LA CONOSCENZA È STATA “LA MIA LIBERTÀ”
Dialogo-Intervista con Alessandro Crisafulli
ex alunno della sezione carceraria dell’Istituto di
Istruzione Superiore “Benini” di Opera Milano
La conversazione con Alessandro Crisafulli – già protagonista di un intenso percorso di rinascita attraverso la scuola nel carcere di Opera e oggi testimone di legalità e responsabilità sociale – offre uno sguardo profondo e umano nella forza dell’educazione come via di riscatto. Non un’intervista nel senso tradizionale, ma un dialogo autentico, dove la memoria personale si intreccia con la riflessione pedagogica e civile. Ne emerge la voce di un uomo che ha trasformato la colpa in consapevolezza, la pena in parola, la prigionia in libertà interiore.
Giuseppe Trapani: Alessandro, anzitutto ti ringrazio per il materiale che mi hai inviato: la tua storia mi ha aperto un mondo che non conoscevo. La prima regola del giornalismo, ai tempi della scuola di Urbino, era far sì che ogni storia diventasse notizia. E questa tua lo è, eccome. Ma entriamo nel vivo del nostro dialogo sulla tua esperienza di studente in carcere e ti chiedo allora: Che tipo di incontro è stato, per te, quello con la scuola in carcere? E in che modo l’istruzione ti ha permesso di dare un nuovo senso al tempo della reclusione?
Alessandro Crisafulli: Sono arrivato alla scuola di Opera nel settembre del 2000, dopo sei anni di carcere. Ero stato arrestato nel 1994 e nei primi anni avevo fatto avanti e indietro tra San Vittore e il supercarcere di Padova, dove mi avevano trasferito perché una legge prevedeva che i promotori di associazioni criminali dovessero stare fuori dalla propria regione. A Padova l’ambiente era rigidissimo: ero arrivato pochi mesi dopo l’evasione di Felice Maniero e il clima era teso, sospettoso. All’inizio non ho vissuto un impatto negativo col carcere.
Paradossalmente, è lì che ho iniziato a leggere. Io che non avevo mai letto nulla in vita mia – neppure le istruzioni di qualcosa – ho scoperto un bisogno vorace di lettura. Passavo le giornate facendo sport e leggendo, soprattutto romanzi: ricordo I miserabili, un libro che mi ha segnato profondamente. Credo che quel periodo sia stato propedeutico al mio ingresso a scuola, perché mi aveva predisposto al desiderio di imparare. Spesso, in carcere, molti vanno a scuola solo per uscire dalla cella, ma nel mio caso c’era una motivazione vera. Quando mi proposero di iscrivermi, lo feci con convinzione.
Un ispettore, Poli, capì subito la mia determinazione e riuscì a farmi assegnare definitivamente al carcere di Opera per consentirmi di frequentare. È stato il primo a credere che non fossi lì per “fare casino”, ma per cambiare. Così è iniziato il mio percorso scolastico. All’epoca c’era il progetto Sirio, una sperimentazione per adulti: non esistevano ancora i cinque anni completi, ma un biennio con un piccolo esame e poi un terzo anno integrativo. Ricordo il professor Gargiulo, e ricordo soprattutto l’accoglienza. Non quella condiscendente, ma un’accoglienza adulta, fatta di rispetto e fiducia. Secondo me, la difficolta maggiore dell’insegnamento in carcere è creare un rapporto capace di abbattere la barriera della diffidenza. Si ha a che fare con persone profondamente ignoranti: io stesso venivo da una terza media “regalata”. Avevo un vocabolario povero e una capacità comunicativa ridotta. Ma ho trovato insegnanti che hanno saputo vedere oltre, riconoscendo in me un potenziale che ancora non sapevo di avere.
Quel rapporto fatto di empatia, umanità e assenza di giudizio è stato decisivo. Ti senti accolto nel tuo possibile, anche quando il possibile sembra lontano.Devo dire però che il carcere di Alta Sicurezza non incentivava la scuola. Per frequentare, dovevi rinunciare all’aria”: le tre ore d’aria al giorno. E poiché la scuola era negli stessi orari, molti detenuti preferivano uscire nel cortile piuttosto che studiare. Ci eravamo iscritti in quaranta, ma dopo tre giorni eravamo rimasti in dieci.
Giuseppe Trapani: Nel tuo racconto parli spesso di empatia, di sguardi, di incontri che ti hanno cambiato. Ricordi un episodio o un momento particolare in cui uno sguardo di un insegnante ti ha fatto capire che stavi davvero cambiando strada?
Alessandro Crisafulli: Sì, più che un momento preciso, un periodo. Riguarda la professoressa Crisci, insegnante di inglese. Era napoletana, aveva vissuto a Londra; una donna piena di vitalità, ma colpita da un tumore. Tornò a scuola con i capelli rasati, nel pieno della chemioterapia, e rimase con noi ancora per alcuni mesi. In quel periodo si creò un rapporto di umanità che andava oltre la didattica. Un altro ricordo indelebile è legato a Milo De Angelis. È stato lui a farmi amare la poesia. Ricordo quando mi fece imparare a memoria L’Infinito. Io, che non ricordavo neppure il mio nome, mi trovai a recitare quei versi davanti a lui. Vidi nei suoi occhi un orgoglio paterno; mi sentii per la prima volta figlio di qualcuno.
Milo è un uomo schivo, ma quando parla di letteratura incanta. In quel momento ho capito quanto la parola potesse salvare. E ancora oggi, dopo vent’anni, ricordo quella sensazione. Più tardi, quando sua moglie, la poetessa Giovanna Sicari, si ammalò e morì, Milo pubblicò Il tema dell’addio, un libro di struggente bellezza. Avrei voluto recitare una poesia di quell’antologia all’esame finale, ma mi commossi e non ci riuscii. Gliela lessi anni dopo desidero offrirla a voi. Recita così:
“Quando su un volto desiderato si scorge il segno di tante stagioni,
e una vena troppo scura si prolunga nella stanza,
quando le incisioni della vita giungono in folla,
il sangue si ferma dentro i polsi che abbiamo stretto fino all’alba.
Allora non è soltanto lì. Se la grande corrente si ferma,
allora è notte: è notte su ogni volto che abbiamo amato.”
Questa poesia mi è rimasta scolpita dentro come simbolo di quello che la scuola e la parola hanno rappresentato per me: una possibilità di restare umano.
Giuseppe Trapani: Hai scritto che “la conoscenza è un passaporto verso il futuro”. Cosa significa per te, oggi, quella frase?
Alessandro Crisafulli: Allora non pensavo molto al futuro. Vivevo nel presente, nel “qui e ora”. Avevo un ergastolo e non vedevo possibilità d’uscita, quindi il mio tempo non lo subivo: lo abitavo. Ho usato il tempo come alleato, non come nemico. Quando scrivevo che la conoscenza è un passaporto verso il futuro, intendevo dire che è il mezzo con cui puoi attraversare il confine tra l’ignoranza e la libertà. Lo studio mi ha dato strumenti per conoscermi, per pensare, per esprimermi. La parola è un codice: più la maneggi, più sei libero. Io lo dico sempre ai ragazzi che incontro oggi. La conoscenza è la prima forma di libertà, perché ti permette di accedere al tuo mondo interiore, che è una ricchezza che tutti abbiamo. Ma per attraversare il fiume dell’ignoranza o del dubbio non basta la sola volontà. Serve una guida, qualcuno che indichi la via e che, come Virgilio con Dante, accompagni senza imporsi, traghettando l’anima verso la luce della consapevolezza. Mi viene in mente l’immagine di un “Caronte” con uno scopo opposto al cupo nocchiero che conduce le anime verso la fine. Ci serve un educatore che sappia attendere, spiegare, incoraggiare; che sappia – ecco il buon nocchiero – mostrare la riva opposta e, se serve, anche tornare indietro per cercarci quando non abbiamo avuto il coraggio di salire sulla barca.
Giuseppe Trapani: Oggi sei spesso nelle scuole, testimone della tua esperienza: cosa provi quando parli ai ragazzi e quale messaggio cerchi di lasciare?
Alessandro Crisafulli: La prima cosa da fare con i ragazzi è distruggere il mito. Il ragazzo borderline, quello in bilico tra legalità e devianza, vede nel criminale una figura carismatica. Io arrivo e dico: “Guardate, quella non è forza, è debolezza. ”Non puoi farlo con prediche: devi raccontarlo, farlo capire per contrasto, mostrando le conseguenze, non solo le colpe. Quando vado in comunità – come quella di don Claudio Burgio chiamata Kayrós – incontro ragazzi che vengono dal carcere minorile. Sono già “di là”. Ecco, in quelle circostanze devi stare attento a ogni parola: se parli male dell’omertà, per esempio, rischi di perderli. Pensa che una volta, per affrontare il tema, dissi loro: “Se qualcuno qui dentro porta la droga e rischia di far chiudere la comunità, chi è il traditore? Quello che lo segnala o quello che mette a rischio tutti?”. Quel giorno li vidi riflettere. Sono momenti in cui capisci che qualcosa passa. Che la parola può scalfire la corazza dell’abitudine e far nascere un dubbio. E dal dubbio, a volte, nasce la libertà.
Giuseppe Trapani: Nelle tue parole torna spesso l’idea di “riconsegna”. Non di espiazione, ma di restituzione. Come vivi oggi questo rapporto con la libertà?
Alessandro Crisafulli: La libertà è una parola complicata, perché molti la intendono come assenza di vincoli. Io, invece, l’ho scoperta dentro le regole. In carcere impari che la libertà non è fare ciò che vuoi, ma saper scegliere dentro i limiti. È la coscienza di poter dire di no, anche quando tutto intorno ti spinge a dire di sì. Fuori, molti non se ne accorgono, ma vivono da prigionieri: del giudizio degli altri, del consumo, dell’immagine. Io sono stato in cella vent’anni, ma non mi sentivo più in gabbia quando ho capito che la mia mente poteva viaggiare. È un paradosso, ma è così. La libertà, per me, è poter pensare.
Giuseppe Trapani: E la scuola, in tutto questo, che posto occupa oggi nella tua vita?
Alessandro Crisafulli: Un posto enorme. Non solo per ciò che mi ha dato, ma per ciò che continua a generare. Ogni volta che torno in un’aula, anche da uomo libero, sento lo stesso rispetto di allora: la lavagna, i banchi, le parole che rinascono. La scuola è stata la mia seconda nascita. Mi ha insegnato a nominare il mondo e a non averne più paura. Oggi lavoro con tanti insegnanti e studenti che vogliono capire cosa accade “dentro”. Porto la mia storia non come modello, ma come avvertimento e speranza. Racconto che la cultura è l’unico modo per non essere manipolati, che la parola è un’arma se la sai usare bene, e una condanna se la usi male.
Giuseppe Trapani: Ecco, la parola. Sembra tornare come un filo rosso in tutta la tua vita, dal silenzio alla parola.
Alessandro Crisafulli: Sì, perché la parola è tutto. Quando entri in carcere, perdi subito il diritto alla parola: parli solo se ti è concesso, rispondi solo se interrogato. È un meccanismo che ti riduce, ti svuota. Ma poi la parola può restituirti dignità. Quando impari a usarla, a nominarla, a scrivere, a leggere, la parola ti ricostruisce.
Io credo che la parola sia una forma di cura. È la possibilità di raccontarsi e, nel racconto, di ricominciare. Oggi, quando vado nelle scuole, dico ai ragazzi che parlare di sé non è debolezza, ma forza. E che saper ascoltare è ancora più diffiCile che parlare.
Giuseppe Trapani: Hai mai pensato a raccogliere queste esperienze in un libro, un racconto o una testimonianza organica?
Alessandro Crisafulli: Sì, ci sto lavorando, anche se non so se riuscirò a finirlo. Vorrei che fosse un libro sincero, non autocelebrativo. Non la storia del “pentito” o del “redento”, ma quella di un uomo che ha imparato a stare al mondo diversamente. Il problema, sai qual è? È che scrivere significa tornare dentro, rimettere mano alle ferite. E ogni volta devi decidere se hai la forza di riaprirle. Ma so che un giorno lo farò.
Giuseppe Trapani: E se ti chiedessi una definizione sintetica, una frase per dire cosa ti ha lasciato l’esperienza scolastica in carcere?
Alessandro Crisafulli: Ti direi così: la scuola mi ha insegnato a restare umano. Nonostante tutto. Nonostante le sbarre, la rabbia, la colpa. Mi ha insegnato che l’uomo non coincide con l’errore che ha commesso. Ecco, se dovessi lasciare una sola parola ai ragazzi, sarebbe questa: umanità.
Giuseppe Trapani: Grazie, Alessandro. Credo che chi leggerà questa intervista sentirà la stessa forza che si avverte parlando con te: quella di un uomo che ha attraversato il buio e ha imparato a chiamarlo per nome. E credo che in questo tuo racconto ci sia la prova più limpida che l’educazione può essere una forma di salvezza reciproca: per chi insegna e per chi impara.
Alessandro Crisafulli: Sì, reciproca. Perché io sono vivo grazie a chi ha creduto in me. La mia libertà è nata dallo sguardo di chi mi ha visto come persona quando non lo ero più nemmeno per me stesso. E se oggi posso restituire qualcosa, è solo perché qualcuno, a un certo punto, ha deciso di non arrendersi.
Intervista tratta da:
LA CURA EDUCATIVA IN CARCERE – Il pdf originale
L’istruzione carceraria tra pena e rieducazione
A CURA DI
CORRADO COSENZA
Percorsi della devianza e Trame di libertà
La pagina di Alessandro Crisafulli

