Per una grammatica di resurrezione

Da poco sbocciata la primavera del 2026, la settimana santa si è aperta con una ferita, profonda: la polizia israeliana impedisce al Cardinale Pizzaballa l’accesso alla Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme per celebrare la messa della Domenica delle Palme. Eppure, nonostante tali premesse, la Pasqua appena trascorsa non ha finito di sorprenderci: in un mondo ancora dominato dal suono delle armi, è una rock band a suonare finalmente la sveglia, come in quella settimana irlandese del 1916 ricordata come il “sacrificio di sangue” (oltre 300 vittime da entrambe le parti): un fallimento militare trasformatosi in trionfo politico, fondamentale – con il passare del tempo – per la nascita di una nazione resasi indipendente dalla Gran Bretagna.

C’è un brano – nell’EP Easter Lily pubblicato dagli U2, a sorpresa, nella giornata del Venerdi Santo – che più degli altri è entrato direttamente nella mia pelle senza chiedere il permesso, e si intitola Scars. Per comprenderne appieno il significato, 44 anni dopo Gloria, Bono & Co. ci hanno lasciato alcune easter egg, senza neppure tanto nasconderle. Appunto, nello spirito di questa canzone che parla della bellezza delle «cicatrici» esposte. La conversazione sui temi della religione accompagna l’album e rinsalda il legame tra Bono e il frate francescano Richard Rohr: sullo sfondo si può scorgere anche la sfida dell’affrontare, con maggiore maturità spirituale, la seconda parte del viaggio della vita (il falling upward di Rohr, libro da poco tradotto in italiano, ma anche – volendo – il discendere di James Hillmann). Attraverso questo nuovo sguardo, le ferite non sono ostacoli alla fede ma luoghi in cui può nascere una comprensione più profonda di sé e dell’altro: la cicatrice infatti indica che si è passati attraverso il dolore, non che ne siamo rimasti prigionieri. Soglia dunque, non fallimento. Non più ferita sanguinante, essa diventa segno identitario permanente perché ha qualcosa da dire, di sé, all’altro. Da qui l’invito: le cicatrici non devono più essere negate ma esibite come segni di verità, capaci di generare parole che diventino suoni di risurrezione.

Tutto questo ha molto a che fare anche con i percorsi di riparazione, intrapresi da molti anni dai Familiari delle vittime della criminalità mafiosa e della lotta armata. Una giovane Daniela Marcone – venti anni fa a Torino – provava a dare parola a quello che gli era rimasto dentro dalla uccisione del padre, sulle scale dell’androne di casa a Foggia: «praticavo il mio sano distacco, per non piangere, per non soffrire. Ma ad un certo punto ho detto Basta! Basta! Io questo dolore lo dovevo sentire. Lo devo vivere». Anche Manlio Milani non ha voluto rimanere nascosto dietro quella famosa fotografia in bianco e nero, immediatamente successiva allo scoppio della bomba a Brescia, dove le sue mani sorreggono la testa della moglie squarciata. Le sue domande di senso sono comuni a quelle di molti altri: «Cosa farò adesso? Cosa potrà succedermi? Resterò dentro a quell’essere stati oppure riuscirò a comprendere il senso di quelle morti? Cosa ci vuole dire l’assassino?». E però, ricorda bene padre Bertagna (facendo tesoro della personale esperienza descritta in Il libro dell’incontro), una medesima dinamica può essere sperimentata anche dall’autore del reato: alla paralisi della coscienza (tanto determinante nel liberare, di contro, l’azione criminale), segue la “reificazione” del condannato che – allo sguardo della società – viene ridotto al male che ha commesso. E’ possibile allora immaginare che anche lui possa non rimanere più nascosto, se non schiacciato, dentro quello stesso fatto di male?

Ecco dunque l’essenza del percorso riparativo: ciascuna esperienza dolorosamente vissuta torna, tramite dura fatica, ad essere un fatto della vita (e non la vita intera). Le scars esposte – sia per la vittima che per il reo – diventano così segni di memoria, trasformata nel loro incontro in pezzi di verità di storie che riprendono a vivere.  Quella verità di luce che può uscire dalla crepa di una parola salvifica in quanto rigenerativa, come anche il videoclip che accompagna l’uscita della canzone evoca visivamente. Con immagini che peraltro non lasciano spazio a dubbi: «Metti le mani sulla mia mano/metti la mano nel mio fianco» sono anche le famose parole pronunciate dal Risorto nel suo incontro con Tommaso. «Sono le cicatrici a renderti bella/o» («beauty», esattamente come il verso del poeta Yeats a ricordo di quella Pasqua del 1916: «A terrible beauty is born»). E’ il tempo che hai dedicato alla cura della tua ferita che ha reso così bella questa cicatrice, direbbe oggi la Volpe al Piccolo Principe crocefisso. E’ lo spazio che hai creato dentro di te che può offrire all’altro – «il perdente, l’insignificante» ma ugualmente sulla croce, a fianco a te – l’occasione di toccarti di nuovo, senza farti più male con quei «chiodi» così umanamente ingiusti. Perché, appunto, proprio «per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Isaia, 53, 5).

Francesco Cajani

[un estratto di questo contributo è stato pubblicato oggi, con il titolo «Le ferite degli U2 sono la bellezza liberata del Risorto», su Gutenberg – inserto culturale di Avvenire – intitolato “Riparare l’irreparabile“]

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