Mercoledì, 29/04/26, CARCERE di OPERA
L’incontro è partito con una domanda: qual è la nostra bussola interiore? Non si è parlato di obiettivi professionali o di carriera, ma dei valori umani che guidano il nostro modo di stare al mondo e di fare scelte nella vita di tutti i giorni.
Il momento più toccante dell’incontro però, è stata la lettura della lettera di Rosario. Le sue parole hanno scosso la nostra idea di “bene” e “male”, portandoci a riflettere sulla fragilità della condizione umana. Rosario ha scritto che non esistono ragazzi cattivi, come anche Don Burgio disse, ma esistono contesti e momenti di profonda ignoranza che possono spingere a errori irreparabili. Nel suo racconto, l’omicidio non è nato da una natura malvagia, ma da una reazione violenta che, in quel momento di offuscamento, gli era apparsa come l’unica via possibile.
Oggi, a distanza di vent’anni, la sua bussola interiore è segnata da un rimorso indelebile e dalla consapevolezza che nessuno ha il diritto di togliere la vita a un altro essere umano.
Vedere le sue lacrime e la sua vergogna dopo così tanto tempo mi ha mostrato il volto autentico dell’uomo dietro il reato, un uomo che non si è estraniato dalla propria colpa, che ancora adesso gli trema la voce a parlarne, ma che continua a portarne il peso.
Questa testimonianza ha generato in me una riflessione profonda sul senso del perdonarsi. Guardando Rosario, ho sentito che restare ancorati esclusivamente al proprio errore rischia di logorare l’esistenza fino a renderla invivibile. Per quanto sia un percorso che richiede una conoscenza interiore immensa e una forza fuori dal comune, credo che il perdono verso se stessi sia l’unico modo per tornare a “vivere” davvero e non solo a “sopravvivere” alla propria pena.
In questo senso, la mia bussola si è arricchita di una nuova direzione, quella della compassione, intesa non come giustificazione del gesto, ma come riconoscimento dell’umanità dell’altro. Suggerire l’idea del perdono a chi ha commesso un errore così grave significa credere che una persona non coincida mai interamente con il suo sbaglio, e che la ricerca della propria luce interiore sia un diritto — e un dovere — di ogni essere umano, per quanto lungo e faticoso sia il cammino per ritrovarla.
Un altro punto che mi ha molto colpito è stata la metafora utilizzata dal professore riguardo alla “coperta” che stendiamo sulle nostre esperienze. Spesso, dall’esterno, tendiamo a etichettare un atto estremo come un omicidio definendolo superficiale, quasi come se fosse un gesto privo di spessore umano. Tuttavia, la riflessione di oggi ha ribaltato questa prospettiva, chi compie un atto simile, per poterlo fare, deve necessariamente stendere una coperta sulle proprie emozioni, sulle paure e su tutto il proprio bagaglio vissuto.
È una sorta di anestesia emotiva necessaria per agire, ma se abbiamo il coraggio di sollevare quel velo, ci accorgiamo che dietro non c’è affatto superficialità. Al contrario, emerge tutto il peso dei sentimenti e dei motivi che hanno spinto la persona a quel gesto. A questo punto, definire l’azione come “superficiale” sembra quasi un insulto, perché ignora la complessità e il dramma che stanno sotto la superficie. Solo togliendo quella coperta possiamo davvero comprendere l’uomo nella sua interezza, riconoscendo che il gesto è solo la punta di un iceberg fatto di un bagaglio emotivo profondo e spesso doloroso.
Sofia Pellini
Percorsi della Devianza e Trame di Libertà