L’intervista a Ignazio Marrone

Riflessioni sull’intervista con Ignazio Marrone 
a DELITTO E CASTIGO su GIORNALE RADIO

L’intervista con Ignazio Marrone mi ha colpito soprattutto per il modo molto umano con cui emerge il suo bisogno di sentirsi riconosciuto, apprezzato e voluto bene. A differenza di altre testimonianze in cui il potere criminale viene raccontato principalmente come dominio sugli altri, nel suo caso sembra esserci soprattutto il desiderio di essere accettato e considerato importante attraverso ciò che faceva per gli altri, anche se in modo illegale.

E’ cresciuto in un contesto in cui la criminalità era già presente nella vita familiare, fin da piccolo vedeva il padre e il fratello come modelli da imitare, e alcune azioni illegali venivano percepite come pratiche normali. Quando si trasferì dalla Sicilia a Milano, affrontò un momento difficile, era lontano dalla famiglia, dalle amicizie e dai luoghi in cui era cresciuto. Da lì inizia progressivamente a delinquere insieme al fratello, entrando sempre di più in un ambiente criminale legato al traffico di auto rubate e ai rapporti con la ’Ndrangheta.

Ignazio racconta la propria devianza non tanto come ricerca di violenza, ma come una forma distorta di gratificazione personale, dice che si sentiva quasi un “Robin Hood delle macchine”, rubava auto, smontava i pezzi e aiutava altre persone a sistemare le proprie vetture.

Il problema è che in quel momento vedeva soltanto la gratitudine di chi riceveva il favore, mentre era completamente cieco rispetto al dolore provocato a chi subiva il furto. Questo aspetto fa riflettere molto su come una persona possa costruirsi una giustificazione morale per le proprie azioni quando vive per anni dentro determinati ambienti.

Il Prof spiega che Ignazio sembra avere un bisogno fortissimo di sentirsi apprezzato dagli altri, lui stesso racconta di sentirsi bene quando qualcuno gli sorride, lo ringrazia o gli dimostra affetto. In passato cercava questo riconoscimento attraverso il denaro, i favori e il potere legato alle attività illegali, oggi invece sembra cercarlo attraverso relazioni più autentiche e attraverso il lavoro.

Ho trovato molto significativo il rapporto che Ignazio ha con i suoi i figli, racconta che da piccoli lo vedevano quasi come un eroe, soprattutto perché riusciva a comprare loro tutto ciò che desideravano. Dopo l’arresto, però, il figlio ha iniziato a soffrire profondamente sia per la sua assenza sia per le conseguenze sociali della detenzione.

Mi ha colpito il momento in cui Ignazio dice di aver dovuto spiegare al figlio che lui non era un eroe e che non doveva nascondere la verità sulla sua situazione e dimostra quanto sia importante, all’interno di un percorso di cambiamento, imparare ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni davanti alle persone che si amano.

Secondo me, uno dei punti più significativi dell’intervista riguarda proprio il valore educativo del carcere. Ignazio racconta più volte quanto siano stati importanti per lui il lavoro, il confronto con il Gruppo della Trasgressione e il sentirsi utile agli altri, dice che, proprio per questo,  il carcere dovrebbe offrire più possibilità lavorative, più studio e più percorsi di confronto umano. Non si cambia solo attraverso la punizione, ma soprattutto quando viene data la possibilità di sentirsi utile, responsabile e riconosciuto in modo positivo.

Trovo interessante, infine, come è cambiato il suo rapporto con le regole. Ignazio afferma che oggi si sente addirittura più libero rispettando le norme rispetto a quando viveva nella criminalità. Questo mi sembra molto importante, perché mostra una nuova idea di libertà, non più una libertà egoistica costruita senza pensare agli altri, ma una libertà che esiste insieme al rispetto delle altre persone, un po’ quello che alla fine diceva anche Alessandro Crisafulli.

Sofia Pellini

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