Un laboratorio

Opera, 28/10/2026 – Alta Sicurezza

Questa mattina sono partita per Opera sapendo che avremmo letto “Tra il mostro e il pulcino”, lo scritto che avevo prodotto a partire dall’incontro del 7 ottobre. Non posso negare di aver provato un po’ di preoccupazione: temevo che il detenuto che quel giorno aveva condiviso la propria storia, e del cui racconto avevo ripreso alcuni passaggi per esprimere pensieri ed emozioni, potesse in qualche modo sentirsi giudicato.

Ho letto il mio scritto all’inizio dell’incontro, preceduto da una premessa del Professore, che ci ha ricordato come, a partire da quanto accaduto il 7 ottobre, avremmo continuato a “lavorare di fino”. L’intento era quello di provare a ricostruire, senza delle formule specifiche, ma attraverso il confronto e la libertà di esprimerci, come si diffonda il male, l’abuso, il degrado, cercando però di non cadere nell’errore di guardare all’altro come un mostro o un pulcino.

Terminata la lettura, Rocco (l’autore dello scritto che aveva dato avvio al dibattito della riunione precedente e poi al mio verbale), prende la parola, ribadendo ancora una volta di non avere nulla a che fare con quell’omicidio.

Aparo chiarisce con pazienza che non è questo il punto: l’obiettivo non è stabilire colpe o responsabilità giuridiche, ma provare a ragionare insieme, come gruppo, su come il contributo di ciascuno al degrado possa ridurre la libertà di tutti (vittime e autori di reato), alimentando la diffusione del “male”. All’interno del gruppo, infatti, non c’è l’interesse di giudicare l’Altro, né sul piano morale né, tantomeno, su quello giuridico. Le colpe del passato non possono essere giudicate oggi nello stesso modo e, soprattutto, al Gruppo della Trasgressione non interessa questo: interessa crescere insieme, diventare uomini; interessa favorire la comprensione e l’accettazione dei propri comportamenti e del doppio peso che questi portano con sé.

Ho trovato bellissima la metafora del doppio peso: quello sulla bilancia della giustizia e quello sul mondo, sulla libertà altrui. Il tentativo che Aparo stava facendo, a partire dalle mie riflessioni sul racconto del detenuto, era quello di recuperare l’uomo. Non il pulcino, non il mostro.

E allora, chiede: “Come ci si sente uomini?” Appropriandosi, piano piano, lungo un percorso lungo e difficile, delle proprie responsabilità.

UN LABORATORIO DI FINO

Da questo momento è successo qualcosa che per me è stato bellissimo: tantissimi detenuti hanno preso parola. Il primo a intervenire, anche lui condannato all’ergastolo per omicidio, si rivolge al detenuto che aveva condiviso la propria storia, ringraziandolo e riconoscendogli il coraggio di essersi raccontato davanti al gruppo. Poi aggiunge che “per costruire un mosaico, servono tante tessere”, con questa metafora sembra voler lanciare uno spunto di riflessione, invitando indirettamente il detenuto ad una più profonda messa in discussione.

A questo punto, però, l’autore dello scritto reagisce mettendosi un po’ sulla difensiva: ci dice che con il suo scritto voleva solo raccontarsi e che non desiderava essere giudicato. Io e un’altra persona seduta al tavolo siamo poi tornati su questo passaggio per dare il nostro punto di vista. Probabilmente Rocco stava, comprensibilmente, cercando di proteggersi, di difendersi. Certo è, come ho provato a spiegare più avanti, che quando si decide di portare uno scritto e leggerlo al gruppo, lo si mette a disposizione di tutti coloro che siedono al tavolo. Si “regala” la propria storia al gruppo, ed è certamente un gesto di grande coraggio.

Allo stesso tempo, però, bisogna accettare che quella storia susciti negli altri pensieri, opinioni, riflessioni ed emozioni. Il mio scritto nasceva proprio da lì. Dopo aver ascoltato con attenzione la sua storia, dentro di me si erano mosse emozioni e riflessioni. Ed è proprio questo, credo, il bello del gruppo, ciò che permette a tutti di crescere. Dall’altra parte, anche per me leggere quello scritto ha significato mettermi in gioco. Parlare al gruppo significa esporsi, condividere pensieri che, una volta espressi, diventano a disposizione degli altri.

Intervengono poi tanti altri membri del gruppo.

Massimo sottolinea che lo scritto del detenuto era stato accolto e che, già questo, per lui rappresenta qualcosa di bello: la possibilità di essere ascoltato. Poi gli dice una cosa che ho trovato molto profonda, gli dice “tu interessi” (al gruppo). Ed è proprio per questo che nessuno vuole trattarlo come un pulcino, perché lui ci interessa come uomo.

Un altro detenuto, Ciro, porta poi un contributo altrettanto potente: racconta che anche a lui era capitato che durante un incontro qualcuno leggesse un racconto che lo vedeva protagonista, inizialmente, si era sentito giudicato, additato. Con il tempo, però, ha capito che quelle parole gli erano servite. E aggiunge che anche questa discussione servirà.

Questo contributo mi ha confortata molto, mi ha fatto molto piacere che qualcuno che aveva già vissuto un’esperienza simile abbia deciso, innanzitutto, di mettere a disposizione del gruppo la propria esperienza e poi le sue parole mi hanno offerto una testimonianza concreta del fatto che, forse, il confronto che stavamo portando avanti avrebbe potuto davvero servire.

Mi hanno colpita anche le parole di un detenuto che racconta come, inizialmente, non volesse partecipare al gruppo della Trasgressione, sapendo che era frequentato da persone che avevano commesso omicidi, mentre lui si sentiva “solo” uno spacciatore. Questa differenza lo aveva inizialmente portato a prendere le distanze dagli altri detenuti, poi, con il tempo, attraverso il confronto e il lavoro di gruppo, ha compreso di avere anche lui una parte di responsabilità nella diffusione del “male”. Oggi Michelangelo è un uomo che riconosce come anche le proprie azioni, seppur diverse da quelle di chi ha commesso un omicidio, abbiano contribuito ad alimentare quel sistema di degrado sul quale stavamo riflettendo.

Verso la fine dell’incontro prende poi parola un detenuto con una storia simile a quella dell’uomo di cui parlavo nel mio scritto. Christian racconta che, quando era stato arrestato, si sentiva innocente. Dentro di sé pensava davvero: “Io ho fornito soltanto un mezzo”. Oggi, invece, racconta di aver compreso le proprie responsabilità, riconoscendo di aver fatto parte di un sistema che contribuiva alla diffusione del degrado. Dice di vivere l’oggi, consapevole che il suo presente è lì, in carcere e cerca di viverlo traendone ciò che di buono può offrire e, quando possibile, mettendo quel buono a disposizione degli altri. Perché, in fondo, dice, la vita è bella. (Nei giorni scorsi Christian ha chiesto alla direzione di Opera di poter mettere la propria riflessione critica e la propria esperienza di rinnovamento al servizio dei tanti detenuti che in carcere vivono dentro la gabbia della loro condanna, senza dare e/o trovare ossigeno per la propria coscienza)

È stato un incontro bello per tante ragioni. Prima di tutto, perché ho sperimentato in prima persona la possibilità di esprimermi liberamente, nonostante in partenza fossi un po’ preoccupata. Ho capito davvero che al gruppo si possono portare i propri pensieri e le proprie emozioni, senza temere, e che è proprio da questo confronto ricco di emotività e di sincerità che può nascere qualcosa di costruttivo. Ciò che ho apprezzato particolarmente è stato il clima che si è creato: la partecipazione di così tante persone, la libertà, la voglia di ragionare insieme e di stimolare riflessioni nell’Altro mettendo a disposizione le proprie.

Come il Professore ha ribadito più volte durante l’incontro, quello che stavamo facendo non era rivolto soltanto al detenuto da cui era partita la riflessione, ma era un lavoro al servizio di tutti. Ognuno attraverso le parole degli altri ha potuto portarsi a casa qualcosa. È proprio per questo che credo di aver sentito “il gruppo”. Non intendo un insieme di persone sedute ad un tavolo, ma piuttosto qualcosa che prende forma dentro un’atmosfera di libertà di espressione, di confronto e rispetto, dove ciascuno sceglie di mettersi a disposizione degli altri.

Durante l’incontro, un detenuto, Massimiliano,  ha utilizzato la parola laboratorio per riferirsi al gruppo della Trasgressione, termine che Aparo ha voluto evidenziare, sottolineandone il valore.

Mi ha fatto riflettere: spesso sento che i detenuti chiamano il gruppo “corso”, ma direi che “laboratorio” è una parola molto più adatta. Un laboratorio è un luogo in cui, attraverso il lavoro, si crea, si costruisce. È una parola che mi evoca proprio l’immagine di un artigiano che, con il proprio lavoro, dà vita a qualcosa. E questo, in qualche modo, è ciò che accade attorno al tavolo della Trasgressione.

Torno così ad un concetto sul quale avevo già scritto, ma che oggi credo di aver compreso un po’ di più: è attraverso la possibilità di mettersi in discussione e di contribuire alla crescita dell’Altro che diventiamo tutti un po’ più uomini. Il Professore ha detto che il suo obiettivo è recuperare l’uomo e allora forse è proprio questa la parola giusta: laboratorio. Un luogo in cui, insieme, si prova a “dare forma nuova all’uomo”.

Letizia Portellotto

Verbali – Percorsi della devianza

Il peso delle parole

In anni di  carcerazione non avevo mai riflettuto sul dolore che causava la reclusione in carcere, proprio per evadere dalla mia reclusione personale. Mi dicevo che comunque il reato lo avevo fatto e che, a conti fatti, dovevo scontare la pena inflitta.

Oggi ho cambiato pensiero, ma solo perché il Gruppo mi ha permesso di costruire nuove strade di riflessione, oggi so cosa è l’abuso, riconosco la rabbia, il rancore, la vendetta, tutti sentimenti che negli anni mi hanno portato a commettere reati e ad avere una scusa per me plausibile per non sentirmi in colpa.

La stessa modalità la adottavo nella vita di tutti i giorni per non sentirmi recluso e se alle volta andavo giù di morale lo superavo cullandomi sempre come avevo imparato a fare, mi dicevo che è giusto pagare. Ma il punto è che mi imbrogliavo.

Oggi a 51 anni, ho imparato che il reato ferisce altre persone e che la collettività ne risente e si sente meno sicura; riconosco che ho fatto abuso ai danni di persone che non lo meritavano, pensavo che vendicarmi con tutto il  mio rancore mi desse la possibilità di rimettere le cose in pari e così ho trascorso 22 anni in carcere.

La svolta penso sia stata l’istruzione che il dottor Angelo Aparo negli anni mi ha dato e anche le persone che fanno parte del Gruppo, persone oggi presenti e persone che non ci sono più,

Mi piace ricordare Pasquale Forti che è stato sempre presente al Gruppo e che già nel 2007 mi diceva. “vieni al Gruppo che imparerai a non guardare gli stupidi” e Curzio, un altro componente del Gruppo, anche lui morto per un eccesso di droga, cultore di Dostovjeski ed altri amici e compagni che non ce l’hanno fatta.

Ecco a cosa servono i reati la droga, gli eccessi, spengono le vite e distruggono le altre di persone che non lo hanno chiesto ma che si trovano a combattere per uscire dal dolore. E non basta dire che è andata cosi, è finita così, che era destino.

No, non è vero; bisogna conoscere per capire; la rivoluzione, è sicuro, è avere acquisito negli anni  la consapevolezza e il peso delle parole, e la responsabilità delle azioni a danno degli altri mi rende consapevole della parola.

Il reato non è un “lavoro” (come siamo abituati a chiamarlo noi in carcere), l’abuso, la rabbia, il rancore e la vendetta non sono la soluzione.

Invece la conoscenza, l’accettazione possono essere la rivoluzione; tanti  di noi non lo sanno ancora, o non lo accettano ma di sicuro sono gli strumenti che portano al cambiamento.

Non è facile  riconoscere tutti questi elementi, ma con pazienza e impegno ci si arriva. E’ lì che si rivoluziona la vita, non senti più il bisogno di vendetta, non hai più sentimenti di rancore; è come se ti si aprisse un mondo nuovo in cui non vedi l’ora di entrare, senti il bisogno di dare il tuo contributo, vivi una sensazione nuova per cui non pensi più alle vecchie soluzioni, ma vuoi rimetterti in gioco con tutto te stesso; cambiano gli obbiettivi e la meta, la senti, è proprio la rivoluzione che ti spinge verso soluzioni che avevi sempre a portata di mano e che non riuscivi a vedere.

Grazie per l’ascolto
Gaetano Viavattene

Lo scopo del dolore… –  Percorsi della devianza e trame di libertà
Pasquale Forti a San Vittore, Concerto della Trsg.band, Marzo 2008

Strade della devianza

Che cosa porta una persona a imboccare la strada della devianza? È una domanda complessa, di quelle a cui spesso si tenta di dare risposte frettolose, quasi per esorcizzare l’idea che certe fratture possano riguardare chiunque di noi.

L’incontro di ieri a San Vittore si è aperto proprio da qui, quando un detenuto nuovo al gruppo ha chiesto apertamente quale fosse il senso di trovarsi lì e a che cosa servissero quegli incontri.

La risposta del professore ha toccato radici lontane: la sua attività nasce quasi cinquant’anni fa, dal bisogno di capire quali siano gli ingredienti che conducono alla devianza. E alla domanda inevitabile di chi gli ha chiesto se dopo 47 anni lo abbia finalmente compreso, egli non ha proposto una teoria astratta, ma piuttosto un elenco di ingredienti, tra questi: la voglia di rivalsa,  il rancore verso l’autorità, il sentimento della vendetta,l’assuefazione all’abuso, il callo sulla coscienza.

L’abitudine al crimine porta con sé un meccanismo importante: quando commettere reati diventa una consuetudine, si finisce per perdere di vista persino il motivo originario di quella vendetta che pure continua a covare sotto la superficie. Si genera così una progressiva insensibilità verso l’altro e si scivola nello stile di vita deviante via via che l’abuso ai danni della vittima anestetizza la percezione del danno arrecato a chi si ha di fronte, direttamente o indirettamente.

Il discorso si è quindi allargato alle radici di questa durezza, toccando i contesti familiari compromessi, segnati dalla violenza quotidiana, dalla precarietà, dall’aggressività o da genitori a loro volta devianti.

Dal gruppo è emersa anche una riflessione su quanto le risposte del contesto sociale possano a volte apparire contraddittorie o lasciare zone d’ombra. Su questo punto il professore ha voluto tracciare una distinzione netta: criticare le storture della società è legittimo per chi spende il proprio tempo, a volte una vita intera, cercando di comprenderle e di combatterle; chi invece commette reati non può arrogarsi lo stesso diritto, perché attraverso il crimine bada semplicemente al proprio tornaconto personale mentre contribuisce al degrado sociale

Un detenuto ha poi fatto l’esempio del gioco d’azzardo per sostenere che spesso chi cade vittima di certi abusi lo fa consapevolmente, conoscendo benissimo il rischio di ciò a cui sta andando incontro.

La replica del professore ha aperto uno squarcio diverso: la mente umana, mossa dai propri bisogni e dalle proprie fragilità, è la prima a mentire a se stessa. Accade un po’ come nella truffa, dove chi inganna fa leva proprio sull’autoinganno della vittima, stringendo con quest’ultima una sorta di tacita alleanza.

Adam, un detenuto molto giovane, ha definito queste fragilità come l’esca perfetta per cadere dentro una trappola, tendendo a giudicare ingenuo chi ci casca piuttosto che riflettere su chi architetta il raggiro. È bastata però una domanda semplice di un compagno per richiamarlo alla differenza tra fragilità e ingenuità: «E se domani dall’altra parte ci fosse tuo figlio?». Il silenzio e il cenno del capo con cui Adam ha accolto quella prospettiva hanno cambiato l’aria nella stanza.

Resta addosso la sensazione che non esista una formula unica per spiegare la devianza: ci sono percorsi diversi, storie che si biforcano e si intrecciano generando destini differenti. Eppure, al di là delle nostre diverse posizioni e delle distanze che la vita ha scavato, trovarsi attorno allo stesso tavolo e continuare ad ascoltarsi resta forse l’unico modo per provare a comprendere qualcosa di più.

Margherita Valliti

      San Vittore
Verbali – Percorsi della devianza

Il ritorno di Sisifo

I miti dell’antica Grecia hanno la straordinaria caratteristica di essere senza tempo. Sono come delle istantanee che in realtà non ci raccontano la storia di un tempo specifico, ma che ci portano invece in un mondo ideale dove l’essere umano è rappresentato nella sua essenza, l’essenza che condivide con tutti i suoi simili nonostante le differenze individuali.

Il mito greco è qualcosa in cui la mente si può letteralmente tuffare alla ricerca di se stessa e così, queste persone vissute così tanti anni prima di noi, sembrano conoscerci alla perfezione.

Una volta un filosofo mi ha detto che noi li chiamiamo “popoli antichi” ma a pensarci bene le civiltà antiche avevano una mente molto più giovane della nostra, che invece abbiamo alle spalle altre decine e decine di secoli con tutti i fatti e tutte le conseguenze che si portano appresso.

Posso dire che, sebbene ne avessi già sentito parlare, ho incontrato nuovamente il mito di Sisifo al Gruppo della Trasgressione, dove l’ho conosciuto e visto con straordinaria chiarezza.

Il Gruppo interpreta e reinterpreta il Sisifo da decenni e con il passare degli anni, il potere del teatro e della lettura psicoanalitica ha portato alla luce un tesoro inestimabile di significati profondi, che hanno aiutato moltissime persone a risollevare la propria esistenza e a coltivare la propria consapevolezza.

Sisifo è il Re di Corinto, ma per me è innanzitutto un essere umano che deve prendere delle decisioni e che si trova a dover portare avanti la città in una situazione di grave siccità: una persona quindi, che deve andare avanti in un mondo che però è privo delle risorse minime che gli occorrerebbero.

Sisifo si rivolge agli Dei per chiedere l’acqua, ma non riesce a risolvere il problema perché viene sostanzialmente ignorato da essi, sembra infatti che gli Dei stiano pensando ad altro.

Ritengo che questo passaggio sia uno dei momenti cruciali perché è proprio in una situazione del genere che si avverte quel senso annichilente di ingiustizia; che rimane semplicemente irrisolto.

Sisifo deve risolvere un problema al quale non può sfuggire: lui ed il suo popolo non hanno acqua e arrendersi significherebbe morire e intanto vive in un mondo in cui gli Dei traggono beneficio dal potere, ma non hanno nessuna intenzione di utilizzare quel potere a beneficio di chi invece ne avrebbe bisogno per sopravvivere.

E allora accade che Sisifo, forse guidato più dall’istinto che da una scelta razionale, si concede di ricattare gli Dei per ottenere ciò di cui necessita.

Ma è proprio qui che quel senso di ingiustizia, che stava già nel vissuto di Sisifo, arriva alle sue conseguenze perché, io dico, è proprio per questo senso di ingiustizia che Sisifo perde di vista le necessità della città e viene invece “ubriacato” dalla nuova sensazione di potere: la sua mente non è più rivolta alla ricerca dell’acqua, ma alla ricerca di potere.

E allora mi chiedo, andando in quel mondo delle idee che gli antichi greci hanno rappresentato in tutta la sua grandezza, la pietra che poi Sisifo è condannato a portare e riportare in eterno non è un po’ come questa ricerca di potere fine a se stesso?

Matteo Arcuri

Il mito di Sisifo

La nostra farina

C’era un avvocato in un bar che ad un certo punto, discutendo sulle sorti del mondo, ha detto:”ci vorrebbe più umanità!”. Sappiamo tutti che è un modo di dire piuttosto comune e tutti abbiamo in mente delle immagini ben precise quando lo sentiamo dire.

Si, è vero che l’essere umano è capace di contemplare dimensioni più elevate di se stesso ma sappiamo  anche  che  è altrettanto capace  di cose ben lontane dall’essere edificanti. E allora verrebbe da obiettare che va bene l’umanità, ma in effetti dovremmo considerare bene  di cosa è fatta questa umanità e di come essa si possa sviluppare in un modo piuttosto che in un’altro.

Ho immaginato per un attimo un alieno passare dal pianeta che abitiamo: sorvolando qua e là vedrebbe società e nazioni piuttosto complesse ed estese ma anche terribili guerre e aree di caos e violenza. Vedrebbe, sempre l’alieno, situazioni in cui l’autorità si impegna a costruire cooperazione e comprensione reciproca e altri contesti dove invece l’autorità ha dato luogo a un abisso di potere  nel quale l’unico modo per sopravvivere è la violenza e la distruzione dell’altro.

E quindi, cosa guida davvero le nostre scelte morali? Personalmente, ritengo che nessuno degli interventi di oggi sia stato pessimista, anzi, l’impressione vivida che ho avuto è stata di bellezza, di ricchezza di sfaccettature dell’esperienza umana.

Un insegnante di religione ha ragionato su come  la coscienza sia la chiave di tutto e di come essa possa consentire di avere una visione ordinata del mondo e forse di intuire l’esistenza di Dio.

Una collega ha fatto riferimento alla funzione della società come ambiente dove l’individuo, se compreso e valorizzato, riesce a costruirsi uno spessore e quindi una condotta che consolidi la sua caratura morale.

Nella mia visione, forse un po’ terra-terra, mi sembra che abbiamo già abbastanza problemi e che sarebbe meglio tentare di non fare altri danni, perché conviviamo nella stessa barca ed è meglio cercare di collaborare. Possiamo affrontare le nostre pulsioni aggressive, possiamo essere morali.

Un intervento illuminante è stato quello di due ex detenuti del Gruppo della Trasgressione, mi sta dando davvero tanto da riflettere: per qualcuno che ha vissuto la violenza, per qualcuno che l’ha attivamente utilizzata nella sua routine, per chi ha compiuto crimini e ha deciso di cambiare vita e affrontare un percorso di rinascita e di riscatto, i valori morali e spirituali sono a tutti gli effetti ciò che ha consentito di creare profondità da una parte e cambiamento dall’altra. I valori morali e spirituali non sono forma vuota, sono materia viva che viene esperita nella sensibilità delle persone.

Si è per esempio fatto riferimento alla legge: l’esistenza di una legge non impedisce ad un delinquente di agire; è invece l’interiorizzazione del senso di giustizia che ci permette di comprendere la legge e rispettarla; di trasformare un elenco di precetti in un’esperienza di vita sensata.

Penso che sia normale che ognuno trovi la sua strada verso un modo di agire morale, che sia la fede o il credere in un’umanità in grado di migliorare col tempo, credo che uno spessore morale possa essere costruito in diversi modi, diverse visioni per così dire, e credo che tutto ciò ci accomuni piuttosto che dividerci.

Matteo Arcuri

Verbali

 

Vetri rotti e racconti abortiti

Dal grupppo del 20.10.2026, in Via Donizetti, 8/4

Cosa spinge un gruppo di ragazzi, in maggior parte minorenni, a saccheggiare un negozio approfittando delle proteste pacifiche? La tensione continua ad aumentare e sembra che stiano emergendo ulteriori minacce e promesse di disordini anche per i prossimi giorni.

A mio avviso, è difficile che la scelta di prendere un treno e andare in trasferta  appositamente per saccheggiare e distruggere non abbia come come causa un disagio rimasto inascoltato da molto prima. E allora, da quanto tempo quei giovani sono inascoltati e che cosa ci racconterebbero se ne avessero la possibilità?

Forse qualcuno ci parlerebbe di difficoltà economiche, qualcuno potrebbe articolare un discorso di lotta politica, qualcuno, purtroppo senza pensarci affatto, forse ci direbbe che l’ha fatto per noia.

Penso che la società civile (qualora volesse meritare tale definizione) abbia il dovere di non accettare queste spiegazioni e accettare invece il fatto che di questi giovani non sappiamo proprio niente.

Possiamo tuttavia ragionare sul fatto che quando questa violenza esplode, nel giovane come nell’adulto ci deve essere un serbatoio di rabbia e ansie inespresse.

Ogni persona ha la sua storia e il suo disagio e, quando in aggiunta vengono a mancare le risorse per affrontarli, mi sono fatto l’idea che le dinamiche dei social fungano quasi come un magnete che concentra questa rabbia su un bersaglio.

Lo scorso incontro ha offerto dei punti di vista molto interessanti a tal proposito: Di assoluta importanza è a mio parere rimarcare l’angoscia e lo sdegno dei giovani che invece sono assolutamente contrari ad ogni forma di violenza. Una studentessa diciottenne, Sara,  ci ha raccontato di come i fatti dello scorso sabato (le rivolte violente avvenute in diverse città tra cui Milano) siano da condannare senza dubbio, al contempo però si aspettava da parte della scuola di appartenenza un maggior dialogo e discussione rispetto a questi temi.

Una protesta pacifica che sfocia nella violenza è una sconfitta; un’istituzione che a seguito dei fatti ignora la necessità degli studenti di confrontarsi è un’ulteriore tragica sconfitta.

E’ emerso che la mancanza di cultura, di mezzi e di legami sociali significativi sono il terreno fertile dal quale queste ondate di violenza si sviluppano. Sui social i messaggi che spingono alla violenza accendono il serbatoio di rabbia e paura che continuiamo ad ignorare; ma dall’altra parte, chi oggi è davvero in grado di offrire un punto di riferimento nuovo e che sia in grado di fornire un messaggio di pace? Quanto oggi le istituzioni si impegnano a porre un argine alle disuguaglianze? Esistono ancora delle idee in grado di ricucire le lacerazioni di una società così complessa, dove diverse culture e modi di vivere coesistono e dove le informazioni corrono da un continente all’altro alla velocità di un click?

Non ho risposte e non so se ne troverò; ma continuerò a cercarle.

Matteo Arcuri

Verbali

Materiale vivente

Casa di reclusione di Milano-Opera 21.10.2026

Recentemente, nell’ambito dell’iniziativa “i Protagonisti dell’avventura”, abbiamo avuto come ospite il preside della scuola Barbara Melzi di Legnano: Flavio Merlo. Egli ci ha parlato di come si è sviluppata la passione per il suo lavoro . Ci ha raccontato di sé, un uomo che non è rimasto indifferente di fronte alle potenzialità ma anche alle fragilità dei giovani.

La vivida impressione  che mi ha lasciato è quella di un professionista che vede lo studente innanzitutto come una persona nella quale credere ed investire, ma anche come una potenzialità in cerca di una guida con la quale confrontarsi.

L’argomento dell’educazione e di come si possa essere, nonostante la dentenzione, un punto di riferimento per i propri figli  ha interessato moltissimo i detenuti.

Tra le domande sorte al gruppo nel corso della giornata, una è stata: come si può essere di esempio e di insegnamento per i propri figli quando si è in una situazione per cui l’esempio positivo proprio non lo si può dare? Ci si è trovati quindi a mettere da parte tutte quelle chimere che purtroppo si tenta di costruire quando si cerca un modo per uscire da questa impasse.

Credo che la ricerca di sè stessi diventi in carcere una delle priorità più urgenti, se non la cosa più importante in assoluto.

Un detenuto ha fatto una riflessione a mio parere profondissima dicendo:-”noi siamo materiale vivente” – un’istantanea che definisce la condizione umana: l’essere umano che, nella consapevolezza di essere materiale e vivente, si rende conto di essere cosciente.

Per me il materiale vivente è quell’insieme di esperienze, pensieri e sentimenti che formano la persona e la muovono nella vita. Capire di cosa sia effettivamente composto questo materiale è necessario, e non solo per i detenuti.

Ed è forse nel portare a galla questo materiale spesso sconosciuto che la persona può consegnare al prossimo (sia esso un figlio, uno studente o chiunque altro) una verità che potrebbe smuovere qualcosa e portare un valore educativo.

Matteo Arcuri

I protagonisti dell’avventura

 

Flavio Merlo

I PROTAGONISTI DELL’AVVENTURA
Incontro con il professor Flavio Merlo
Il ragazzo che aveva deciso di lasciare la scuola

Tra i diversi progetti in campo in questo momento al Gruppo della Trasgressione (Il Giornale del Falso, il Convegno sul Transfert), abbiamo anche “I protagonisti dell’avventura”. Il progetto prevede l’incontro con artisti, sportivi, insegnanti, medici, avvocati, professionisti, che fin da piccoli hanno coltivato una passione, un desiderio profondo, e hanno attraversato la propria vita mantenendo fermo questo sentimento. Il senso del progetto è entrare nelle pieghe della loro storia e capire da dove partono la loro aspirazione e la loro passione originaria, quali sono i loro obiettivi e cosa fanno oggi per coltivarli.

Il primo protagonista a mettersi in gioco davanti al Gruppo della Trasgressione dell’Alta Sicurezza, mercoledì 14 ottobre, è stato il professor Flavio Merlo, Preside del Liceo “Barbara Melzi” di Legnano. Per lui è molto importante prendersi cura degli studenti. Per questo, pur essendo dirigente scolastico, ha scelto di mantenere sei ore settimanali di insegnamento di diritto ed economia, continuando così a lavorare direttamente con i ragazzi che entrano al liceo e con quelli che si preparano a lasciarlo, ragazzi di 14 e di 19 anni.

“Nessuno mi ha mai chiesto del mio lavoro”, esordisce Merlo emozionato e aggiungendo che quello del preside, e anche quello dell’insegnante, è spesso un lavoro solitario.

La sua storia racconta che anche chi oggi fa da guida agli altri ha conosciuto la tentazione di mollare; iscritto al liceo scientifico con l’enciclopedia medica già comprata per proseguire gli studi universitari a medicina, dopo il primo anno decide di mollare tutto e farsi il “libretto di lavoro” per entrare nel mondo degli adulti.

Ma i suoi insegnanti non si rassegnano e, vedendo che non frequenta più la scuola, si presentano a casa sua. Non vanno per giudicarlo, per fargli cambiare idea o per negare i sentimenti che in quel momento gli attraversavano la testa, ma per prendere tempo. Flavio voleva fare il medico e loro gli proponevano una strada che, pur diversa, manteneva un collegamento con quella sua aspirazione. Gli propongono un percorso alternativo: concludere la seconda liceo per potersi poi iscrivere ai corsi di infermieristica. Quei docenti non hanno giudicato la scelta del giovane, ma hanno rimodellato la sua libertà. Insieme, senza sostituirsi.

Flavio accetta quella proposta fatta nel salotto di casa e da quel momento non abbandonerà più la scuola. Arriveranno la laurea in Scienze Politiche, il Dottorato in Sociologia, il lavoro di giorno nella segreteria di un centro professionale per parrucchieri ed estetiste e le lezioni serali di cultura del lavoro. È lì, tra i banchi del serale e degli istituti professionali, che, a distanza di anni, comprende una grande differenza, un insegnamento fondamentale: al liceo basta iniziare a parlare perché gli studenti prendano appunti in modo automatico, nei contesti professionali, invece, la credibilità dell’adulto e l’autorevolezza vanno conquistate sul campo nella costruzione di una relazione.

È attraverso quelle lezioni serali che Merlo individua la vera missione della scuola: non insegnare un semplice mestiere, ma “aiutare a diventare delle persone, a entrare in contatto con sé stessi e a diventare contenti di sé stessi”. Oggi i ragazzi hanno tutto, ma sono profondamente insoddisfatti. La loro richiesta disperata non è quella di una generica visibilità, ma di essere chiamati per nome. Salutare un alunno al mattino o dedicargli un colloquio individuale prima dell’iscrizione a scuola, cambia la sostanza della sua esperienza: lo fa sentire visto e riconosciuto come persona. Questo semplice riconoscimento, mai sperimentato prima dal giovane, cambia letteralmente la percezione di sé e della scuola.

Quando Flavio, citando un romanzo di Cesbron, afferma che “La fiducia è il paio di manette più sicure”, si apre il confronto diretto con i membri del Gruppo della Trasgressione dell’Alta Sicurezza:

Salvatore coglie subito l’impatto di quel riconoscimento: “Essere chiamato per nome fa felice. La fiducia è una cosa importante, farsi conoscere e riconoscere rende felici”. E di fronte alla confessione di Merlo di parlare a casa più dei suoi alunni che dei propri figli, Salvatore nota: “Lei fa un lavoro pesante; l’amore per i figli è un dovere naturale, ma per gli studenti ci vuole un impegno faticoso e quotidiano”.

Michelangelo, padre detenuto di un ragazzo di 17 anni, condivide la tensione della sua condizione, chiedendo quali programmi vi siano per prevenire bullismo e criminalità e come debba orientarsi un giovane in difficoltà. Flavio ha spiegato che nella sua scuola esiste un programma di educazione civica e che, attraverso la frequentazione del Gruppo della Trasgressione e di Marisa Fiorani, aveva compreso quanto questo percorso potesse essere utile ai suoi studenti.

Massimo offre una lettura profonda della biografia del preside: “Lei ha continuato ad andare a scuola perché la scuola è venuta a casa sua e la sua famiglia ha aperto le porte. La sua microscelta di tornare a scuola è diventata la sua macroscelta”.

Francesco, detenuto e da alcuni mesi volontario in comunità, nota come ragazzi di 14 anni già inseriti in circuiti delinquenziali non ascoltino le educatrici ma rispettino lui, e Merlo gli riconosce la “credibilità della persona”, mentre Letizia, tirocinante universitaria in Psicologia ed educatrice in una comunità, sottolinea il valore della relazione rispetto alle regole imposte.

Un pilastro importantissimo della testimonianza di Merlo è l’incontro avvenuto nell’estate del 2022 con Marisa Fiorani e l’associazione Libera. “Sono andata a scuola a raccontare la mia storia e mi sono sentita a casa, mi sono sentita capita”, ricorda Marisa. Da quel sentire comune nasce la decisione di dar vita nella scuola di Legnano ad un Presidio scolastico intitolato a Marcella di Levrano, la figlia innocente di Marisa, uccisa dalla mafia. Mentre la scuola frequentata da Marcella aveva allontanato la ragazza, “colpevole di far uso di sostanze”, la scuola di Merlo sceglie il principio opposto: “Conoscere la storia e restituire il banco”. Come ribadisce il preside: “La scuola non caccia, non respinge, ma accoglie. Vedendo la forza di Marisa ho capito che la scuola non poteva tirarsi indietro né girarsi dall’altra parte, non si può cedere alla tentazione di dire “questo studente lo mandiamo via.”

E le ore volano al Gruppo della Trasgressione all’interno dell’Area Trattamentale dell’istituto carcerario di Opera; un ricco patrimonio di ascolto e confronto in cui con prudenza emergono gli “ingredienti” che rendono l’adulto una guida credibile. Non si tratta di formule rigide, ma di un modo preciso di stare nella relazione:

  • CONTENERE: saper contenere decodificando l’arroganza del ragazzo non come una sfida sterile, ma come un’implicita e disperata richiesta d’aiuto: “Adesso non puoi non vedermi!”. A questo urlo si risponde garantendo un setting chiaro e regole stabili, combinando la necessaria sanzione al successivo e fondamentale percorso di recupero.
  • VEDERE E GUARDARE: imparare a vedere e guardare realmente l’altro attraverso quell’incrocio di sguardi che dice “ti guardo e tu mi guardi”.
  • DISTINGUERE I RUOLI: mantenere una netta distinzione dei ruoli, rifiutando la comoda complicità dei professori che “fanno gli amici” o regalano voti facili pur di non gestire il conflitto.
  • RICONOSCERE: riconoscere la dignità della storia di ciascuno.
  • FARE DI TUTTO, nei confini del ruolo: sapersi mettere a disposizione dell’altro. Donarsi: “Io farei di tutto per te”, nei confini della propria funzione, la distinzione dei ruoli, con la consapevolezza che, nell’ambito educativo, il “tempo non è mai un nemico”, ma un alleato che lavora attraverso la presenza e la continuità.

Rispondendo a una domanda di Michelangelo sul rischio che i giovani possano idealizzare o emulare i detenuti incontrati, Merlo chiarisce con fermezza: “No, non credo. I ragazzi non giudicano, ma riconoscono la volontà autentica della persona di cambiare e di evolvere”.

Flavio ha ricordato un episodio avvenuto durante un concerto della Trasg.Band al Teatro Civico Roberto De Silva a Rho lo scorso 17 maggio. Prima del concerto, alcuni studenti della sua scuola e alcuni detenuti del Gruppo della Trasgressione si erano fermati a commentare le opere esposte nel foyer del teatro e successivamente erano intervenuti durante il concerto. In quell’occasione una ragazza si era commossa ascoltando le parole di Mimmo, detenuto di Alta Sicurezza del carcere di Opera, perché le avevano ricordato un parente che si trovava in carcere.

Ed è in questo in questo intreccio di pensieri che il dott. Aparo ribadisce una regola che guida l’ingresso del Gruppo della Trasgressione nelle scuole; non si va a fare la lezioncina o la morale: “io sono stato cattivo, tu non farlo”; no, non funziona così!. I detenuti non vanno nelle aule a mostrare una presunta genialità o a dispensare prediche, ma a riflettere sulla propria storia per analizzare insieme agli studenti come sia accaduto di fare un uso cattivo e distruttivo della propria libertà

L’incontro raggiunge il suo apice emotivo quando Massimo porta al centro della stanza il dramma del genitore recluso: “Non sono solo un detenuto, sono anche un padre. Non solo non ho io una guida, ma non sono nemmeno guidato ad esserlo per mia figlia di 17 anni. Mi trovo nella Terra di Mezzo: vorrei essere guida per mia figlia e vorrei essere guidato. Ho il diritto di recuperare credibilità per i miei figli? Vorrei farlo, ma ho bisogno degli strumenti”.

Ed è su questo limbo relazionale ed emotivo che interviene Aparo, che richiama i padri a una responsabilità senza alibi:
“Quando hai la possibilità di farlo il padre, il problema è che lo fai male non dicendo le cose come stanno… mentendo a tuo figlio, trasmettendo mappe di valori non utili. Tu quando hai la possibilità di fare il padre, menti, ti occulti! È necessario dire come stanno le cose, essere sinceri. Quella condizione di sospensione non deve diventare un luogo in cui nascondersi, ma il punto di partenza per ricostruire la propria credibilità attraverso la verità.”.

Aparo riannoda la storia di Merlo per mostrare come l’autorità credibile sia quella che non opprime la libertà del giovane vedendola come sbagliata, ma la rimodella offrendo un’alternativa reale.
Da questo stringente confronto tra il bisogno di riscatto espresso da Massimo e le trame di libertà su cui si sofferma Aparo nasce la spinta per il Gruppo della Trasgressione a dare forma a un nuovo progetto sulla paternità e sul rapporto genitori (detenuti)-figli. Un percorso pensato per accompagnare i padri reclusi a ritrovare il coraggio della verità e gli strumenti per tornare a essere, agli occhi dei propri figli, una guida credibile.
L’avventura continua…

Lara Giovanelli

I  protagonisti dell’avventura

I Protagonisti dell’avventura

Si tratta di un’iniziativa alla quale hanno già preso parte esponenti di spicco della cultura, dell’arte, della scienza, dello sport italiani. Fra i più noti: Stefano Zuffi (storia dell’arte), Fausto Malcovati (letteratura russa), Eva Cantarella (mitologia greca), Enzo Funari (psicoanalisi) Edoardo Boncinelli (genetica), Giulio Giorello e Gianni Vattimo (filosofia), Giovanni Soldini (sport vela), Enzo Jannacci e Roberto Vecchioni (cantanti), Alberto Zanella (Medico, Ematologo).

Il filo rosso che lega le diverse esperienze è costituito dalla passione con cui i “Protagonisti dell’avventura” vivono la propria attività, che diventa per molti l’avventura di una vita intera.

Al tavolo del Gruppo della Trasgressione il protagonista della giornata racconta la nascita, i momenti salienti, i retroscena della propria avventura. Dopo il racconto (che ciascun ospite sviluppa per circa 45 minuti come meglio crede, a scuola anche con video, musiche, slide, ecc.) giungono le osservazioni e le domande di detenuti e studenti universitari del gruppo e degli ospiti esterni.

Ogni protagonista viene sollecitato a recuperare della propria sfida: la passione, i risultati, le frustrazioni, i risvolti più o meno trasgressivi, le cadute e le riprese, il rapporto con i propri limiti e fragilità.

Durante gli incontri viene dato ampio risalto, ancor più che ai successi della propria avventura, all’esperienza intima, alle aspirazioni, ai conflitti, alle relazioni con chi ha contribuito ai risultati, all’arricchimento personale del protagonista.

Tempi e Luoghi

Gli ncontri durano mediamente due ore e mezza

  • in carcere con detenuti, studenti universitari del gruppo;
  • a scuola, con studenti delle medie superiori.

A seconda delle esigenze del “Protagonista” gli incontri potranno aver luogo nelle carceri di:

  • Opera, il mercoledì ore 9:30 – 12:30 (i detenuti con pene più lunghe)
  • Bollate, il giovedì, ore 14:30-17:00
  • nelle scuole con cui il gruppo interagisce nel corso dell’anno scolastico

Negli incontri con le scolaresche, il “protagonista” interagisce con la platea giovandosi anche della mediazione del Gruppo della Trasgressione, cioè delle domande, delle riflessioni, dei collegamenti che i detenuti del gruppo propongono al “Protagonista”.

L’obiettivo è far toccare con mano agli studenti come passione e lavoro costituiscono la tela che permette alle persone di riconoscersi e collaborare, nonostante età, provenienza ed esperienze diverse.

Nel caso vada tutto bene, l’iniziativa potrebbe dar luogo a un libro con le diverse “avventure”, con testo e immagini dei protagonisti e i commenti all’esperienza dei componenti del Gruppo della Trasgressione e degli studenti.

Indice degli incontri

Liberare il Futuro