Cestini senza storia

Quasi un anno fa, un gruppo di ricercatori canadesi ha presentato un dispositivo destinato a cambiare radicalmente il modo in cui il dolore viene trattato.

Si tratta di un neurostimolatore impiantabile nell’area del cervello responsabile della percezione e dell’elaborazione del dolore, sia fisico sia emotivo. Una volta attivato, il dispositivo permette di trasferire istantaneamente la propria sofferenza a un’altra persona entro un raggio di 20 chilometri. Chi lo utilizza smette immediatamente di provare dolore, mentre il destinatario ne sperimenta l’intera intensità, pur senza riportare danni permanenti.

La sperimentazione clinica, avviata circa sei mesi fa, ha coinvolto centinaia di volontari con storie di vita molto diverse: persone affette da malattie croniche, professionisti sottoposti a forti pressioni lavorative, pazienti con disturbi psicologici, ma anche persone che affrontano quotidianamente difficoltà economiche e familiari.

È emerso che, dopo un’iniziale esitazione, circa il 90% dei partecipanti ha scelto di utilizzare il dispositivo almeno una volta. Nei soggetti affetti da dolore cronico o da una forte sofferenza emotiva, la percentuale saliva fino al 98%.

Ma il dato che ha attirato maggiormente l’attenzione degli psicologi non è stato il desiderio di liberarsi dal proprio dolore, quanto il modo in cui quella decisione veniva presa: alla maggior parte dei partecipanti non interessava sapere chi avrebbe ricevuto la loro sofferenza. Bastava sapere che si trattava di una persona sconosciuta.

Quando, invece, prima del trasferimento veniva mostrata una fotografia, un nome o anche solo poche informazioni sulla vita del destinatario, la percentuale di utilizzo diminuiva drasticamente. Sapere che dall’altra parte c’era una persona reale rendeva la scelta molto più difficile.

Secondo gli psicologi coinvolti nello studio, l’anonimato riduce sensibilmente il senso di responsabilità: quando non vediamo il volto di chi subirà le conseguenze delle nostre azioni, è più facile convincersi che il suo dolore non ci riguardi.

Nei mesi successivi all’introduzione del dispositivo sono emersi effetti inattesi: alcuni pronto soccorso hanno registrato un aumento di accessi improvvisi per dolori acuti e crisi d’ansia apparentemente inspiegabili. Gli episodi si concentravano soprattutto nelle aree con il maggior numero di utilizzatori del neurostimolatore.

La scoperta ha aperto un acceso dibattito etico. Molti partecipanti, intervistati al termine della sperimentazione, hanno dichiarato di non essersi mai chiesti cosa stesse vivendo la persona che avrebbe ricevuto il loro dolore. Nessuno poteva sapere se quel destinatario stesse già affrontando una malattia, un lutto, una separazione, difficoltà economiche o uno dei momenti più difficili della propria vita. Eppure, per la maggior parte dei soggetti, questa possibilità non è stata sufficiente per rinunciare al trasferimento.

È proprio questo l’aspetto che, secondo i ricercatori, rende il dispositivo così interessante dal punto di vista psicologico. Il neurostimolatore non crea un comportamento nuovo: rende semplicemente visibile un meccanismo umano già esistente.

Per alleggerire il nostro peso, noi riversiamo sugli altri rabbia, frustrazione, cattiveria o indifferenza. Il nostro dolore diminuisce mentre aumenta quello di qualcun altro. E questo accade ancora più facilmente quando chi abbiamo davanti è uno sconosciuto, quando il “cestino” è qualcuno di cui ignoriamo completamente la storia.

Gli studiosi hanno quindi concluso il rapporto con una riflessione inaspettata: Se il dolore può essere trasmesso con tanta facilità, forse può esserlo anche il suo contrario.

Un gesto di gentilezza, una parola detta al momento giusto, un sorriso, un aiuto offerto senza un secondo fine possono avere effetti che spesso non immaginiamo. Così come non sappiamo quanto possa pesare il dolore che scarichiamo sugli altri, non possiamo sapere nemmeno quanto bene possa fare un piccolo gesto di umanità. Perché ogni persona che incontriamo sta combattendo una battaglia che non possiamo vedere.

E forse il vero progresso non consiste nell’inventare un modo per trasferire il dolore, ma nell’imparare a non aggiungerne altro. Anzi, quando possibile, a lasciare chi abbiamo davanti con un po’ più di serenità, proprio come la vorremmo noi.

Giulia Arisci

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

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