Alessandro Crisafulli oggi ha postato sulla chat del gruppo della trasgressione una canzone, con l’invito ad ascoltarla e a coglierne l’intensità. Qualche minuto dopo, lo stesso Alessandro ha segnalato che la canzone era un prodotto dell’intelligenza artificiale.
A me la canzone artificiale e la commozione artificiale (le lacrime posticce dei giudici e del pubblico) hanno suggerito una riflessione che è in continuità con quello che da tempo cerco di problematizzare: il concetto di volontà e di scelta (micro e macro-scelte).
Credo che la nostra volontà e le nostre scelte siano il risultato di una grande quantità di informazioni, di tessere che includono stimoli, immagini e colori emotivi, come sulle carte da gioco, dove osserviamo numeri e colori.
Troverei interessante (pur se un po’ da Frankenstein) un gioco: istruire due reti di computer e le rispettive AI con miliardi di informazioni:
- da una parte, informazioni e colori emotivi che celebrano la bellezza del bene, dell’amore (nasce un bambino accompagnato da sorrisi; due persone si stringono la mano per un trattato di pace e la gente è felice, un cane si tuffa in acqua per salvare un uomo caduto nel fiume, ecc.);
- dall’altra, informazioni che celebrano il potere dei soldi, il piacere e l’eccitazione dell’abuso, del trionfo, dell’indipendenza assoluta, l’ebrezza del pericolo, del rischio, ecc.).
Una volta inserite queste informazioni, il gioco consiste nel chiedere alle due Intelligenze Artificiali di costruire una canzone coinvolgente, di produrre un testo su come organizzare la politica di una città del futuro, di comporre i simboli per la bandiera di uno stato in via di formazione dopo la catastrofe nucleare.
Ipotizzo che i due testi parlerebbero di città molto diverse:
- una città, caratterizzata da centri sociali e asili nido nei quali i bambini vengono incoraggiati a darsi la mano e gli adulti a intenerirsi tutte le volte che un bambino sorride mentre ne aiuta un altro ad alzarsi;
- l’altra, immagino, avrebbe asili e scuole che suggeriscono che è importante vincere, ottenere la paura e gli inchini di tutti quelli che stanno sotto di noi nella gerarchia (insomma, Sisifo che finalmente riesce a fare inginocchiare Asopo).
Ma a me sembra che questo è esattamente quello che accade a noi uomini senza bisogno di ricorrere all’intelligenza artificiale. In altri termini, credo che la nostra volontà e le nostre scelte, già oggi, siano frutto di una composizione che, pur non essendo voluta in modo organico da qualcuno in particolare, è però il risultato delle informazioni digitali ed emotive che danno luogo all’humus nel quale siamo cresciuti e che ha contribuito a formare la nostra identità (da cui le nostre scelte e quella che noi chiamiamo “volontà”).
Concluso il pensiero, ho quasi la sensazione di aver detto qualcosa di peccaminoso, di inaccettabile, nonostante sia proprio ciò che penso. E mi rimane:
- da un lato, un turbamento, “l’Unheimlich” freudiano, che è la conseguenza della difficoltà di distinguere il vero dal falso, il reale dall’immaginario, il vivo dal morto, un essere umano da un androide;
- dall’altro, la voglia di costruire un ambiente dove aumentino le probabilità che ci si possa sentire rappresentati da una stretta di mano più che da una genuflessione.
Ma in fondo, se anche ciò che sentiamo, pensiamo e vogliamo dovesse somigliare più al risultato dell’intelligenza artificiale che a quello di una volontà che ognuno di noi ha scelto per sé, nulla ci impedisce di tentare di costruire realtà e città che somiglino sempre di più a quelle che ci sembra di avere scelto, che ci sembrano più utili e che non ci costringano a guardarci le spalle da chi è stato informato e formato dall’altra Intelligenza Artificiale.
Alla fine, forse, conviene solo disseminare il terreno di tessere che aumentino le probabilità che ciascuno di noi possa aver voglia di stringersi la mano con il vicino. Ora che ci penso, questo è anche quello che viene suggerito di fare in chiesa col “segno della pace”, ma forse lì, le tessere sono vissute da molti solo come carte da gioco sul tavolo e non come tessere della nostra identità.
Juri Aparo
Credo che la grande velocità che caratterizza il progresso tecnologico ci proporrà sempre più forme di intelligenze arraffazzonate, superficiali. Sta a noi saper conservare la voglia di vivere nel desiderio di imparare a capire chi siamo noi esseri senzienti, in relazione tra noi, capaci di gesti d’amore.