Il tempo dell’uomo che desidero essere

Non so quante volte ho sprecato il tempo, il mio tempo. So che l’ho sprecato inseguendo delle cose che non mi hanno mai portato niente di bello, al contrario mi hanno portato solo delle cose negative, non mi rendevo conto che il tempo è veramente qualcosa di prezioso.

Mi ricordo che mia nonna mi diceva spesso che, ‘’Il tempo perso anche gli angeli lo piangono’’, e aveva ragione come sempre.

Nella realtà che oggi vivo ho scoperto che qui si può sprecare il tempo una seconda volta, dato che la prima volta è stata quando eravamo fuori e abbiamo fatto dei reati che ci hanno portato qui dentro. Si può sprecare decidendo di non far nulla per sé stessi, di rimanere sempre nell’ignoranza così da non alimentare la nostra consapevolezza.

Ho scoperto anche un’altra cosa, che da qui, anche se siamo pieni di restrizioni, il tempo si può investire in qualcosa di positivo, in una rinascita, in una crescita personale. Soprattutto in una realtà come questa possiamo apprendere delle conoscenze su tante cose, attraverso la scuola, corsi, gruppi, così come questo gruppo che frequento nel quale sento d’investire per davvero il mio tempo.

Io ho deciso di rendere utile il mio tempo e non voglio né vorrei sprecarlo di nuovo, oggi so che il mio tempo è prezioso, che ha un valore che prima non riconoscevo. Continuerò a impegnare il mio tempo in  qualcosa che faccia bene a me, che mi aiuti a crescere come persona, in qualcosa che mi possa aiutare a diventare quell’uomo che desidero essere.

So che il tempo che ci mettiamo per raggiungere certi obiettivi può essere tanto, ma so di certo che tante saranno le soddisfazioni che in futuro potrò avere.

Aver imparato dai reati e dagli sbagli commessi mi sta portando a vedere le cose con occhi diversi, non più con gli occhi di un ragazzo che non sapeva cosa fare del suo tempo, della sua vita.

Alex Chicas

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

O suono e cancel o suono e campan

Il carcere è un luogo di riflessione. La branda sulla quale riposo può essere terreno fertile dove seminare domande. Nella mia cella ho passato notti insonni. Sdraiato sulla mia branda ho rivisto il film della mia vita e mi sono accorto di avere iniziato a guardare il mio passato da una prospettiva diversa. Avevo cominciato a vendere droga ed avevo terminato commettendo un omicidio.

Non si può dire che nel vendere droga si produca un male molto diverso da quello provocato nel commettere un omicidio, perché in entrambi i casi si finisce col rubare la vita ad altre persone. La differenza sta nel fatto che un omicidio è un male diretto: se ne percepiscono gli effetti e se ne vedono immediatamente le conseguenze, come quando si dà uno schiaffo a un’altra persona. Nel vendere droga il male è indiretto: può sembrare invisibile. È molto più difficile percepire il male che nel tempo stai facendo ad altri, perché ha sfumature diverse. Non percepisci il male che stai facendo mentre vendi una dose a qualche povero sventurato. Talvolta cercavo di giustificarmi dicendo “non ho mai puntato la pistola alla tempia di nessuno: quello ha deciso di sua volontà di venire da me ad acquistare una dose“. C’è chi compera droga per colmare le proprie debolezze e fragilità, chi per puro divertimento, per cercare un momento di euforia.

Un gesto con conseguenze spesso fatali. L’acquisto di quella dose colpisce sia chi può permettersi di acquistarla, sia chi non può, e per acquistarla commette reati come furti o estorsioni, ruba in casa propria o vende i suoi beni, vende la catenina della prima comunione che avevano regalato alla sorella più piccola, commette violenze in famiglia per avere i soldi per acquistare quella dannata dose. Oppure diventa lui stesso spacciatore. Il tutto per quella illusione di pochi minuti di felicità. Tutte queste cose le ho viste con i miei occhi.

Nel mio caso proprio la droga e i suoi proventi sono stati la causa che mi hanno spinto sulla china che in seguito mi ha portato a commettere un omicidio. Nel mio contesto di provenienza, un quartiere di Napoli, il controllo dello spaccio e l’egemonia del territorio scatenano feroci faide. Per conservare questa egemonia non si esita a utilizzare anche in pubblico l’omicidio, con spargimenti di sangue nelle strade, dove un lenzuolo bianco copre quello che rimane delle vite spezzate.

Si tratta di una vera e propria guerra, non molto diversa dai tanti conflitti che insanguinano il Medio Oriente o le trincee dell’Ucraina. Anche tra i palazzoni di cemento di Scampia ci sono soldati che combattono senza bandiera, mercenari asserviti al dio denaro. La verità che non si vede, o che ci rifiutiamo di vedere, è che in questa guerra non ci sono e non ci saranno né vincitori né vinti, con una storia che può avere come esito soltanto una fine tragica.

Un detto napoletano dice: “O suono e cancello o suono e campan”, che significa o finisci in carcere, e allora ascolti il suono dei cancelli che si chiudono, oppure morto ammazzato con il suono delle campane al funerale. Non ci sono alternative, come dice un altro proverbio: “Chi per mare va, questi pesci prende

Ricordo una foto di quando ero ragazzino, che immortalava me insieme ad altri miei amici nel giardino della chiesa del rione dove abitavamo, dove si riuniva la nostra comitiva. È terribile pensare che di quel gruppo io sono l’unico superstite. I miei amici non ci sono più, chi morto in un incidente in moto, chi ammazzato per strada da una banda rivale. Posso ritenermi fortunato a essere ancora vivo, anche se quello che mi ha salvato è stato essere rinchiuso in carcere ad ascoltare il suono dei cancelli. La nostra è stata davvero una gioventù bruciata, dove a bruciare sono state le nostre vite ed il nostro futuro. Indietro non si può tornare e nessuno potrà restituirci quello che abbiamo perso, che consapevolmente o inconsapevolmente abbiamo negato alle nostre vite e a quelle dei nostri familiari.

Per questo sono arrivato alla conclusione che vendere una dose equivale allo sparare un proiettile: sono due modi diversi di giungere alla stessa conclusione: dare la morte.

Non è stato facile per me raccontare la mia storia e ripercorrere quelle drammatiche vicende. Gli errori commessi in passato non possono essere cancellati. Mi hanno detto che io non sono il mio passato. Ma è affrontando di nuovo il mio passato che ho sviluppato la consapevolezza di ciò che voglio essere nel futuro, cominciando dal presente.

Riprendere le fila del mio passato è stato difficile. Scrivere di quello che ho vissuto, rivivere il male che ho fatto, ha significato rinnovare la mia sofferenza. Il dolore che provo oggi mi ha aperto gli occhi. In questi anni mi sono convinto che per essere un uomo migliore non basta voltare pagina e andare avanti, perché questo significherebbe semplicemente lasciarsi alle spalle il passato e dimenticarlo. La memoria del passato è importante. Tenere vivi quei ricordi, non dimenticare, andare a fondo del dolore è il modo per ritrovare la strada per andare avanti.

Quello che ho commesso ha avuto conseguenze tragiche provocando dolore in tutti coloro che ho coinvolto con il mio gesto: un uomo a cui ho tolto la vita, la sua famiglia e la mia. Vorrei che questa consapevolezza servisse in qualche modo a evitare ad altri giovani di percorrere la mia stessa strada.

Per questo ho deciso di raccontare la mia storia.

Emanuele Baiano

Percorsi della devianza

La perla degli occhi miei

La storia che sento il bisogno di raccontare, a me stessa prima ancora che agli altri, è quella della mia infanzia.

Sono nata nel 1940. Dopo appena cinque mesi dalla mia nascita, mio padre partì per la guerra. Fino ai cinque anni non ebbi la minima idea di come fosse fatto: non avevo mai visto una sua fotografia, non sapevo nulla di lui.

Nel 1945, finita la guerra, i militari rientrarono dalla Germania. Mio padre era tra loro.

Un giorno ero seduta sui gradini di casa, in via Gualtiero d’Ocra, insieme a mio fratello Antonio, che aveva più anni di me. Stavamo giocando, quando a un tratto lui gridò: «Mamma! Mamma! Lu Tata! Lu Tata!»

Noi contadini non dicevamo “papà”: dicevamo “Tata”.

Io, felice all’idea di vederlo finalmente, corsi verso l’angolo della via. All’epoca non c’era traffico, quasi nessuna macchina. Davanti a casa c’era un biroccio con un cavallo, dei signori che abitavano lì vicino. Mi avvicinai e vidi un uomo vestito male, scalzo: ai piedi aveva due pezzi di legno legati con delle fasce incrociate. Era mio padre.

Aveva la barba lunga, era sporco, irriconoscibile. Mi spaventai e tornai indietro, mentre lui correva per prendermi in braccio. Non mi aveva mai vista neppure lui. Rimasi sconvolta da quella figura.

Col passare dei giorni, in casa sentivo solo urla e litigi. Mia madre e mio padre non smettevano mai di discutere. Non capivo i motivi, avevo solo cinque anni, ma la paura era costante.

Ricordo un episodio in particolare, poco dopo il suo ritorno, in un giorno caldo di settembre. Mio padre si era lavato come si poteva allora: con un secchio d’acqua e una vasca. Poi era entrato in casa, ancora litigando con mia madre. Lei, impaurita, si nascose in un piccolo magazzino che chiamavamo “il sottoscala”.

Io la seguii. Mio padre, con l’asciugamano ancora addosso, glielo mise intorno al collo. Capì che la stava soffocando. Urlai e, per salvarla, lo morsi alle gambe con tutte le mie forze. Lui, per il dolore, lasciò l’asciugamano. Così mia madre si salvò.

Da allora non riuscii mai a chiamarlo “Tata”. Ne avevo terrore.

Mio padre si era portato dentro tutta la rabbia e la disperazione dei tre anni passati nei campi di concentramento. Mia madre non capiva quel tormento, e così finivano sempre per scontrarsi. Io vivevo in mezzo a loro, testimone di botte e grida. Mio fratello maggiore aveva altri mondi, altre uscite; io invece stavo sempre in casa.

Con mio padre non ho mai parlato davvero. Ci capivamo solo con i gesti. Non fu mai violento con me, ma non fu neppure un padre capace di una carezza o di una parola dolce. E io non mi sarei lasciata toccare comunque. È stato così per tutta la vita: silenzio tra noi, un silenzio pesante.

Nel 1962 mio padre ebbe un grave incidente: cadde da un albero, si fratturò una vertebra cervicale e rimase paralizzato. Per due anni fu portato di ospedale in ospedale, da Roma a Bari, per tentare di recuperare un po’ di mobilità. Io, che ero già madre, mi occupavo di mia figlia e dei miei fratelli più piccoli, mentre mia madre lo assisteva nei ricoveri.

Quando tornarono a casa, io passavo le giornate con loro: mia madre lavorava in campagna e io accudivo mio padre. Era quasi completamente paralizzato. Lo servivo in silenzio. Lui a volte mi diceva “grazie”, e basta. Non provavo rancore, ma era come se dentro di me la parola fosse morta.

Con mia madre litigavo spesso; con lui, mai. C’era solo il silenzio.

Anni dopo, intorno ai quarantacinque anni, iniziai un percorso di psicoanalisi. Dopo otto anni di lavoro sentii che dovevo affrontare il nodo più profondo: il rapporto con mio padre. Dare voce a ciò che non avevo mai detto.

Era il 19 marzo 1995, giorno di San Giuseppe, il suo onomastico. Sapevo che stava male. Presi il telefono, lo chiamai e gli dissi: «Buon onomastico, papà.»

Lui, con voce dura, mi rispose arrabbiato: «Devi tornare a casa, la tua famiglia siamo noi.»

Io vivevo a Milano, con mio marito e mia figlia. Gli dissi: «La mia famiglia è qui. Voi siete insieme, ma se vado via io, loro restano soli.»

Lui insistette, sempre più alterato: «Siamo noi la tua famiglia. Sei stata la perla dei miei occhi.»

Quelle parole mi arrivarono addosso come uno schiaffo e una carezza insieme. Per la prima volta nella mia vita mio padre mi diceva una frase d’amore. Trovai il coraggio di rispondergli: «Perché non me l’hai mai detto?» E chiusi la telefonata.

Nove giorni dopo ricevetti la notizia della sua morte. Viaggiai tutta la notte per raggiungerlo.

Quando arrivai, il suo corpo era ancora nel letto. Passai la notte accanto a lui, parlando per la prima volta davvero. Gli dissi tutto ciò che non avevo mai avuto il coraggio di dire: il dolore, la paura, la rabbia, ma anche la gratitudine. Gli chiesi scusa e lo ringraziai.

Annotai tutto nel diario che tenevo durante l’analisi: “Mio padre mi ha detto una frase d’amore. Mi ha detto: Sei stata la perla dei miei occhi.”

Fu l’unica volta. Nove giorni prima di morire.

Da allora ho potuto guardare diversamente la mia storia.

Capire che, nonostante tutto, mio padre mi aveva voluto bene. Che forse aveva provato a dirmelo, con gli occhi, in mille momenti che io non riuscivo a decifrare, chiusa com’ero nella paura.

Per tutta la vita mi ero sentita “di troppo”: unica femmina tra tre maschi, quella che “aveva disonorato la famiglia” perché era scappata di casa col padre delle sue figlie, e poi si era separata — nel 1968, quando una separazione era uno scandalo. Mi sentivo la pecora nera, la vergogna di tutti.

Solo molto tempo dopo ho capito che mio padre, nel suo modo silenzioso, aveva cercato di amarmi. Che anche il suo sguardo, quando era arrabbiato o fiero di me, diceva qualcosa che allora non sapevo comprendere.

Non si finisce mai di arrivare alla consapevolezza. Ma oggi, se ripenso a tutto questo, posso dire di viverlo con più libertà.

Marisa Fiorani

Racconti al tavolo del gruppo

Corrono verso nord-ovest

Corrono verso nord-ovest
nubi di piombo, a strati:
mantello che avvolge,
a tratti schiaccia.
Qui, sulla terra impregnata,
soffia un vento
in direzione contraria:
frusta le fronde
coi primi fiori,
invade la psiche,
dileggia le certezze.
Giacciamo sotto una cupola
di grigia ovatta
o sotto la volta celeste,
nel gioco delle stagioni,
nel rischio dei cicli,
nell’oblio delle ere,
ignorando la sorte comune,
guerra dopo guerra,
naufragio su naufragio,
schiavi del bisogno
o del profitto,
soprattutto del vacuo
e del futile.
Se soltanto sapessimo guardare
oltre le cortine,
se soltanto volessimo stupirci
all’idea degli astri,
alla visione dell’alfa e dell’omega,
degli infiniti mondi spersi
nelle vastità nebulose,
negli incommensurabili vuoti,
immergendoci nella logica
della luce dallo spazio profondo,
della pioggia delle particelle invisibili
dal tempo eterno,
là dove tutto ebbe principio
(forse un caso,
forse la necessità del caos,
forse un capriccio,
forse l’inesplicabile
o l’ineluttabile,
forse il ritorno)…
Nessun nume può gettare impunemente
sul tavolo celeste i dadi,
eppure..
eppure si dovrebbe scommettere:
sulle corde tese sopra l’abisso,
sulle stelle danzanti,
sull’armonia degli atomi
e dei numeri
che ci compongono,
con cui vibriamo,
sull’inenarrabile immensità fuori
a colmarci
e sulla goccia divina
dentro ciascuno;
infine sulla vertigine del cuore
che l’amore, soltanto l’amore,
sa decifrare.

Alberto Figliolia

Poesie

La mia prima rapina

Alle medie frequentavo un gruppetto di amici più o meno della mia età. Il nostro ritrovo era un parchetto del mio paese e sedevamo su un muretto. Andavo ancora a scuola, ma ogni pomeriggio e sera quel parchetto e quella compagnia erano il mio appuntamento fisso, fatta eccezione di quando ogni tanto si andava all’oratorio a giocare a pallone.

Rompevamo la noia solo quando ne combinavamo una delle nostre e funzionava sempre alla stessa maniera: a uno di noi veniva in mente di fare un danno o di rubare qualcosa. Nessuno si tirava indietro e ogni volta era una prova di coraggio perché nessuno voleva passare per debole o fifone. Quando c’erano le giostre o le feste di paese, ogni occasione era buona per fare a botte con altre compagnie dei paesi vicini. Capitava di fare a botte anche la domenica pomeriggio in discoteca e quasi sempre avevamo la meglio. Lo ricordo bene come ci atteggiavamo: avevamo la fama di quelli che picchiavano duro, dei cattivi di cui bisognava avere paura e godevo di tutto ciò. Mi sentivo qualcuno!

Quel mio modo di passare le giornate però prese una piega molto più seria quando io e il mio amico Stefanino conoscemmo due ragazzi più grandi di noi: Felice e Massimo, il più cazzuto dei due. Loro avevano già la macchina, una 127 Fiat color carta da zucchero. Tra noi quattro si instaurò subito un’amicizia, anche perché io e Stefanino non volevamo più frequentare la vecchia compagnia. Giravamo in macchina con loro due e sedevamo allo stesso modo: Felice guidava, Massimo a lato e io e Stefanino dietro.

Dopo qualche settimana, mentre facevamo il solito giro in macchina, per la prima volta sentii parlare di una possibile rapina. Felice e Massimo ne parlavano come se fosse un’idea nuova ma a me era chiaro che invece ne avevano già fatte e volevano solamente vedere la nostra reazione.
Io e Stefanino accettammo. Ricordo che mi saliva l’adrenalina al solo pensiero di dover scegliere ai danni di chi fare il colpo e in seguito nel fare i sopralluoghi.

Ricordo che il giorno deciso fu un sabato e il negozio era un fiorista del nostro paese: tre vetrine fronte strada con una piccola scalinata all’ingresso. Dopo aver nascosto in una via vicino la macchina, la cui targa era stata alterata con un nastro isolante nero, ci calammo il passamontagna. Massimo e Felice impugnavano due pistole mentre io e Stefanino eravamo a mani nude.

Entrammo nel negozio, c’era qualche cliente e chi lavorava all’interno. Massimo puntò la pistola e iniziò a gridare di stare fermi. Io non guardavo in faccia nessuno e, come d’accordo, seguivo Felice verso la cassa. Mentre Felice puntava la pistola alla cassiera, persona di cui non riesco a ricordare il viso ancora oggi, afferrai i soldi e lasciai solo le monetine.

Una volta divisi i soldi continuammo a girare in macchina, fumando una sigaretta dietro l’altra, inventandoci particolari inesistenti della rapina. La sera andammo in una discoteca di un altro paese, era molto meglio di quella che avevo frequentato con la mia vecchia compagnia.

Questa fu solo la prima rapina e mi sentivo un grande, uno capace di far paura e questa sensazione mi faceva godere molto di più dei soldi che avevo e di quelli che mi misi in tasca altre volte. Mi sentivo grande all’idea che in giro per il paese si sapesse che ero dentro un gruppo di persone forti con cui c’era poco da scherzare. Questo fu solo l’inizio.

Sergio Sestito

Racconti al tavolo del gruppo

La libertà al gruppo della trasgressione

Partecipare agli incontri del gruppo in carcere, in qualità di studente, non è semplice. L’ingresso in carcere è un’esperienza umanamente complessa: i controlli, le porte che si chiudono alle spalle e il rumore dei cancelli evocano un senso di perdita di autonomia, una condizione in cui tutto è regolamentato e sorvegliato. Fin da subito si percepisce la privazione della libertà, quella stessa libertà che quotidianamente tendiamo a considerare scontata.

Prima di frequentare il gruppo, quando pensavo alla libertà, rappresentavo dentro di me uno spazio aperto, sgombro da ogni confine, privo di persone. Con il tempo la sensazione di leggerezza data da questa rappresentazione ha lentamente abbandonato il mio corpo. Frequentando il gruppo ho compreso che la libertà si costruisce attraverso il rapporto con gli altri e con il proprio contesto. Ogni libertà trova il suo limite e, allo stesso tempo, la sua applicazione nella cura della relazione con l’altro e il reato si configura come l’atto che viola questo principio.

La presenza dei familiari di vittime di reato nel gruppo offre ai detenuti l’opportunità di acquisire una maggiore consapevolezza: quella della propria responsabilità, del dolore inflitto agli altri e della necessità di riconoscere il proprio passato e la propria storia. I familiari di vittime di reato svolgono un ruolo centrale, orientando il lavoro sul riconoscimento dell’altro e consentendo all’autore del reato di considerare la libertà come espressione della responsabilità verso la collettività.

Mohamed Ounnas, detenuto di Opera e componente del gruppo da 14 anni, ha affermato che in precedenza non attribuiva valore alla sua libertà. Per questo mi sono chiesta: che valore attribuisco alla mia libertà? Ho sempre considerato la libertà un diritto unicamente individuale mentre oggi, dopo mesi di frequentazione al gruppo, considero la mia libertà come un dovere nei riguardi della società in cui sono inserita.

Vivere lo scambio tra detenuti e familiari di vittime di reato mi ha permesso di interiorizzare che la libertà non è mai assoluta, ma sempre intrecciata con quella degli altri. Oggi per me la libertà non è più l’espressione di un diritto assoluto ma rappresenta la responsabilità che ho nei riguardi degli altri. Questa consapevolezza ha cambiato il mio modo di vivere e di relazionarmi.

Carolina Rocca

Libertà