Burattini danzanti

Burattini, burattinai, scelte, libertà.
Ragnatele per catturare burattini,
che diventano labirinti in cui si perdono i burattinai.

Danziamo, seguendo ritmi e melodie,
che ci trascinano fino a farci perdere,
mentre cerchiamo le armonie di cui sentirci autori.

Ci deve essere un modo, una palestra, una via
per non sciupare la malinconia,
per una speranza che non sia pura follia,
per un gradino che allarghi l’orizzonte,
senza scordare che non c’è vita senza ponte.

Angelo Aparo

La responsabilità dei burattiniNelle mani del burattinaio
Un labirinto dove si è perso Dedalo – Lo scopo del dolore
La nostra palestraLa galleria di Franco Scoccimarro

 

Il nostro Mito di Sisifo

Dalla complessità del male alla banalità del male;
dal delirio di onnipotenza alla presa di coscienza.

Il nostro Sisifo tratta temi ricorrenti nelle nostre vite da delinquenti, ma che si ritrovano anche in altre vite, non solo nelle nostre. Ma forse dovrei iniziare parlando di Sisifo e raccontarvi il suo mito…

Ci troviamo nella città di Corinto, in Grecia, dove il re Sisifo viene pressato dai suoi cittadini che protestano per la mancanza di acqua. Durante una delle sue passeggiate, egli assiste per caso a una scena i cui protagonisti sono Giove, massima divinità dell’Olimpo, ed Egina, figlia del dio delle acque fluviali Asopo. La giovane è appena uscita da una lite con il padre, assente e autoritario; la ragazza, arrabbiata e sfiduciata, scappa di casa e incontra Giove, il quale non si lascia sfuggire l’occasione di sedurla, promettendole vita facile fra le stanze dorate dell’Olimpo.

Prima i conflitti fra Asopo ed Egina e, subito dopo, la scena della seduzione mettono in evidenza l’importanza del rapporto genitori-figli e le possibili conseguenze sull’adolescente. L’adulto, che dovrebbe trasmettere valori positivi ed essere una guida per i ragazzi, viene invece vissuto come poco credibile e per nulla rispettabile. L’adolescente, non sentendosi accudito e sostenuto dalla famiglia, si lascia sedurre dalla mira del potere e dei soldi facili o, come diciamo noi, dal virus delle gioie corte, quando invece avrebbe bisogno dell’adulto per comprendere le proprie fragilità.

Sisifo, che ha osservato la scena di nascosto, incontra subito dopo Asopo in cerca della figlia e dopo una serie di reciproche accuse gli propone un compromesso: in cambio dell’acqua per il suo popolo, egli dirà al dio dell’acqua che la figlia Egina è stata portata via da Giove.

Tutto il dialogo è caratterizzato da un gioco di ruoli tra i due personaggi: Sisifo, travolto dalla rabbia per la trascuratezza di Asopo verso i cittadini di Corinto, ma anche dalla voglia di rivalsa e dalla sua stessa arroganza, cade in balìa del delirio di onnipotenza, supera i limiti arrivando a far inginocchiare la divinità ai suoi piedi, che per il bene della figlia si adeguerà alla richiesta dell’uomo.

Questa scelta è inconsciamente dettata da quello che è, come raccontano molti miti, il sogno di ogni uomo ed è, di sicuro, il delirio mai addomesticato di Sisifo: vivere senza limiti, raggiungere l’immortalità, poter decidere, come un dio, della vita e della morte degli uomini

Asopo viene indirizzato verso Giove il quale, accogliendolo con sufficienza, si inalbera quando viene a conoscenza dell’accaduto e decide, visti i problemi che Sisifo sta causando, di farlo uccidere.

Giove interpella il fratello Ade, dio degli inferi, che a sua volta, seppur titubante, si rivolge al suo braccio destro: Thanatos, il dio della morte, al quale comanda di portare Sisifo agli Inferi.

Viene quindi azionata quella che la celebre Hannah Arendt definisce “Catena di Comando”, basata sull’individuo che, succube della società, annulla la propria coscienza morale ed esegue quasi meccanicamente ciò che gli viene comandato.

La vita di Sisifo è ora nelle mani di Thanatos, che ha il compito di ucciderlo, ma che viene tuttavia ingannato e immobilizzato grazie alla furbizia con cui Sisifo circuisce e ubriaca il sicario.

Ma con Thanatos impossibilitato a svolgere il proprio compito, sulla terra non muore più nessuno; chiunque adesso diviene immortale! Giove viene immediatamente avvisato da Marte della gravità della situazione e, dopo una rapida consultazione fra i due, sarà lo stesso Marte a riprendere Sisifo e a portarlo da Giove.

A questo punto Giove, finalmente con Sisifo in suo potere, condanna l’astuto re di Corinto a spingere per l’eternità un masso su una montagna alta e scoscesa, che ricadrà giù ogni volta che arriverà in cima.

Così come avviene nei gironi infernali della “Divina Commedia”, dove le pene che affliggono i dannati dell’Inferno sono assegnate in base alle colpe commesse in vita, anche nel caso di Sisifo, la corrispondenza tra colpe e pene, fra peccato e punizione, pare essere regolata dalla legge del contrappasso: Sisifo, bramoso del potere di chi non muore mai, viene condannato a vivere in eterno una pena senza senso e senza fine.

Ma paradossalmente, quella che sembrava essere la fine della storia, prelude invece a un nuovo e inaspettato inizio: Sisifo, costretto a convivere con questa pena, inizia a dialogare con il masso (che nel nostro lavoro rappresenta la coscienza lasciata a tacere per lungo tempo). La comunicazione tra i due condurrà verso la crescita della coscienza di Sisifo e alla comprensione degli errori commessi.

La presa di coscienza costituisce il passo fondamentale affinché lo sbaglio non si ripeta. Ogni essere umano, infatti, ha la spinta a ripetere situazioni e/o azioni dolorose fino a quando non ne comprende il senso.

Museo di Addis Abeba

Così come avviene tra Sisifo ed il masso, al Gruppo della Trasgressione il detenuto all’interno viene guidato ad interrogarsi sempre e questo conduce all’evoluzione e al conseguente sviluppo della coscienza. Questo processo introspettivo, che a volte somiglia alla “maieutica” di Socrate, porta il soggetto a dar luce a verità interne, del tutto trascurate all’epoca dei reati, e questo renderà gradualmente più leggero il masso, il peso della pena.

Quando si fanno le scelte sbagliate le conseguenze sono inevitabili, questo un detenuto lo sa bene. Frequentare il gruppo comporta un lungo percorso alla scoperta di tematiche molto complesse e importanti, quali: il potere, il delirio di onnipotenza, i limiti umani, la banalità e la complessità del male, l’arroganza e tante altre. I continui reati, governati dall’arroganza, fanno perdere il senso e la misura di ciò che si sta compiendo e allontanano sempre di più dall’altro.

Via via che si pratica il male, si produce un’assuefazione, ci si abitua ed è proprio quando il male diventa abitudine che diviene pericoloso perché non viene riconosciuto come tale. Si assiste quindi al passaggio dalla complessità alla banalità del male.

Approfondendo il mito di Sisifo e conoscendo il personaggio che io stesso ho interpretato diverse volte, ho riscontrato molte affinità caratteriali e comportamentali, che mi hanno portato a riflettere.

Parlando di scelte, spesso non ci rendiamo conto di quanto esse siano importanti, partendo da quelle più piccole, le cosiddette micro-scelte, apparentemente insignificanti ma che conducono verso le macro-scelte, che apportano profondi cambiamenti nelle nostre vite. Possono essere positive o negative e conducono a strade diverse. Esse definiscono in parte chi siamo, ma soprattutto cosa stiamo cercando. Proprio come Sisifo, molti di noi si sono fatti guidare dal proprio delirio di onnipotenza oltre i limiti consentiti, dimenticando la complessità dell’impasto che porta ciascuno a praticare il male, fino ad assuefarsi al suo esercizio quotidiano e ad anestetizzare la propria coscienza.

Passando attraverso l’illegalità, si entra in contatto con realtà difficili, fatte non solo di soldi sporchi e violenza, ma anche di povertà e costrizioni, circoli viziosi in cui si entra con relativa facilità e da cui poi difficilmente si riesce a venir fuori. Ciò comporta l’annullamento della coscienza, proprio come è successo al protagonista del nostro mito e da questo seguono comportamenti messi in atto per il gusto di sentirsi potenti e invincibili.

Tuttavia, prima o poi bisogna necessariamente fare i conti con i propri errori, poiché si arriva inevitabilmente al capolinea e sopraggiungono le conseguenze delle scelte fatte precedentemente.

A questo punto, sono possibili due opzioni:

  • la prima è quella di coloro che, nonostante gli sbagli commessi, continuano a non rendersi conto del male causato e, imperterriti, non appena se ne dà l’occasione, imboccheranno nuovamente le strade della criminalità, senza alcuna presa di coscienza;
  • la seconda riguarda coloro i quali, trovandosi di fronte al grande masso con cui scontare la propria pena e, seppur consapevoli di poter fare ben poco per rimediare agli errori commessi, decidono, come il re di Corinto, di intraprendere un dialogo con la propria coscienza, cercano di ricostruire la  propria storia, di conoscere le motivazioni che avevano indotto alle scelte fatte e di ridare vita ai valori messi a tacere già nei primi anni dell’adolescenza.

Il cambiamento è possibile e le Istituzioni svolgono un ruolo fondamentale insieme a tutti coloro che hanno a che fare con i tribunali e i luoghi di detenzione. Tuttavia è proprio il detenuto a dover compiere dei passi in avanti, che daranno poi il via a tutto il resto.

L’obiettivo del gruppo è l’evoluzione dei detenuti e per questo è necessario che ognuno di noi abbia dei punti di riferimento, “un posto sicuro”, delle certezze e buone relazioni: questo è ciò che con l’Associazione e con la Cooperativa Trasgressione.net si cerca di fare all’interno e fuori dal carcere. Si promuove la cultura, il lavoro, la comunicazione, si torna indietro, nel passato, al male per raggiungere le emozioni dell’epoca perché si ha bisogno di “sentire”, di immergersi nelle proprie emozioni e riviverle per potersi guardare dentro con persone che ti accompagnano nella tua evoluzione.

Marcello Portaro, Katia Mazzotta e Angelo Aparo

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Il cineforum su “La banalità e la complessità del male”

Sliding doors

Anche se non mi è stato possibile partecipare le ultime due volte, ho visto i film delle ultime settimane. Immagino che la discussione sul film di Cucchi sia stata interessante. A me aveva colpito la totale mancanza di fiducia di Stefano nelle autorità, anche in quelle che hanno provato autenticamente a tendergli una mano.

Abbiamo anche visto La terra dell’abbastanza, il film per l’incontro del 6 luglio. Mi sono persa alcune frasi che, a causa della parlata dialettale, non sono riuscita a decifrare. Ad esempio quando banchettano tutti insieme e il boss sceglie i due ragazzi perché loro “non hanno consapevolezza”, poi conclude con una frase che mi è sfuggita.

Alcuni dei film che stiamo vedendo, sia questo che L’Odio, mi lasciano un senso di angoscia; dentro, mi sembra manchi il pezzo dell’alternativa. Se potessimo pensare ad una sorta di “sliding doors”, dove la potremmo collocare nel film? Quando il padre dà il consiglio sbagliato? O prima ancora? Forse lì era già troppo tardi? Quando nasce la “consapevolezza” e di cosa si nutre?

Mirko, il protagonista, mi ha ricordato tante persone che conosco. Un ragazzo, Leonardo, ha fatto l’alberghiero come Mirko e viene da una situazione familiare difficile. Guardando il film, mi sono chiesta cosa avrebbe fatto Leo al posto di Mirko: sarebbe tornato indietro con la macchina dopo avere investito un uomo? Avrebbe poi accettato di seguire il suo amico nel clan?

Chissà quanti ragazzi in qualche momento della loro vita si sono trovati di fronte a un bivio simile a quello in cui si è imbattuto Mirko! Ma alla fine qualcuno va di qua, altri di là. Perché? In fondo, anche Leonardo ha vissuto quotidianamente la notte dei locali e delle discoteche, dell’alcol che scorre a fiumi e delle droghe.

Beh, non lo so perché, ma sta di fatto che Mirko e Leonardo hanno preso strade diverse. Questo per dire che un’alternativa possibile quasi sempre c’è. Penso che a volte abbiamo bisogno di storie che parlino delle alternative, di dove trovarle e come coltivarle.

Tiziana Pozzetti

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La nostra palestra

E’ un divertente paradosso che l’uomo, mentre insegue l’infinito, diventa se stesso nella realtà finita.

A me non è chiaro se punta all’infinito allo scopo di dialogare meglio con la realtà o se, nell’incapacità di rassegnarsi all’irritante esclusione dall’infinito, cerchi di costruire con la realtà una scala che gli permetta di accedervi.

Al momento ho capito solo che, molto facilmente, quando ci si dimentica di una delle due spinte (inseguire l’Infinito e dialogare con la Realtà) cominciano i guai! A smarrire la strada, siamo in tanti; e qualche volta questa dimenticanza porta in carcere.

Visto che a San Vittore ci lavoravo già, 23 anni fa (settembre 1997) mi è venuto in mente di aprire una palestra, tuttora in continua evoluzione. La disciplina che vi si pratica consiste nell’Addomesticare l’Arroganza. Le sedute di allenamento sono effettuate quasi sempre in squadra, i cui componenti sono persone che hanno commesso reati, persone che li hanno subiti, studenti universitari in tirocinio, comuni cittadini e, da qualche tempo, figure istituzionali che si interrogano, insieme con detenuti e vittime, su come si giunge al reato e sugli strumenti per emanciparsene.

In questa palestra, gli attrezzi che vanno per la maggiore sono il confronto, la scrittura, l’invenzione creativa. Uno dei nostri risultati è la rappresentazione teatrale del Mito di Sisifo, un gioco sul palcoscenico, mai uguale alla volta precedente, dove gli attori cercano, ogni volta con parole scelte al momento, le origini, i percorsi e gli esiti dell’arroganza.

Nella stessa direzione vanno la recente iniziativa del cineforum su La banalità e la complessità del male e i nostri giochi musicali, dove alcuni amici musicisti e i componenti del Gruppo della Trasgressione uniscono aspirazioni, riflessioni e competenze nei concerti della Trsg.band.

Obiettivo principale delle iniziative che portiamo avanti con la nostra cooperativa, con l’associazione Trasgressione.net e, in particolare, con la Squadra Anti-Degrado è far sì che chi aveva fatto in passato cattivo uso della propria libertà e contribuito al degrado sociale raggiunga, grazie al costante allenamento e alla varietà delle iniziative,  una consapevolezza di sé e motivazioni tali da poter collaborare efficacemente con comuni cittadini e con le istituzioni nella lotta al degrado, alle dipendenze e al bullismo.

Angelo Aparo

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Note sulle musiche e i testi:

  • File audio n.1: Canzone “San Vittore”, testo di Paolo Donati, musica di Paolo Donati e Alessandro Radici, arrangiamento della Trsg.band, canta Angelo Aparo
  • File audio n.2: Canzone “Malaika” Canzone tradizionale keniota, arrangiamento della Trsg.band, canta Angelo Aparo; all’interno della canzone il testo di “Sogni miei”, di Ernesto Bernardi e del Gruppo della Trasgressione, è letto da Cisky MCK
  • File audio n 3: Canzone “A Cimma”, musica di Mauro Pagani e Fabrizio De André, testo di Angelo Aparo, arrangiamento della Trsg.band, canta Angelo Aparo; il testo introduttivo, “Non era questo il primo sogno” è del Gruppo della Trasgressione, legge Cisky MCK
  • La Trsg.band: Angelo Aparo, Alessandro Radici, Ippolito Donati, Michele Montanaro, Paolo Donati, Silvia Casanova,

Jojo Rabbit

Lo sguardo di un bambino di fronte alla tragedia del Nazismo.

Di fronte al disconoscimento programmatico dell’altro, privo della presenza del padre e col bisogno di appoggiarsi a qualcosa che gli dia il senso della solidità, Joio cerca nell’ideologia nazista una traccia per non perdersi .

Si fa aiutare da un amico immaginario, un Hitler in versione buffa che dovrebbe aiutarlo a orientarsi in una realtà troppo difficile da comprendere e troppo in contrasto con i sentimenti che egli vive.

E la storia va avanti… fin quando qualcuno gli suscita dentro sentimenti così forti da non essere compatibili con l’oscurantismo che il Nazismo richiede.

Angelo Aparo

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Cineforum sul Male

È partito, lunedì 27 aprile 2020, un appuntamento settimanale su “La banalità e la complessità del male” (tutti i lunedì, ore 17:00-19:15), un’iniziativa che, con meeting on line aperti al pubblico, riprende quella di cui parlavamo in carcere prima del flagello del Coronavirus e per la quale erano previsti diversi appuntamenti.

Con i gruppi on line non avremo bisogno di sale cinematografiche in carcere; ognuno potrà vedere i film concordati con mezzi propri e poi, il giorno della video-chat, parlarne insieme.

Partiremo con un paio di titoli utili a stimolare
un cineforum sulle componenti che caratterizzano il male, 
sui fattori soggettivi e ambientali che lo alimentano e su come il male, una volta avviato,  possa insidiarsi nella nostra sonnolenta quotidianità
.

L’obiettivo, come nella tradizione del Gruppo della Trasgressione, è far discutere insieme (stavolta senza confini geografici) detenuti ed ex detenuti, studenti tirocinanti, professionisti della materia (magistrati, sociologi, psicologi, ecc.),  allievi di scuole medie inferiori e superiori.

Un intrattenimento che speriamo possa diventare, se le istituzioni ci daranno una mano, uno strumento utile per:

  • allenare l’attenzione verso la propria e l’altrui fragilità;
  • la formazione di studenti universitari;
  • la prevenzione nelle scuole del “Virus delle gioie corte“.

Per essere aggiornati sugli sviluppi dell’iniziativa, per comunicare con le persone che vi partecipano, per inviare i propri commenti sui film di cui si parla o per proporne di nuovi, scrivere a associazione@trasgressione.net. La vostra mail, dietro vostra esplicita richiesta, verrà aggiunta alla mailing-list già operativa.

Il prossimo appuntamento è per lunedì 20 luglio alle ore 17:00. Per il meeting on line utilizziamo la piattaforma di ZOOM e una stanza virtuale del Gruppo della Trasgressione. Il dibattito prosegue sulla nostra pagina Facebook e, come si può vedere dall’indice al fondo della pagina, anche su Voci dal ponte.

Con lo stesso strumento, terremo periodicamente dei meeting on line, aperti a studenti delle scuole medie primarie e secondarie su “Lo Strappo, quattro chiacchiere sul crimine“. Prenderanno parte agli incontri gli autori del documento e ospiti chiamati per l’occasione.

Angelo Aparo

Data Titolo
22-04-20 Cineforum su La banalità e la complessità del Male, Angelo Aparo
24-04-20 La peste di Albert Camus, Sofia Lorefice
24-04-20 Joio Rabbit, il film, Angelo Aparo
27-04-20 Commenti alla prima giornata, Tiziana Pozzetti
28-04-20 Commenti alla prima giornata, Livia Nascimben
28-04-20 Commenti alla prima giornata, Manuela Re
29-04-20 Riflessioni sul male, Nuccia Pessina
03-05-20 Uccido dunque sono!, Adriano Avanzini
18-05-20 Joker, Marta Sala
02-02-20 L’insulto – male e realtà, Tiziana Pozzetti
02-06-20 Nessuno può crescere da solo, Manuela Re
13-06-20 Riconoscersi, Paolo Setti Carraro
15-06-20 Per quanto voi vi crediate assolti…, Sofia Lorefice
06-07-20 Sliding doors, Tiziana Pozzetti
12-07-20 Il nostro mito di Sisifo, Portaro, Mazzotta, Aparo
17-07-20 Abuso e Assuefazione, Tiziana Pozzetti

Per continuare ci serve lavorare

San Vittore, la sfida di «Juri»: lo psicologo che trasforma i detenuti in cittadini
di Giusi Fasano – Corriere on line, 27/01/2020

Angelo Aparo dal 1977 segue migliaia di carcerati con il suo Gruppo della Trasgressione. «Il mio debito con Sergio Cusani. E dopo 40 anni dico: date fiducia e lavoro a queste persone, ne guadagnerà tutta la società»

Questa è la storia di un uomo che ha passato quarant’anni della sua vita in carcere senza essere né detenuto, né agente penitenziario. Uno che in carcere, 22 anni fa, ha cominciato una strana rivoluzione ancora oggi in corso: arruola soldati che fanno la guerra a sé stessi e al loro passato. Il campo di battaglia, diciamo così, si chiama «Gruppo della Trasgressione».

Che quei soldati siano assassini, rapinatori, corrotti, ladri, poco importa. Quel che conta è la regola di ingaggio nel Gruppo, per tutti uguale: per avere diritto di parlare, devi recitare il teorema di Pitagora o una poesia; devi insomma dimostrare che ti sei impegnato a imparare qualcosa.

Angelo Aparo presenta il Gruppo della Trasgressione e il mito di Sisifo – Foto di Alessio Ferraro

L’uomo dei 40 anni dentro si chiama Angelo Aparo, 68 anni, per tutti Juri, nome preso in prestito da vecchi pensieri su Juri del Dottor Zivago. Era un ragazzo dalle belle speranze quando a settembre del 1977 si presentò al portone del carcere di San Vittore. «Sono lo psicologo». E varcò per la prima volta la soglia della prigione più nota del Paese. «A quel tempo ero uno dei primissimi psicologi del carcere» ricorda lui. «C’ero io soltanto per San Vittore e per Varese, 2000 detenuti in tutto. Oggi ce ne sono 8-10 in ogni sede. Nel tempo è molto cambiato quel che faccio rispetto a 40 anni fa. Per una ventina d’anni ho incontrato e parlato con detenuti che non avevano nessun interesse a farsi conoscere e a raccontarsi, come invece fanno i miei pazienti fuori dal carcere. Succedeva che quando il tempo trascorso in cella era diventato compatibile con una possibile misura alternativa intervenivo io: chiamavo il detenuto, chiedevo, valutavo, scrivevo la relazione. Era raro che qualcuno si rivolgesse a me spontaneamente per chiedere aiuto, a meno che non fosse un aiuto per uscire in fretta dal carcere».

Una ventina d’anni così. Poi la svolta, cioè il «Gruppo della Trasgressione». Per chiarire: il Gruppo — la rivoluzione di Juri — è lo strumento di cui in 22 anni si sono serviti un migliaio di detenuti per viaggiare (come direbbe De André) «in direzione ostinata e contraria» al loro passato criminale. Il «Gruppo è discussione», autoanalisi, analisi di gruppo, incontri con le vittime di reato, teatro, insegnamento per giovani bulli nelle scuole o confronto con altri detenuti che vogliono capire, partecipare. È l’incontro con le istituzioni, con magistrati e direttori illuminati, con il mondo del lavoro, con la vita reale oltre le sbarre. È la via maestra che porta alla consapevolezza e alla creazione di una coscienza civile. In un solo concetto: il Gruppo trasforma i detenuti nei cittadini che non sono mai stati o che hanno dimenticato di essere. Dottor Aparo, torniamo indietro.

Ci spiega come è nato tutto questo?
«C’entra un viaggio e una passeggiata con la mia compagna a Bologna. Parlavamo di trasgressione e facemmo un discorso su quel concetto che mi rimase in mente. E poi c’entra Sergio Cusani. In quegli anni stava scontando la sua condanna ed era un mio paziente. Un detenuto che mi parlava per relazione, non per dovere. Una rarità. Stava male, si interrogava. Parlammo del fatto che io fossi molto interessato a persone come lui, a ottenere che i detenuti avessero voglia di capire la loro storia, di cercarla. E ci chiedemmo: come facciamo a trovare la via giusta perché questo accada? La risposta arrivò spontanea. Ci siamo detti che serviva un gruppo di riflessione svincolato dalle relazioni che lo Sato chiedeva per valutare i detenuti».

Da qui la creazione del Gruppo. 
«Cusani diventò mio alleato. Passarono alcune settimane dopodiché mi presentai dai detenuti della sezione penale, cioè quelli che erano stabili a San Vittore, e dissi: vorrei creare questo Gruppo. Ci state? Le adesioni arrivarono rapide e a pioggia, partimmo in quarta, con riunioni due volte alla settimana. A quel punto ne parlai con il direttore di allora, Luigi Pagano. E il progetto partì davvero».

Aparo con Cisky Capizzi durante un incontro nel 2015

Da dove avete cominciato? 
«Dalla ricerca delle trasgressioni di ciascuno, dagli ingredienti stessi di ogni trasgressione. Un tema che ricordo bene, all’inizio, fu la sfida. Cercavamo risposte al perché delinquere significa sfidare. Negli anni abbiamo battezzato l’adrenalina, la sfida, il bisogno di eccitazione, con l’espressione “virus delle gioie corte”. Accanto alle riunioni settimanali e agli scritti dei detenuti, avevamo molto spesso ospiti prestigiosi dai quali imparare e con cui confrontarci: Enzo Biagi, Enzo Jannacci, Roberto Vecchioni, Fabio Fazio. Il 24 dicembre del ’97, a casa di Dori Ghezzi e Fabrizio De André avevamo concordato che il nostro primo ospite sarebbe stato lui, ma poco dopo si ammalò e quell’incontro in carcere non ci fu mai: un dolore dal quale nacquero qualche anno dopo i concerti della Trsg.band con le canzoni di De André e le riflessioni dei detenuti sulle loro storie sbagliate».

Quanti detenuti si sono legati al Gruppo finora?
«Un migliaio in 22 anni. In questo periodo abbiamo 55-60 detenuti divisi in più gruppi, nei quali io sono sempre presente, nelle carceri di Opera, Bollate, San Vittore. E poi c’è il gruppo esterno, cioè detenuti che possono essere liberi di giorno o che sono in libertà condizionale con i quali ci ritroviamo una volta a settimana in una sede messa a disposizione dall’”Associazione Libera, Associazioni, Nomi e numeri contro le mafie”».

Per quanto tempo un detenuto resta nel gruppo?
«Molto. Alcuni sono con me da nove-dieci anni e hanno assorbito una tale quantità di concetti e di principi che ormai non è più riconoscibile il confine fra il loro vissuto e il vissuto del gruppo, fra quello che hanno imparato da me e quello che pensano. Ci sono situazioni nelle quali questo è lampante, ad esempio a San Vittore, dove tre detenuti con 9 anni a testa di esperienza nel gruppo escono dal carcere di Opera ed entrano con me in quello di San Vittore per aiutare i detenuti del reparto “giovani adulti” a emanciparsi dalle maschere da duro con cui sono finiti in carcere. Magari sbagliano qualche congiuntivo però sanno dire e sentire cose profonde, sanno riconoscere le loro fragilità e sanno che questo li rende liberi, con la mente ancor prima che con il corpo. A un certo punto uno dei valori aggiunti del Gruppo è stata la partecipazione ai nostri incontri di alcuni parenti di vittime di reato. Ci sono detenuti per i quali il gruppo è diventato famiglia. Alcuni tornano da me in studio, come pazienti, quando sono magari liberi da anni».

Il Gruppo è legato a una cooperativa, giusto?
«Giusto. Abbiamo aperto una cooperativa sociale nel 2012 che si chiama Trasgressione.net e che mi ha permesso di fare un grandissimo passo avanti sulla conoscenza del detenuto. Attraverso il lavoro della coop vedo com’è la sua interazione con gli altri, lo vedo vivere la vita vera. Perché ovviamente una cosa è parlare, un’altra è masticare le difficoltà della vita».

Di cosa si occupa questa cooperativa?
«Vende frutta e verdura. Al mercato, a ristoranti, bar, gelaterie, mense, gruppi di acquisto solidale, a chiunque ne abbia bisogno. Occasionalmente facciamo piccoli lavori di manutenzione, traslochi, tinteggiatura, lavori di pulizia. Ma in questo momento quello che la cooperativa riesce a mettere assieme non è sufficiente a dare lavoro alla ”Squadra anti-degrado” che servirebbe per l’attività sociale e di prevenzione che facciamo. La cooperativa ha lo scopo di dare un lavoro e quindi uno stipendio ai detenuti che poi sono gli stessi che fanno azione sociale attraverso il Gruppo. Faccio appello alla sensibilità sociale e civile di chi pensa che un detenuto recuperato, cittadino e lavoratore è un bene per tutti».

Che cosa chiede esattamente?
«Il principale obiettivo della nostra cooperativa è fare in modo che chi si comportava da predatore sentendosi del tutto estraneo alle sue vittime, possa sentirsi, nella sua seconda vita, parte significativa della collettività. Questo diventa più facile se i detenuti in misura alternativa e gli ex detenuti hanno un lavoro e partecipano a progetti a sfondo sociale. Col Gruppo della Trasgressione i detenuti imparano a far diventare le loro storie sbagliate e i loro percorsi evolutivi strumenti per comunicare in modo efficace e con i giovani. È quello che facciamo da oltre quindici anni nelle scuole e sul territorio per contrastare bullismo e dipendenze da droga, alcol e gioco d’azzardo; inoltre, con i nostri convegni cerchiamo tutti gli anni di documentare pubblicamente i risultati raggiunti e di condividerli con autorità istituzionali, studenti universitari e comuni cittadini.

Quindi? 
«Quindi affinché la nostra cooperativa possa avere dei testimonial capaci di svolgere questo ruolo è indispensabile che i detenuti, dopo anni di training col gruppo e una volta ottenuta la misura alternativa, abbiano un lavoro e uno stipendio. Abbiamo bisogno di lavorare di più, di un maggior numero di clienti — cioè di bar, ristoranti, mense, gelaterie — ai quali portare frutta e verdura. Tra l’altro, abbiamo qualità del prodotto, velocità nelle consegne e prezzi concorrenziali. In alternativa, possiamo stipulare contratti di lavoro fra la cooperativa e aziende che abbiano bisogno di mano d’opera. Se mi permette vorrei aggiungere un’altra cosa».

Prego.
«Vorrei dire che per ogni ex delinquente che diventa cittadino, la società guadagna anche il futuro dei suoi figli. Quindi il mio appello è: scriveteci, provate a partecipare a questo progetto (mail: cooperativa@trasgressione.net – www.vocidalponte.it – www-trasgressione.net). Lavoriamo assieme».

L’articolo originale sul Corriere on line.
Ringraziamo il Corriere per la gentile concessione

Per ordini di frutta e verdura: Adriano Sannino, 389 121 9992

La complessità del male

Un intervento al liceo Modigliani di Giussano su “La complessità del male”, tema che nei prossimi mesi sarà centrale nell’indagine e nelle iniziative del Gruppo della Trasgressione.

Fra queste quella relativa al rapporto fra genitori detenuti e figli (che vedrà la collaborazione fra i detenuti del Gruppo Trsg di Bollate e i detenuti  dei due gruppi di Opera); quella che fa capo al Cineforum nel carcere di Bollate; La partita a bordo campo, del prossimo novembre.

Tutte le indagini e le iniziative nascono dalla collaborazione fra detenuti,  studenti universitari, persone la cui vita è stata dolorosamente segnata dalla follia criminale, insegnanti e comuni cittadini, figure istituzionali,  artisti (vedi il progetto con Domenico Fiumanò), esperti di settore come i partner de LO STRAPPO .

Tornai a casa

Tornai a casa
Giovan Battista della Chiave

Tornai a casa,
trovai mio padre.
Il suo sguardo domandava,
io risposi che non era giornata,
di lasciarmi perdere,
ma insisteva,
mi diceva di fare qualcosa.
Io chiudevo la porta alle mie spalle,
non ascoltavo e non mi ascoltavo.
Giravo l’angolo e al primo pusher
comperavo la mia dose.
Lui era anche spiritoso e mi gridava:
la uno, la due o la tre?
Prendevo la prima e scappavo via.

Tornai a casa e
ad aspettarmi c’era mio padre,
mi guardava con la tristezza di un padre.
Il mio sguardo non riusciva a incrociare il suo,
mi allungò una carezza,
per un attimo mi scaldò il cuore
mi lavò la mente,
l’unica cosa che riuscii a chiedere
furono dieci euro.
Poi la fuga, il solito tran tran,
giravo per le vie, i locali,
ma niente, nessuna pace.
Volevo uscire,
scappare dal mio girovagare
non ho trovato la forza.

Tornai a casa
non trovai nessuno ad aspettare
il divano era vuoto e
sul tavolo un biglietto:
siamo in ospedale,
papà sta male.
Con calma mi sedetti al tavolo,
misi la mano nella tasca
e consumai l’ultima busta.
Poi mi recai in ospedale,
ma ormai era tardi
il pendolo aveva battuto la fine.

Tornai a casa e
non c’era più nessuno,
nessuno che mi potesse aspettare.