A che titolo entriamo in carcere?

Ero seduto tra il pubblico di Bookcity Milano l’altra sera, alla presentazione del bel lavoro (“Fragili dentro. Storie di detenuti in un sistema da riformare”) del giornalista Fulvio Fulvi in dialogo con la Professoressa Mazzucato e il Dottor Setti Carraro, nella sede della Avvocatura comunale.

Erano passati solo pochi minuti quando si è fatto, inevitabilmente, cenno anche alla recente circolare, la n. 2025.0454011.U, del Direttore generale del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria. Qui la voce del Dottor Setti Carraro si è fatta ancora più seria, quando ne ha scandito alcuni passaggi: “ogni richiesta di autorizzazione di attività di carattere trattamentale trasmessa a questa Direzione Generale dovrà …. contenere, in modo chiaro ed esplicito, i seguenti elementi informativi: … l’elenco dei nomi e dei titoli dei partecipanti della comunità esterna”.

E in quel preciso momento tutto nella mente mi è sembrato, davvero, chiaro. E anche tutto quanto davanti ai miei occhi. Mazzucato, insieme al Professor Ceretti e a padre Bertagna, massime autorità in materia di giustizia riparativa in Italia e, quantomeno per me, preziosa fonte di ispirazione nei miei irrequieti anni tra una laurea in giurisprudenza e una professione ancora tutta da immaginare: ma quando entrano in un carcere sono Guido, Adolfo e Claudia. I loro titoli cosa contano? E mentre penso a tutto questo sento Claudia, ancora una volta con la sua emozione – pacata quanto contagiosa – ribadire con convinzione: “quella che poi si sente riparata, quando esco dal carcere, sono io”. Allo stesso modo Paolo che, nonostante tutti quei bambini fatti nascere e quegli uomini operati d’urgenza in giro per il mondo in guerra, non era riuscito a togliere i punti di sutura dal suo personale dolore per la perdita di una sorella. Ma a giugno 2023, alla fine del suo primo anno di frequentazione settimanale dentro il carcere di Opera, ha scritto una lettera aperta – quasi un bilancio interiore – nella quale descrive chirurgicamente il processo di una “emancipazione reciproca, dal trauma e dal dolore, tra persone ristrette”. Anche qui la sua laurea, in medicina, ha contato poco. Così come il suo vestito di vittima, che Paolo è riuscito finalmente a dismettere, con convinzione. Molto invece ha contato la fatica che ha accompagnato quella sua scelta di provare a guardare dall’altra parte del filo spinato, fatica della quale sono stato fortunato quanto privilegiato testimone nei lunghi percorsi di accompagnamento di alcuni Familiari di vittime della criminalità organizzata, presso il Centro per la giustizia riparativa e la mediazione penale del Comune di Milano.  Una fatica che ora, in carcere, ha finalmente iniziato a salvare la vita anche a lui.

E penso anche agli insegnanti entusiasti delle ultime letture collettive del racconto “Denaro falso” di Lev Tolstoj che abbiamo organizzato la primavera scorsa, quando abbiamo portato dentro due carceri milanesi non solo i liceali del Tito Livio ma anche i tecnici-informatici del Torricelli. Una esperienza formativa indimenticabile per una gioventù, la loro, meravigliosa indipendentemente dal corso di studi prescelto. Del resto, l’art. 17 dell’ordinamento penitenziario, da cinquant’anni a questa parte, non fa distinzioni di sorta: “sono ammessi a frequentare gli istituti penitenziari… tutti coloro che avendo concreto interesse per l’opera di risocializzazione dei detenuti dimostrino di potere utilmente promuovere lo sviluppo dei contatti tra la comunità carceraria e la società libera”.

Ovviamente, fino al 20 ottobre scorso, con l’autorizzazione e secondo le direttive del Magistrato di sorveglianza, su parere favorevole e sotto il controllo del Direttore: l’uno e l’altro oggi, invece, bypassati da meccanismi di centralizzazione burocratica imposti, per la maggior parte delle attività in carcere, da una circolare di due pagine.

C’è stata una persona che, alcune settimane fa, in una occasione pubblica mi ha presentato come un Pubblico Ministero che fa anche il volontario in carcere. Io avrei voluto correggerla, sostituendo a volontario la parola cittadino. Perché da tempi non sospetti penso che il carcere, in quanto Istituzione, debba essere utile non solo a chi sta dentro ma anche a chi sta fuori. E come cittadini abbiamo tutti titolo per poter beneficiare di tale possibilità, anche se non portiamo sopra il cuore il peso di affetti morti ammazzati ma solo, sottopelle, la fatica di ferite ancora da rimarginare. Cambiando il carcere iniziando da sé stessi, nell’incontro con l’altro-da-noi-recluso. E ri-uscire anche noi, un poco, riparati.

Ecco perché, proprio in quanto cittadini, dobbiamo tutti auspicare che nel sistema penitenziario italiano vengano al più presto rimossi quegli ostacoli che, di fatto, impediscono occasioni di confronto con l’esterno, e tramite esse opportunità reciproche per ricucire gli strappi del nostro tessuto sociale.

Francesco Cajani – cittadino componente del comitato scientifico “Lo Strappo. Quattro chiacchiere sul crimine”

[contributo pubblicato oggi su Avvenire, p. 7, a corredo dell’articolo di Fulvio Fulvi “Se in carcere è vietato anche il pranzo di Natale“]