Anno 3452, il penitenziario “La Spada” è un blocco di pietra liscia e nera che emerge come un dente marcio dalla gengiva del mondo.
Nella mia cella liscia e asettica arriva il robot della sorveglianza: “detenuto KS497, si è rifiutato di mangiare, le viene applicata la riduzione di un’ora d’aria”. La voce metallica gracchia e se ne va. A “La Spada” tutto è metallico, asettico. Siamo in celle singole e si è puniti per ogni infrazione, dopotutto, nulla sfugge agli occhi elettronici dell’IA.
Mi trovo qui a scontare l’ergastolo perché sono un anarchico secondo loro, anche se io mi definisco un patriota; lo stato ci sta opprimendo, vessando e controllando sempre di più con l’IA e io, per far aprire gli occhi alle persone, ho piazzato una bomba in una banca, togliendo la vita a tre persone e distruggendo parte dell’edificio. Non volevo uccidere nessuno, ma solo far aprire gli occhi a chi di dovere. Però si sa, nelle lotte ci sono purtroppo vittime innocenti, “danni collaterali”: normale in guerra. Il processo è durato pochi minuti. Il robot Giudice ha subito comunicato la condanna a vita ed ora sono qua, ho ventitré anni e non uscirò mai da questa scatola di cemento.
Ore 15.00, sul muro della mia cella compare un display, la voce metallica dell’altoparlante gracchia: “KS497, inizio del programma obbligatorio di consapevolezza, il mancato svolgimento comporterà l’azzeramento delle ore d’aria e l’immediata riduzione del 50% del vitto giornaliero”.
Clicco sul display e apro la cartella “scheda vittime”, dentro ci sono i profili, la vita, le storie, le foto e i video delle persone che ho ucciso. Comincio a leggere la scheda di Sara, aveva trent’anni, si era laureata in veterinaria e stava per sposarsi. Apro un suo video, appare come una ragazza sorridente e allegra. Chiudo il video e piango. Non era lei il mio obiettivo ma lo Stato.
Non riesco a proseguire e subisco le punizioni previste. Passano tre mesi prima che mi decida a riprendere il programma, questa volta lascio i video per ultimi e ricomincio da un’altra persona e con un altro compito in mente.
Apro la scheda di Roberto, è un uomo di quarant’anni e si trovava in banca per chiedere un prestito. Inizio con i compiti scritti: scrivere almeno dieci pagine sulla vita di Roberto. Svolgo i compiti ogni giorno, sono così tanti che per finire anche solo quelli di Roberto impiego due anni. Mancano solo i video da guardare; con un nodo alla gola ne apro uno, Roberto ha in braccio il nipotino, ride, scherza e gioca con lui. “Il nonno chiederà un prestito per aiutare mamma e papà a comprare casa”, dice. Piango ma finisco di guardare il video. Quella notte mi alzo e termino la biografia di Roberto: Roberto era un nonno amorevole e un padre premuroso e io gli ho tolto il respiro.
Da quel giorno mi impegno ancora di più e nel giro di cinque anni finisco i compiti su Roberto e Sara. Il compito più arduo però è Giulia. Sara era incinta al momento dell’esplosione, lei e Andrea, il suo compagno, avevano già scelto il nome perché Giulia sarebbe nata entro pochi giorni. Impiego dieci anni per ricostruire tutta la vita che poteva essere di Giulia: Giulia anima bianca, ti ho rubato il futuro con il mio gesto scellerato e questo sarà la mia tomba per le lucciole.
Sono in carcere da diciotto anni: ho appena concluso e inviato l’ultimo compito su Giulia e la voce metallica gracchia: “detenuto KS497, è aperta la possibilità di lavorare in biblioteca”.
Inizio a lavorare in biblioteca, le persone entrano una alla volta e parlano poco, ormai abbiamo perso l’abitudine e la voglia di parlare.
Dopo cinque anni, un giorno la voce metallica gracchia: “detenuto KS497, presentarsi alla sala colloqui”. Non so chi possa essere, non ho mai avuto visite. La porta si apre e vedo un uomo in carrozzina, affiancato da due guardie robot.
Francesco mi guarda prima in silenzio, poi mi chiede: “Sai chi sono?”, faccio cenno di no con la testa.
“Ero nella banca quando hai fatto esplodere la bomba. Volevo vederti, sapere da te perché lo hai fatto”, mi dice.
“Io… non volevo. Il nemico era lo Stato, l’I.A., il controllo. Era per far aprire gli occhi… Mi dispiace, mi dispiace tanto.”
“Ho capito, per te eravamo vittime collaterali, pedine sacrificabili. L’esplosione mi ha mutilato, ho perso tutto e ti ho odiato. Poi, senza giustificare nulla del tuo gesto, ti ho perdonato, perché l’odio verso di te mi avvelenava l’anima. E così ho ripreso a vivere, ora aiuto i bambini facendo l’insegnante di sostegno, mi sono sposato e ho avuto figli. Ho chiesto di venire qui perché volevo dirti di persona che ti perdono.”
Scoppio a piangere, Francesco va via. Torno nella mia cella. Quella notte scrivo e riscrivo i loro nomi: Francesco, Roberto, Sara, Giulia, vi chiedo perdono.
La vita nel penitenziario continua: mi alzo, vado al lavoro e, da quel giorno, tutte le sere prima di dormire ripeto i loro nomi come un mantra.
Sono in carcere da quarantacinque anni: il ragazzo che guardavo nello specchio ha lasciato spazio a un uomo che non conosco.
Quindici anni fa, dopo una laurea in legge, ho avuto il permesso di fare lo scrivano; ora scrivo le istanze per i detenuti e mi rapporto con la direzione cercando di ottenere piccole clemenze per loro conto. Tutte le sere recito il mantra.
Una mattina mi sveglio e sono chiamato in infermeria. Il medico robot è diretto: cancro alla testa del pancreas, avviata terapia del dolore, aspettativa di vita inferiore a sedici mesi.
L’unica cosa che chiedo è se posso continuare a lavorare. Giorno dopo giorno mi alzo e vado a lavorare sempre più stanco, sempre più affaticato, ma tutte le sere ripeto il mio mantra.
Dopo otto mesi, un giorno mentre sono al lavoro, ho un collasso. Mi risveglio nell’ospedale, dove una guardia robot parla con un medico robot; mi portano ad un piano dove non ci sono sbarre: è l’area dell’ospedale degli uomini liberi. Guardo dalla finestra e dico: “Francesco, Roberto, Sara, Giulia, chiedo il vostro perdono. Ho provato a fare del bene con il mio lavoro. Vengo da voi.” Chiudo gli occhi.
“Detenuto KS497 deceduto alle ore 18.05”.
Gli occhi bruciano, sento una voce metallica: “fine simulazione ergastolo per il soggetto KS497. Il soggetto è stato completamente riabilitato”.
Sono seduto su una poltrona e un dottore in camice bianco mi guarda.
“Ma cosa è successo, dove mi trovo?” dico.
“Lei è nel carcere e le è appena stato somministrato il programma di correzione” risponde il medico.
“Programma di correzione?”
“Sì, è una simulazione che il suo cervello ha vissuto realmente e che consente allo Stato di non sprecare la sua vita biologica”.
“Ma io sono stato in carcere 45 anni, ho incontrato Francesco, ho scritto su Roberto, Sara, Giulia, ero bibliotecario e scrivano per conto dei detenuti…”.
“Lei ha vissuto tutto questo a livello cerebrale, ma quei 45 anni non sono mai trascorsi realmente. Dal giorno dell’attentato e del suo arresto sono passati solo 3 giorni. Perché la prigione più forte è nella mente”.
E così vengo congedato, mi fanno uscire e mi vengono dati una casa e un lavoro. Sono reinserito nella società come uomo libero. Provo una sensazione strana: quei 45 anni li ho vissuti tutti e ricordo ogni cosa.
Ora lavoro in banca, in una sede della stessa filiale che volevo distruggere per scuotere il sistema. Di quel carcere, di quei 45 anni, solo io avrò ricordo e saprò che sono esistiti.
Ogni sera, prima di dormire, ripeto ancora i loro nomi: Francesco, Roberto, Sara, Giulia. Vi chiedo, perdonatemi.
Vincenzo Solli



