In cerca di uno schema

Incontro  del 22/09/2026  – Via Donizetti, 8 – Milano

Come a volte accade nella vita, oggi ci siamo fermati un attimo a chiederci chi siamo e ognuno di noi ha dato la propria visione del gruppo.

Pare che il mondo sia un po’ distratto e sembra quasi che nel gruppo ci si senta spinti a partecipare per una sorta di richiamo lontano, come un’eco nascosta dal brusio contemporaneo, con tentativi a volte goffi, a volte sorprendenti, per cercare profondità, per cercare se stessi, per incontrare gli altri.

Una collega ha fatto rifermento al tempo, alla calma necessaria per porre attenzione ai propri pensieri e ritengo che sia stato un punto più che azzeccato.

Non c’è mai tempo per parlare davvero e forse quando all’improvviso ti ritrovi in mezzo ad altre persone che al contrario sono lì a dedicare il proprio tempo ad ascoltare puoi rimanere anche un po’ sorpreso.

Le parole riacquistano un valore quando ci si azzarda ad esprimere le proprie verità, ma non è certo una passeggiata.

Qualcuno, con molta più esperienza di me, ha chiarito la sua visione e senza girarci troppo intorno ha sottolineato che il gruppo è a tutti gli effetti un luogo di lavoro, intendendo non un lavoro fisico o intellettuale ma un lavoro sulla persona.

Forse ci piacerebbe trovare una ricetta definitiva a tutto ciò, ma forse è proprio la mancanza di uno schema che ci permette di uscire da quelli che già ci portiamo appresso.

Riguardo al futuro sono state espresse visioni contrastanti: c’è chi non si fida molto e si sente un po’ esasperato dall’eccessivo individualismo e chi nel fiore della giovinezza, invece, è tutto sommato positivo perché comunque ha conosciuto più brave persone che altre.

C’è chi, raccontando il suo percorso da detenuto, ha parlato di come l’identità si costruisca ogni giorno con la forza di volontà. Mi ha molto colpito la sua determinazione nel voler cambiare e come con pazienza abbia provato e riprovato a migliorarsi fino a sentirsi una persona del tutto diversa.

Una storia in particolare poi mi ha proprio stupito; quella di una persona che stava attraversando un momento  di sofferenza  intensa e che si stava chiudendo in sè stessa ma che, gradualmente, ha trovato nel gruppo la sua salvezza e ora sta molto meglio nei suoi nuovi pantaloni.

Penso che ascoltare queste esperienze accenda una sana curiosità verso le altre persone e abbia un valore inestimabile che purtroppo è spesso ignorato.

Matteo Arcuri

Verbali

Senza fretta

Incontro  del 22/09/2026  – Via Donizetti, 8 – Milano

Inevitabilmente la domanda arriva anche a me: io ce l’ho ancora fiducia nel mondo? Non riesco a rispondermi. E infatti, nel gruppo, taccio.

Questo inizio, partito da due giovani diciottenni sconosciute al gruppo, dà il via a qualcosa di molto spontaneo e, per me, molto bello: piano piano iniziano a parlare tutti.

Alessandro, un tirocinante nuovo, poi parte a mille. A mille, un po’ come va il mondo di oggi. Con le sue domande interpella soprattutto i membri che abitano il gruppo della Trasgressione da più tempo: chiede loro perché continuano a partecipare agli incontri, che cosa trovano lì, che cosa dà loro il gruppo.

Mi rimane impressa tantissimo la risposta di Beatrice. Dice che lì ha trovato un posto dove stare, dove ascoltare, dove anche solo esserci, anche quando non aveva i pantaloni belli. Quanto mi è piaciuta questa cosa. Forse proprio perché racconta qualcosa che in me risuona tantissimo: la possibilità di esserci senza dover necessariamente dimostrare qualcosa.

Io, intanto, ascolto tutti con piacere e trasporto. Continuo a tacere. Avrei voluto dire qualcosa, ma avevo talmente tante cose per la testa che non avrei nemmeno saputo da dove cominciare. Ho preferito sostare e, sulla scia della riflessione della volta scorsa, impegnarmi a “sentirmi”.

Prendo parola per ultima. E sono stata proprio felice di averlo fatto per ultima. Io, di solito, faccio fatica ad abitare il silenzio, anche il mio. Sono una che parla molto e, a volte, mi accorgo che lo faccio per la fretta di farlo, per la necessità di dire qualcosa. Quanto mi è piaciuto, invece, ascoltare senza avere in testa il pensiero: “Devo dire qualcosa di intelligente anch’io”. Stare lì, ascoltare. Alla fine prendo parola perché ho piacere di condividere almeno un pezzo di quello che mi stava frullando in testa.

Per tutto l’incontro mi era rimasto addosso il tema del tempo. Viviamo in un tempo in cui ognuno pensa ai fatti suoi. Un tempo individualista e velocissimo. Sbagli? Devi migliorare in fretta. Non sai cosa fare della tua vita? Ti conviene decidere in fretta, altrimenti perdi tempo e gli altri ti passano davanti. Hai appena finito un esame universitario? Sbrigati, perché ce n’è già un altro. E poi la tesi. E poi il resto.

Durante l’incontro una tirocinante della mia età racconta di star attraversando un periodo di crisi e un uomo che ha trascorso anni e anni in carcere le dice di avere pazienza, di prendersi del tempo per pensare, per riflettere. Questo scambio mi è piaciuto tantissimo. Proprio due uomini che hanno trascorso anni e anni della loro vita chiusi in carcere hanno parlato della necessità del tempo e della pazienza: un percorso di cambiamento, di comprensione di sé, di costruzione, ha bisogno di tempo, di lentezza. Non si può pretendere che accada tutto immediatamente.

E allora mi rimane aperta un’domanda: noi sappiamo ancora concederci tempo? Io, a ventitré anni, vedo tantissimi giovani vicino a me che corrono, cercando disperatamente di stare dietro a un mondo che corre ancora più in fretta. E forse, a forza di correre per non perdere tempo, rischiamo di non concedercene più per capire dove stiamo andando, cosa stiamo provando.

Ho chiuso il mio intervento dicendo che è soltanto la terza volta che mi siedo con questo gruppo, ma che a me sembra un luogo nel quale ci si prende del tempo. Del tempo per stare, per ascoltare l’altro, per prendere parola e, aggiungerei, anche per tacere.

Letizia Portellotto

Verbali

Guardarsi negli occhi

Incontro  del 15/09/2026  – Via Donizetti, 8 – Milano

Una delle prime sollecitazioni del prof è stata apparentemente molto semplice: dopo il racconto di un vissuto personale di un collega tirocinante ha chiesto a tutti i presenti “Cosa hai provato?”, invitandoci a rispondere limitandoci semplicemente a ciò che avevamo sentito, senza interpretare.

Mi sono resa conto immediatamente di quanto questa richiesta fosse tutt’altro che semplice. Mi veniva spontaneo cercare una spiegazione, interpretare ciò che avevo ascoltato, ragionare. È stato difficile chiedermi “io cosa ho sentito?”. Mi sono accorta di quanto sia più facile, almeno per me, utilizzare il pensiero piuttosto che sentire l’emozione.

Questo esercizio mi ha fatto riflettere su quanto siamo poco, e quanto poco soprattutto io stessa sia, abituati ad ascoltare le nostre emozioni. Riuscire a riconoscere ciò che una persona, un racconto o una qualsiasi situazione suscitano dentro di noi. È qualcosa che vorrei provare a portare con me nei prossimi incontri: sentire l’emozione e poi eventualmente cercare di comprendere, razionalizzare, spiegare.

La seconda parte dell’incontro mi ha coinvolta in maniera emotivamente più intensa. La signora Marisa è intervenuta in relazione al suicidio di Denise. Marisa aveva già preso parola nella prima parte dell’incontro, facendo riferimento anche alla propria storia personale e alla perdita della figlia.

Lo scambio che si è creato tra lei e il dott. Aparo mi ha colpita profondamente. È stato uno di quei momenti che non sono terminati insieme all’incontro: ci ho pensato durante tutto il viaggio di ritorno e anche nei giorni successivi. Tra le molte cose dette da Marisa, una in particolare continua a risuonarmi. Mi ha colpito il fatto che proprio lei, che per la propria storia avrebbe forse tutte le ragioni per definire coloro che hanno commesso determinati reati come “bestie”, sia stata invece la persona che, nel confronto con il professore, ha insistito sul fatto che siano uomini e che possono capire, cambiare, sentire.

Mi è rimasta in mente soprattutto la frase: “Sono andata in carcere la prima volta per farmi guardare negli occhi e per guardare queste persone negli occhi.”

Forse è una delle cose più interessanti, per me, ma non so ancora spiegare fino in fondo perché. Ho cercato di darle un significato, ma tornerei proprio a ciò che scrivevo prima: cercare subito una spiegazione invece di riconoscere, prima di tutto, ciò che ha suscitato in me. Ad oggi so solo che quelle parole mi hanno colpita e che l’immagine del guardarsi e farsi guardare negli occhi mi è rimasta impressa. Non è necessario riuscire a spiegare il perché, continuerò ad ascoltare questa sensazione e a custodirla nei prossimi incontri.

Letizia Portellotto

Verbali

Fuga dall’Altrove

Anywhere out of the world – N’importe où hors du monde
Charles Baudelaire

INCREDIBILE FUGA DALL’ALTROVE: IN MIGLIAIA CHIEDONO DI RITORNARE

Allarme sulle tratte spaziali: mentre dalla Terra continuano le partenze, chi ha raggiunto la destinazione più desiderata dall’umanità ora guarda altrove.

TERRA, 24 MARZO 2185. Sembrava impossibile, eppure sta accadendo. Sono ormai migliaia le richieste di rientro dall’Altrove e il numero continua a crescere, tanto che le autorità sono state costrette ad aumentare le navette sulla tratta di ritorno verso la Terra.

L’Altrove, scoperto ormai trent’anni fa, a pochi mesi di navigazione dal nostro pianeta, era stato definito il luogo che l’umanità aveva sempre cercato: una destinazione in cui finalmente trovare quella serenità che, per secoli, gli esseri umani avevano cercato da qualche altra parte.

Milioni di persone avevano fatto domanda per partire. Alcuni erano stati selezionati per le prime missioni di trasferimento, altri avevano ottenuto un posto attraverso sorteggi organizzati dal Governo, altri ancora avevano pagato somme ingenti pur di partire. Le liste d’attesa erano diventate lunghissime. Ancora oggi, a più di trent’anni dalla scoperta, per le prenotazioni delle navette in partenza si contano migliaia di richieste.

Eppure, dall’altra parte, qualcosa sta succedendo.

I primi a chiedere di tornare sembravano casi isolati, poi sono diventati sempre più. La maggior parte di loro vive sull’Altrove ormai da anni. Gli scienziati inizialmente hanno ipotizzato difficoltà di adattamento, nostalgia della Terra o aspettative deluse. Le testimonianze, però, sembrano escludere tutte queste possibilità. «Sto bene qui, davvero. Per anni non ho desiderato altro», racconta uno degli abitanti in attesa del viaggio di ritorno. «Non c’è qualcosa che mi manca. Eppure da un po’ penso spesso alla Terra. Quando ero lì desideravo essere qui. Ora mi stupisce quasi fare il contrario.»

Non tutti, però, vogliono tornare sulla Terra. In molti hanno chiesto di partecipare alle prossime missioni esplorative verso zone dello spazio ancora sconosciute. «Non tornerei indietro», spiega una donna residente sull’Altrove da quasi tre anni. «A volte guardo il cielo e penso che, da qualche parte altrove, potrei finalmente trovare la mia pace» dichiara una donna prenotata per il viaggio di ritorno.

Il fenomeno rimane ad oggi senza una spiegazione chiara. Nel frattempo, sulla Terra, le richieste per raggiungere l’Altrove non diminuiscono, nonostante le notizie sui rientri, migliaia di persone continuano a desiderare di trasferirsi laggiù.

Le navette continueranno dunque a viaggiare in entrambe le direzioni: alcune porteranno verso l’Altrove chi lo desidera da anni, altre riporteranno sulla Terra chi finalmente lo aveva raggiunto. Altre ancora partiranno verso luoghi che non hanno ancora nemmeno un nome.

Forse è proprio questo il dato che gli scienziati non avevano considerato: una volta raggiunto, anche l’Altrove diventa qui.

                                                                                                                                                                 Letizia Portellotto

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

Sbalzi Temporali

Continua a fare scalpore il caso di Ferdinand, il presunto scippatore di Via Varesina. Mentre le polemiche infiammano il campo politico, una parte del mondo scientifico che vuole credere alla sua versione non ha ancora trovato una spiegazione plausibile.

Stando alla sua stessa testimonianza, Ferdinand pedalava sulla bici in una zona di Milano nord quando improvvisamente, vedendo una ragazza assorta al telefono, decideva di avvicinarsi furtivamente per sfilarglielo e fuggire. Un gesto serrato e preciso che non ha sfiorato la vittima, la quale è stata immediatamente seminata dall’improvvisa accelerazione di Ferdinand.

L’autoproclamato malandrino racconta la scena sempre allo stesso modo: le urla rabbiose della malcapitata che tenta per giunta di inseguirlo e l’adrenalina che sale fino all’ormai celebre vampata di calore. Storia tristemente ordinaria verrebbe da dire, ma Ferdinand assicura di aver vissuto quel momento decine e decine di volte: afferma infatti che appena la vampata di calore lo raggiungeva si sarebbe ritrovato, ogni volta, indietro nel tempo di dieci minuti.

Come se non fosse già abbastanza strano, il possibile malfattore ha dichiarato che, nonostante la singolarità della situazione, lo sbalzo temporale non lo impensieriva minimamente e che, rivedendo la vittima di nuovo di fronte a lui, semplicemente non si faceva troppe domande; sentiva solo l’urgenza di lasciare corso al suo istinto predatorio. Perciò, di nuovo, si avvicinava furtivamente, sfilava il telefono dalle mani della passante e prendeva velocità con la bici senza voltarsi.  La vampata di calore lo riportava indietro nel tempo di quei dieci minuti, continuamente, intrappolandolo in una ripetizione infinita dello stesso film.

Ferdinando insiste, e racconta che dopo l’iniziale indifferenza aveva ormai imparato a memoria tutti gli insulti che la sua vittima gli tirava dietro, memorizzandone perfettamente i toni come se fosse stata una filastrocca. Descrive ancora quei momenti come una situazione tutto sommato rassicurante ma, forse da una linea temporale a noi sconosciuta, una certa inquietudine si faceva strada nella sua mente: gli sembrava di non riconoscersi più, di non poter più descrivere quello che lui era e in quel disagio crescente egli diventava ogni volta più consapevole di vivere in quella continua ripetizione una scelta che, in reeltà, era come pre-scritta.

Il giorno in cui il nostro forse delinquente è riuscito finalmente a liberarsi è passato in sordina, senza scalpore: Ferdinand ha visto un’ultima volta la passante col telefono di fronte a lui ma, anche se ancora un po’ confuso, ha deciso di fermare le bici, fare un bel respiro e cambiare strada.

Le immagini delle telecamere di sorveglianza immortalano proprio questa silenziosa rinascita. Ferdinand si è ora riappropriato del suo tempo e, sebbene per il momento continui ad autodenunciarsi, nessuno sa come proseguirà il suo percorso.

Matteo Arcuri

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

LA SPADA, anno 3452

Anno 3452, il penitenziario “La Spada” è un blocco di pietra liscia e nera che emerge come un dente marcio dalla gengiva del mondo.

Nella mia cella liscia e asettica arriva il robot della sorveglianza: “detenuto KS497, si è rifiutato di mangiare, le viene applicata la riduzione di un’ora d’aria”. La voce metallica gracchia e se ne va. A “La Spada” tutto è metallico, asettico. Siamo in celle singole e si è puniti per ogni infrazione, dopotutto, nulla sfugge agli occhi elettronici dell’IA.

Mi trovo qui a scontare l’ergastolo perché sono un anarchico secondo loro, anche se io mi definisco un patriota; lo stato ci sta opprimendo, vessando e controllando sempre di più con l’IA e io, per far aprire gli occhi alle persone, ho piazzato una bomba in una banca, togliendo la vita a tre persone e distruggendo parte dell’edificio. Non volevo uccidere nessuno, ma solo far aprire gli occhi a chi di dovere. Però si sa, nelle lotte ci sono purtroppo vittime innocenti, “danni collaterali”: normale in guerra. Il processo è durato pochi minuti. Il robot Giudice ha subito comunicato la condanna a vita ed ora sono qua, ho ventitré anni e non uscirò mai da questa scatola di cemento.

Ore 15.00, sul muro della mia cella compare un display, la voce metallica dell’altoparlante gracchia: “KS497, inizio del programma obbligatorio di consapevolezza, il mancato svolgimento comporterà l’azzeramento delle ore d’aria e l’immediata riduzione del 50% del vitto giornaliero”.

Clicco sul display e apro la cartella “scheda vittime”, dentro ci sono i profili, la vita, le storie, le foto e i video delle persone che ho ucciso. Comincio a leggere la scheda di Sara, aveva trent’anni, si era laureata in veterinaria e stava per sposarsi. Apro un suo video, appare come una ragazza sorridente e allegra. Chiudo il video e piango. Non era lei il mio obiettivo ma lo Stato.
Non riesco a proseguire e subisco le punizioni previste. Passano tre mesi prima che mi decida a riprendere il programma, questa volta lascio i video per ultimi e ricomincio da un’altra persona e con un altro compito in mente.

Apro la scheda di Roberto, è un uomo di quarant’anni e si trovava in banca per chiedere un prestito. Inizio con i compiti scritti: scrivere almeno dieci pagine sulla vita di Roberto. Svolgo i compiti ogni giorno, sono così tanti che per finire anche solo quelli di Roberto impiego due anni. Mancano solo i video da guardare; con un nodo alla gola ne apro uno, Roberto ha in braccio il nipotino, ride, scherza e gioca con lui. “Il nonno chiederà un prestito per aiutare mamma e papà a comprare casa”, dice. Piango ma finisco di guardare il video. Quella notte mi alzo e termino la biografia di Roberto: Roberto era un nonno amorevole e un padre premuroso e io gli ho tolto il respiro.

Da quel giorno mi impegno ancora di più e nel giro di cinque anni finisco i compiti su Roberto e Sara. Il compito più arduo però è Giulia. Sara era incinta al momento dell’esplosione, lei e Andrea, il suo compagno, avevano già scelto il nome perché Giulia sarebbe nata entro pochi giorni. Impiego dieci anni per ricostruire tutta la vita che poteva essere di Giulia: Giulia anima bianca, ti ho rubato il futuro con il mio gesto scellerato e questo sarà la mia tomba per le lucciole.

Sono in carcere da diciotto anni: ho appena concluso e inviato l’ultimo compito su Giulia e la voce metallica gracchia: “detenuto KS497, è aperta la possibilità di lavorare in biblioteca”.
Inizio a lavorare in biblioteca, le persone entrano una alla volta e parlano poco, ormai abbiamo perso l’abitudine e la voglia di parlare.

Dopo cinque anni, un giorno la voce metallica gracchia: “detenuto KS497, presentarsi alla sala colloqui”. Non so chi possa essere, non ho mai avuto visite. La porta si apre e vedo un uomo in carrozzina, affiancato da due guardie robot.

Francesco mi guarda prima in silenzio, poi mi chiede: “Sai chi sono?”, faccio cenno di no con la testa.

“Ero nella banca quando hai fatto esplodere la bomba. Volevo vederti, sapere da te perché lo hai fatto”, mi dice.
“Io… non volevo. Il nemico era lo Stato, l’I.A., il controllo. Era per far aprire gli occhi… Mi dispiace, mi dispiace tanto.”
“Ho capito, per te eravamo vittime collaterali, pedine sacrificabili. L’esplosione mi ha mutilato, ho perso tutto e ti ho odiato. Poi, senza giustificare nulla del tuo gesto, ti ho perdonato, perché l’odio verso di te mi avvelenava l’anima. E così ho ripreso a vivere, ora aiuto i bambini facendo l’insegnante di sostegno, mi sono sposato e ho avuto figli. Ho chiesto di venire qui perché volevo dirti di persona che ti perdono.”

Scoppio a piangere, Francesco va via. Torno nella mia cella. Quella notte scrivo e riscrivo i loro nomi: Francesco, Roberto, Sara, Giulia, vi chiedo perdono.

La vita nel penitenziario continua: mi alzo, vado al lavoro e, da quel giorno, tutte le sere prima di dormire ripeto i loro nomi come un mantra.

Sono in carcere da quarantacinque anni: il ragazzo che guardavo nello specchio ha lasciato spazio a un uomo che non conosco.
Quindici anni fa, dopo una laurea in legge, ho avuto il permesso di fare lo scrivano; ora scrivo le istanze per i detenuti e mi rapporto con la direzione cercando di ottenere piccole clemenze per loro conto. Tutte le sere recito il mantra.

Una mattina mi sveglio e sono chiamato in infermeria. Il medico robot è diretto: cancro alla testa del pancreas, avviata terapia del dolore, aspettativa di vita inferiore a sedici mesi.

L’unica cosa che chiedo è se posso continuare a lavorare. Giorno dopo giorno mi alzo e vado a lavorare sempre più stanco, sempre più affaticato, ma tutte le sere ripeto il mio mantra.

Dopo otto mesi, un giorno mentre sono al lavoro, ho un collasso. Mi risveglio nell’ospedale, dove una guardia robot parla con un medico robot; mi portano ad un piano dove non ci sono sbarre: è l’area dell’ospedale degli uomini liberi. Guardo dalla finestra e dico: “Francesco, Roberto, Sara, Giulia, chiedo il vostro perdono. Ho provato a fare del bene con il mio lavoro. Vengo da voi.” Chiudo gli occhi.

“Detenuto KS497 deceduto alle ore 18.05”.

Gli occhi bruciano, sento una voce metallica: “fine simulazione ergastolo per il soggetto KS497. Il soggetto è stato completamente riabilitato”.

Sono seduto su una poltrona e un dottore in camice bianco mi guarda.
“Ma cosa è successo, dove mi trovo?” dico.
“Lei è nel carcere e le è appena stato somministrato il programma di correzione” risponde il medico.
“Programma di correzione?”
“Sì, è una simulazione che il suo cervello ha vissuto realmente e che consente allo Stato di non sprecare la sua vita biologica”.
“Ma io sono stato in carcere 45 anni, ho incontrato Francesco, ho scritto su Roberto, Sara, Giulia, ero bibliotecario e scrivano per conto dei detenuti…”.
“Lei ha vissuto tutto questo a livello cerebrale, ma quei 45 anni non sono mai trascorsi realmente. Dal giorno dell’attentato e del suo arresto sono passati solo 3 giorni. Perché la prigione più forte è nella mente”.

E così vengo congedato, mi fanno uscire e mi vengono dati una casa e un lavoro. Sono reinserito nella società come uomo libero. Provo una sensazione strana: quei 45 anni li ho vissuti tutti e ricordo ogni cosa.

Ora lavoro in banca, in una sede della stessa filiale che volevo distruggere per scuotere il sistema. Di quel carcere, di quei 45 anni, solo io avrò ricordo e saprò che sono esistiti.

Ogni sera, prima di dormire, ripeto ancora i loro nomi: Francesco, Roberto, Sara, Giulia. Vi chiedo, perdonatemi.

Vincenzo Solli

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

Sul trasfert

Sono Domenico Mazzitelli, detenuto al carcere di Opera con pena all’ergastolo e frequento da tanti anni il Gruppo della Trasgressione.
Il dott. Aparo, ogni mercoledì, ci intavola tematiche sulle quali ognuno di noi esprime i propri punti di vista; la settimana scorsa ci ha parlato di transfert. Ho riflettuto sul punto, così mi sono deciso a scrivere qualcosa che spero diventi un argomento da discutere insieme al tavolo.

Il transfert è un processo invisibile attraverso cui un dolore mai elaborato cambia bersaglio. Non scompare, non si spegne: si sposta. Un bambino cresce in una casa dove la figura che dovrebbe proteggerlo è la stessa che lo ferisce. Il padre lo umilia, lo picchia, lo terrorizza. Ogni insulto diventa una cicatrice, ogni abuso un mattone che contribuisce a innalzare un muro dentro di lui. Da piccolo non può reagire, è troppo debole, troppo dipendente e troppo spaventato.

Così la rabbia resta intrappolata. Con il passare degli anni quell’odio verso il padre diventa parte della sua identità. Mentre gli altri costruiscono relazioni, lui coltiva rancore. Dentro di sé continua a rivivere le stesse scene, come in un film che non smette mai di essere proiettato. Da adulto, il padre non è più presente oppure non rappresenta più una minaccia reale, ma la rabbia è ancora lì, intatta. Non avendo mai trovato uno sfogo serio o una possibilità di guarigione, cerca una via d’uscita.

È qui che nasce il transfert: il bersaglio originale viene sostituito da altri individui. Le persone che incontra diventano simboli inconsci del padre che ha odiato per tutta la vita; un’offesa minima viene percepita come un’aggressione. La reazione non è proporzionata al presente perché appartiene al passato.

Quando esplode, la sua violenza non è diretta soltanto contro le vittime che ha davanti; in realtà egli sta combattendo contro il fantasma del padre che continua a vivere nella sua mente. Ogni atto criminale diventa un tentativo distorto di vendicarsi di chi gli ha rubato l’infanzia. Tuttavia la vendetta non funziona, nessuna vittima potrà sostituire davvero il responsabile originario del suo dolore.

Una persona ferita trasforma la propria sofferenza in sofferenza per gli altri. Il trauma iniziale non viene risolto ma replicato. Le vittime cambiano mentre la rabbia resta la stessa.

Questa dinamica mostra come gli abusi infantili possano generare conseguenze profonde e durature. Non tutti coloro che subiscono violenza diventano violenti, ma quando il trauma viene represso o alimentato dall’isolamento, può trasformarsi in una forza distruttiva capace di deformare la percezione della realtà e delle relazioni umane.

Il transfert, in questo contesto, è il passaggio del dolore da una persona all’altra, un’eredità tossica che si muove attraverso la rabbia, finché qualcuno non riesce a interrompere il circolo.

Questi processi non si verificano solo tra le mura domestiche, ma anche nelle scuole, sui social, nei rioni in degrado dove si creano i branchi e si pratica bullismo su ragazzi più deboli o problematici.

Credo che vada fatta più prevenzione dalle istituzioni con personale competente, aiutando i ragazzi nelle loro problematiche ed evitando il cammino verso la devianza, perché purtroppo aumenta sempre di più la piaga sociale della criminalità.

Domenico Mazzitelli

Percorsi della Devianza

TRASGRESSIONE

ln un luogo di dolore
come la vita spesso è
Attraversiamo uno spazio difficile
pieno d’insidie e di illusioni

E trasgredire è necessità
svincolarsi da una vita scontata
affrontando il rischio
di cadere e perdersi

Perché trasgredire è vita,
ma trasgredire bene non è facile
malati come siamo da un ego senza limiti
perché trasgredire bene chiede di soffrire e di ridursi

Accettando l’altro
amando l’altro
che comporta decentrarci
per ascoltare in profondità

La voce di chi ci sta accanto
le sue necessità e i suoi bisogni
che sono spesso anche i nostri
gli stessi di tutti

Perché trasgredire nel bene
è in fondo volersi bene

Paolo Romagnoli

Carcere di San Vittore, 25-05-2026

Le ore passate a San Vittore il 25 maggio mi hanno fatto riflettere molto su cosa significhi davvero “fare gruppo” in un posto del genere. La cosa che più mi affascina del Gruppo della Trasgressione è la totale assenza di forzature: vedere dei detenuti entrati in stanza per puro errore che poi, senza che nessuno dica nulla, decidono di fermarsi fino alla fine e promettono persino di tornare, fa capire quanto quel posto sia magnetico. C’è un bisogno di ascolto pazzesco, che si attiva da solo non
appena si inizia a parlare.

Il primo a prendere la parola è stato Aziz, il più giovane del gruppo, con una confessione pesante: la solitudine lo schiaccia anche in mezzo a una stanza piena di gente. Ha descritto la sua vita come un corridoio di porte sbarrate con le chiavi cadute a terra: un’immagine fortissima, quasi rassegnata.
Eppure, sotto quella corazza, i suoi desideri sono disarmanti nella loro normalità: una casa, un lavoro, zero casini.

Il Prof ha fatto un ottimo lavoro da “ancora di salvataggio”, spronandolo a
non buttare via gli anni dentro e a usarli per piantare paletti solidi per quando uscirà, senza però fargli sconti sul fatto che la realtà attuale è solo il conto delle sue azioni.

Dopodiché c’è stato spazio per le presentazioni, data la presenza di persone nuove. Anche questo passaggio mi è piaciuto molto, perché nessuno si è nascosto dietro un copione o frasi fatte. Al contrario, ognuno ha usato quel momento per dare una definizione personalissima del laboratorio.

È emerso chiaramente che il cambiamento non è un regalo, ma un
investimento quotidiano che richiede una costanza infinita.
La storia che mi è rimasta più impressa, però, è quella del permesso d’uscita di Ivano per il convegno: il Prof Aparo era riuscito a portarlo fuori e lui si è ritrovato sul marciapiede a fumare, da solo, con la concreta possibilità di scappare. Il fatto che non ci abbia pensato nemmeno per un secondo, semplicemente perché si sentiva parte di un’identità nuova e non voleva deludere il Prof o la persona che stava diventando, racchiude il senso profondo dell’intero progetto.

Alla fine, ascoltare gli altri diventa un modo potente per guardarsi dentro e decifrare i propri pezzi mancanti. Giornate come questa dimostrano che quando la riflessione diventa collettiva si crea un’energia pulita, l’unica capace di far nascere un desiderio reale di voltare pagina.

Sofia Carmen Peronace

Verbali

Il crimine boomerang

Carcere di Opera, 20/05/26

In questa giornata ad Opera abbiamo affrontato diverse tematiche interessanti. Innanzitutto è emersa una frase, detta da uno dei detenuti, che mi ha colpito molto: “Non esistono persone cattive o persone buone, esistono scelte cattive e scelte buone”. Lì per lì sembra quasi uno slogan scontato, ma sentire questo concetto da chi sta scontando un ergastolo per omicidio cambia completamente la prospettiva.

Noi passiamo la vita a dividere il mondo in buoni e cattivi per sentirci al sicuro, ma la realtà è che siamo solo il risultato delle nostre azioni.

Subito dopo, però, è venuto fuori un dubbio ancora più profondo e decisamente più enigmatico: “ma si diventa assassini per le circostanze o è qualcosa che ha sempre vissuto dentro di noi, nascosto nell’ombra?” Nel caso di cui parliamo, la vendetta per l’uccisione del padre sembrava un binario già scritto.

Eppure, la violenza si è rivelata un’illusione totale: chi ha ucciso ha ammesso che, dopo l’omicidio, non ha provato né piacere né soddisfazione. Solo il vuoto. La vendetta non ripara un bel niente, allarga solo la ferita.

Quando poi gli è stato chiesto se avesse fatto bene o male, la risposta è stata un “Male” secco, ma motivato in un modo che mi ha spiazzata per la sua devastante semplicità: “Non ho voluto bene a me stesso, e non ho voluto bene alla mia famiglia”.

Questa cosa mi ha fatto riflettere molto. Il male, prima ancora di essere un reato da codice penale, è un atto di profondo disamore verso se stessi. Pensando di difendere l’onore della sua famiglia, quest’uomo ha finito per infliggere ai suoi cari un dolore ancora più grande, distruggendo contemporaneamente anche la propria vita. Il crimine è un boomerang, colpisce in entrambe le direzioni.

Alla fine siamo tornati a parlare di noi, di quanto siamo spesso ipocriti: diciamo una cosa e poi ne facciamo un’altra, recitando una parte che non coincide con le nostre azioni quotidiane. Però, in mezzo a tutta questa ipocrisia, mi è rimasta impressa una bellissima domanda aperta, che sa quasi di speranza: “com’è possibile che, nonostante tutto, a volte ci vengano in mente brutti pensieri ma qualcosa dentro ci freni dal metterli in pratica? Forse perché la nostra persona ha comunque una morale da seguire?”.

Secondo me la verità è proprio questa: non perdiamo mai del tutto la nostra bussola interna. Persino nel posto più buio e dopo l’errore più grande, la coscienza continua a lavorare e a chiederci chi vogliamo essere davvero. Il confine tra una vita normale e il baratro alla fine è sottilissimo, basta un secondo e la risposta d’impulso sbagliata. Ma finché si è capaci di guardarsi dentro con questa spietata onestà, c’è sempre la possibilità di ricostruire un senso, persino dietro le sbarre.

Sofia Carmen Peronace

San Vittore, di Paolo Donati, Alessandro Radici e la Trsg.band

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà