Le varie corde del dolore

Ho dei ricordi nitidi di quando avevo circa 3 anni. All’epoca i miei genitori non s’erano ancora separati. Forse giusto dire, mio padre non aveva abbandonato mia madre e di conseguenza me.

C’era mia zia Nadia, ancora non sposata, che ogni mattina mi faceva il bagnetto dentro una vasca di plastica azzurra e con l’acqua riscaldata nella lavatrice. Nel frattempo mio nonno paterno, si preparava per andare a lavorare e sistematicamente si soffermava con occhi gioiosi a guardare me che sguazzavo in quella vasca messa sopra il tavolo della cucina. Il suo era un rito: baciarmi e dichiarare che ero il suo primo nipote.

Questo, negli anni avvenire, creò non pochi problemi in famiglia poiché, anche dopo la nascita di altri nipoti, lui valorizzava sempre me, sicuramente anche perché i miei, dopo qualche anno si separarono ed io rimasi in casa con i nonni paterni. Questo suo, e a modo suo, attaccamento a me, mi distanziava dal resto della famiglia (dopo la morte di mio nonno ne masticai concretamente il distacco) e crebbi quasi esclusivamente con mia nonna paterna.

Forme di dolore che profanavano la mia intimità e paralizzavano il mio pensiero. Mi pesava tutto quello che accomunava genitori e figli e mi rifugiavo in casa a giocare spesse volte da solo.

Non ho potuto dare voce alla mia adolescenza pur desiderandolo e mi obbligai a spersonalizzare me bambino e a “costruire” l’adulto di casa responsabile. Ma il bimbo affiorava quasi quotidianamente e soffriva gli effetti di eventi esterni che appartenevano agli uomini e non a lui.

Inadeguatezza, vergogna e dolore iniziarono a stratificarsi in me in forma subdola, grazie anche alla complicità di alcuni bulli del quartiere.
Le varie forme di solitudine mi spinsero precocemente a mettere su famiglia, vestito da adulto, ma senza la consapevolezza e il senso della responsabilità che richiedeva una scelta così profonda.

Dovevo compensare la mia solitudine famigliare patita anche a costo d’essere egoista verso gli altri. Contemporaneamente o quasi, mi sentivo chiamato a riempire vuoti e solitudini di altri compagni e allora, oggi dico, non avendo la forza di allungare gli occhi oltre i limiti del mio quartiere, iniziai a prostituirmi a quel marciume fino a quando ne divenni parte integrante.

Credo che un altro aspetto dei miei dolori fu la fame. Infatti, durante i primi 14 anni della mia vita, per motivi economici, in casa non avevamo tante possibilità. Oggi non mi giustifico e non ho mai cercato giustificazioni.

A differenza di quello che si può pensare, c’è stato un tempo molto lungo dove mi sono odiato e autocriticato ancora prima che legittimamente lo facessero gli altri.

Oggi non mi odio più, mi mortifico quando la mente va in effimere perdizioni ,ma subito dopo mi accudisco. L’autocritica è vigile e dialoga spesso con il mio io. Sono consapevole di essere detentore di cicatrici e alla mia età, non potendole sanare, me le disinfetto tutti i giorni da solo e con tutti quelli che sento me le riconoscono.

Non sono divenuto uomo da bambino, ma uomo dalle mie macerie.

StorieLa banalità e la complessità del male

Roberto Cannavò

Un fardello con cui lavorare

Un fardello con cui lavorare
Roberto Canavò

 
Mi sono sentito veramente colpevole
quando ho trovato chi mi ha fatto capire
che anche io ero stato vittima

Pasquetta 2019, Piazza del Duomo Milano,
Lidia Brischetto al clarinetto: Only you

Ognuno di noi possiede una sorgente di purezza dal valore inestimabile. Quando, per varie ragioni, tra cui l’ignoranza, l’insicurezza e la mancanza di una guida, non riesci ad attingervi, cadi nell’oscurità, poiché la mente ti inganna, lasciando terreno fertile alla profondità del male.

Nel mio caso, quando commettevo atti indegni e irreparabili, avvertivo prima, durante e dopo, quel campanellino d’allarme di cui è dotata la coscienza, ma nello stesso tempo, cercavo di attutirne il suono attraverso la pseudo gratificazione che mi trasmetteva il mio gruppo di appartenenza. Spesso, guardandomi allo specchio, non mi riconoscevo nell’immagine che vedevo, eppure ero io a commettere i reati che portavo a termine con la massima determinazione. Dopo avere a lungo riflettuto sul mio passato, credo semplicemente che, quando commettevo reati, non concedevo alla mia coscienza l’opportunità di consigliarmi.

Il mio arresto, che poi è stato il male minore, visto che altrimenti sarei stato ucciso, mi ha condotto, dopo un decennio di tentennamenti, ad ascoltare finalmente la mia coscienza, che altro non è che quella fonte di purezza insita in ognuno di noi. Dal profondo ho fatto emergere pian piano la mia vera identità, quella che oggi mi sta permettendo di trasformare l’uomo che ero (libero col corpo, ma prigioniero di mente) in un uomo diversamente libero; oggi posso dire di aver conquistato la libertà mentale, pur essendo prigioniero o, come è più corretto dire, detenuto.

Il mio cammino è stato favorito anche dalla Direzione dell’Istituto di Opera (MI), che mi ha dato l’opportunità di partecipare al Progetto Sicomoro, una esperienza forte basata su incontri settimanali tra parenti delle vittime di mafia e i loro carnefici. Durante gli incontri ho avuto più volte la sensazione di non essere all’altezza di quei confronti, di non essere stato attento quanto avrei dovuto con le vittime. Tuttavia, dopo il primo incontro, il più importante, il più emozionante, non conoscendo l’effetto di ciò che avrebbe sortito psicologicamente in ognuno di noi, vittime e carnefici, ho iniziato, pian piano, a prendere contatto con realtà che mai avrei pensato di poter capire o di vivere così positivamente. In quella realtà ho sentito il bisogno di esternare cose molto riservate che difficilmente avrei detto in un contesto diverso. Ho sentito e vissuto, attimo dopo attimo durante gli incontri, i dolori, le paure, la rabbia, la voglia di giustizia, ma soprattutto la necessità delle vittime di capire le ragioni e le “motivazioni” per le quali “gente” come me aveva potuto commettere fatti gravissimi come uccidere. Attraverso i loro racconti, le loro fragilità emotive, mi sono reso conto di quanto dolore ho provocato ai familiari, agli amici, ai passanti, all’intera società e a me stesso, e di quanta fragilità avevo io, nascosta da scelte scellerate, dominante dal delirio di onnipotenza.

Sì, sono colpevole d’avere sgretolato il vero senso della vita, sono altresì consapevole, una volta riemerso dalle macerie causate dalle mie nefandezze, che la mia vita ha ancora ragione di esistere e di essere messa al servizio di azioni giuste. Oggi, grazie alle possibilità che mi ha concesso l’Istituto di Opera, ho l’onore di andare nelle scuole dove porto la mia negativa esperienza di vita affinché i giovani comprendano il più possibile come si può giungere al punto dove sono arrivato io e i danni che ne derivano per tutti. Faccio questo nella consapevolezza che nessuno può cancellare il mio passato, un fardello che, insieme al mio gruppo, cerco di trasformare giorno per giorno in strumento utile alla prevenzione della devianza in generale.

Purtroppo le scelte che si fanno quando si è adolescenti sono figlie di altre scelte, il cui senso rimane difficile comprendere fino a quando non si instaura un rapporto d’ascolto con il nostro Io. Le scelte sono sempre dettate dagli stati d’animo e gli stati d’animo sono, senza che ce ne rendiamo conto, il terreno in cui si definisce la direzione della nostra vita. Una volta presa consapevolezza di ciò, si può superare quella piattaforma costruita da stati d’animo fragili per cominciare a costruirne una più solida, basata su scelte maturate attraverso lo scambio con gli altri e il contatto con noi stessi. Per questo credo oggi che l’ascolto, il dialogo, soprattutto tra genitori e figli, sono importantissimi, sono la base per un continuato d’identità e per una buona relazione con la società. Le giustificazioni, gli alibi, per andare contro le leggi e la morale, sono solo delle scorciatoie che arrecano dolore a se stessi e agli altri.

Queste cose mi sono state impresse nella mente da persone degne di valore e da veri rappresentanti della legalità. Oggi, con orgoglio, le faccio mie perché ne sono intimamente convinto. Contribuire alla rinascita e alla evoluzione di chi ha deviato è, dal mio punto di vista, un valore inestimabile. L’essere stato riconosciuto dalla società mi ha permesso di acquisire quell’autostima necessaria per mantenermi in equilibrio nei consensi e nei dissensi e per comunicare con gli altri.

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