Aula Dostoevskij – Villanova

Avendo partecipato al progetto “Delitto e Castigo” presso il Carcere di Opera, ho avuto la possibilità di toccare con mano da vicino la vita dei detenuti nel carcere e ho percepito ciò che provano e che hanno provato in passato, tramite i loro racconti e le loro storie di vita.

Credo che questa esperienza mi abbia davvero dato risposte a tante domande. Primo tra tutti, ho capito quanto sia importante aiutare questi detenuti, spronarli al cambiamento, al dialogo, all’assunzione di consapevolezza e alla speranza di non ricommettere ciò che hanno commesso in passato.

Credo che la vita in carcere debba servire proprio a questo: rinchiudere una persona in carcere e abbandonarla a se stessa porta all’effetto opposto al cambiamento che si vorrebbe avvenisse; invece, il confronto e incontri come questo possono far capire ai detenuti che non esistono due mondi separati, il carcere e la realtà esterna, bensì uno solo, basato su una reciproca collaborazione, al fine di creare una società in cui tutti possano sentirsi al sicuro ed essere in pace con la propria coscienza, e che è possibile anche sentirsi liberi, seppur detenuti.

Mi impegnerò quindi a custodire con grande cura tutto ciò che ho appreso nel corso di questi incontri.

Grazie quindi a tutti coloro che hanno reso possibile questo progetto e che hanno partecipato durante gli incontri raccontando la propria esperienza di vita, perché sicuramente è servito molto per ampliare ancora di più il mio bagaglio di conoscenze.

L’insegnamento più importante che porterò sempre con me è guardare a questi detenuti come persone, con un’anima, con interessi, con opinioni, e che trattarli in quanto tali non solo aiuta loro a sentirsi persone migliori, ma sicuramente anche noi.

Alessia Villanova – Studentessa Giurisprudenza

Delitto e Castigo

Un regalo e un impegno

Ilaria Pinto – Relazione di tirocinio
Università Milano Bicocca – Facoltà di Psicologia

Ho svolto il mio tirocinio universitario con il Gruppo della Trasgressione e oggi sono molto contenta di farne parte.

Ricordo molto bene il mio primo ingresso nel carcere di Opera. Lì, trovandomi di fronte a circa trenta detenuti, di cui la maggior parte condannata per omicidio, provai paura. Non avevo mai incontrato di persona, almeno in modo consapevole, qualcuno che avesse commesso dei crimini. Quella volta mi colpì che il disagio non durò molto. Ho cominciato ad ascoltare, a cercare di capire chi parlava, così che, a un certo punto, mi ero dimenticata che la persona che avevo davanti era un “criminale”. Erano persone esattamente come me, come tutti noi, esseri umani!

A chi non capita, quando ascoltiamo alla televisione o leggiamo sul giornale che una persona ha ucciso, di provare rabbia e paura? Spesso mi sono chiesta se anch’io un giorno avrei potuto mai commettere un reato o uccidere e io credo di sì.

Mi sono sempre chiesta come possa funzionare la mente di un uomo che commette certi crimini, ma la domanda su cui è più opportuno ragionare è piuttosto: in una situazione di frustrazione, che tutti noi abbiamo provato nella nostra vita, quali sono le variabili che incidono e fanno in modo che la risposta a tale frustrazione sia scegliere la strada sbagliata, credendo sia quella giusta?

Contesto, mancanza di figura di riferimento credibile, rabbia, fragilità, insicurezza, mancanza di obiettivi, voglia di riscatto nei confronti della vita per dimostrare di essere qualcuno, arroganza, potere: sono questi i concetti chiave su cui ci siamo soffermati al gruppo per cercare di fornire una risposta.

A tal proposito, la maggior parte di coloro che si sono raccontati sostiene di aver vissuto durante l’adolescenza una fase di delirio di onnipotenza in cui è loro mancata una figura credibile e rispettabile.

Siamo esseri umani e, in quanto tali, incompleti. Il potere è forse la dipendenza più pericolosa da cui possiamo essere affetti, proprio perché ci fa sentire qualcuno, rispettati, importanti, come magari nessuno fino a quel momento ci aveva fatto sentire, ma non è la realtà.

Detenuto: “…non avevo obiettivi, anzi uno sì, quello di fare soldi, ed era sbagliato. Ho inseguito la strada più facile, questo mi faceva sentire più intelligente e più potente. La verità è che ho solo causato sofferenza alla mia famiglia. Sono stato vittima di me stesso e così ho perso tutto”.

Ci illudiamo di essere liberi, ma non è così. Siamo esseri influenzabili, mutevoli. La nostra identità, a seconda delle situazioni che incontriamo, assume sfaccettature diverse, ma siamo noi a creare la nostra storia e per questo, fino al giorno in cui moriremo, quest’ultima potrà essere cambiata. Non si nasce delinquenti, lo si diventa, ma proprio come lo si diventa si può smettere di esserlo.

Ci chiediamo se sia effettivamente possibile cambiare, una volta superati i nostri limiti, ad oggi so per certo che ciò è possibile. È necessario affrontare un lungo e faticoso viaggio, ma è con la fatica e con l’impegno che si ottengono risultati. Per questo dobbiamo sempre ambire al cambiamento e alla crescita. Nulla ci viene regalato.

Spesso mi capita di lamentarmi e di non sentirmi abbastanza orgogliosa di me stessa e, in parte, mi sento un’egoista.

Ho avuto la possibilità di osservare uomini e ragazzi raccontarsi e sentire il bambino che c’è in loro, quel bambino che chiede aiuto, che ha bisogno di essere capito, amato e visto per ciò che è realmente. Ho capito quanto sia importante avere un punto di riferimento nella vita, qualcuno che, soprattutto nei primi anni di crescita, creda in noi, ci apprezzi e ci insegni che cosa è l’amore, qualcuno che ci offra i mezzi per poter affrontare le difficoltà della vita. Qualcuno che quando sbagliamo ci faccia vedere un’altra parte della realtà, perché non ne esiste solo una e non è tutto una merda. La vita è un dono e dobbiamo sfruttarla al meglio.

Sono così fortunata che nemmeno me ne rendo conto, io tutto questo l’ho avuto e ho tutte le motivazioni per essere felice. Mi rattrista che molti di loro non possano dire la stessa cosa.

Ad oggi ho deciso di farmi un regalo, ossia prendermi l’impegno di far parte del gruppo della Trasgressione. Per me non è stato un semplice tirocinio, ma un’esperienza di vita travolgente ed è, a tal proposito, anche un’importante occasione per aprirsi completamente all’altro, in quanto esseri umani. Il gruppo è un tavolo ove si riflette, in cui ci si guarda dentro e si cresce insieme.

Sin da bambina mi sentivo inferiore rispetto agli altri e credo che in parte questo fosse dettato dal fatto che a scuola non mi sono stata mai sentita compresa fino in fondo. Mi impegnavo tanto, ma piano piano ho cominciato a sentirmi come se fossi un voto: io ero il sei, gli altri erano l’otto e il nove, ma anche il dieci. Tutto ciò mi portò ad accumulare varie insicurezze riguardo la mia intelligenza, ad aver paura di dire ciò che pensavo perché credevo fosse sempre sbagliato.

Nel gruppo è richiesta una partecipazione attiva con interazione. Devo dire che all’inizio ho fatto fatica, divenendo rossa come un peperone ogni volta che mi veniva chiesto di esprimere la mia idea, ma ad oggi posso dire che sono riuscita ad aprirmi molto con il gruppo, fino ad arrivare a piangere davanti a tutti e a spogliarmi di ogni mia maschera o quasi.

Quindi, sì ad oggi posso dire che, fra le mie tante soddisfazioni personali, il gruppo della Trasgressione è un regalo della vita che non mi posso permettere di rifiutare.

Un GRAZIE a tutte le bellissime persone che ho avuto l’occasione di conoscere. Ognuno mi ha lasciato qualcosa.

Ilaria Pinto

Indice tirocini

Relazione di tirocinio

Camilla Bruno, Relazione finale di tirocinio
Master di I livello in Devianza, Sistemi della Giustizia e Servizi Sociali presso l’Università degli studi di Milano-Bicocca

Ai fini della partecipazione al Master di I livello in Devianza, Sistemi della Giustizia e Servizi Sociali presso l’Università degli studi di Milano-Bicocca, ho svolto un tirocinio curriculare insieme al Gruppo della Trasgressione.

Il Gruppo nasce grazie al Dottor Angelo Aparo. Psicologo e psicoterapeuta, operando in carcere, egli sente la necessità di avviare un progetto innovativo e circa venticinque anni fa crea il Gruppo: uno spazio di libertà, fisico e mentale, dove riunire detenuti, ex detenuti, studenti, famigliari di vittime di reato e comuni cittadini. Il dottor Aparo tuttora coordina il Gruppo, i cui incontri avvengono stabilmente con appuntamento fisso ogni settimana, sia all’interno delle carceri milanesi di Opera, Bollate e San Vittore, sia all’esterno.

Nel 2006 nasce poi l’Associazione Trasgressione.net Onlus, che si occupa delle attività culturali del gruppo; qualche anno dopo, nel 2012, nasce la Cooperativa Sociale Trasgressione.net, braccio imprenditoriale del gruppo impegnata nel reinserimento sociale dei detenuti ed ex detenuti attraverso opportunità lavorative.

L’obiettivo fondamentale del Gruppo è la conoscenza dell’uomo, la ricerca dell’umanità in ogni uomo, la scoperta dei legami e delle alleanze tra gli uomini, chiunque essi siano e di qualunque tipo siano state le loro esperienze. A partire da questa premessa i detenuti vengono coinvolti in una ricerca e una riflessione su di sé, volta a comprendere meglio le azioni compiute, le possibili ragioni delle scelte fatte, il proprio vissuto, arrivando a una consapevolezza, prima inesistente, di sé e della realtà circostante. Tale consapevolezza è un traguardo faticoso, arduo, per raggiungere il quale è necessario un percorso lungo, a volte molto lungo, non lineare, che può avere temporanei arresti e cambi di direzione. In tale percorso la presenza di solidi punti di riferimento, quali una guida cui rivolgersi, e l’analisi delle emozioni e degli stati d’animo presenti al momento delle scelte fatte, sono basilari per arrivare a maturare un senso di responsabilità, prima sconosciuto o disconosciuto, che è tratto distintivo dell’uomo sociale, del cittadino. L’interazione con il mondo esterno, con i cittadini componenti il Gruppo e con altri che le varie occasioni portano ad incontrare, è determinante perché permette al detenuto di uscire dalla bolla di marginalizzazione che lo rinchiude e di essere ora utile a quella società che in precedenza ha danneggiato.

Ho deciso di iniziare questo mio percorso di tirocinio con il Gruppo della Trasgressione spinta da una grandissima voglia di vedere con i miei occhi e percepire sulla mia pelle quello che le persone vivono, provano, sentono all’interno di quelle mura, senza fermarmi all’immagine collettiva che si ha del carcere e della vita intramuraria suggerita tendenzialmente da film e qualche sporadica testimonianza a volte romanzata.

La problematica della devianza mi ha sempre affascinata. Questo mio interesse e il percorso fatto durante la triennale in Sociologia mi hanno portato all’incontro e alla collaborazione con il Gruppo. Questo tirocinio, dopo poco più di sei mesi dall’inizio, è stato in grado di darmi a livello emotivo e razionale una quantità di informazioni e riflessioni, basate su molteplici esperienze, che non pensavo di potere ricevere in così poco tempo.

Gli incontri settimanali del Gruppo sono così suddivisi:

  • I gruppi esterni, in orari pomerifdiani (14.30-17.00 circa), hanno luogo il lunedì nella sede del comune di Rozzano (Via degli Oleandri, 39) e il martedì a Milanonella sede dell’associazione Trasgressione.net (Via Sant’Abbondio 53A). In entrambe le occasioni partecipano ex detenuti, detenuti in permesso o in misura alternativa, studenti tirocinanti e non, famigliari di vittime di reato o famigliari di autori di reato e comuni cittadini. Agli incontri ci si puà collegare anche via Zoom.
  • Mercoledì 9.30-13.00 ha luogo il gruppo interno ad Opera con i detenuti di alta sicurezza; fre le 13.00 e le 15.00 segue quello con i detenuti di media sicurezza.
  • Giovedì mattina, 9.30-12.30 il Gruppo entra nel carcere di San Vittore con il progetto “Un amico controcorrente” assieme ai detenuti del reparto dedicato ai giovani adulti.
  • Giovedì pomeriggio, 14.30-17.00, infine, il gruppo si sposta a Bollate, insieme ai detenuti del secondo reparto.

Per quanto riguarda le attività, il Gruppo organizza e prende parte a molte iniziative culturali e di incontro; in particolare:

  • La Cooperativa si occupa della parte lavorativa: è stata creata una bancarella di Frutta&Cultura che si occupa della vendita di frutta e verdura in loco e della loro consegna a bar, ristoranti, mense e a famiglie bisognose. I dipendenti della Cooperativa, sia detenuti che ex detenuti, si occupano anche di lavori di tinteggiatura, manutenzione e pulizia.
  • Con l’associazione vengono organizzati – oltre ad i soliti incontri interni ed esterni – convegni, incontri con le scuole superiori per la prevenzione al bullismo, al gioco d’azzardo, alla tossicodipendenza ed in generale alla devianza (sia nelle scuole che nelle carceri), rappresentazioni teatrali e concerti della band.

Durante questi mesi ho potuto partecipare ad alcune di queste attività. In particolare:

  • incontri con il liceo artistico di Brera (MI) presso il loro istituto e con una scuola superiore di Parabiago nel teatro del carcere di Bollate;
  • incontri genitori-figli nel carcere di Opera, volti ad offrire un confronto e a favorire un dialogo sincero tra le parti, con possibili interventi di tutti i presenti, detenuti e non;
  • visione di rappresentazioni teatrali soprattutto nel carcere di Opera, in particolare il Mito di Sisifo, che racchiude in se’ tematiche chiave del Gruppo, quali la devianza, il delirio di onnipotenza, il difficile rapporto genitori-figli dettato dal modello genitoriale padre-padrone e, per concludere, il raggiungimento da parte del detenuto di una nuova consapevolezza del proprio vissuto e delle proprie azioni e di una nuova responsabilità nei confronti dell’altro, delle istituzioni e di se stesso.

Da ultima, ma non per minore importanza, la partecipazione al convegno “Una mappa per la pena” organizzato dal Senatore Mirabelli in collaborazione con il Gruppo, tenutosi al palazzo del Senato della Repubblica a Roma il 25 maggio 2022. Il Gruppo della Trasgressione è potuto entrare in Senato per la prima volta, assieme a detenuti ed ex detenuti davanti alla Ministra della Giustizia Marta Cartabia e al capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Carlo Renoldi. In questa occasione il Dottor Aparo è intervenuto presentando in primis il Gruppo e gli effetti di questo sulle persone, detenute e non, che ne fanno parte, ma soprattutto proponendo il progetto di un Centro-studi all’interno delle carceri di Opera, Bollate e San Vittore, attraverso il quale si possano analizzare non solo i fattori socio-culturali che portano una persona a preferire la strada della devianza e quindi a delinquere, ma anche i fattori psicologici, caratteriali ed emotivi che incidono sulle micro e macro scelte compiute giorno dopo giorno che contribuiscono a creare un’identità caratterizzata in toto dalla devianza.

Giunta alla fine di questo percorso, posso dire di aver costruito anche io una nuova consapevolezza: ho capito che per crescere si deve fare fatica, che non basta starsene lì fermi, in un angolo sicuro a guardare, ma che bisogna essere disposti ad impegnarsi realmente per poi far del bene.

Ho capito che niente arriva alle porte della tua coscienza se non sei tu a portarci qualcosa.

Ho imparato che per occupare un posto nel mondo che abbia un senso per se stessi e per gli altri bisogna tirarsi su le maniche, cercare persone che siano nostre alleate, prendere atto di ciò che siamo stati e di ciò che abbiamo fatto per essere in grado di essere oggi persone responsabili.

Ho conosciuto persone, uomini, anime segnate dal dolore e dalla sofferenza. Persone che ad un certo punto hanno perso tutto, ma che pian piano e con fatica hanno riacquistato l’amore per la vita, mettendosi in gioco giorno dopo giorno, per loro stessi e per i loro cari.

Ho conosciuto persone che per tutta una vita hanno camminato nel buio, ma che oggi risplendono di luce brillante e meravigliosa.

Ho conosciuto persone che per anni hanno fatto del male, ma che oggi spendono ogni minuto della propria giornata per essere d’aiuto al prossimo, mettendoci anima, corpo e soprattutto cuore.

Ho imparato a pensare che non sempre ciò che penso è sbagliato, che non sempre quello che vorrei portare come mio contributo è inutile. Ho imparato che le parole hanno un peso specifico, che possono davvero essere d’aiuto per qualcuno, così come potrebbero anche fare danni.

Ho capito che nella mia vita voglio mettermi in gioco, anche se ancora faccio fatica, ma voglio arrivare a capire che posso farlo anche io.

Ho imparato che posso accogliere l’altro, le sue emozioni, i suoi vissuti, e che io posso a mia volta essere accolta, senza paura.


Da LPT Studio

Questo gruppo mi ha dato davvero tanto, sia a livello conoscitivo ai fini della professione, sia a livello emotivo e personale. Mi sono ripromessa di custodire gelosamente e con cura dentro di me un pezzetto di ogni persona che ho conosciuto in questi mesi, perché ognuna di loro è stata in grado di lasciarmi qualcosa di importante.

Ringrazio il prof Aparo per essere stato fonte di grande ispirazione; ringrazio il Gruppo della Trasgressione per avermi dato la possibilità di vivere un’esperienza del genere, che credo cambi la propria visione della realtà.

Ringrazio ogni singola persona che mi ha permesso di entrare nella sua vita e ringrazio chi ha voluto fare lo stesso entrando nella mia.

Spero un giorno di poter essere alla vostra altezza.

Camilla Bruno

Indice Tirocini

La chiamata a San Vittore

San Vittore, 3 novembre 2022

Dopo gli incontri incentrati sul progetto Caravaggio in città svolto nel carcere di Opera insieme al professor Zuffi, il prof Aparo ha deciso di portare anche a San Vittore il quadro della Vocazione di San Matteo.

A differenza di ciò che è stato fatto ad Opera, il quadro è stato mostrato ai ragazzi detenuti a San Vittore senza nessun tipo di spiegazione o premessa; è stato chiesto loro di provare a descrivere semplicemente ciò che vedevano raffigurato nel dipinto. Durante questo incontro erano presenti in incognito anche tre future vicedirettrici di carcere, che insieme ai ragazzi hanno descritto il quadro facendo riferimento solo a ciò che stavano guardando e che stavano provando in quel momento.

Il risultato di questa interessante e piacevole interazione è stato un incontro molto toccante. Sono emersi pensieri e sensazioni da entrambe le parti che mi hanno emozionata e che mi hanno fatto pensare.

Dopo che tutti i presenti avevano parlato a lungo del dipinto e di ciò che ognuno riusciva a leggere nelle diverse figure, il professore ha chiesto a tutti i presenti una rilettura del quadro: “Se il quadro fosse una fotografia di quello che tu desideri possa accadere oggi nella tua vita, come descriveresti i diversi personaggi e ciò che stanno facendo?

Sono emerse diverse risposte, tra le quali sicuramente quella dove le persone desideravano essere chiamate a fare qualcosa di bello, qualcosa di importante per se stessi o per gli altri.

Quando ho provato a darmi una risposta a questa domanda, ho pensato subito anche io alla chiamata: ho pensato al desiderio di essere chiamata, proprio come Gesù chiama San Matteo. Ho pensato al desiderio di essere presa per mano e accompagnata nel mio cammino da una guida in grado di riconoscermi e scegliermi per la persona che sono.

Verso la fine dell’incontro il prof ha chiesto poi ad Hamadi cosa avrebbe voluto che le tre future vicedirettrici facessero nei suoi confronti durante la sua detenzione.

Hamadi non ha risposto con molte parole, ma quello che detto mi è arrivato dritto al cuore: “Vorrei essere capito e visto per ciò che sono davvero”.

In queste parole io ho sentito una forte richiesta di aiuto, e ripensandoci, la mia risposta alla domanda di prima ora cambia. Senza la pretesa di salvare il mondo, in futuro vorrei poter essere quel fascio di luce che illumina San Matteo, quella mano che dolcemente indica alla vita.

Vorrei chiamare, vorrei poter riconoscere e dare la possibilità di dimostrare il proprio essere a tutti gli Hamadi che incontrerò. Vorrei invecchiare, guardarmi indietro e riconoscere di essere fiera di ciò che sono stata, di essere stata magari d’aiuto a qualcuno e di aver forse fatto del bene.

Questo, quindi, è il mio ideale di vita: poter essere chiamata oggi, per potere un domani essere in grado di chiamare a mia volta.

Camilla Bruno

La Chiamata

Progetto “La Chiamata”

Mi è stato chiesto dal dott. Aparo di scrivere qualcosa di mio su un progetto per un reparto, qui a San Vittore, dove accompagnare le persone molto giovani nella propria crescita personale.

San Vittore è una Casa Circondariale, un posto di passaggio dove la persona accusata è solo in attesa di una condanna. Ed è questo il luogo nel quale si vuole intervenire, quando la persona è ancora “acerba” e ancora influenzabile.

Per riuscire è necessario che il reparto sia abitato da persone che abbiano l’interesse a mettersi in gioco, dove i detenuti che scelgono di andarci possano darsi un aiuto reciproco per confrontare i propri vissuti e dove chi vive nel reparto, in collaborazione con professionisti che vengono dall’esterno, possa individuare e alimentare iniziative utili a migliorare la qualità dell’ambiente.

Il detenuto nel reparto non dovrebbe mai avere la sensazione di essere abbandonato a se stesso, è importante che si senta accompagnato durante il cammino. Non sono da tralasciare le attività formative, come sport, scuola, incontri, eventi formativi, laboratori creativi e tutte quelle attività che portano la persona a prendersi cura di se stessa.

Il carcere è uno di quei luoghi nei quali si può incontrare il male nelle sue forme più drammatiche e dove molte volte ci si imbatte in giovani che sembrano normali e tranquilli, ma che invece hanno compiuto azioni violente e devastanti.

Il male si mostra sempre nei momenti in cui siamo più deboli. A volte è visibile nei suoi effetti solo dopo essersi piano piano fatto spazio dentro di noi. Spesso il colpevole è identificabile, ma a volte si scopre essere contemporaneamente artefice e vittima. L’origine di questo male va cercata dentro perché è intrinseco nell’essere umano e tante volte si può sprigionare all’improvviso, senza una comprensibile ragione.

Nella mia breve esperienza in carcere, ho notato che San Vittore è un gran via vai di figure portatrici di sapere, come psicologi, avvocati, educatori, volontari, etc… Il confronto con questi personaggi è diverso per ogni persona, ma c’è la speranza che questi dialoghi possano essere una svolta per la crescita della persona smarrita.

Le persone che sono bloccate nella propria storia passata, negli errori propri e altrui, nelle esperienze di violenze agite e subite, credono di non aver più il diritto di parola, sentono di non avere più un’identità (la maggior parte delle volte non ce l’avevano neanche prima, oppure era meramente illusoria). Mi riferisco in particolare a ragazzi giovani che, messi in carcere per la prima volta, sono paralizzati e non hanno parole per raccontare ciò che stanno vivendo e che hanno vissuto. Sono convinto, però, che le persone che vengono da fuori possano aiutare a dare voce ad un vissuto sofferto (agito, subito o entrambi).

Credo che si dovrebbe cercare di accompagnare i detenuti nel loro percorso, aiutarli a sviluppare la capacità di pensare in maniera costruttiva, ad elaborare e contenere quelle forti emozioni di rabbia, desolazione, ansia e tristezza, che spesso ci ingannano e ci tengono prigionieri, più del carcere stesso. Persone come me, che vivono nella profonda disperazione per aver commesso azioni tremende… pur non riconoscendosi in esse.

Hamadi El Makkaoui

Caravaggio in città

Il testo originale

Aula Dostoevskij – Rossoni

Avendo partecipato al progetto Delitto e Castigo, cosa mi porto a casa? Sicuramente la consapevolezza di com’è la vita in carcere, di come un detenuto abbia bisogno di figure che lo accompagnino nel proprio percorso, più o meno lungo, a ritrovare la propria coscienza, attraverso il dialogo e attraverso il supporto morale; solo in questo modo queste persone possono essere reinserite nella società e possono procedere nella rieducazione menzionata nella nostra cara Costituzione.

Questa è stata la mia prima esperienza in un carcere e ora, più che mai, mi rendo conto di come sia necessario che questi tipi di progetti vengano diffusi, affinché ci possa essere in tutte le carceri una possibilità di cambiamento concreta. Soprattutto, resto con la speranza che un giorno, una figura come quella del dottore Aparo diventi istituzionalizzata e riconosciuta professionalmente, come qualcuno diceva nei nostri incontri.

Poi mi porto a casa gli insegnamenti ricevuti.
Da Paolo e Marisa, innanzitutto, che con la loro forza di affrontare il dolore si sono avvicinati a questo mondo, completamente opposto e antitetico alla loro esperienza di vita.
Poi dal professore Fausto Malcovati su Dostoevskij, da cui ho imparato molto sulla letteratura russa.
Dal dottore Alberto Nobili, che ci ha dato dei preziosissimi consigli su come svolgere il nostro futuro lavoro, soprattutto per chi, come me, ha il sogno di diventare un pubblico ministero.
E infine gli insegnamenti del dottore Francesco Cajani e del professore Angelo Aparo, che hanno reso possibile questo progetto assieme al Gruppo della Trasgressione.

Grazie a tutte queste figure, questa esperienza mi ha cambiato in positivo, mi ha convinto che oltre allo studio sui libri è importante vedere la realtà delle carceri italiane e fare qualcosa di concreto affinché si realizzi per tutti noi, detenuti e civili appartenenti alla società, una condizione migliore di convivenza.

Mi impegno a fare tesoro di tutto ciò che ho imparato per il mio futuro professionale, ma anche personale. Se un giorno avrò il privilegio di essere magistrato, sono sicura che svolgerò la mia professione ricordando ognuna delle persone presenti nell’aula Dostoevskij ed i loro insegnamenti.

Aurora Rossoni – Studentessa Giurisprudenza

Delitto e Castigo

Rami

Si muovono nel vento
e nel movimento
cambiano i colori
dando vita alle ombre.
Mutevoli sono le sensazioni
che donano i piccoli rami
attraverso le stagioni
riempiono panorami
e avvicinano la terra alla luna
come dita che graffiano il cielo
Così alla fine stridono
al suolo
nel loro ultimo respiro
come violini spezzati

Giuseppe Di Matteo

Poesie

Conversando con Raskol’nikov

Domani, 30 novembre 2022, avremo nel carcere di Opera l’ultimo dei 5 incontri su Delitto e Castigo. Stanno partecipando all’iniziativa ex criminali, studenti, docenti, magistrati, persone ferite dalla criminalità organizzata.

Servizio di Maria Chiara Grandis

Nella giornata conclusiva di domani, Francesco Cajani e io porremo a noi stessi e a tutte le persone che hanno contribuito all’iniziativa le seguenti domande:

  • Quali erano gli obiettivi dell’iniziativa?
  • Cosa abbiamo messo in tasca in queste 5 giornate?
  • Che uso personale possiamo farne?
  • Se si ritiene che ne valga la pena, cosa, in quali ambiti e con quali modalità rilanciare il lavoro su  Delitto e Castigo?

Nel cammino della scienza, è buona norma dichiarare con quali domande si va dentro un laboratorio ed è ancora più importante rendere pubblici i risultati e le risposte che, a seguito della ricerca, si pensa di avere ottenuto.

Credo che lo studio della devianza e gli interventi per prevenirla e curarla debbano essere trattati come una scienza. Se onsidero la portata dei danni economici e affettivi che la criminalità causa nella nostra società, trovo più che ragionevole assumere nei confronti della materia l’atteggiamento che qualsiasi ricercatore ha nei confronti di ciò di cui si occupa: Materiali, Variabili, Procedure di una ricerca devono essere resi pubblici per permettere a chi non c’era di verificare, criticare, ottimizzare, proporre alternative; in sintesi, contribuire alla evoluzione della conoscenza del problema e dei mezzi per trattarlo.

Pertanto, cari studenti di giurisprudenza, cari componenti del gruppo della trasgressione e cari professori, a conclusione del nostro viaggio tra eletti e pidocchi (io ondeggio fra le due categorie da sempre e cerco ancora oggi la mia alternativa al delirio di Raskol’nikov), visto che siamo entrati tutti nel laboratorio, per favore, facciamo ciascuno il resoconto della nostra esperienza, come si addice alle persone che frequentano i laboratori.


Da LPT Studio

Delitto e Castigo

Relazione finale di tirocinio

Leonardo Esposti, matricola 953451
Tirocinio curricolare presso l’associazione: “Trasgressione.net
Corso di Laurea: Scienze dei Servizi Giuridici
Periodo : 08.03.2022 – 13.06.2022

Caratteristiche generali del tirocinio: l’istituzione, l’organizzazione o l’unità operativa in cui si è svolta l’attività, l’ambito operativo, l’approccio teorico e pratico di riferimento
Trasgressione.net è un’associazione ONLUS costituita da detenuti ed ex-detenuti, familiari di vittime, studenti, professionisti e liberi cittadini, il cui obiettivo è contribuire a un percorso di maturazione, riabilitazione e responsabilizzazione personale del detenuto, finalizzato al suo reintegro nella società civile.

Tale associazione si occupa delle iniziative culturali e sociali del Gruppo della Trasgressione che opera a diretto contatto con i detenuti, sia all’interno delle tre carceri milanesi per adulti, sia esternamente nella sede di Via Sant’Abbondio 53A, sempre a Milano.

Il Gruppo, oltre che dell’associazione, si avvale anche del sostegno di una Cooperativa Sociale il cui obiettivo è quello di coltivare e rafforzare il rapporto di progettualità tra i detenuti, gli altri componenti del gruppo e, più in generale, il mondo esterno.

Descrizione dettagliata del ruolo e delle mansioni svolte:
Durante il periodo di tirocinio ho partecipato regolarmente agli incontri del Gruppo esterno, a quelli all’interno delle carceri di Opera, San Vittore e Bollate, nonché ai numerosi eventi organizzati dall’associazione.

Gli incontri esterni, con cadenza settimanale, mi hanno consentito di approfondire numerosi temi quali:

  • Il reato e l’abuso;
  • Alcune diverse letture del concetto di libertà;
  • La banalità del male e la mediocrità dell’uomo;
  • L’arroganza del deviante;
  • La responsabilità del detenuto e delle istituzioni;
  • Il significato della punizione, la riabilitazione e il reinserimento del detenuto nella società civile;
  • Il rapporto tra genitori-detenuti e figli;
  • La prevenzione della devianza giovanile;
  • Le micro-scelte quotidiane che portano alla devianza e alla macro-scelta dell’attuazione di un reato;

Nel corso degli incontri all’interno delle carceri ho avuto una collaborazione diretta con i detenuti. Con essi ho instaurato un dialogo utile alla comprensione di storie di vita difficili e di percorsi di devianza dolorosi.

Durante tali incontri è stato molto importante il ruolo del coordinatore del gruppo che coinvolgeva tutti noi tirocinanti a partecipare attivamente al dialogo con i detenuti e a collaborare in attività concrete.

Attività concrete, metodi e strumenti adottati:
Il Gruppo della Trasgressione, estroso e poliedrico, ha organizzato numerose attività culturali a cui ho avuto l’occasione di partecipare.

Il 9 Marzo 2022 nel carcere di Opera, in collaborazione con il gruppo ForMattArt, è stata organizzata una mostra-incontro con gli studenti di una Scuola secondaria di Milano che hanno interagito con alcuni detenuti dei reparti di media e alta sicurezza. Nella prima parte dell’incontro sono stati visionati e discussi molti lavori artistici audiovisivi di diversa natura (immagini astratte, foto, dipinti, video, tracce audio) che rimandavano all’idea di sofferenza, ai sogni dei detenuti, all’idea di giustizia e al valore dell’articolo 27 della Costituzione. Si è trattato di un percorso guidato che invitava alla visione di quadri raffiguranti immagini di sbarre, visi di persone o persone rannicchiate, il tutto accompagnato da un sottofondo audio che proponeva domande come: “Ti senti responsabile per quello che hai fatto?” “Infrangi spesso le regole?” “Segui i principi della tua morale oppure quelli del Diritto Costituzionale?”. Continuando il percorso, si arrivava a un tavolo dove potevamo sfogliare gli scritti di bambini su quadernini che riportavano i loro sogni, le loro speranze, i loro sentimenti, le loro preoccupazioni. Infine, su una costruzione di legno a forma di sfera si poteva leggere l’incisione dell’articolo 27 della Costituzione: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Nella seconda parte dell’incontro è stato organizzato un laboratorio didattico in cui gruppi misti di studenti, detenuti e tirocinanti come me, hanno composto delle frasi di senso compiuto estrapolando parole da vari ritagli di giornale. Le frasi riflettevano, per esempio, il sentimento del detenuto tradito dall’ambiente di provenienza, dai suoi amici, dai modelli di riferimento; la sua tristezza, il dispiacere e il rimorso per quello che ha fatto; la speranza nelle prospettive future di riabilitazione e di crescita personale. Questo incontro, avvenuto il giorno del mio primo ingresso nel carcere di Opera, è stato particolarmente emozionante e mi ha fatto comprendere il modus operandi del Gruppo nella pratica reale.

Nei successivi incontri, sempre nel carcere di Opera, ho assistito alla rappresentazione teatrale del mito di Sisifo. Una rappresentazione rivisitata, frutto dell’ingegno del coordinatore del gruppo della Trasgressione il dottor Angelo Aparo. Il mito di Sisifo in questa versione è stato scelto e sfruttato per trattare diverse tematiche quali: il rapporto tra il detenuto e l’autorità, l’arroganza del detenuto e il rapporto tra detenuto e figlio.

Sisifo è il re di Corinto, città che attraversa un periodo di gravissima siccità. Gli abitanti pregano gli dei e, in particolare, fanno sacrifici in favore di Giove e di Asopo, dio delle acque, affinché questi concedano a Corinto una sorgente per coltivare i campi. Ma gli dei si dedicano ai loro festini mentre il popolo di Corinto muore di sete. Sisifo, senza andare troppo per il sottile, riesce a procurare l’acqua al suo popolo, ma incorre nelle ire del re dell’Olimpo, che si vendicherà con la famosa pena del masso”.

Nella simbologia teatrale, Sisifo, che vive in un mondo in cui la violenza è alimentata e innaffiata continuamente, rappresenta l’arroganza dello stile deviante, che si manifesta con un costante disdegno verso le regole e un’irritante altezzosità verso il prossimo.

Asopo, il dio dell’acqua, dileggiato da sua figlia a causa delle compagnie poco raccomandabili che egli frequenta e per la totale assenza di credibilità come genitore, rappresenta un’autorità che conosce la violenza come unico mezzo per farsi rispettare.

Il 30 Marzo e il 7 Aprile sono stati organizzati due incontri al Liceo Artistico di Brera (con sede in Via Camillo Hajech) in cui detenuti e studenti hanno potuto riflettere sulle ragioni della devianza. Durante questi incontri ci si è interrogati sulle variabili che incidono sulla tipo di risposta che viene data alla frustrazione. Tra i vari interventi dei detenuti sono emersi i numerosi fattori scatenanti la devianza, tra cui l’ambiente sociale e il contesto in cui ognuno di noi nasce, cresce e vive; la sensazione di impotenza e le fragilità interne che conducono sovente anche all’uso e all’abuso di sostanze stupefacenti; il desiderio di accumulare denaro e beni voluttuari e infine la seduzione che la vita da criminale e i soggetti di riferimento esercitano sul futuro deviante.

Tra le varie iniziative proposte dal Gruppo, la più importante è sicuramente il convegno tenutosi il 30 Maggio 2022 al Senato di Roma nella Sala Zuccari del Palazzo Giustiniani, che ha visto la partecipazione di importanti cariche istituzionali come il Ministro della Giustizia Marta Cartabia, il capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria Carlo Renoldi e i due Senatori della Repubblica Franco Mirabelli e Monica Cirinnà, nonché di alcuni ex-detenuti e detenuti in permesso speciale. Il convegno è stato un’importante occasione per presentare alle cariche istituzionali la filosofia del Gruppo e il suo modo di operare, allo scopo di stringere una proficua collaborazione con le istituzioni stesse.

Presenza di un coordinatore o di un supervisore e modalità di verifica e di valutazione delle attività svolte:
Il Gruppo della Trasgressione è coordinato dal Professor Aparo, terapeuta ed ex-Docente universitario, il quale propone, ad ogni incontro, nuovi temi e spunti di riflessione da cui nascono ricche discussioni e occasioni di confronto. Il prof. Aparo ha prestato particolare attenzione al percorso di maturazione personale di noi tirocinanti, coinvolgendoci sempre nelle attività proposte e invitandoci a redigerne costantemente relazioni e verbali.

Conoscenze e abilità acquisite:
L’esperienza con il Gruppo della Trasgressione, attraverso un approccio pratico e moderno, mi ha permesso di approfondire la conoscenza del mondo carcerario e della giustizia penale, soggetti da me analizzati parzialmente e solo da un punto di vista teorico durante il percorso di studi. In particolare ho imparato a instaurare un dialogo autentico con l’autore del reato e ad avere una maggiore comprensione delle motivazioni, dei sentimenti e delle fragilità che sono alla base della devianza.

Il contatto diretto con i detenuti e il mondo carcerario in generale mi hanno fatto capire che per riabilitare e riforgiare un uomo in detenzione l’istituzione dovrebbe assegnargli una funzione e responsabilizzarlo nei confronti della cittadinanza libera. Da studioso del Diritto, questa visione aperta del Gruppo mi pare rappresenti un punto di partenza per rivoluzionare la ratio classica della pena da scontare.

Caratteristiche personali sviluppate:
Far parte del Gruppo della Trasgressione ha migliorato le mie capacità interpersonali e relazionali attraverso l’ascolto delle esperienze dei detenuti, e mi ha aiutato a espormi in prima persona e a mettere a nudo con me stesso, prima che con gli altri, alcune fragilità e insicurezze.

Il Gruppo, inoltre, è stato fondamentale per spingermi a mettere in discussione certi stereotipi e pregiudizi sul mondo carcerario e per apprezzare il valore della cooperazione tra membri che desiderano farsi promotori di un cambiamento nell’istituzione.

Altre eventuali considerazioni personali:
In Italia, ogni giorno, più di cinquantacinquemila persone vivono una costante situazione di crudeltà e sofferenza psico-fisica, completamente inconciliabile e contrastante con la nostra Costituzione e con i Trattati Internazionali che la Repubblica si è impegnata a osservare.

Il primo passo per riabilitare il detenuto è quello di riconoscerne la dignità in qualità di essere umano, malgrado l’efferatezza del crimine da lui commesso. Privare un detenuto dei diritti fondamentali, infliggendogli una pena inutilmente dolorosa, significa negargli ab origine la sua dignità. Ritengo infatti che una logica punitiva squisitamente retributiva, secondo cui il dolore sarebbe l’unica moneta con cui il detenuto ripaga il danno che ha causato alla società, porti alla patologia del sistema e ad un alto tasso di recidiva.

Concludendo, a mio avviso, il detenuto dovrebbe essere messo nelle condizioni di esercitare delle funzioni di responsabilità, attraverso l’assegnazione di un lavoro e l’approfondimento della propria cultura. Questa seconda visione meglio si concilierebbe con i valori enucleati in larga parte nei Principi Fondamentali della Carta Costituzionale, ma non solo: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale […]. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine […] sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. E ancora: La responsabilità penale è personale. […] (art. 3 Cost.). Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” (art. 27 Cost.). Il “recupero sociale del condannato” è “fine ultimo e risolutivo della pena”, da attuare attraverso un vero e proprio riconoscimento di un “diritto all’educazione” (Sent. Corte Cost. n. 204/1974).

La rieducazione del condannato passa attraverso una serie di strumenti che lo Stato e i liberi cittadini decidono di mettere a disposizione. E in tal senso si innesta l’operato del Gruppo della Trasgressione.

Indice dei Tirocini

Il conflitto, tra dolore e privilegio

Questi incontri nell’ambito del progetto “Delitto e Castigo” all’interno del carcere di Opera costituiscono per me un’occasione di crescita professionale e personale. Sono all’ultimo anno di Giurisprudenza e sto giungendo al termine del mio percorso universitario. Ambisco a formarmi non solo come Giurista con una coscienza etica, ma vorrei poter anche agire come Operatore del diritto con radici in un’esperienza umana vissuta autenticamente.

Questi incontri mi permettono di fare un’esperienza reale mettendo in gioco e confrontando le mie competenze tecniche acquisite ad oggi: entrare in Carcere è stato come sperimentare una giostra di emozioni ed è stato, soprattutto, fonte di tante domande. Torno a casa con una serie di quesiti irrisolti, principalmente su come porsi nei confronti delle persone detenute, e credo che solo gli anni e l’esperienza riusciranno a darmi una corretta risposta.

Nel primo incontro, quando i detenuti hanno raccontato la loro esperienza giustificando, o meglio, cercando di contestualizzare le ragioni dei reati commessi, ho provato molto scetticismo e mi sono chiesta se la parola comprensione o simpatia fosse appropriata per le mie emozioni. Forse la comprensione nasce dalla competenza che si può sviluppare con una maturità professionale, che da studente non ho ancora.

Ho sempre immaginato il diritto come applicazione scientifica della legge con riferimento a situazioni che, seppur peculiari, avrebbero potuto essere categorizzate e giudicate. Invece, attraverso questa esperienza mi rendo conto che c’è molto di più: ci sono delle persone, delle intenzioni, dei familiari, dei percorsi, dei ripensamenti, delle emozioni. E, dietro tutto ciò, degli esperti e diverse figure professionali: lo psicologo clinico, il Magistrato, il Direttore del carcere che combattono tutti i giorni per garantire la riuscita di un percorso trattamentale.

Sono molte le figure che operano in carcere con i detenuti e che forniscono degli strumenti di crescita e speranza a chiunque voglia coglierli, creando spazi dove il detenuto può ritrovare sé stesso per costruire da dentro il suo possibile fuori. La comprensione o la simpatia nei confronti dei detenuti, ad oggi, non fa ancora parte del mio pensiero, ma la consapevolezza che l’ascolto sia una perla preziosa dalla quale si può imparare molto, sì! Magari non per immedesimarsi, perché non ritengo che questo sia il mio compito, ma per cercare di capire con intelligenza e razionalità.

Nel secondo incontro, la chiave ad alcune mie domande è stata fornita dal dott. Aparo, con riferimento al concetto di conflitto nel delirio di Raskol’nikov e alla sua presenza o assenza prima della commissione di un reato. La possibile causa della devianza potrebbe risiedere nella mancanza o, addirittura, nella ricerca del conflitto stesso. Il conflitto è un privilegio o una dannazione? Credevo di non essere in grado di dare una risposta a questa domanda, ma credo di averlo capito nel momento in cui ho visto Nunzio commuoversi nel ricordo di sua madre e ho visto Marisa, madre di una vittima di un’associazione criminale, mettergli una mano sulla spalla e rincuorarlo.

Ho visto che quello che in passato era stato il senso di onnipotenza del reo era astato anche uno strumento per coprire un baratro di fragilità e di insicurezze. Questo mi ha portato a comprendere l’importanza del conflitto interiore in un uomo e a condannare l’onnipotenza incosciente che lo disumanizza e lo rende criminale. Il vantaggio di una intensificazione della coscienza lo capii in quel momento e il mio pregiudizio e giudizio nei confronti dei detenuti è stato superato.

Tutti nella vita ci troviamo a scegliere, seppur nel nostro piccolo, tra la strada più facile e quella più difficile. Per questo, è bello vedere in questi incontri un’umanità che si confronta, che si racconta seppur da vite, ruoli, famiglie, storie diverse. Ho ammirato il Magistrato Dott. Alberto Nobili, quando ha ringraziato il detenuto Pasquale per il percorso svolto, così facendomi comprendere l’immensità e la serietà della parola giustizia.

È questa la mia idea di Stato, un’Istituzione che sia consapevole del senso di umanità e che con umiltà ringrazia quando, anche grazie al detenuto, la giustizia e un senso superiore dello Stato riescono ad essere salvezza per la vita di molti.

Mi sento fortunata e onorata di avere l’opportunità di partecipare a questa esperienza e di provare ad essere ponte per una comunicazione con l’esterno. Cercherò, nel mio piccolo, di dare parola nel contesto quotidiano in cui vivo a chi ha meno o diversi strumenti per farlo dall’interno. Grazie.

Elisa Civolani

Delitto e Castigo