mito di Sisifo

Dalla complessità del male alla banalità del male;
dal delirio di onnipotenza alla presa di coscienza.

Il nostro Sisifo tratta temi ricorrenti nelle nostre vite da delinquenti, ma che si ritrovano anche in altre vite, non solo nelle nostre. Ma forse dovrei iniziare parlando di Sisifo e raccontarvi il suo mito…

Ci troviamo nella città di Corinto, in Grecia, dove il re Sisifo viene pressato dai suoi cittadini che protestano per la mancanza di acqua. Durante una delle sue passeggiate, egli assiste per caso a una scena i cui protagonisti sono Giove, massima divinità dell’Olimpo, ed Egina, figlia del dio delle acque fluviali Asopo. La giovane è appena uscita da una lite con il padre, assente e autoritario; la ragazza, arrabbiata e sfiduciata, scappa di casa e incontra Giove, il quale non si lascia sfuggire l’occasione di sedurla, promettendole vita facile fra le stanze dorate dell’Olimpo.

Prima i conflitti fra Asopo ed Egina e, subito dopo, la scena della seduzione mettono in evidenza l’importanza del rapporto genitori-figli e le possibili conseguenze sull’adolescente. L’adulto, che dovrebbe trasmettere valori positivi ed essere una guida per i ragazzi, viene invece vissuto come poco credibile e per nulla rispettabile. L’adolescente, non sentendosi accudito e sostenuto dalla famiglia, si lascia sedurre dalla mira del potere e dei soldi facili o, come diciamo noi, dal virus delle gioie corte, quando invece avrebbe bisogno dell’adulto per comprendere le proprie fragilità.

Sisifo, che ha osservato la scena di nascosto, incontra subito dopo Asopo in cerca della figlia e dopo una serie di reciproche accuse gli propone un compromesso: in cambio dell’acqua per il suo popolo, egli dirà al dio dell’acqua che la figlia Egina è stata portata via da Giove.

Tutto il dialogo è caratterizzato da un gioco di ruoli tra i due personaggi: Sisifo, travolto dalla rabbia per la trascuratezza di Asopo verso i cittadini di Corinto, ma anche dalla voglia di rivalsa e dalla sua stessa arroganza, cade in balìa del delirio di onnipotenza, supera i limiti arrivando a far inginocchiare la divinità ai suoi piedi, che per il bene della figlia si adeguerà alla richiesta dell’uomo.

Questa scelta è inconsciamente dettata da quello che è, come raccontano molti miti, il sogno di ogni uomo ed è, di sicuro, il delirio mai addomesticato di Sisifo: vivere senza limiti, raggiungere l’immortalità, poter decidere, come un dio, della vita e della morte degli uomini

Asopo viene indirizzato verso Giove il quale, accogliendolo con sufficienza, si inalbera quando viene a conoscenza dell’accaduto e decide, visti i problemi che Sisifo sta causando, di farlo uccidere.

Giove interpella il fratello Ade, dio degli inferi, che a sua volta, seppur titubante, si rivolge al suo braccio destro: Thanatos, il dio della morte, al quale comanda di portare Sisifo agli Inferi.

Viene quindi azionata quella che la celebre Hannah Arendt definisce “Catena di Comando”, basata sull’individuo che, succube della società, annulla la propria coscienza morale ed esegue quasi meccanicamente ciò che gli viene comandato.

La vita di Sisifo è ora nelle mani di Thanatos, che ha il compito di ucciderlo, ma che viene tuttavia ingannato e immobilizzato grazie alla furbizia con cui Sisifo circuisce e ubriaca il sicario.

Ma con Thanatos impossibilitato a svolgere il proprio compito, sulla terra non muore più nessuno; chiunque adesso diviene immortale! Giove viene immediatamente avvisato da Marte della gravità della situazione e, dopo una rapida consultazione fra i due, sarà lo stesso Marte a riprendere Sisifo e a portarlo da Giove.

A questo punto Giove, finalmente con Sisifo in suo potere, condanna l’astuto re di Corinto a spingere per l’eternità un masso su una montagna alta e scoscesa, che ricadrà giù ogni volta che arriverà in cima.

Così come avviene nei gironi infernali della “Divina Commedia”, dove le pene che affliggono i dannati dell’Inferno sono assegnate in base alle colpe commesse in vita, anche nel caso di Sisifo, la corrispondenza tra colpe e pene, fra peccato e punizione, pare essere regolata dalla legge del contrappasso: Sisifo, bramoso del potere di chi non muore mai, viene condannato a vivere in eterno una pena senza senso e senza fine.

Ma paradossalmente, quella che sembrava essere la fine della storia, prelude invece a un nuovo e inaspettato inizio: Sisifo, costretto a convivere con questa pena, inizia a dialogare con il masso (che nel nostro lavoro rappresenta la coscienza lasciata a tacere per lungo tempo). La comunicazione tra i due condurrà verso la crescita della coscienza di Sisifo e alla comprensione degli errori commessi.

La presa di coscienza costituisce il passo fondamentale affinché lo sbaglio non si ripeta. Ogni essere umano, infatti, ha la spinta a ripetere situazioni e/o azioni dolorose fino a quando non ne comprende il senso.

Museo di Addis Abeba

Così come avviene tra Sisifo ed il masso, al Gruppo della Trasgressione il detenuto all’interno viene guidato ad interrogarsi sempre e questo conduce all’evoluzione e al conseguente sviluppo della coscienza. Questo processo introspettivo, che a volte somiglia alla “maieutica” di Socrate, porta il soggetto a dar luce a verità interne, del tutto trascurate all’epoca dei reati, e questo renderà gradualmente più leggero il masso, il peso della pena.

Quando si fanno le scelte sbagliate le conseguenze sono inevitabili, questo un detenuto lo sa bene. Frequentare il gruppo comporta un lungo percorso alla scoperta di tematiche molto complesse e importanti, quali: il potere, il delirio di onnipotenza, i limiti umani, la banalità e la complessità del male, l’arroganza e tante altre. I continui reati, governati dall’arroganza, fanno perdere il senso e la misura di ciò che si sta compiendo e allontanano sempre di più dall’altro.

Via via che si pratica il male, si produce un’assuefazione, ci si abitua ed è proprio quando il male diventa abitudine che diviene pericoloso perché non viene riconosciuto come tale. Si assiste quindi al passaggio dalla complessità alla banalità del male.

Approfondendo il mito di Sisifo e conoscendo il personaggio che io stesso ho interpretato diverse volte, ho riscontrato molte affinità caratteriali e comportamentali, che mi hanno portato a riflettere.

Parlando di scelte, spesso non ci rendiamo conto di quanto esse siano importanti, partendo da quelle più piccole, le cosiddette micro-scelte, apparentemente insignificanti ma che conducono verso le macro-scelte, che apportano profondi cambiamenti nelle nostre vite. Possono essere positive o negative e conducono a strade diverse. Esse definiscono in parte chi siamo, ma soprattutto cosa stiamo cercando. Proprio come Sisifo, molti di noi si sono fatti guidare dal proprio delirio di onnipotenza oltre i limiti consentiti, dimenticando la complessità dell’impasto che porta ciascuno a praticare il male, fino ad assuefarsi al suo esercizio quotidiano e ad anestetizzare la propria coscienza.

Passando attraverso l’illegalità, si entra in contatto con realtà difficili, fatte non solo di soldi sporchi e violenza, ma anche di povertà e costrizioni, circoli viziosi in cui si entra con relativa facilità e da cui poi difficilmente si riesce a venir fuori. Ciò comporta l’annullamento della coscienza, proprio come è successo al protagonista del nostro mito e da questo seguono comportamenti messi in atto per il gusto di sentirsi potenti e invincibili.

Tuttavia, prima o poi bisogna necessariamente fare i conti con i propri errori, poiché si arriva inevitabilmente al capolinea e sopraggiungono le conseguenze delle scelte fatte precedentemente.

A questo punto, sono possibili due opzioni:

  • la prima è quella di coloro che, nonostante gli sbagli commessi, continuano a non rendersi conto del male causato e, imperterriti, non appena se ne dà l’occasione, imboccheranno nuovamente le strade della criminalità, senza alcuna presa di coscienza;
  • la seconda riguarda coloro i quali, trovandosi di fronte al grande masso con cui scontare la propria pena e, seppur consapevoli di poter fare ben poco per rimediare agli errori commessi, decidono, come il re di Corinto, di intraprendere un dialogo con la propria coscienza, cercano di ricostruire la  propria storia, di conoscere le motivazioni che avevano indotto alle scelte fatte e di ridare vita ai valori messi a tacere già nei primi anni dell’adolescenza.

Il cambiamento è possibile e le Istituzioni svolgono un ruolo fondamentale insieme a tutti coloro che hanno a che fare con i tribunali e i luoghi di detenzione. Tuttavia è proprio il detenuto a dover compiere dei passi in avanti, che daranno poi il via a tutto il resto.

L’obiettivo del gruppo è l’evoluzione dei detenuti e per questo è necessario che ognuno di noi abbia dei punti di riferimento, “un posto sicuro”, delle certezze e buone relazioni: questo è ciò che con l’Associazione e con la Cooperativa Trasgressione.net si cerca di fare all’interno e fuori dal carcere. Si promuove la cultura, il lavoro, la comunicazione, si torna indietro, nel passato, al male per raggiungere le emozioni dell’epoca perché si ha bisogno di “sentire”, di immergersi nelle proprie emozioni e riviverle per potersi guardare dentro con persone che ti accompagnano nella tua evoluzione.

Marcello Portaro, Katia Mazzotta e Angelo Aparo

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