Tradimenti, fiducia e Kintsu-gi

Giovedì 11/06/2026
BOLLATE

L’incontro di oggi mi ha portato a riflettere molto su un’idea che il Prof tiene in grande considerazione, ovvero il modo in cui chi commette un reato percepisce l’autorità. Da parte del reo, la visione delle regole e della giustizia è distorta, come se la legge fosse solo un nemico da evitare e non qualcosa che protegge tutti noi.

Abbiamo capito che questo modo di pensare spesso nasce da una storia personale difficile, molti dei detenuti si sono sentiti traditi in passato, forse dalle loro famiglie o dalla società, perciò si sono concessi di ricambiare il mondo con la stessa moneta. Purtroppo però, questo atteggiamento crea solo un circolo vizioso, dove l’abuso finisce per compromettere la fiducia di tutta la comunità.

Dopo queste considerazioni ci siamo chiesti come si possa riparare questa rottura, e abbiamo parlato del Kintsugi, l’arte giapponese di aggiustare la ceramica usando l’oro per mettere in mostra le crepe. Nel gruppo sono nate due idee diverse: qualcuno diceva che un legame rotto non torna mai come prima; altri sostenevano che lo sforzo per ripararlo potesse renderlo ancora più forte.

Questo discorso mi ha costretto a farmi delle domande personali, riscontrando due modi completamente diversi di vedere la fiducia nella mia vita privata e nella mia futura professione. Se penso alla mia vita di tutti i giorni, alle cose che succedono tra ragazzi, come un fidanzato che tradisce o un’amica che ti parla alle spalle, io sono la prima a dire che quando la fiducia si rompe, è finita. Preferisco chiudere la porta perché non ho voglia di rimettermi in gioco con il rischio di farmi calpestare o umiliare di nuovo. È una mia difesa, non dico che sia giusto.

Ma quando si parla di carcere, di reati e di persone che stanno pagando per i loro errori, il mio modo di vedere le cose cambia completamente. Lì dentro l’oro del Kintsugi non è solo una bella frase, ma è la fatica vera, il dolore e lo scavo interiore che queste persone fanno per anni nei gruppi per capire dove hanno sbagliato.

Se una volta usciti noi continuassimo a guardarli con sospetto, staremmo dicendo che tutto quel dolore non è servito a niente e che le persone non possono cambiare. Finiremmo per tradirli un’altra volta, confermando la loro idea che il mondo è solo un posto ostile.

Io non voglio pensare in questo modo, voglio credere che se una persona si assume la responsabilità delle sue azioni e spende tutte le sue energie per rimettere insieme i pezzi, merita una seconda possibilità reale. Una volta fuori, la mia fiducia la avranno di sicuro, perché dare fiducia a chi ha faticato per cambiare è l’unico modo per spezzare quella catena di tradimenti e dare un senso al percorso riabilitativo.

Sofia Pellini

E poi ho visto te, di Cisky Capizzi, Alessandro Radici e la Trsg.band

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

Classi miste

Nella notte tra sabato e domenica, dopo avere sentito una delle interviste di Delitto e Castigo su Giornale Radio, ho fatto un sogno: un dirigente del DAP mi chiedeva cosa io abbia da proporre dopo tanti anni di esperienza in carcere.

La mia risposta riguardava l’ipotesi di sperimentare all’interno del carcere alcune classi pilota di scuole medie primarie e secondarie con la compresenza di alunni tradizionali e detenuti con lunghe pene: classi miste con studenti “normali” e con studenti detenuti adulti (non giovani adulti!) con una preparazione compatibile con la classe frequentata: attività di insegnamento, interrogazioni, voti, promozioni e bocciature, tutto funzionante nel modo tradizionale.

Appena sveglio, mi sono detto che non c’era tanta differenza con quello che il gruppo della trasgressione pratica da anni. Ma ripensandoci, credo che, pur essendoci continuità con gli incontri che facciamo con i detenuti nelle scuole e con la stabile compresenza al gruppo di studenti universitari e detenuti, la proposta “onirica” comporta alcune differenze significative.

I detenuti con lunghe pene e con età oltre i 40 anni hanno bisogno di tornare alle emozioni che i ragazzi vivono a 12, 15, 18 anni, emozioni che loro hanno perso per strada in conseguenza dell’irrinunciabile bisogno di rendere la loro identità compatibile con gli abusi che, in molti casi, erano stati praticati fin dalla prima adolescenza. Frequentare la stessa classe di ragazzini, io credo, potrebbe permettere a chi è cresciuto nella devianza di vivere quello che egli non ha mai sperimentato e di cui (chi ha una pena lunga) ha un intenso bisogno per continuare a vivere e per non sentirsi fuori dal mondo.

Inoltre, tra ragazzi adolescenti e detenuti, si potrebbero formare delle simpatiche alleanze di mutuo aiuto, che a loro volta permetterebbero di sviluppare emozioni vitali e (soprattutto per i detenuti) sconosciute: ci si dovrebbe confrontare realisticamente con le proprie capacità di apprendimento, con chi è più bravo, con chi ha bisogno di aiuto… complessivamente, con frustrazioni e risultati che giovano al divenire e all’articolazione dell’identità del soggetto.

Inoltre, i detenuti avrebbero la possibilità di aggiornare la loro intossicata immagine dell’autorità: a) sulla scorta di come la vivono i comuni adolescenti; b) prendendo confidenza con un principio che nel mondo deviante non esiste e non può avere cittadinanza e cioè che l’unica autorità credibile è quella di chi sa e utilizza il proprio sapere per permettere agli altri di crescere e migliorarsi.

Gli adolescenti, da parte loro, potrebbero toccare da vicino come un essere umano può diventare un compagno di scuola, un amico, un proprio simile, dopo essere stato una persona da temere e da tenere a distanza; ancora di più, potrebbero vivere l’esperienza di partecipare attivamente al recupero della prossimità con “l’alieno” e questo credo possa aiutare l’adolescente a diventare un adulto consapevole della complessità e della ricchezza dell’essere umano.

Le comprensibili obiezioni sono ovviamente che non è possibile permettere a insegnanti e adolescenti di entrare tutti i giorni in carcere; che, d’altra parte, è difficile permettere ai detenuti di uscire dal carcere tutti i giorni per andare a scuola; che l’esperimento, comunque lo si imposti, richiederebbe alti costi di personale per garantire la sicurezza dei cittadini. Tutto vero! Si tratta di valutazioni e decisioni che spettano a chi ha la responsabilità di prendersi cura del benessere della collettività.

Da parte mia, visto che l’idea parte da un sogno, vedrò di farmene qualcosa che in un modo o nell’altro possa somigliargli.

San Vittore, di Paolo Donati, Alessandro Radici e la Trsg.band

E poi ho visto te, di Cisky Capizzi, Alessandro Radici e la Trsg.band

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

La versione di me che avevo perso

C’era un rumore bianco a coprire le strade,
un ticchettio di passi sempre uguali,
mentre il mondo sbiadiva in un grigio di scadenze
e il cuore imparava l’arte dell’arresa.

Camminavo col mento stretto nel cappotto,
convinto che il destino fosse solo un cerchio chiuso,
un resoconto di ombre e di promesse andate a male. ​

Ero un guardiano del faro
che aveva smesso di guardare l’orizzonte

​E poi ho visto te

È stato come quando la luce
decide di restare un minuto in più sui tetti
e ti convince che l’inverno non è eterno.

​In quello sguardo ho letto il mio riscatto,
e la ferita ha smesso di bruciare

​Sei stata la mano che mi ha preso
quando non sapevo di affogare
la prova che la speranza non è un lusso,
ma una direzione da seguire.

Non è che il buio sia sparito del tutto
ma adesso che cammino accanto a te,
oggi che non è più l’oblio a tenere il passo…
ho incrociato la versione di me che avevo perso…

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

Cisky