Nel dibattito per cui ci si chiede a cosa serve Il carcere, se non sia più dannoso che utile o quali siano le condizioni per cui possa essere più utile che dannoso, una delle prime risposte possibili è che, al momento, la restrizione in carcere è la sola risposta che la nostra società riesca a dare al cittadino che abbia fatto un uso improprio della propria libertà.
Tattavia, noi sappiamo anche che l’arresto, il processo, la condanna e la reclusione dovrebbero avere (questo suggerisce la Costituzione!) una sinergia mirata a orientare il detenuto verso condotte e sentimenti compatibili con il bene collettivo, così che libertà, coscienza di sé e responsabilità possano costituire un’utile bussola per vivere insieme.
Ma quali sono gli strumenti di cui l’officina ha bisogno per riparare o, addirittura, per costruire la bussola che ci interessa? Isolare il detenuto dalle influenze esterne che avevano causato lo smarrimento della direzione può bastare? Limitare i contatti del ristretto con il mondo esterno è sufficiente per rendergli riconoscibile (non solo in senso cognitivo, ma anche sul piano affettivo) cosa occorre per muoversi in sintonia con la collettività?
Per pensarla in questo modo si dovrebbe potere essere certi che dentro ognuno di noi esista, chiara e riconoscibile, la mappa per muoverci in buona sintonia con gli altri e che nella mente del soggetto non possano prodursi accumuli di sporcizia tali da alterarne stabilmente la lettura. Ma è così?
A me pare che il modello di carcere attuale confidi troppo (e, mi sembra, in modo auto-deresponsabilizzante) sull’idea che il ristretto possa portare a compimento da solo la riparazione della bussola e la gestazione del cittadino di cui la collettività attende la nascita.
È difficile per il detenuto imparare la lingua della collettività deducendone la grammatica dalla semplice constatazione che la lingua che egli parlava all’epoca dei reati non fosse quella adatta per vivere insieme. La lingua, come tutti sanno, la si impara molto meglio vivendo nel posto dove la si parla.
Sperare che l’isolamento possa portare alla nascita dell’uomo nuovo è del tutto a-scientifico, ma è anche anti-economico, a maggior ragione se si considera che l’isolamento porta il detenuto a chiudersi nel suo guscio, nel suo lessico e nei suoi schemi di pensiero e che questi schemi si trasferiranno sui suoi figli tanto più massicciamente quanto più egli si sentirà braccato e, di conseguenza, autorizzato a far quadrato su se stesso.
Isolare il reo dal contatto col mondo esterno, se tutto va bene, permette di tenere la società al riparo dall’inquinamento che egli può portare oggi ma, alla distanza, espone la collettività che vogliamo proteggere al rinnovato rancore che l’isolamento avrà prodotto sul ristretto e sui suoi figli.
Juri Aparo
Reparto La CHIAMATA –Delitto e Castigo
Percorsi della Devianza e Trame di Libertà
Grazie Juri, la tua è una interpretazione perfetta del fenomeno carcere e delle sue dinamiche. Penso che il pensiero più evidente nella gestione della detenzione sia che i “buoni” debbono punire i “cattivi” attraverso l’isolamento e la esibita disistima che segna le relazioni tra detenuti e personale penitenziario.
Tutto questo non può che produrre nuovo rancore e motivare nel detenuto la voglia di delinquere, magari in modo più efficace.
Credo che bisognerebbe istituire un dialogo profondo e onesto con l’istituzione per poter rendere evidente la possibilità di creare un nuovo modello di politica carceraria, rispettosa della natura umana di tutti protagonisti.
È quello che diceva Antonio Tango nella sua lettera al Presidente. Come si può convincere l’istituzione? Bisogna inventare qualcosa.