Pedala, sennò cadi!

Pedala, sennò cadi
Nicolas Aureli

Ci sono certe prime volte che non ti rimangono impresse nella memoria, mentre altre difficilmente se ne andranno via. Pochi ricordano la prima volta che hanno comprato un vasetto di marmellata, o la prima volta in cui sono saliti sopra ad un ponte; ma ci sono quelle prime volte che sono così importanti che diventano indimenticabili, un confine da cui si può decifrare con precisione un prima e un dopo (e non sto parlando esclusivamente di quelle prime volte in cui i vestiti sono sparpagliati sul pavimento). Spesso può avvenire un cambiamento così profondo che la persona dimentica completamente come fosse la vita prima di quel determinato evento, quale visione avesse del mondo attorno e un po’ di chi fosse. Voglio raccontarvi di due prime volte, così distanti nel tempo eppure così simili.

Ero un bimbetto di poco più di un metro (circa 80 centimetri fa), di poche parole e una capigliatura che allora non mi sembrava così imbarazzante (o forse ancora non sapevo cosa fosse l’imbarazzo). Come tutti i giorni di primavera gironzolavo in sella al mio biciclino nel solito parcheggio davanti a casa dei miei nonni. Questa volta però non stavo sfrecciando da una parte all’altra… ero fermo, saldamente ancorato al pavimento con tutti e due i piedi e le manine che iniziavano a sudare sul manubrio di plastica. Un osservatore poco attento avrebbe potuto non accorgersi della differenza dai giorni precedenti: lo stesso bambino, nello stesso parcheggio e con la stessa bicicletta.

Ma quella volta c’era qualcosa di meno, così piccolo eppure così importante. Era il primo giorno senza le mie preziose rotelle, il mio unico sostegno. Mi ricordo che nel pomeriggio mio nonno aveva violentato la mia piccola biciletta svitando con un cacciavite la mia sicurezza, lasciando il macabro trofeo sul bancone del garage. “Oggi è il giorno in cui diventi grande” la faceva facile lui, mica doveva trovarsi d’un tratto senza certezze, su una sella dove l’equilibrio non lo dovevi trovare in rotelle di plastica ma dentro di te!

Appena levavo un piede dal pavimento per metterlo sul pedale e la bicicletta iniziava pericolosamente a traballare, riappoggiavo immediatamente il piede a terra. Ero completamente bloccato, i miei timidi tentativi di partenza non sortivano l’effetto desiderato. Più ci provavo e più mi agitavo e più mi bloccavo. “Non devi aver paura, l’hai sempre fatto e sai come si fa!” Bravissima persona mio nonno ma come motivatore era davvero scarsino e banale. Però ho provato ad ascoltarlo. Una gamba, poi l’altra, la pressione sul pedale. I primi giri di ruota e il manubrio che tremava cambiando di continuo direzione. Il terreno che sembrava volesse a tutti i costi abbracciarmi. La gravità che non era mai stata così pesante. Ero instabile e insicuro, non sapevo a cosa appoggiarmi.

“Non ti fermare, se no cadi! Continua a pedalare!” non potevo abbandonarmi ma dovevo faticare e spingere verso il basso quei dannati pedali. Con sempre più convinzione, la ruota iniziava a girare più forte e il manubrio traballava molto meno. Aveva ragione il nonno nella sua banalità! Era davvero una cosa che avevo sempre fatto e che sapevo fare, solo che ora non avevo nulla che mi proteggesse. Et voilà, ho imparato ad andare in bicicletta. Non che non sia mai caduto, anzi, molto probabilmente non mi ricordo nemmeno un centesimo di tutte le volte che mi sono ritrovato sdraiato sull’asfalto (e chissà quante altre volte mi ricapiterà!) ma avevo iniziato ad andare senza rotelle ed ero diventato grande.

L’altra prima volta che vi voglio raccontare è successa a circa vent’anni di distanza dalla precedente. Era una mattina di inizio primavera, una di quelle in cui prima di uscire pensi per 10 minuti se sia il caso di mettersi la giacca invernale o qualcosa di più leggero (e puntualmente sbagli ritrovandoti a crepare di caldo o a lamentarti per il freddo). Via Pusiano 52, alla fine di un vicolo a senso unico c’è l’Istituto Pia Marta, un comprensorio di più edifici su un enorme parcheggio centrale. Le scuole si assomigliano tutte, come con gli ospedali riesci a riconoscerle a prima vista e in pochi secondi riaffiorano tutte le ansie di quando anche tu eri incatenato a quei banchi. L’appuntamento era alle 9:30 del mattino nel piazzale della scuola, ci siamo ritrovati cercando di sembrare più svegli di quanto in realtà non fossimo.

Ci siamo divisi in due squadre cercando di equilibrare gli anni di esperienza al gruppo. L’agitazione si poteva respirare, non c’eravamo preparati nulla ma questo è tipico del Gruppo della Trasgressione. Nell’aria galleggiava una domanda che nessuno ha avuto il coraggio di fare: “siamo davvero pronti?”. Stavamo per andare a fare il gruppo, una cosa che facciamo solo 5 volte alla settimana, in una scuola in cui eravamo già stati alcune volte, con ragazzi che avevamo già conosciuto; eppure era una cosa così diversa e nuova che nessuno si sentiva certo del risultato.

Quel giorno mancavano le preziosissime rotelle. Il fondatore e conduttore del gruppo, leader, psicoterapeuta e tante altre parole altisonanti, Juri Aparo oggi non ci sarebbe stato. Provare a descriverlo è molto più difficile del risolvere equazioni di secondo grado. C’è chi l’ha definito “bizzarro”, di sicuro non è la parola esatta ma è anche una delle prime che ti vengono in mente. Un concentrato di imprevedibilità che difficilmente si riesce a trovare in una persona sola: al gruppo non puoi MAI rilassarti, da un momento all’altro potresti ritrovarti a dover recitare una scena di Sisifo mentre pochi minuti prima si stava parlando della differenza tra le arachidi e le mandorle. Ma il prof è tanto imprevedibile quanto carismatico, qualsiasi membro del gruppo si farebbe senza battere ciglio da Opera al Duomo di Milano a piedi se te lo chiedesse. Con questo mix il prof riesce a gestire ogni situazione, qualsiasi imprevisto. Potrebbe benissimo parlare per 40 minuti di un tovagliolino del bar della stazione dei treni di Molfetta senza alcun problema. Spesso non capisci quale sia la direzione che stia prendendo, dove voglia arrivare o cosa capiterà tra pochi minuti ma sai che qualcosa uscirà fuori. La sua presenza è una sicurezza di riuscita, un paracadute che in qualsiasi situazione ti salverà.

Beh, oggi il prof non ci sarebbe stato, quindi si può ben capire di quanta responsabilità fosse caricato ogni componente del gruppo. Ognuno di noi doveva prendere in mano un remo per dare alla nostra zattera una direzione anche senza il suo “capitano”, per far capire che non siamo solo un mucchio di legnetti legati con un po’ di spago ma siamo un vero e proprio gruppo.

Suona la campanella, sono le 10 e dobbiamo entrare. Come sempre ci mettiamo in cerchio attorno a un tavolo su cui gettiamo un po’ di caramelle e qualche interrogativo sulla vita. Arrivano i ragazzi, si siedono tra di noi e dopo poche parole questa distinzione tra noi e loro cade. Questa è la magia del gruppo, qui sono tutti umani con le proprie colpe, i propri dubbi, le proprie idee e le proprie passioni. Puoi essere una persona che ha fatto piangere tante famiglie o puoi essere una che non schiaccerebbe nemmeno un moscerino che ti sta tormentando, ma a quel tavolo siamo tutti sullo stesso livello, siamo tutti uomini. Studenti, detenuti, volontari, tirocinanti, ex detenuti, tutti lì seduti su quelle scomode sedie a parlare di quella cosa così strana che è la vita. È la bellezza del gruppo.

Per conoscerci abbiamo messo sul tavolo la nostra storia, per aprire agli altri una piccola finestrella su ciò che siamo stati e ciò che siamo ora. Eravamo saliti sul sellino e stavamo iniziando a pedalare, come sempre i primi giri di ruota sono incerti. Il manubrio traballa, prima troppo a sinistra poi troppo a destra per raddrizzarsi. “Continua a pedalare! Non ti fermare, se no cadi!” E allora fai quello che hai sempre fatto: pedali!

I ragazzi sono stati fantastici (quei ragazzi segnalati dalle insegnanti perché più difficili ma che forse hanno sempre e solo avuto bisogno di poter parlare ed essere ascoltati), non abbiamo dovuto spiegare loro nulla, ognuno ha preso lo spazio che più gli si addiceva. Come le piante, alcune hanno bisogno di una luce intensa per poter fiorire; altre muoiono se le metti al sole mentre nella penombra riescono a sbocciare. Eravamo tutti interessati e partecipi a quelle storie così diverse dalla nostra eppure così vicine. In pochissimo tempo abbiamo visto i ragazzi aprirsi come spesso nemmeno dopo anni di terapia. Storie così toccanti che spesso avrei voluto gettare il mio cuore per terra per non sentire tutte quelle cose. Ma la cosa giusta da fare è l’esatto opposto, bisogna strappare un po’ di quella sofferenza e prenderla sulle proprie spalle per alleggerire chi la sta raccontando. Da soli non si riescono a combattere i propri demoni. Il gruppo è un valido alleato, ti fa capire che c’è qualcuno che ti ascolta, che ha già combattuto i propri demoni e che può allungarti una mano per aiutarti.

Quel giorno abbiamo dimostrato che il gruppo riesce ad andare anche senza le rotelle. Ognuno ha dovuto fare qualcosa in più del solito senza la protezione di una guida sicura. Ognuno di noi era una parte della bicicletta, le ruote che sembravano più gonfie del solito, il manubrio che assecondava meglio la strada, i freni che rallentavano senza inchiodare e la catena che girava come se gli avessero messo l’olio da pochi minuti. Ogni pezzo doveva sopperire alla mancanza di quelle rotelle su cui si poteva sempre contare. L’equilibrio ora dovevamo trovarlo dentro di noi e negli altri pezzi della bici. Avevamo interiorizzato le rotelle!

Lungi da me dire che ora il gruppo può fare a meno di un sostegno, ma di sicuro abbiamo dimostrato che la bicicletta sa correre anche da sola. Perché sono state proprio quelle rotelle ad averci insegnato a pedalare, quelle rotelle trasformano i sassi in menti che pensano. Abbiamo imparato che spesso le domande sono più importanti delle risposte, che spesso siamo troppo ancorati a risposte preconfezionate, che non sappiamo più dire quello che pensiamo se nessuno ce lo suggerisce.

Al gruppo non è importante il risultato ma il processo che l’ha portato, la fatica che si è fatta a mettersi in gioco, il lavorio delle teste che fumano a forza di pensare. Non siamo discepoli che ascoltano un messaggio ma persone che mettono in discussione ogni cosa di cui si parla senza per forza arrivare a una soluzione. Non vorrei abbandonarmi a banalità e frasi alla baci Perugina (cosa che per i miei gusti ho già fatto fin troppo nelle righe precedenti) ma le circostanze mi obbligano: al gruppo, come in bicicletta, a volte diventa davvero più importante il tragitto che la destinazione.

Per concludere questa relazione (che ormai si è trasformata in una vera e propria dichiarazione d’amore), voglio dire che il lavoro con la scuola Piamarta è stata una delle esperienze più arricchenti che abbia mai fatto e sarebbe una tragedia interrompere qui un percorso che sta già dando dei frutti succosissimi.

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Un gioco di squadra al Piamarta

L’esperienza con gli studenti del “Piamarta” si sta rivelando estremamente coinvolgente. Innanzitutto perché per la prima volta noi del Gruppo della Trasgressione stiamo interagendo con ragazzi che si trovano già concretamente al confine tra il continuare la propria evoluzione o perdersi; poi perché confrontandomi con loro e percependo chiaramente il loro disagio, sto rivivendo il malessere che ha caratterizzato la mia infanzia e la mia adolescenza, rendendomi facile preda della devianza.

Nell’ultimo dei quattro incontri che abbiamo avuto sinora con questi giovani, abbiamo avuto una prova di maturità dei membri del Gruppo poiché, per la prima volta, ci siamo confrontati con loro senza il supporto del dott. Aparo, che coordina il gruppo da vent’anni e da quasi quaranta lavora come psicologo nelle carceri.

Nell’ultimo incontro, membri del nostro gruppo e studenti si sono divisi in due gruppi. Quello di cui ho fatto parte, sin dall’inizio l’incontro, si è svolto sorprendentemente bene. Abbiamo rotto il ghiaccio dicendo, semplicemente, il nostro nome, cosa che poi, riflettendoci, non è così banale, poiché il nome è la prima forma di riconoscimento individuale e ricordandosi come si chiama la persona con cui ti relazioni è come se gli dicessi: “io ti riconosco tra tanti!”

A turno ognuno dei partecipanti ha raccontato qualcosa di sé e, man mano che le testimonianze andavano avanti, i ragazzi entravano sempre più in profondità. Ascoltandoli parlare, sono riuscito a immedesimarmi nelle loro storie perché anch’io sono cresciuto con la sensazione costante di essere fondamentalmente solo. Non nascondo la mia preoccupazione, perché in questa fase della loro vita questi ragazzi sono veramente in pericolo; al punto in cui sono, è sufficiente un evento che in qualche modo li turbi per scaraventarli negli abissi dai quali difficilmente si può risalire.

Nonostante il disagio che vivono, durante l’incontro ponevano anche delle domande che dimostravano per la loro pertinenza l’attenzione con cui ascoltavano. La cosa che ho percepito maggiormente è il bisogno dei ragazzi di essere ascoltati senza essere giudicati; inoltre, penso sia fondamentale non minimizzare mai i loro problemi e instaurare un rapporto paritetico che, oltre a farli sentire “riconosciuti”, permetta loro di sentirsi parte integrante di un mondo dal quale, purtroppo, ricevono continuamente messaggi fuorvianti.

Penso che il compito principale del gruppo, a maggior ragione di noi detenuti riemersi dalle nostre vecchie paludi, sia di infondere nei ragazzi quella fiducia in se stessi che noi, “Beni confiscati alla mafia” come ci ha affettuosamente definito il dott. Aparo, non abbiamo avuto durante la nostra adolescenza.

La nostra “rinascita” dimostra che, nonostante il mondo sia abbastanza incasinato, quando una persona incomincia a dialogare con se stessa e con le proprie fragilità, e a intrecciare relazioni che favoriscono la nascita di progetti a lungo termine, è possibile trovare la propria strada senza aver bisogno di cercare la felicità. In questo modo si può può fare facilmente a meno di quella strana e perversa eccitazione alla quale puntano le persone in difficoltà, ricorrendo all’uso sistematico della violenza e dell’arroganza o di sostanze che, non solo ci distruggono fisicamente e psicologicamente, ma ci allontanano ogni giorno di più gli uni dagli altri, rendendoci sempre più sordi ai segnali che la coscienza ci invia.

Ho la netta sensazione che con questi giovani possiamo costruire una base che ci consentirà di sostenere il peso del loro malessere di oggi e delle nostre scelte sbagliate di ieri con le quali i membri detenuti del gruppo devono convivere; ritengo, altresì, che attraverso il loro recupero io e i miei compagni potremo risanare in parte le ferite emotive della nostra infanzia e dare un valore al nostro folle passato, recuperando ulteriori energie per essere sempre più incisivi nella lotta contro la devianza e gli effetti collaterali che essa comporta.

Senza empatia è impossibile scardinare i meccanismi difensivi distorti che ognuno a proprio modo e spesso inconsciamente adotta. Solo mettendosi in gioco totalmente si può convincere un ragazzo a comunicare il proprio malessere e a indirizzare l’energia della rabbia che si porta dentro verso obiettivi funzionali alla sua evoluzione.

Certamente noi del gruppo dobbiamo essere consapevoli della grande responsabilità che abbiamo nei confronti dei giovani; per questo è necessario che ogni membro del Gruppo della Trasgressione ricordi sempre che solo facendo gioco di squadra possiamo riuscire nel difficile compito che ci spetta e per il quale, in un certo senso, ci prepariamo da anni: evitare che questi ragazzi distruggano la vita degli altri e la propria.

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Numeri

“Noi siamo numeri”. Così ad un certo punto Romeo, studente del Pia Marta, ci dice di sentirsi. Ci dice che in certe situazioni lui si è sentito considerato un numero e non una persona. Appena Romeo ha comunicato questa sua sensazione le persone presenti hanno provato a capire in che senso si sentisse un numero, cercando di proporgli un’alternativa a questa sensazione, con riletture varie che potessero convincerlo a modificare il suo sentire.

Io ho ascoltato per un po’, ma intanto dentro di me riaffioravano i ricordi di quando anch’io mi sono sentita un numero, un voto, una media, un presente o assente sul registro. Ho deciso di prendere la parola e di dire a Romeo: “hai ragione!” In tantissimi momenti gli adolescenti si sentono un numero e non un individuo, con le sue paure, insicurezze, rabbie e frustrazioni, con la sua sensazione di solitudine.

Ricordo che alle superiori erano considerate persone quelle che erano sempre brave, non si ribellavano mai, facevano i sorrisi agli insegnanti. Io non ero una di queste, non studiavo, ero sempre in conflitto con la maggior parte degli insegnanti, li consideravo degli incapaci che facevano quel lavoro solo per avere uno stipendio a fine mese, non ho mai sorriso gratuitamente a nessuno di loro, il mio sorriso o il mio sguardo lo avevano solo quelli che se lo guadagnavano e credo che in 5 anni si possano contare sulle dita di una mano le volte in cui mi sono lasciata andare ad un sorriso. 

Sono stata un’adolescente abbastanza arrabbiata e rancorosa, ci sono diversi momenti che ricordo in cui gli “adulti” hanno contribuito a far crescere quel sentimento di non stima nei loro confronti, che in parte vivo ancora, ma voglio raccontarvene uno in particolare: eravamo in gita scolastica in terza superiore, stavamo facendo una passeggiata sulla via dell’amore alle 5 terre, io ero con due mie amiche, davanti avevamo il professore d’inglese di una delle altre classi e dietro la nostra professoressa di fisica.

Non ricordo perché ma ad un certo punto io ho cominciato a discutere con l’insegnante d’inglese sul significato della frase “ti amo tanto”. Lui sosteneva che non si può amare tanto o poco, o si ama o non lo si fa. Io sostenevo che l’amore ha diverse forme e diverse fasi e che si può amare tanto, tantissimo o semplicemente amare. Comunque non è questo quello che voglio raccontare.

Tornati dalla gita, mia madre è andata ai colloqui, ovviamente per me il giorno dei colloqui era terribile, venivo sempre sgridata e messa in punizione, anche quella volta andò così… ma mia madre mi disse anche che la professoressa di fisica era rimasta piacevole colpita da come io fossi matura e in grado di tenere una discussione con un “adulto” e che, se avessi usato la metà delle mie capacità anche nello studio, sarei stata sicuramente tra le migliori.

Mia madre mi riferì questa cosa convinta di motivarmi e di darmi uno stimolo per impegnarmi di più, io invece mi arrabbiai così tanto che cominciai a urlare le peggio cose nei confronti dell’insegnante, il fatto che quella che avrebbe dovuto essere una mia professoressa si era accorta dopo tre anni che la Noemi non era la media del 4 che aveva nella sua materia, ma era una ragazza che aveva qualcosa da dire a chi le permetteva di dirlo, fu per me la conferma e l’autorizzazione a continuare a non stimare quelle persone. Ovviamente a me la professoressa non disse mai nulla, né mai cambiò il suo comportamento nei miei confronti, continuò a rimproverarmi e a sfottermi per i miei risultati.

Purtroppo a distanza di 11 anni da questo episodio e da molti altri, mi rendo conto che l’unica ad essere stata punita sono io, ho vissuto male, ho sofferto e ho dovuto fare verifiche su verifiche per recuperare i voti e non essere bocciata, la professoressa ha continuato a vivere e a lavorare nella più completa tranquillità, e al fianco della sua totale incapacità di fare il suo mestiere.

Siamo numeri, lo siamo stati e lo saremo in moltissime situazioni, ma non lo siamo per tutti. La vita ci dà tantissime possibilità di essere riconosciuti come persone, con qualità, difetti, risorse e conflitti. Oggi mi sento un numero in molte situazioni, ma in altre tante mi sento Noemi.

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Il Gruppo Trsg al Piamarta

Milano, 6 Marzo 2017

Oggi è stata una giornata particolarmente importante e ricca di emozioni per il nostro gruppo. Ci siamo infatti cimentati in nuova sfida, con detenuti e studenti coinvolti in prima persona nella conduzione del Gruppo della Trasgressione senza la presenza del prof. Aparo.

Il tutto si è svolto questa mattina all’Associazione Formazione Giovanni Piamarta, un’associazione senza fini di lucro che ha lo scopo di svolgere attività di educazione e formazione, con particolare riguardo ai giovani e ai lavoratori, curandone la crescita umana e professionale. L’Ente realizza Corsi di Istruzione e Formazione Professionale, destinati a ragazzi in obbligo formativo; Corsi di Formazione Superiore, destinati a diplomati e laureati; Corsi di Formazione Continua e Permanente, destinati a soggetti occupati, inoccupati e disoccupati.

La collaborazione tra il Gruppo della Trasgressione e l’Associazione nasce dalla necessità di intervenire in una realtà difficile ma purtroppo sempre più comune: l’adolescente inserito in un contesto familiare e sociale precario, in cui i fattori di rischio superano di gran lunga quelli di protezione.

Questo progetto ha avuto luogo grazie alla fiducia del Rotary Club Milano Duomo, che ha completamente finanziato il progetto, credendo nell’utilità del confronto e dialogo tra detenuto/studente e studenti della suddetta scuola.

Pe noi è stata una grande vittoria. È bello toccare con mano che il nostro gruppo va consolidando giorno dopo giorno un metodo di intervento che va oltre le mura del carcere. La nostra vittoria non è stata solo con gli studenti ma è stata, soprattutto, l’esperienza di viverci come gruppo, con un metodo di lavoro e con un obiettivo.

Ecco come abbiamo impostato la giornata. Fra studenti del Piamarta e componenti del gruppo Gruppo della Trasgressione eravamo una trentina; ci siamo divisi in due gruppi composti da circa 15 persone. L’obiettivo ultimo di questi incontri è quello che ciascuno di noi riesca a narrare la storia dell’altro.

Nel gruppo dove ero presente anch’io, i ragazzi erano particolarmente “ermetici”. La prima parte dell’incontro è stata difficile da gestire. Massimo Moscatiello, detenuto del gruppo, ha cercato, in diversi modi, di oltrepassare il loro muro, ma la loro risposta era sempre la stessa: “non ho voglia di raccontare i fatti miei a degli sconosciuti!”

Ci guardavamo tra di noi e dai nostri occhi traspariva la difficoltà. Dopo circa 90 minuti, in accordo con l’educatrice, si decide di fare una “pausa sigaretta”. Quello è stato il momento in cui abbiamo avuto la possibilità di avvicinare i ragazzi singolarmente ed è stato molto meno difficile di quanto immaginato: ciascuno di loro fremeva dalla voglia di raccontarsi ma aveva paura del giudizio del gruppo; singolarmente, invece, è stato molto più semplice. Una volta rientrati dalla pausa, abbiamo deciso di cambiare metodo d’azione; anziché interrogare loro, abbiamo iniziato, noi del gruppo, a raccontare parte della nostra storia.

Ho percepito dal gruppo un estremo interesse e una partecipazione che prima non era così palpabile. Hanno iniziato a interagire attraverso domande e dubbi. Dopo hanno anche iniziato a raccontare parte delle loro storie, vite così giovani ma già così segnate da ingiustizie e sofferenze.

Mascia è stata la prima a rompere quel muro, la prima a dar l’esempio agli altri, la prima ad ammettere che per lei raccontarsi è estremamente difficile perché ha la costante sensazione di non essere adeguata, di essere sbagliata e, dunque, di essere giudicata. Ma oggi è stata bravissima; si è raccontata nella maniera più sincera e profonda che poteva, senza preoccuparsi che quelle persone che aveva davanti avrebbero potuto giudicarla. No, invece era orgogliosa di ciò che stava facendo e si sentiva libera di poter essere se stessa.

Quasi tutti i ragazzi hanno raccontato pezzi della loro storia. L’unico che lo ha fatto in modo originale e alternativo al resto del gruppo è stato Aldo. Personalmente, sono rimasta molto colpita da questo ragazzo. Aldo ha 17 anni, si presenta come un ragazzo sorridente e sicuro di sé ma, allo stesso tempo, strafottente e arrogante. Il suo “racconto” è stato: “non racconto mai nulla di me perché gli altri non capiscono nulla. Io sono il migliore e le poche persone che abitano la mia vita sono le uniche degne di rispetto; il resto, in quanto esseri inferiori a me, merita di essere maltrattato!”

A me, con il suo intervento, ha comunicato tantissimo. Come raccontavo anche a lui, mi ricorda l’adolescente che ero io. Anch’io, come lui, mi atteggiavo con sicurezza e superiorità, il mio motto appena entravo a scuola era: “io sono la migliore!” solo pochi meritavano il mio rispetto e quei pochi solitamente coincidevano con le persone che mi “rispettavano”.

Ai tempi il mio concetto di rispetto era un po’ diverso da quello di oggi. Il rispetto, come Aldo, lo pretendevo attraverso l’unico strumento che avevo: la mia aggressività. Allora non capivo che il modo di interagire con gli altri, altro non era che un bisogno smodato di trovare un mio spazio nel mondo, che evidentemente non sentivo di avere. Era la mia fragilità che mi obbligava a ricoprire il ruolo della bulla, di colei che doveva sempre intromettersi nelle situazioni irrisolte che non mi riguardavano; eppure la cosa mi divertiva e mi faceva sentire realizzata.

Non sapevo cercare il mio spazio né dar voce alla mia intelligenza, alle mie capacità relazionali. Come Aldo, anch’io avevo pochi amici, non perché gli altri non fossero abbastanza per poter stare con me, ma perché erano gli altri che non volevano stare con me. Chi vuole come amica un’adolescente sempre incazzata che sottomette gli altri?

Credo che la vittoria più grande per il gruppo si chiami anche Aldo. Siamo riusciti a instillare nella sua mente delle domande, dei grandi punti interrogativi che sono certa che si porrà anche quando tornerà a casa e tutte le volte che avrà voglia di riflettere su di sé. Spero che nei prossimi incontri cerchi insieme a noi delle risposte a questi interrogativi che adesso abitano la sua mente. Ma qualora questo non avvenisse, credo che il suo sia stato comunque un grandissimo passo.

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Indagine sull’autorità

INDAGINE SULL’AUTORITÀ
Scuola media Via Aldo Moro di Buccinasco
Report di Alessandra Messa

Abbiamo programmato con questa scuola 3 incontri (16/2, 1/3, 17/3 ).
Nell’incontro con i professori abbiamo delineato come argomento principe: il concetto di Autorità, la sua fruibilità e credibilità.
Fra le domande centrali: A cosa serve l’autorità per il ragazzo?
Abbiamo pensato a un mini-percorso da seguire in questi 3 incontri:

  1. SISIFO: tutti gli aspetti problematici dell’autorità;
  2. AUTORITÀ: credibilità/fruibilità. Immagine attuale e quale può diventare (costruzione dell’identità);
  3. DA AUTORITÀ CHE CONTROLLA AD AUTORITÀ CHE SOSTIENE: autorità-guida.

 

PRIMO INCONTRO

Nel primo incontro abbiamo rappresentato il mito di Sisifo, facendo particolare attenzione ai rapporti di potere sottesi. A fine rappresentazione abbiamo iniziato il dibattito con gli studenti.

La domanda centrale posta dal dottor Aparo è stata: Come possiamo disegnare l’immagine dell’autorità di chi commette reati e quella che ne ha il ragazzino? E in che modo queste diverse immagini di autorità danno esito a vite diverse?

Ne è nato come sempre un dibattito sul tema, che ha visto interagire studenti e detenuti.

E’ stato chiesto agli studenti di fare un’analisi dei personaggi di Sisifo e del loro modo di relazionarsi al concetto di autorità.

Il personaggio rimasto più impresso fra i ragazzi è stato Asopo, considerato eccessivamente debole e sottomesso a Giove e quindi incapace di mostrare la sua autorità. Giove invece è stato riconosciuto come autoritario, ma egocentrico, incapace di ascoltare gli altri.

Ecco l’immagine che ne hanno ricavato i ragazzi:

  • Giove: folle, autoritario
  • Asopo: autorità debole e corrotta
  • Ade: autorità sottomessa
  • Thanatos: agli ordini di Giove

Dopo una breve disamina dei personaggi, è stato chiesto ai ragazzi se la loro immagine di autorità fosse sovrapponibile a quella del mito. Qual è la prima immagine dell’autorità che vi viene in mente?

Gli studenti hanno detto: vicepreside, preside, polizia e carabinieri, professori, i genitori, la forestale.

Un ragazzo: le persone che esercitano potere su qualcuno facendo rispettare le regole dalla comunità.

Anche i detenuti sono intervenuti sul tema esprimendo la loro opinione:

Rosario: I genitori dovrebbero essere la prima guida e autorità. Io però alla vostra età queste regole non le sapevo, le autorità erano solo dei nemici. A 14 anni ero già in mezzo alla strada e da lì mi sono costruito la mia gabbia per finire in carcere tutta una vita. Non avevo nessuno che mi indicasse cosa è giusto e cosa è sbagliato, avevo guide diverse.

Nicola: Ho avuto un pessimo rapporto con l’autorità; sono finito nel carcere minorile Beccaria poco dopo la vostra età. Ho squalificato fin da subito le autorità in casa, perchè con loro non c’era alcun dialogo. Senza una guida mi sono perso.

Roberto: Non ho avuto la possibilità di riconoscere una guida nei miei genitori, nemmeno da bambino e ragazzino. Se non hai in casa un punto di riferimento lo cerchi fuori, e se ti va bene sei fortunato, altrimenti può andare male come è successo a me.

Paolo: I miei genitori mi davano solo comandi. Cosi cercavo degli esempi esterni, nei film per esempio era qualche attore. Non ho mai preso in considerazione ciò che mi dicevano i miei genitori. Facevo cazzate in giro con gli amici e non riuscivo a capire l’importanza di vivere il percorso ancor più del traguardo.

Confrontando il diverso concetto di autorità espresso da detenuti e studenti, sono stati raccolti dei fogli scritti a mano. A grandi linee:

  • per i ragazzi l’autorità è: chi ti fa star bene, chi ti insegna qualcosa, chi può essere identificato come una guida;
  • per i detenuti l’autorità è: assente, impone regole, impedisce di essere se stessi

Il dottor Aparo chiede ai detenuti se ci sia stato uno spostamento nel modo di concepire l’autorità, negli ultimi 30 anni.

Mario: Non ho bei ricordi della mia infanzia, sono andato in collegio presto e non ho mai riconosciuto nessuno come autorità. Oggi invece la vedo diversamente.

Giuseppe: Tutti hanno parlato di Asopo come un di debole, ma lui è egoista. I miei genitori non parlavano con me; a 9 anni ho rubato in casa e mi hanno picchiato di santa ragione, senza però capire perché lo avessi fatto. Per me quel modello è diventato la normalità, ho fatto la stessa cosa con mia figlia, le davo soldi rubando. In carcere ho iniziato a riflettere. Ho iniziato a riconoscere la mia famiglia e ho capito di avere inconsciamente rancore verso l’autorità. Quando riconosci il rancore, riconosci i valori che avevi nascosto e inizi a ricercare il dialogo con la tua famiglia. Inizi anche a riconoscere le istituzioni.

Antonio: A 14 anni ero io la mia autorità, non credevo in nessuno. L’evoluzione c’è stata quando è nato mio figlio e l’ho lasciato a 15 mesi. Con il colloquio settimanale di due ore, in carcere, ho calcolato di averlo visto in totale 2 giorni e 8 ore in un anno. Ho iniziato ad avere il senso di colpa per aver perso tutto. L’autorità per me, oggi, significa credere in qualcuno; e ora io credo in me stesso e negli altri. L’autorità è anche crescere insieme e far crescere, come sto facendo con mio figlio.

 

SECONDO INCONTRO

Nel secondo incontro si è parlato del concetto di limite. Il resoconto della giornata è nel testo Trasgressioni e conquiste (Il lavoro sul limite è stato continuato anche con il Villoresi di Monza).

 

TERZO INCONTRO

Nel terzo e ultimo incontro abbiamo ascoltato i lavori che gli studenti avevano elaborato in classe. Ogni classe ha analizzato il concetto di autorità attraverso un’opera letteraria o un film.

  • Rapporto padre-figlio, ”Lettera al padre” di Franz Kafka
  • La ricerca della guida, il rapporto tra ragazzi e adulti,
    “I quattrocento colpi” di François Truffault
  • Guide e adolescenti. I modelli e la realtà. ”Class enemy” di Rok Bicek
  • ”Nessun uomo è un’isola” di John Donne
  • Autorità e limiti

 

Finita l’esposizione dei lavori fatti in classe, il dottor Aparo ha posto qualche domanda: A voi (detenuti), rispetto a questi ragazzi che espongono i loro lavori, cosa manca per interagire con l’autorità? Quali caratteristiche deve avere un adolescente per essere guidato al meglio?

Ivano: Da adolescente non ascoltavo, ero ribelle, sordo e cieco. Quando sono desideroso di apprendere mi sento un buon adolescente. L’autorità deve essere equilibrata, propensa all’ascolto. Si può fare qualcosa di serio solo se la si fa insieme.

Mario: Per essere un buon allievo bisogna essere disposti a credere nell’autorità. Loro sanno ascoltare, vedere le cose; io mi sto nutrendo da voi ragazzi e spero di trasmetterlo a mio figlio, quindi vi ringrazio.

Rosario: Vorrei tornare bambino per essere un’anima pura. Avrei voluto guide come voi, ragazzi.

Roberto: Da giovane mi è stata fatta abortire la possibilità di interrogarmi. Io ho iniziato a interrogarmi a 30 anni. Non abbiate paura di porre domande, perché un dovere dell’autorità è rispondere, altrimenti andrete a cercare le risposte altrove.

Massimo: Bisogna avere coscienza del futuro; io non guardavo più in là di un anno dal mio naso.

Mohamed: Da quando avevo 6 anni ho interpretato la parte del più forte, e non mi sono più liberato da questa immagine. E’ per questo che ho fatto solo reati di violenza.

Concludiamo la giornata con una frase di uno studente: Ognuno ha un odio dentro di sé. Una buona guida ti aiuta a utilizzarlo meglio di quanto possa fare da solo.

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Conversando su autorità e limiti

Roberto Cannavò: La realtà della finitezza è la nostra realtà. C’è chi lo riconosce, e chi invece non lo riconosce e si ritrova con l’ergastolo. Se non mi avessero arrestato, io non avrei mai capito i miei limiti. Fuori dal carcere, non ho mai riconosciuto le mie finitezze.

Gemma Ristori: (riferendosi ai grandi personaggi citati che hanno fatto la storia dell’arte, della letteratura e della scienza) Lavoro e fatica hanno fatto sì che le loro scoperte rimanessero nel tempo e che noi oggi ce ne possiamo servire per il nostro benessere quotidiano, come la lampadina. Altre mire invece, aumentano solo il senso d’eccitazione, che se fine a se stessa, non è utile alle generazioni future, ma solo a se stessi.

Voler superare i limiti non è necessariamente qualcosa di negativo, ma solo se viene accompagnato dal lavoro e dalla dedizione. Il detenuto e lo studente vogliono arrivare lontano, ma lo studente lo fa lavorando duramente, il delinquente fa come Icaro: punta al sole direttamente. Vi è nel delinquente il desiderio di arrivare in fretta, dimenticandosi che l’unico modo per arrivare da qualche parte è studiare.

Roberto Cannavò:  Se avessi avuto un papà non avrei sconfinato i miei limiti, perché lui mi avrebbe indirizzato verso la scelta giusta. L’ignoranza mi ha portato a essere l’opposto della normalità per la gente comune. Ero spregiudicato in questo, superavo tutti i miei limiti. Da ragazzino non avevo nessun recinto e nessun limite. Oggi a pensare a ciò che sono stato, beh ho paura di quel ragazzino.

Massimiliano De Andreis: Da giovane non vedevo una continuità in quello che facevo; quindi arrivavo alla cresta e pensavo: che senso ha tornare indietro? Io ero arbitro della mia vita, le regole le mettevo io e proprio per questo le istituzioni erano escluse dalla mia vita.

Ivano Moccia: Il ruolo dei genitori è molto importante. La mia barca era carica di odio e alla fine ho ridotto a pezzi tutta la barca e sono affondato. I genitori ti consegnano la conoscenza che dovrai dare poi ai tuoi figli.

Mario Buda: Io non avevo nessuno che mi desse una carezza. La prima rapina che ho fatto è stata a 16 anni, avevamo paura. Ma dopo la prima rapina in banca ci abbiamo preso gusto e ho provato il delirio di onnipotenza. Mi sono bruciato la vita, mi sono costruito la mia gabbia. Voi ragazzi mi state aiutando tantissimo a crescere. La mia disperazione è che mio figlio faccia i miei stessi errori, e faccia delle scelte sbagliate.

Massimiliano Rambaldini: per me qualsiasi regola mi fosse imposta era un limite. Anche i segnali stradali. Tutto. E quindi bisognava combatterla.

Massimiliano De Andreis: Io superavo i limiti per raggiungere i miei obbiettivi, ma non ne ho raggiunto nemmeno uno. Mio padre si faceva di cocaina, picchiava mia madre, spacciava.. potevo scegliere se seguire la strada di mio padre o non farlo. Ho scelto di seguire la sua stessa strada perché il mio obiettivo era essere riconosciuto in famiglia; ma non ci sono riuscito. Oggi i limiti mi fanno crescere. L’autorità però deve essere credibile, per me oggi l’autorità credibile è importante.

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L’autorità: le nostre domande

Buccinasco: le domande dei ragazzi sul tema dell’autorità

  • Quali richieste legittime può farmi un’autorità?
  • Quando il limite imposto è un argine necessario?
  • Quando è uno sbarramento alle mie possibilità di crescita?
  • Quando è necessaria una punizione?
  • Cosa distingue una punizione da una vendetta?
  • Quanto è importante essere imitabile per una guida che vuole essere credibile?
  • Quanto una guida deve essere vicina a colui che vuole guidare?
  • Quale importanza positiva e negativa può avere il complesso di inferiorità rispetto alla guida?
  • Che ruolo ha l’affettività nel rapporto con una guida?
  • Chi limita l’autorità?
  • Qual è il rapporto tra l’autorità e il limite?
  • La trasgressione è un atto di accusa contro l’autorità?
  • Come faccio a diventare adulto e guida credibile se non ho avuto una guida che mi mostrasse il percorso da seguire?
  • La mancanza o incapacità dell’autorità può giustificare la trasgressione?
  • Qual è il confine tra la responsabilità del singolo e di ciò che gli sta intorno?

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Il rapporto con l’autorità, elaborati

Buccinasco: 2017 – Gli elaborati degli allievi dell’Istituto “Via Aldo Moro”
relativi agli incontri sul tema della Trasgressione

Gli allievi della 3° C

 

Gli allievi della 3°

 

Gli allievi della 3°

 

Gli allievi della 3°

 

Gli allievi della 3° G

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Un po’ dei fatti nostri

Un po’ dei fatti nostriNoemi Ottaviani

Ciao a tutti,
scrivo in relazione al bisogno di trovare una casa per Massimiliano. Purtroppo l’unica soluzione che abbiamo a disposizione è una stanza in un appartamento dell’Associazione Saman che costa 250 euro al mese. Con lo stipendio di Massimiliano (600 euro) non è possibile pagare l’intero affitto, per questo motivo, dopo esserci consultati e aver considerato tutte le diverse alternative siamo arrivati alla conclusione di aumentare lo stipendio di Massimiliano di 100 euro al mese.

La situazione economica della Cooperativa è stabile, nell’ultimo anno e mezzo, dopo aver tappato tutte le falle che si erano create, abbiamo una situazione di crescita. La crescita è lenta, molto lenta… sarà per le scarse competenze, sarà per la situazione economica dell’Italia, sarà per altri motivi ancora, in ogni caso la Cooperativa in questo momento sopravvive, lo fa anche per merito di Massimiliano, che nonostante le difficoltà, si è impegnato a imparare il mestiere, ha fatto sacrifici e ogni giorno si impegna.

Oggi possiamo pensare di dare 100 euro in più a Massimiliano, ieri non potevamo… ma comunque questo non significa che tutto vada bene, questo significa che piano piano costruiamo e cresciamo, ma dobbiamo continuare a farlo e dobbiamo farlo con ancora più determinazione di quella che già ci stiamo mettendo, diversamente rischiamo di retrocedere invece di avanzare.

Con questa mail non voglio appesantire gli animi o creare malumori, quello che vorrei trasmettere è che possiamo essere felici di quello che abbiamo, ma ancora di più dovremmo essere felici di immaginare come potremo essere se tra tre o sei mesi potessimo pagare anche altri stipendi.

Buona giornata,
Noemi

 


 

Lunga vita ai ribelli, Massimiliano De Andreis

Ciao,
non posso dire altro che grazie per tutto ciò che oggi rappresento per la cooperativa, per mio figlio e per la mia famiglia…

Sono consapevole del fatto che da solo non sarei riuscito a fare questo viaggio… spero, in questi anni e da quando sono diventato responsabile della bancarella, di avere rappresentato in modo degno gli obiettivi del nostro gruppo e della nostra cooperativa.

Mi rendo conto che l’impegno e i sacrifici a volte non bastano nel mondo del lavoro, ciò che mi continua a dare la forza di non mollare tutto, anche quando sono preso da momenti di frustrazione, è il legame che ho con voi e la gratitudine che provo.

Forse, anzi ne sono certo, se non avessi tutti i problemi che ho, sarai già tornato a delinquere…

Sembra un paradosso, ma occuparmi dei problemi di mio figlio e della mia famiglia è diventata la mia missione e, da quando sento sulla pelle che la ricerca dell’equilibrio è l’equilibrio stesso, ho cominciato a intuire come nella mia vita, così imperfetta e limitata, c’è tutto spazio per avere coscienza della mia finitezza e, allo stesso tempo, della sensazione di “infinito” che provo ogni giorno.

Lunga vita a noi ribelli del Gruppo della Trasgressione
Massimiliano

 


 

I fatti del Gruppo della Trasgressione, Angelo Aparo

Ho voluto pubblicare lo scambio fra due componenti centrali del Gruppo della Trasgressione e della nostra cooperativa Trasgressione.net per chiedere una mano a chi segue su Facebook, su www.trasgressione.net, su www.vocidalponte.it le nostre avventure.

Abbiamo bisogno di lavoro! In particolare, abbiamo bisogno di clienti che si riforniscano da noi per far sì che le spese che sosteniamo per tenere in piedi l’attività possano essere più facilmente ammortizzate.

Avremmo bisogno di un numero maggiore di ristoranti e bar che acquistino da noi frutta e verdura. Va da sé che i nostri prezzi e la qualità dei nostri prodotti sono ampiamente competitivi e che il nostro servizio è serio, puntuale, amichevole, limpido, igienicamente controllato.

Potrebbero comperare i nostri prodotti ortofrutticoli anche gruppi di consumatori che si riuniscono per avere prodotti di qualità a prezzi competitivi. In un condominio bastano 20 famiglie riunite per avere rifornimenti un paio di volte a settimana e risparmiare considerevolmente rispetto ai prezzi del supermercato o dei mercati rionali:
Adriano Sannino: 389 121 9992
cooperativa@trasgressione.net

Un’altra area della nostra attività è il restauro (vedi i lavori già fatti in collaborazione con il FAI (Monastero di Torba), con il comune di Rho (Villa Burba), con il comune di Brugherio (Monumento ai caduti). Responsabile dei lavori è l’architetto Vittorina Bertuolo; capomastro della squadra è il sig. Antonio Tango, oggi detenuto in art. 21 nel carcere di Bollate; responsabile dei contatti per il restauro è
la prof.ssa Nuccia Pessina: 333 241 5619
cooperativa@trasgressione.net

Più modestamente, facciamo anche lavori di manutenzione, tinteggiatura, piccoli traslochi, sgombero cantine, pulizie:
Adriano Sannino: 389 121 9992
cooperativa@trasgressione.net

Per quanto strano possa sembrare, facciamo anche concerti. La nostra Trsg.band da oltre 10 anni propone canzoni di Fabrizio De André intrecciate con interventi dei detenuti del Gruppo della Trasgressione:
prof.ssa Patrizia Inzaghi, 338 235 1425,
associazione@trasgressione.net

Infine, oltre a fare prevenzione del bullismo nelle scuole medie inferiori e superiori dell’intera provincia di Milano, portiamo in teatro il nostro Mito di Sisifo: prof.ssa Patrizia Inzaghi, 338 235 1425, associazione@trasgressione.net

Angelo Aparo

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Trasgressioni e conquiste

Trasgressioni e conquiste, Buccinasco 02-02-2016, Gemma Ristori

L’incontro di martedì 1° Marzo nella scuola media di Buccinasco ha un antefatto. Ore 8:40, casa del dott. Aparo, tre ragazze ancora assonnate, subito dopo il buongiorno, vengono colte di sorpresa da domande del tipo:
Prof: quando è stata scoperta l’America?
Noi: 1492
Prof: e.. quando è stato scritto l’infinito?
Noi: Ah, boh!
Prof: Beh, cercatelo!

E così, passando dal salotto di casa Aparo al viaggio in macchina, cominciamo a prendere appunti su alcuni passi cruciali della storia dell’uomo. Arrivati a scuola, ci viene svelato il piano: lo scopo della giornata è effettuare una ricerca sul rapporto con il limite di studenti e detenuti. Come per ogni ricerca che si rispetti vengono dichiarate le fasi e le modalità che la caratterizzano:

  1. Esposizione di alcuni passaggi significativi nella storia dell’uomo;
  2. Collaborazione attiva fra studenti della scuola che ci ospita e detenuti e studenti universitari del gruppo;
  3. Esplorazione dei sentimenti verso la trasgressione, la conquista, lo sconfinamento nella mitologia e nella letteratura;
  4. Confronto fra le emozioni più comuni fra studenti e detenuti;
  5. Eventuali correlazioni tra atteggiamenti verso il limite e stile del rapporto con l’autorità.

Inizia l’incontro e il dott. Aparo fa accomodare sul palco studenti e detenuti del Gruppo della Trasgressione insieme ad alcuni studenti della scuola. Siamo nella prima fase e la domanda che apre le danze è: “Cosa vi viene in mente in relazione al superamento del limite nella storia o nella mitologia?”, poi richiama, a mo’ di esempio, la mela di Adamo ed Eva e chiede cosa suggerisce.

A questa sollecitazione risponde Matteo, un metro e 50 di curiosità e dolcezza condita da un pizzico di timidezza; il suo intervento è integrato da quello di Roberto Cannavò, che sottolinea come Adamo ed Eva caddero in tentazione perché ottenebrati dal desiderio di diventare come Dio.

Il dott. Aparo si rivolge nuovamente ai piccoli e ai meno piccoli presenti sul palco, chiedendo altri esempi di superamento del limite. E’ ancora Matteo a intervenire citando il viaggio di Ulisse oltre le colonne di Ercole, limite estremo del mondo conosciuto. Il prof., dopo aver sottolineato la pertinenza dell’esempio, ricorda che anche Dante Alighieri nella Divina Commedia cita il viaggio di Ulisse in relazione al desiderio insaziabile di conoscenza, ma condanna l’eroe in relazione all’arroganza con cui amministra tale desiderio.

E così, la ricerca condotta da studenti e Gruppo della Trasgressione assume sempre più le forme di un viaggio spinto dal vento della curiosità, un itinerario che coinvolge mitologia, letteratura, arte, scienza e storia, la cui mappa viene tracciata grazie al contributo di persone con età e vissuti molto distanti tra loro.

Viene citato dal Dott. Aparo il mito di Prometeo, che rubò il fuoco (strumento di conoscenza ed emancipazione) a Zeus per permettere agli uomini di avere la luce; Manuela, un metro e trenta di tenerezza e curiosità, ricorda come tappa importante nel cammino dell’umanità i primi voli in aereo e illustra, su sollecitazione del Prof, il mito di Icaro. Alberto Marcheselli sottolinea come inizialmente Icaro usi le ali di cera per emanciparsi, per fuggire dal labirinto di Dedalo, ma poi, preso dall’ebbrezza del volo, si spinge sempre più vicino al sole (avvicinarsi a Dio), così che le ali si sciolgono e Icaro precipita.

Viene così raggiunta la prima meta del viaggio: ogni volta che l’uomo punta a superare un limite, coesistono in lui due spinte, una miscela fra: da una parte, il desiderio di emancipazione, di crescita, di autonomia; dall’altra, quello di sfidare l’autorità, con la conseguente vertigine data dall’illusione di superare colui che ha posto il limite o addirittura di ucciderlo.

Il tragitto continua… Mohamed cita il nostro mito di Sisifo e il suo disprezzo per le divinità dell’Olimpo; un ragazzino della scuola cita il Simposio di Platone e la divisione dell’uomo in due metà costrette a cercarsi per tentare di recuperare l’antica forza che era stata tolta all’androgino da Zeus per timore che potesse minacciare lo status degli dei; Alessandra cita il ritratto di Dorian Grey e il desiderio dell’eterna gioventù; Gemma parla di Edison e dell’invenzione della lampadina; Alberto parla del delirio del dott. Frankestein di Shelley.

Conclude la carrellata il Dott. Aparo che sottolinea come anche nel progresso scientifico e nello sport ci sia un confine labile tra il desiderio di crescere e migliorarsi e la vertigine di sentirsi in cima al mondo. E cita la voglia di conoscere di Marco Polo e Colombo; il Faust di Goethe che, in nome della conoscenza, stipula un patto col diavolo per riceverla tutta e subito; la tragica spedizione sull’Everest dove, a causa della voglia di esibire e consumare risultati ed emozioni, persero la vita 19 persone; infine ricorda il primo uomo sulla luna, con il senso di trionfo, ma anche con il lavoro e le allenze necessarie per arrivarci.

E siamo alla seconda tappa del nostro viaggio: il desiderio di superare il limite, la spinta verso l’infinito è una caratteristica insita nell’essere umano; ma solo se questa spinta è accompagnata dal progetto, dal lavoro, da alleanze appropriate potrà portare a traguardi costruttivi e duraturi. Edison, Franklin (l’inventore del parafulmine) e molte altre personalità che hanno scolpito la storia, hanno raggiunto traguardi e contribuito all’evoluzione dell’uomo e al nostro benessere odierno; ma cosa permette di raggiungere mete così straordinarie senza farsi vincere dalla vertigine del senso d’onnipotenza?

Il Dott. Aparo suggerisce, a questo proposito, un confronto fra due modi di procedere: uno puntato al miglioramento di sé e/o al perfezionamento dell’oggetto cui ci si dedica; l’altro basato sulla ricerca del potere e/o dell’eccitazione. Nel primo caso, ogni gradino è un’esperienza e un arricchimento; nell’altro, si punta a conquistare trofei, che spesso vengono consumati molto velocemente, senza saziarne la fame.

Questa differenza nel rapportarsi con i limiti non prescinde dall’immagine dell’autorità che ciascuno di noi ha interiorizzato. La relazione emotiva con il limite, infatti, cambia significativamente se il viaggio verso la meta viene effettuato all’insegna del rancore e dell’opposizione o se, invece, viene sostenuto da un’autorità accuditiva.

Come il mito, la letteratura e le storie di molti componenti del gruppo della trasgressione documentano, raggiungere la meta per chi sente dentro di sé che ogni conquista equivale a una battaglia vinta contro un genitore castrante porta con sé la fantasia di distruggere il genitore stesso (e questo induce a rimettere perennemente in scena atti di sopraffazione e di autodistruzione); procedere invece in sintonia con una guida che indichi la strada permette di orientarsi, di crescere e di nutrirsi di quanto si incontra nel cammino e dei propri risultati.

La conclusione del nostro itinerario, partito da Adamo ed Eva e giunto all’allunaggio, viene suggellata dagli interventi del piccolo Matteo e della piccola Manuela che ribadiscono l’importanza della guida per raggiungere mete appaganti.

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