Basta una lettura ad alta voce di un detenuto, che prova a mettere in ordine ciò che il gruppo gli ha dato finora, per far scattare la domanda di un compagno: quale sia, nell’esperienza del professore, l’elemento mancante che ricorre più spesso nelle storie dei detenuti.
La risposta del prof. Aparo va dritta a una radice: è mancata o non è stata recepita una risposta adeguata al bisogno di essere riconosciuti dalle figure di riferimento, sono mancate figure capaci di restituire al bambino il senso del proprio valore, cosa che ha favorito la sua successiva ricerca di figure surrogate.
Non basta che un adulto sia presente, che occupi un ruolo nella tua vita: è necessario sentirsi riconosciuti da lui, percepire la sua stima, sapere di contare qualcosa ai suoi occhi; inoltre, Il bambino ha bisogno di riconoscere quell’adulto, di provare una reale stima nei confronti dell’adulto da cui dipende e che ama per poterne interiorizzare il valore e i principi.
Quando questo circuito si spezza, quel vuoto diventa un’esca facile: il bisogno inappagato di esistere spinge a cercare il riconoscimento in un surrogato, un gruppo, una gerarchia o un sistema capaci di offrire quell’illusione di appartenenza che altrove è mancata. Ma c’è un passaggio ulteriore su cui il professore insiste: la ferita dell’esclusione spesso marcisce e si trasforma in vendetta. Una rivalsa contro un mondo percepito come strutturalmente ingiusto, un grido che dice «adesso ti faccio vedere io».
Mentre ascolto, metto a fuoco: spesso consideriamo la ricerca di potere come pura voglia di sopraffazione, dimenticando che alla sua radice può esserci il terrore dell’impotenza. Non si vuole dominare per il semplice gusto di schiacciare, ma per non ritrovarsi mai più schiacciati. È la reazione disperata di chi smette di implorare un riconoscimento e sceglie di imporsi a ogni costo: non essere più quello che subisce le scelte altrui, ma diventare colui di cui gli altri, finalmente, devono tenere conto.
È una riflessione che entra con forza nel gruppo quando prende la parola Zaccaria. Si racconta con una lucidità millimetrica: l’infanzia in Marocco tra nonni e zii, il ritorno del padre a lungo assente e la ferita di sentirsi spogliato del proprio posto accanto alla madre, il trasferimento nel Nord Italia a cinque anni. Poi l’adolescenza, la leva militare obbligatoria in Marocco, il rientro in Italia, gli studi, il lavoro, la famiglia. Infine la separazione dalla moglie dopo la scoperta di un tradimento e il reato.
Zaccaria attraversa la sua vita per tappe nette, come se ci guidasse lungo i piani di un edificio di cui conosce bene la struttura, ma del quale non apre tutte le porte. La sua narrazione ha un’asimmetria che mi lascia perplessa: scava a lungo nell’infanzia lontana, ma scivola via a passo svelto proprio sul periodo che precede immediatamente il reato, liquidando quegli ultimi mesi con poche parole sulla rottura coniugale. Al contrario, quando arriva al reato vero e proprio, la precisione torna chirurgica, quasi distaccata. Descrive un’aggressione, a suo dire nata per autodifesa, che sarebbe forse costata la vita a un ragazzo se lui stesso non si fosse fermato a prestargli il primo soccorso e ad allertare l’ambulanza.
Questa contraddizione sento che resta sospesa nella stanza: le stesse mani capaci di colpire fino a sfiorare l’omicidio sono quelle che si trattengono sulla soglia per salvare quella vita. Per tutto il racconto non ho potuto fare a meno di ripensare a ciò che lui stesso aveva raccontato: le arti marziali e l’esperienza militare occupano un posto preciso, ne parla con orgoglio, rivendicando la disciplina e la tempra che gli hanno lasciato, pur ammettendo di sfuggita che si tratta di una di due facce della stessa medaglia. Ma se della prima mostra con orgoglio il rigore, la seconda rimane nell’ombra: quel senso di onnipotenza e di controllo assoluto sul corpo e sulla forza che certe pratiche finiscono per instillare. La sensazione di avere nelle mani il potere di decidere tra la vita e la morte.
Nel gruppo si apre una frattura: c’è chi si incaglia nei dettagli tecnici dell’aggressione o nell’incredulità di vedere un uomo inserito e stimato finire dietro le sbarre. È Gaetano a spezzare questa deriva: ignora la superficie e scende dritto alle fondamenta. Riporta l’attenzione sulla distanza paterna, sul posto perduto, sulle ferite affettive mai rimarginate, cercando il filo invisibile che unisce le mancanze del bambino al risultato dell’adulto.
Sollecitato dal confronto, Zaccaria riconosce così il peso di quei passaggi: il padre, l’esclusione, il tradimento. Eppure, in questa mappa interiore c’è un vuoto che a me pesa: la nascita del suo secondo figlio, affetto da una malattia rara, e quei mesi logoranti trascorsi in terapia intensiva. Un dolore che nel suo intervento spontaneo era emerso con forza, ma che nel ripercorrere formalmente la propria storia è rimasto escluso. Forse perché pensava di averne già parlato abbastanza, o forse perché riaprire quella stanza fa ancora troppo male; resta il fatto che anche quella fatica, quel senso di impotenza totale di fronte alla fragilità di un figlio, è un altro carico di disperazione confluito nello stesso punto.
Diventa allora fin troppo calzante l’immagine evocata da un detenuto: una pentola a pressione che continua ad accumulare calore, che qualcun’altro definisce rabbia, finché la pressione interna non lascia più alcuno scampo.
Ed è proprio davanti a quella rottura che il racconto rischia di ingannarci. Perché tra il calore accumulato e l’esplosione, tra il dolore subito e il male inflitto, non ci deve per forza essere una linea retta né un automatismo: le mancanze, i tradimenti e le ferite preparano il terreno, ma non compiono il gesto da sole. Restare ad ascoltare questa storia significa quindi per me non isolare il gesto finale né ridurlo a un destino inevitabile, ma per forza di cose dover fare i conti con il punto esatto in cui una vita di impotenza sceglie, per un attimo, la maschera dell’onnipotenza.
Margherita Valliti