Marisa Fiorani a Delitto e Castigo

Riflessioni sulle interviste con Marisa Fiorani 
a DELITTO E CASTIGO su GIORNALE RADIO

Marisa Fiorani è una madre che ha vissuto la tragedia indicibile di perdere la figlia Marcella, assassinata dalla Sacra Corona Unita in Puglia. Marisa racconta il suo primo, drammatico impatto con questa realtà, racconta che, all’inizio, dolore e rabbia quasi non le permettevano di vivere.

Ma col tempo e con l’incontro con Libera, Marisa ha imparato a non sentirsi prigioniera del dolore, fino a farlo diventare motivo per conoscere la storia di chi ha commesso reati. Questo l’ha motivata a chiedere al dott. Francesco Cajani di farle conoscere il carcere e, da lì, il suo incontro col Gruppo della Trasgressione.

La prima volta al tavolo, con commozione, ha raccontato la sua storia. Poco dopo un membro del gruppo – un uomo con un passato pesante legato alla criminalità organizzata – si è alzato e l’ha abbracciata. Da quel momento si è rotto un muro, si è aperta una breccia attraverso la quale il “carnefice” prova a incontrare la propria e altrui umanità.

Nel corso dell’intervista il Prof interviene per spiegare la filosofia che muove gli incontri del gruppo: l’obiettivo non è fare del semplice volontariato o della beneficenza, ma creare un “contenitore emotivo” in cui la sofferenza di chi ha subito il reato e il percorso di rielaborazione di chi lo ha commesso possano incontrarsi. In questo spazio non ci si siede per osservare gli altri, ma per partecipare attivamente. Allo stesso tempo, il silenzio, in questi contesti, ha un valore terapeutico immenso, si sta zitti per accogliere il dolore dell’altro e per aiutarlo a stare in piedi mentre si mette a nudo.

Questo percorso ha permesso a Marisa di trasformare la sua sofferenza in qualcosa di utile per la società, specialmente attraverso gli incontri con le scuole, dove la sua testimonianza e quella dei detenuti diventano uno strumento potente di prevenzione per i giovani.

La storia di Marisa tocca delle corde che fanno tremare le mani perché mette di fronte alla domanda più difficile di tutte: cosa faresti se ti strappassero la cosa più cara al mondo?

La reazione naturale sarebbe l’odio, un muro di cemento armato contro chi ti ha fatto del male. Eppure, la sua scelta di sedersi allo stesso tavolo con chi ha fatto parte di quel mondo criminale dimostra un coraggio quasi sovrumano, che va ben oltre il concetto tradizionale di perdono. Non si dimentica e non si sminuisce l’orrore, ma si cerca di capire che l’odio sterile finisce per consumare chi lo prova, diventando una seconda condanna.

L’intuizione del Prof trova qui la sua conferma più alta, il dolore non si cura con i manuali, ma offrendo un luogo sicuro dove farlo straripare. Quando un ex detenuto abbraccia una madre vittima, in quel singolo istante si rompe il circuito della violenza che alimenta le mafie e la devianza. È una giustizia che non si accontenta di applicare un codice penale dentro una cella, ma che cerca di ricostruire il tessuto umano strappato.

Fa riflettere anche la critica implicita alla nostra quotidianità: siamo troppo, e inopportunamente, abituati a delegare la giustizia alle istituzioni, a chiudere i problemi dietro le sbarre per non vederli, pensando che la punizione, da sola, basti a risolvere il male.

Questa testimonianza ci ricorda che il carcere, senza un percorso di profonda rielaborazione emotiva e senza un ponte con l’esterno, rimane solo un vuoto a perdere. In una società che scappa dalla sofferenza e che cancella chi sbaglia, l’esempio di questo incontro ci spinge a chiederci se siamo pronti a guardare oltre i nostri pregiudizi, ad ascoltare davvero le storie degli altri e ad accettare le nostre stesse fragilità come parte di un cammino comune.

Sofia Pellini

Marisa Fiorani, Marisa e Antonio Tango, Marisa e Flavio Merlo
Percorsi della Devianza e Trame di Libertà