I nomi delle vittime della mafia

Carcere di Opera,
18/03/2026

Leggere i nomi delle vittime di mafia: che cos’è davvero?  A cosa serve? Perché farlo?  È un puro monito o risponde a un senso di dovere più profondo?

Nell’incontro di oggi si è parlato a lungo dell’impegno che il gruppo ha assunto: partecipare all’incontro del 25/03 in memoria delle vittime di mafia.

È stato proposto di svolgere l’evento proprio nel carcere di Opera, così come avvenne nel 2017 perché, come ha ricordato Marisa, «di tutte le volte che ho partecipato a questo evento, quello che si è tenuto nel 2017 in carcere è stato il più toccante e significativo».

Leggere i nomi delle vittime di mafia — o meglio ancora, farli leggere alle stesse persone che hanno preso parte a reati simili, se non identici — nasce dalla speranza che questo gesto possa contribuire a mantenere viva la memoria non solo per i familiari delle vittime, ma anche per chi, in quei meccanismi, è stato esecutore o complice.

La lettura dei nomi non deve essere e non vuole essere soltanto un momento di commemorazione. Deve diventare anche un’occasione di educazione e di riflessione. Non possiamo e non dobbiamo permettere che l’incontro si esaurisca nella semplice elencazione dei nomi; occorre invece provare a mostrare alle persone presenti — detenuti, ex detenuti, familiari delle vittime, studenti — che il dialogo con “l’altra parte” non è
impossibile.

Così come Marisa e Paolo hanno saputo sedersi al tavolo del gruppo e accogliere le storie dei detenuti, allo stesso modo anche altri possono farlo. Come Vito, Alex, Alessandro e molti altri partecipanti al gruppo hanno scelto di mettersi in gioco, così anche chi finora non ha mai preso parte a un’esperienza simile potrebbe farlo: può trarne qualcosa, può maturare una consapevolezza nuova.

Se fino ad oggi è prevalsa una scissione, una distanza, forse è il momento di pensare e lavorare per costruire una comunicazione reale tra le parti. La separazione e l’assenza di dialogo non pongono basi solide per il futuro.

L’istituzione concede ai detenuti la possibilità di raccontare ai propri figli ciò che desiderano. Ne è un esempio Vito, che fino ai tredici anni del figlio gli ha raccontato di trovarsi in carcere da innocente. Ma quando una persona detenuta sostiene la propria innocenza davanti al figlio, senza assumersi la responsabilità dei propri atti, rischia di alimentare o generare in lui odio e sfiducia verso l’istituzione stessa. Uno stile fondato sulla negazione e sulla devianza finisce per riprodurre altra devianza.
Ed è proprio questo l’obiettivo, questo il senso più profondo della lettura dei nomi: far emergere tali consapevolezze, aprire uno spazio di responsabilità e, forse, iniziare a trasformare la memoria in possibilità di cambiamento.

Giulia Arisci

Incontri con le vittime

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