L’io non è padrone in casa propria

Il mio tirocinio al Gruppo della Trasgressione non è stato solo un’esperienza formativa, ma un confronto diretto con una realtà complessa e con i miei stessi limiti. Come ricorda Sigmund Freud, “l’Io non è padrone in casa propria”: ed è proprio in questo spazio di incertezza che questo percorso mi ha insegnato cosa significa davvero mettersi in gioco.

Il mio ingresso nel gruppo è avvenuto dopo un anno di ricerca e di attesa, un periodo in cui il desiderio di svolgere un’esperienza all’interno del contesto penitenziario è rimasto costante. Ed è arrivato nel momento in cui ero pronta a viverlo davvero.

Dentro questo contesto ho incontrato molte difficoltà personali. Non sono una persona molto portata a parlare di me o a espormi facilmente; al contrario, sono più portata ad ascoltare e osservare i dettagli, come uno sguardo, una pausa, o quello che non viene detto. Spesso mi sono trovata in una situazione di difficoltà e silenzio, senza avere ben chiaro quale fosse il mio ruolo all’interno del gruppo. Mi percepivo presente, ma ancora non del tutto inserita, come se il mio spazio non fosse stato definito fino in fondo.

Questa cosa l’ha notata subito anche il professore, che non mi ha mai lasciata troppo “tranquilla” in quella posizione. Anzi, mi ha spesso stimolata e spinta a uscire da quella zona di comfort, aiutandomi a mettermi più in gioco sia a livello personale che professionale.

Sono sempre stata convinta che tutti possano cambiare. Questa idea mi accompagna fin da quando ero piccola, anche se spesso mi veniva detto il contrario, cioè che non si può pensare di cambiare tutti o di vedere un cambiamento dove non è immediato. Forse è anche da qui che nasce il mio interesse per il contesto penitenziario: l’idea di poter entrare in un luogo in cui il cambiamento, o comunque la riflessione su di esso, diventa un tema centrale.

Dove era l’Es, deve subentrare l’Io

Come afferma Freud, “Dove era l’Es, deve subentrare l’Io” e in questo senso, il percorso all’interno del gruppo evidenzia come la riflessione sulle proprie azioni e la consapevolezza personale, rappresentino elementi centrali nei percorsi di cambiamento.

Gli incontri avevano una struttura abbastanza semplice: il professore proponeva un tema iniziale e da lì si aprivano riflessioni, racconti e confronti, in cui ognuno poteva portare il proprio contributo.

Appena entrata in carcere non ho provato paura. Più che altro, era una specie di attesa piena, come quando senti che stai per entrare in qualcosa che ti riguarda davvero. Niente distanza, nessun senso di estraneità. Solo una sensazione di normalità. Non detenuti, ma persone!

La cosa che mi è rimasta non è stata una scena precisa, ma il fatto di trovarmi lì e accorgermi che stavo guardando qualcuno negli occhi, senza filtri e senza etichette. Una cosa semplice, ma forte. In un contesto così carico di significati, ho visto soprattutto questo: l’umanità. E lì ho capito che la mia idea, che le persone possono cambiare, non era solo una convinzione, ma qualcosa che ha senso solo se si è davvero disposti a guardare.

All’interno di questo percorso, l’esperienza diretta ha arricchito la mia comprensione sui percorsi della devianza. È emerso come la devianza non può essere letta in modo semplicistico, ma come il risultato di una molteplicità di fattori interconnessi, tra cui il contesto familiare, la qualità delle prime relazioni affettive, l’ambiente sociale e culturale di appartenenza.

Molti dei detenuti partecipanti al gruppo hanno mostrato una capacità di riflessione rispetto alla propria storia di vita e ai percorsi che li hanno condotti alla condizione detentiva. In numerosi interventi, infatti, è emersa una consapevolezza significativa rispetto alle proprie scelte, alle dinamiche che le hanno influenzate e al contesto in cui tali scelte hanno preso forma. Molti di loro hanno condiviso apertamente il proprio vissuto, ripercorrendo le tappe del proprio passato e interrogandosi sulle motivazioni che li hanno condotti al reato e all’interno del sistema penitenziario.

Al tempo stesso, è stato possibile osservare una forte attenzione al tema del reinserimento sociale e alla possibilità di costruire una traiettoria di vita diversa, orientata al cambiamento. In diversi momenti è emersa esplicitamente l’idea di “voler ripartire”, forse anche  per  percezione del gruppo come uno spazio sicuro, in cui potersi esprimere senza giudizio e con maggiore autenticità.

Alcuni detenuti hanno inoltre sottolineato come il gruppo rappresenti per loro un luogo di contenimento e di confronto, capace di restituire una stabilità emotiva e relazionale. In questo senso, è emersa anche una riflessione condivisa secondo cui il percorso detentivo non si esaurisce nella espiazione della pena, ma inizia prendere senso nel momento in cui si sviluppa una reale presa di coscienza di sé e delle proprie azioni. Da questo punto di vista, molti partecipanti hanno mostrato una notevole consapevolezza rispetto alla propria storia e alla propria attuale visione di se stessi.

Ai tirocinanti che verranno dopo voglio lasciare qualcosa, ma non un consiglio preciso, è più una sensazione. Non cercate di essere perfetti, non cercate di dire la cosa giusta e non cercate di sentirvi subito al posto giusto. Restate, anche quando vi sentite fuori posto. Perché, piano piano, qualcosa succede davvero.

Il mio augurio è che chi entrerà in questo gruppo riesca a viverlo così: senza filtri, lasciandosi toccare anche nelle parti più scomode.

E allo stesso tempo, il mio pensiero va alle persone incontrate in carcere. Spero che possano continuare a incontrare occasioni in cui essere viste per quello che sono, e non solo per quello che hanno fatto.

Perché a volte non serve cambiare il mondo intero: basta cambiare il modo in cui si guarda una persona, e da lì, in silenzio, cambia tutto.

Questa non è la conclusione di un tirocinio, ma il primo passo consapevole di un percorso che continua a costruire ciò che sarò. Ciò che segue non è una fine, ma la prova che qualcosa in me ha appena iniziato a prendere forma.

Federica Crivelli

Relazioni di tirocinio

 

La mia devianza

Oggi, 4 febbraio 2026, il Dottor Aparo si chiedeva con noi al tavolo perché si arrivi a delinquere. Io questo problema me lo sono posto spesso, e non ho saputo dare una spiegazione. Perché non provengo da una famiglia di delinquenti anzi provengo da una famiglia numerosa di 10 figli con genitori umili, che ci hanno cresciuto con onestà e tanta difficoltà. I miei genitori erano agricoltori e allevatori di bestiame e ricordo che ho iniziato a 7 anni a lavorare nell’azienda agricola.

Ho iniziato come per gioco a mungere le capre e poi a dare le prime poppate di latte ai caprettini che nascevano. Cosi pian piano imparavo tutti i lavori e a scoprire il mondo della natura.

A scuola andavo svogliato, o meglio, fino alla terza elementare andava tutto bene. Poi, a causa di alcune assenze, fui bocciato e dovetti ripetere l’anno. Essendo più grande dei miei compagni di classe di un anno, si può dire che facevo il bullo insieme ad altri due miei compagni. Arrivo alla quinta elementare e poi lascio la scuola per lavorare, ma presto ricomincio a annoiarmi e a cercare nuove esperienze. Così, all’età di 15 anni, mi trasferisco a Ischia dai miei parenti, che avevano un ristorante-pizzeria, e rimango lì per un annetto. Poi sento la mancanza della famiglia, l’odore della natura e della campagna, e torno da mio padre in azienda. Nel periodo estivo, invece, lavoravo nei villaggi turistici come pizzaiolo.

All’età di diciotto anni mi trasferisco in Emilia-Romagna, a Parma, e vivo con mia sorella. Lavoravo in fabbrica con suo cognato e, il weekend, lavoravo in una pizzeria. Perciò non mi mancava nulla: stavo bene.

Economicamente guadagnavo intorno a 4.500 euro al mese, ma ahimé conoscevo ragazzi che mi proposero di fare una rapina in un autogrill: dovevo guidare la macchina e io accettai. Non so neanche il perché, e da lì feci una serie di rapine, fino a quando non venimmo arrestati.

Perciò non mi rendevo conto del danno che creavo, né del rischio di essere ucciso o di poter uccidere qualcuno. Me ne sono reso conto solo il giorno del mio arresto. Mi trovavo in ospedale a Glastalla (RE) nel reparto di maternità, perché ero appena diventato papà, il 18/12/1995. Lì, mentre avevo il bambino in braccio, si presentarono due ufficiali, che scoprii dopo chi fossero. Mi dissero: “Signor Prestio, lasci il bambino che dobbiamo parlarle” e mi condussero in questura.

Lì vidi tutti gli altri complici e compresi che la mia vita, la mia libertà e la gioia di essere padre erano terminate in angoscia, tristezza e panico. Cominciai a riflettere su tutti le mie malefatte. Ho capito cosa vuol dire far del male quando provai anch’io il dolore, e mi voltai a guardare mia moglie, decidendo che non avrei mai più voluto quella vita.

Così scontai tutta la mia pena in carcere, ai domiciliari e in affidamento fino all’ultimo giorno, dal 1995 al 2000. Durante quel periodo ho completato anche la riabilitazione, tornando pulito e dedicandomi solo al lavoro. Ho portato avanti due attività con mia moglie, con onestà e sacrifici.

Ma accadde, quindici anni dopo, come per coincidenza: il 4 febbraio 2011 vengo arrestato per concorso in omicidio e detenzione di armi. Mi crolla il mondo addosso: altra distruzione di lavoro, famiglia e stabilità.

Questo calvario mi ha segnato per tutta la vita, con la sensazione di un ergastolo, di fine pena mai. Ora vorrei capire io stesso il perché della devianza. Perché, se non mi mancava nulla, mi sono scassato e ho fatto certe scelte?

Il motivo delle rapine del passato e il motivo per cui sono condannato: tutto nasce da una discussione nella mia azienda, e in quell’occasione ci è scappato il morto. Io, in quella circostanza, ho seppellito il corpo.

Su richiesta del boss Antonio Belnome, mi sono trovato dentro un fatto che poi lui ha perso di controllo e mi ha trascinato nella mischia. Ora qui è stata una disgrazia: se denunciavo, morivo, e se parlavo, mettevo a rischio la mia famiglia e la mia stessa vita. Ma col tempo ho trovato una certa pace e ho chiesto un incontro con la Procura di Milano per chiarire tutto ciò che ho vissuto.

Ora, analizzando il percorso della devianza, dalle due esperienze, non saprei spiegare perché si arrivi a sbagliare. Pur crescendo in una famiglia onesta, si può arrivare a fare il delinquente.

Per quanto riguarda la mia idea di libertà, io mi sento libero da quando ho accettato Dio, chiedendo perdono innanzitutto per i miei peccati. Mi sono liberato di questo peso che mi stava distruggendo, chiarendo tutto con la Procura di Milano. Mi sono rialzato grazie a tutti i percorsi che ho fatto in carcere: frequentando la scuola, i corsi offerti, il teatro e il corso sulla trasgressione. È un percorso importante per tutti noi. Ci ha aiutato ad aprirci e a sentirci come una famiglia, senza pregiudizi. Sono convinto che questo problema non ce l’abbia solo io, ma un po’ tutti, chi più, chi meno. Vorrei essere utile al corso e creare qualcosa di serio e lavorativo, che un domani possa essere utile anche ad altri.

Grazie a tutti e soprattutto a te, Federica, che sarai una futura criminologa. Vorrei condividere con te e fare un’analisi insieme al dottor Aparo e a tutto il gruppo. Grazie.

Prestia Leonardo, per gli amici Dino

Percorsi della devianza