Diritti e Paradossi

Una startup statunitense sostiene di aver trovato un nuovo metodo per affrontare la crisi legata all’uso di sostanze stupefacenti. Negli Stati Uniti il consumo di droghe rappresenta da anni una delle principali emergenze sanitarie. I casi di overdose sono aumentati drasticamente, causando ogni anno la morte di decine di migliaia di persone.

Per questo motivo, il governo ha indetto un concorso nazionale, aperto a cittadini, ricercatori e aziende, con l’invito a chiunque a proporre una soluzione concreta per contrastare il fenomeno. Nel giro di appena quattro ore sono arrivati centinaia di progetti. A sorprendere la giuria è stata però la proposta di due ragazzi della periferia di New York con un progetto chiamato “Droghiamoci”.

L’idea sembrava quasi fantascienza. I due sostenevano di avere sintetizzato una sostanza capace di agire su specifici recettori cerebrali, annullando completamente gli effetti di qualsiasi droga assunta in precedenza e cancellando, allo stesso tempo, ogni ricordo piacevole legato al suo utilizzo.

Ma non era tutto. La sostanza, dopo pochi utilizzi, avrebbe addirittura modificato il comportamento di chi la assumeva, inducendolo a provare un forte desiderio di aiutare gli altri, compiere azioni altruistiche e contribuire gratuitamente al benessere della comunità.

Secondo gli ideatori, si trattava di una sorta di “risarcimento sociale”: un modo per restituire qualcosa alla collettività dopo aver alimentato, direttamente o indirettamente, il mercato delle sostanze illegali e il dolore provocato alle persone vicine.

Il progetto ha avuto un’enorme risonanza mediatica. Politici, giornalisti e cittadini lo hanno definito rivoluzionario. Molti lo hanno ritenuto una soluzione efficace, giusta e persino etica.

Ma è emerso un problema inatteso. Le persone con una grave dipendenza hanno rifiutato il trattamento. Pur avendo perso il lavoro, la famiglia, la casa, pur vivendo ormai in condizioni di estrema marginalità e pur sapendo che avrebbero potuto ricominciare da zero, moltissime persone hanno scelto di non assumere quella sostanza.

In attesa che il governo decida come procedere, psicologi, psichiatri e sociologi si interrogano e dibattono su cosa è la dipendenza: Se una persona rifiuta ciò che potrebbe salvarla, quanto è davvero libera di scegliere? E se la dipendenza compromette la capacità di decidere, fino a che punto è legittimo rispettare la volontà di chi è dipendente?

La domanda rimane aperta. Se esiste davvero una cura capace di cancellare la dipendenza senza effetti collaterali, abbiamo il diritto di imporla a chi la rifiuta? Oppure la libertà di scegliere deve rimanere intoccabile, anche quando quella scelta conduce lentamente alla propria distruzione?

Giulia Arisci

Un labirinto dove si è perso DedaloIl giornale del Falso

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