I miti dell’antica Grecia hanno la straordinaria caratteristica di essere senza tempo. Sono come delle istantanee che in realtà non ci raccontano la storia di un tempo specifico, ma che ci portano invece in un mondo ideale dove l’essere umano è rappresentato nella sua essenza, l’essenza che condivide con tutti i suoi simili nonostante le differenze individuali.
Il mito greco è qualcosa in cui la mente si può letteralmente tuffare alla ricerca di se stessa e così, queste persone vissute così tanti anni prima di noi, sembrano conoscerci alla perfezione.
Una volta un filosofo mi ha detto che noi li chiamiamo “popoli antichi” ma a pensarci bene le civiltà antiche avevano una mente molto più giovane della nostra, che invece abbiamo alle spalle altre decine e decine di secoli con tutti i fatti e tutte le conseguenze che si portano appresso.
Posso dire che, sebbene ne avessi già sentito parlare, ho incontrato nuovamente il mito di Sisifo al Gruppo della Trasgressione, dove l’ho conosciuto e visto con straordinaria chiarezza.
Il Gruppo interpreta e reinterpreta il Sisifo da decenni e con il passare degli anni, il potere del teatro e della lettura psicoanalitica ha portato alla luce un tesoro inestimabile di significati profondi, che hanno aiutato moltissime persone a risollevare la propria esistenza e a coltivare la propria consapevolezza.
Sisifo è il Re di Corinto, ma per me è innanzitutto un essere umano che deve prendere delle decisioni e che si trova a dover portare avanti la città in una situazione di grave siccità: una persona quindi, che deve andare avanti in un mondo che però è privo delle risorse minime che gli occorrerebbero.
Sisifo si rivolge agli Dei per chiedere l’acqua, ma non riesce a risolvere il problema perché viene sostanzialmente ignorato da essi, sembra infatti che gli Dei stiano pensando ad altro.
Ritengo che questo passaggio sia uno dei momenti cruciali perché è proprio in una situazione del genere che si avverte quel senso annichilente di ingiustizia; che rimane semplicemente irrisolto.
Sisifo deve risolvere un problema al quale non può sfuggire: lui ed il suo popolo non hanno acqua e arrendersi significherebbe morire e intanto vive in un mondo in cui gli Dei traggono beneficio dal potere, ma non hanno nessuna intenzione di utilizzare quel potere a beneficio di chi invece ne avrebbe bisogno per sopravvivere.
E allora accade che Sisifo, forse guidato più dall’istinto che da una scelta razionale, si concede di ricattare gli Dei per ottenere ciò di cui necessita.
Ma è proprio qui che quel senso di ingiustizia, che stava già nel vissuto di Sisifo, arriva alle sue conseguenze perché, io dico, è proprio per questo senso di ingiustizia che Sisifo perde di vista le necessità della città e viene invece “ubriacato” dalla nuova sensazione di potere: la sua mente non è più rivolta alla ricerca dell’acqua, ma alla ricerca di potere.
E allora mi chiedo, andando in quel mondo delle idee che gli antichi greci hanno rappresentato in tutta la sua grandezza, la pietra che poi Sisifo è condannato a portare e riportare in eterno non è un po’ come questa ricerca di potere fine a se stesso?
C’era un avvocato in un bar che ad un certo punto, discutendo sulle sorti del mondo, ha detto:”ci vorrebbe più umanità!”. Sappiamo tutti che è un modo di dire piuttosto comune e tutti abbiamo in mente delle immagini ben precise quando lo sentiamo dire.
Si, è vero che l’essere umano è capace di contemplare dimensioni più elevate di se stesso ma sappiamo anche che è altrettanto capace di cose ben lontane dall’essere edificanti. E allora verrebbe da obiettare che va bene l’umanità, ma in effetti dovremmo considerare bene di cosa è fatta questa umanità e di come essa si possa sviluppare in un modo piuttosto che in un’altro.
Ho immaginato per un attimo un alieno passare dal pianeta che abitiamo: sorvolando qua e là vedrebbe società e nazioni piuttosto complesse ed estese ma anche terribili guerre e aree di caos e violenza. Vedrebbe, sempre l’alieno, situazioni in cui l’autorità si impegna a costruire cooperazione e comprensione reciproca e altri contesti dove invece l’autorità ha dato luogo a un abisso di potere nel quale l’unico modo per sopravvivere è la violenza e la distruzione dell’altro.
E quindi, cosa guida davvero le nostre scelte morali? Personalmente, ritengo che nessuno degli interventi di oggi sia stato pessimista, anzi, l’impressione vivida che ho avuto è stata di bellezza, di ricchezza di sfaccettature dell’esperienza umana.
Un insegnante di religione ha ragionato su come la coscienza sia la chiave di tutto e di come essa possa consentire di avere una visione ordinata del mondo e forse di intuire l’esistenza di Dio.
Una collega ha fatto riferimento alla funzione della società come ambiente dove l’individuo, se compreso e valorizzato, riesce a costruirsi uno spessore e quindi una condotta che consolidi la sua caratura morale.
Nella mia visione, forse un po’ terra-terra, mi sembra che abbiamo già abbastanza problemi e che sarebbe meglio tentare di non fare altri danni, perché conviviamo nella stessa barca ed è meglio cercare di collaborare. Possiamo affrontare le nostre pulsioni aggressive, possiamo essere morali.
Un intervento illuminante è stato quello di due ex detenuti del Gruppo della Trasgressione, mi sta dando davvero tanto da riflettere: per qualcuno che ha vissuto la violenza, per qualcuno che l’ha attivamente utilizzata nella sua routine, per chi ha compiuto crimini e ha deciso di cambiare vita e affrontare un percorso di rinascita e di riscatto, i valori morali e spirituali sono a tutti gli effetti ciò che ha consentito di creare profondità da una parte e cambiamento dall’altra. I valori morali e spirituali non sono forma vuota, sono materia viva che viene esperita nella sensibilità delle persone.
Si è per esempio fatto riferimento alla legge: l’esistenza di una legge non impedisce ad un delinquente di agire; è invece l’interiorizzazione del senso di giustizia che ci permette di comprendere la legge e rispettarla; di trasformare un elenco di precetti in un’esperienza di vita sensata.
Penso che sia normale che ognuno trovi la sua strada verso un modo di agire morale, che sia la fede o il credere in un’umanità in grado di migliorare col tempo, credo che uno spessore morale possa essere costruito in diversi modi, diverse visioni per così dire, e credo che tutto ciò ci accomuni piuttosto che dividerci.
Cosa spinge un gruppo di ragazzi, in maggior parte minorenni, a saccheggiare un negozio approfittando delle proteste pacifiche? La tensione continua ad aumentare e sembra che stiano emergendo ulteriori minacce e promesse di disordini anche per i prossimi giorni.
A mio avviso, è difficile che la scelta di prendere un treno e andare in trasferta appositamente per saccheggiare e distruggere non abbia come come causa un disagio rimasto inascoltato da molto prima. E allora, da quanto tempo quei giovani sono inascoltati e che cosa ci racconterebbero se ne avessero la possibilità?
Forse qualcuno ci parlerebbe di difficoltà economiche, qualcuno potrebbe articolare un discorso di lotta politica, qualcuno, purtroppo senza pensarci affatto, forse ci direbbe che l’ha fatto per noia.
Penso che la società civile (qualora volesse meritare tale definizione) abbia il dovere di non accettare queste spiegazioni e accettare invece il fatto che di questi giovani non sappiamo proprio niente.
Possiamo tuttavia ragionare sul fatto che quando questa violenza esplode, nel giovane come nell’adulto ci deve essere un serbatoio di rabbia e ansie inespresse.
Ogni persona ha la sua storia e il suo disagio e, quando in aggiunta vengono a mancare le risorse per affrontarli, mi sono fatto l’idea che le dinamiche dei social fungano quasi come un magnete che concentra questa rabbia su un bersaglio.
Lo scorso incontro ha offerto dei punti di vista molto interessanti a tal proposito: Di assoluta importanza è a mio parere rimarcare l’angoscia e lo sdegno dei giovani che invece sono assolutamente contrari ad ogni forma di violenza. Una studentessa diciottenne, Sara, ci ha raccontato di come i fatti dello scorso sabato (le rivolte violente avvenute in diverse città tra cui Milano) siano da condannare senza dubbio, al contempo però si aspettava da parte della scuola di appartenenza un maggior dialogo e discussione rispetto a questi temi.
Una protesta pacifica che sfocia nella violenza è una sconfitta; un’istituzione che a seguito dei fatti ignora la necessità degli studenti di confrontarsi è un’ulteriore tragica sconfitta.
E’ emerso che la mancanza di cultura, di mezzi e di legami sociali significativi sono il terreno fertile dal quale queste ondate di violenza si sviluppano. Sui social i messaggi che spingono alla violenza accendono il serbatoio di rabbia e paura che continuiamo ad ignorare; ma dall’altra parte, chi oggi è davvero in grado di offrire un punto di riferimento nuovo e che sia in grado di fornire un messaggio di pace? Quanto oggi le istituzioni si impegnano a porre un argine alle disuguaglianze? Esistono ancora delle idee in grado di ricucire le lacerazioni di una società così complessa, dove diverse culture e modi di vivere coesistono e dove le informazioni corrono da un continente all’altro alla velocità di un click?
Non ho risposte e non so se ne troverò; ma continuerò a cercarle.
Recentemente, nell’ambito dell’iniziativa “i Protagonisti dell’avventura”, abbiamo avuto come ospite il preside della scuola Barbara Melzi di Legnano: Flavio Merlo. Egli ci ha parlato di come si è sviluppata la passione per il suo lavoro . Ci ha raccontato di sé, un uomo che non è rimasto indifferente di fronte alle potenzialità ma anche alle fragilità dei giovani.
La vivida impressione che mi ha lasciato è quella di un professionista che vede lo studente innanzitutto come una persona nella quale credere ed investire, ma anche come una potenzialità in cerca di una guida con la quale confrontarsi.
L’argomento dell’educazione e di come si possa essere, nonostante la dentenzione, un punto di riferimento per i propri figli ha interessato moltissimo i detenuti.
Tra le domande sorte al gruppo nel corso della giornata, una è stata: come si può essere di esempio e di insegnamento per i propri figli quando si è in una situazione per cui l’esempio positivo proprio non lo si può dare? Ci si è trovati quindi a mettere da parte tutte quelle chimere che purtroppo si tenta di costruire quando si cerca un modo per uscire da questa impasse.
Credo che la ricerca di sè stessi diventi in carcere una delle priorità più urgenti, se non la cosa più importante in assoluto.
Un detenuto ha fatto una riflessione a mio parere profondissima dicendo:-”noi siamo materiale vivente” – un’istantanea che definisce la condizione umana: l’essere umano che, nella consapevolezza di essere materiale e vivente, si rende conto di essere cosciente.
Per me il materiale vivente è quell’insieme di esperienze, pensieri e sentimenti che formano la persona e la muovono nella vita. Capire di cosa sia effettivamente composto questo materiale è necessario, e non solo per i detenuti.
Ed è forse nel portare a galla questo materiale spesso sconosciuto che la persona può consegnare al prossimo (sia esso un figlio, uno studente o chiunque altro) una verità che potrebbe smuovere qualcosa e portare un valore educativo.
I PROTAGONISTI DELL’AVVENTURA Incontro con il professor Flavio Merlo Il ragazzo che aveva deciso di lasciare la scuola
Tra i diversi progetti in campo in questo momento al Gruppo della Trasgressione (Il Giornale del Falso, il Convegno sul Transfert), abbiamo anche “I protagonisti dell’avventura”. Il progetto prevede l’incontro con artisti, sportivi, insegnanti, medici, avvocati, professionisti, che fin da piccoli hanno coltivato una passione, un desiderio profondo, e hanno attraversato la propria vita mantenendo fermo questo sentimento. Il senso del progetto è entrare nelle pieghe della loro storia e capire da dove partono la loro aspirazione e la loro passione originaria, quali sono i loro obiettivi e cosa fanno oggi per coltivarli.
Il primo protagonista a mettersi in gioco davanti al Gruppo della Trasgressione dell’Alta Sicurezza, mercoledì 14 ottobre, è stato il professor Flavio Merlo, Preside del Liceo “Barbara Melzi” di Legnano. Per lui è molto importante prendersi cura degli studenti. Per questo, pur essendo dirigente scolastico, ha scelto di mantenere sei ore settimanali di insegnamento di diritto ed economia, continuando così a lavorare direttamente con i ragazzi che entrano al liceo e con quelli che si preparano a lasciarlo, ragazzi di 14 e di 19 anni.
“Nessuno mi ha mai chiesto del mio lavoro”, esordisce Merlo emozionato e aggiungendo che quello del preside, e anche quello dell’insegnante, è spesso un lavoro solitario.
La sua storia racconta che anche chi oggi fa da guida agli altri ha conosciuto la tentazione di mollare; iscritto al liceo scientifico con l’enciclopedia medica già comprata per proseguire gli studi universitari a medicina, dopo il primo anno decide di mollare tutto e farsi il “libretto di lavoro” per entrare nel mondo degli adulti.
Ma i suoi insegnanti non si rassegnano e, vedendo che non frequenta più la scuola, si presentano a casa sua. Non vanno per giudicarlo, per fargli cambiare idea o per negare i sentimenti che in quel momento gli attraversavano la testa, ma per prendere tempo. Flavio voleva fare il medico e loro gli proponevano una strada che, pur diversa, manteneva un collegamento con quella sua aspirazione. Gli propongono un percorso alternativo: concludere la seconda liceo per potersi poi iscrivere ai corsi di infermieristica. Quei docenti non hanno giudicato la scelta del giovane, ma hanno rimodellato la sua libertà. Insieme, senza sostituirsi.
Flavio accetta quella proposta fatta nel salotto di casa e da quel momento non abbandonerà più la scuola. Arriveranno la laurea in Scienze Politiche, il Dottorato in Sociologia, il lavoro di giorno nella segreteria di un centro professionale per parrucchieri ed estetiste e le lezioni serali di cultura del lavoro. È lì, tra i banchi del serale e degli istituti professionali, che, a distanza di anni, comprende una grande differenza, un insegnamento fondamentale: al liceo basta iniziare a parlare perché gli studenti prendano appunti in modo automatico, nei contesti professionali, invece, la credibilità dell’adulto e l’autorevolezza vanno conquistate sul campo nella costruzione di una relazione.
È attraverso quelle lezioni serali che Merlo individua la vera missione della scuola: non insegnare un semplice mestiere, ma “aiutare a diventare delle persone, a entrare in contatto con sé stessi e a diventare contenti di sé stessi”. Oggi i ragazzi hanno tutto, ma sono profondamente insoddisfatti. La loro richiesta disperata non è quella di una generica visibilità, ma di essere chiamati per nome. Salutare un alunno al mattino o dedicargli un colloquio individuale prima dell’iscrizione a scuola, cambia la sostanza della sua esperienza: lo fa sentire visto e riconosciuto come persona. Questo semplice riconoscimento, mai sperimentato prima dal giovane, cambia letteralmente la percezione di sé e della scuola.
Quando Flavio, citando un romanzo di Cesbron, afferma che “La fiducia è il paio di manette più sicure”, si apre il confronto diretto con i membri del Gruppo della Trasgressione dell’Alta Sicurezza:
Salvatore coglie subito l’impatto di quel riconoscimento: “Essere chiamato per nome fa felice. La fiducia è una cosa importante, farsi conoscere e riconoscere rende felici”. E di fronte alla confessione di Merlo di parlare a casa più dei suoi alunni che dei propri figli, Salvatore nota: “Lei fa un lavoro pesante; l’amore per i figli è un dovere naturale, ma per gli studenti ci vuole un impegno faticoso e quotidiano”.
Michelangelo, padre detenuto di un ragazzo di 17 anni, condivide la tensione della sua condizione, chiedendo quali programmi vi siano per prevenire bullismo e criminalità e come debba orientarsi un giovane in difficoltà. Flavio ha spiegato che nella sua scuola esiste un programma di educazione civica e che, attraverso la frequentazione del Gruppo della Trasgressione e di Marisa Fiorani, aveva compreso quanto questo percorso potesse essere utile ai suoi studenti.
Massimo offre una lettura profonda della biografia del preside: “Lei ha continuato ad andare a scuola perché la scuola è venuta a casa sua e la sua famiglia ha aperto le porte. La sua microscelta di tornare a scuola è diventata la sua macroscelta”.
Francesco, detenuto e da alcuni mesi volontario in comunità, nota come ragazzi di 14 anni già inseriti in circuiti delinquenziali non ascoltino le educatrici ma rispettino lui, e Merlo gli riconosce la “credibilità della persona”, mentre Letizia, tirocinante universitaria in Psicologia ed educatrice in una comunità, sottolinea il valore della relazione rispetto alle regole imposte.
Un pilastro importantissimo della testimonianza di Merlo è l’incontro avvenuto nell’estate del 2022 con Marisa Fiorani e l’associazione Libera. “Sono andata a scuola a raccontare la mia storia e mi sono sentita a casa, mi sono sentita capita”, ricorda Marisa. Da quel sentire comune nasce la decisione di dar vita nella scuola di Legnano ad un Presidio scolastico intitolato a Marcella di Levrano, la figlia innocente di Marisa, uccisa dalla mafia. Mentre la scuola frequentata da Marcella aveva allontanato la ragazza, “colpevole di far uso di sostanze”, la scuola di Merlo sceglie il principio opposto: “Conoscere la storia e restituire il banco”. Come ribadisce il preside: “La scuola non caccia, non respinge, ma accoglie. Vedendo la forza di Marisa ho capito che la scuola non poteva tirarsi indietro né girarsi dall’altra parte, non si può cedere alla tentazione di dire “questo studente lo mandiamo via.”
E le ore volano al Gruppo della Trasgressione all’interno dell’Area Trattamentale dell’istituto carcerario di Opera; un ricco patrimonio di ascolto e confronto in cui con prudenza emergono gli “ingredienti” che rendono l’adulto una guida credibile. Non si tratta di formule rigide, ma di un modo preciso di stare nella relazione:
CONTENERE: saper contenere decodificando l’arroganza del ragazzo non come una sfida sterile, ma come un’implicita e disperata richiesta d’aiuto: “Adesso non puoi non vedermi!”. A questo urlo si risponde garantendo un setting chiaro e regole stabili, combinando la necessaria sanzione al successivo e fondamentale percorso di recupero.
VEDERE E GUARDARE: imparare a vedere e guardare realmente l’altro attraverso quell’incrocio di sguardi che dice “ti guardo e tu mi guardi”.
DISTINGUERE I RUOLI: mantenere una netta distinzione dei ruoli, rifiutando la comoda complicità dei professori che “fanno gli amici” o regalano voti facili pur di non gestire il conflitto.
RICONOSCERE: riconoscere la dignità della storia di ciascuno.
FARE DI TUTTO, nei confini del ruolo: sapersi mettere a disposizione dell’altro. Donarsi: “Io farei di tutto per te”, nei confini della propria funzione, la distinzione dei ruoli, con la consapevolezza che, nell’ambito educativo, il “tempo non è mai un nemico”, ma un alleato che lavora attraverso la presenza e la continuità.
Rispondendo a una domanda di Michelangelo sul rischio che i giovani possano idealizzare o emulare i detenuti incontrati, Merlo chiarisce con fermezza: “No, non credo. I ragazzi non giudicano, ma riconoscono la volontà autentica della persona di cambiare e di evolvere”.
Flavio ha ricordato un episodio avvenuto durante un concerto della Trasg.Band al Teatro Civico Roberto De Silva a Rho lo scorso 17 maggio. Prima del concerto, alcuni studenti della sua scuola e alcuni detenuti del Gruppo della Trasgressione si erano fermati a commentare le opere esposte nel foyer del teatro e successivamente erano intervenuti durante il concerto. In quell’occasione una ragazza si era commossa ascoltando le parole di Mimmo, detenuto di Alta Sicurezza del carcere di Opera, perché le avevano ricordato un parente che si trovava in carcere.
Ed è in questo in questo intreccio di pensieri che il dott. Aparo ribadisce una regola che guida l’ingresso del Gruppo della Trasgressione nelle scuole; non si va a fare la lezioncina o la morale: “io sono stato cattivo, tu non farlo”; no, non funziona così!. I detenuti non vanno nelle aule a mostrare una presunta genialità o a dispensare prediche, ma a riflettere sulla propria storia per analizzare insieme agli studenti come sia accaduto di fare un uso cattivo e distruttivo della propria libertà
L’incontro raggiunge il suo apice emotivo quando Massimo porta al centro della stanza il dramma del genitore recluso: “Non sono solo un detenuto, sono anche un padre. Non solo non ho io una guida, ma non sono nemmeno guidato ad esserlo per mia figlia di 17 anni. Mi trovo nella Terra di Mezzo: vorrei essere guida per mia figlia e vorrei essere guidato. Ho il diritto di recuperare credibilità per i miei figli? Vorrei farlo, ma ho bisogno degli strumenti”.
Ed è su questo limbo relazionale ed emotivo che interviene Aparo, che richiama i padri a una responsabilità senza alibi:
“Quando hai la possibilità di farlo il padre, il problema è che lo fai male non dicendo le cose come stanno… mentendo a tuo figlio, trasmettendo mappe di valori non utili. Tu quando hai la possibilità di fare il padre, menti, ti occulti! È necessario dire come stanno le cose, essere sinceri. Quella condizione di sospensione non deve diventare un luogo in cui nascondersi, ma il punto di partenza per ricostruire la propria credibilità attraverso la verità.”.
Aparo riannoda la storia di Merlo per mostrare come l’autorità credibile sia quella che non opprime la libertà del giovane vedendola come sbagliata, ma la rimodella offrendo un’alternativa reale.
Da questo stringente confronto tra il bisogno di riscatto espresso da Massimo e le trame di libertà su cui si sofferma Aparo nasce la spinta per il Gruppo della Trasgressione a dare forma a un nuovo progetto sulla paternità e sul rapporto genitori (detenuti)-figli. Un percorso pensato per accompagnare i padri reclusi a ritrovare il coraggio della verità e gli strumenti per tornare a essere, agli occhi dei propri figli, una guida credibile.
L’avventura continua…
Si tratta di un’iniziativa alla quale hanno già preso parte esponenti di spicco della cultura, dell’arte, della scienza, dello sport italiani. Fra i più noti: Stefano Zuffi (storia dell’arte), Fausto Malcovati (letteratura russa), Eva Cantarella (mitologia greca), Enzo Funari (psicoanalisi) Edoardo Boncinelli (genetica), Giulio Giorello e Gianni Vattimo (filosofia), Giovanni Soldini (sport vela), Enzo Jannacci e Roberto Vecchioni (cantanti), Alberto Zanella (Medico, Ematologo).
Il filo rosso che lega le diverse esperienze è costituito dalla passione con cui i “Protagonisti dell’avventura” vivono la propria attività, che diventa per molti l’avventura di una vita intera.
Al tavolo del Gruppo della Trasgressione il protagonista della giornata racconta la nascita, i momenti salienti, i retroscena della propria avventura. Dopo il racconto (che ciascun ospite sviluppa per circa 45 minuti come meglio crede, a scuola anche con video, musiche, slide, ecc.) giungono le osservazioni e le domande di detenuti e studenti universitari del gruppo e degli ospiti esterni.
Ogni protagonista viene sollecitato a recuperare della propria sfida: la passione, i risultati, le frustrazioni, i risvolti più o meno trasgressivi, le cadute e le riprese, il rapporto con i propri limiti e fragilità.
Durante gli incontri viene dato ampio risalto, ancor più che ai successi della propria avventura, all’esperienza intima, alle aspirazioni, ai conflitti, alle relazioni con chi ha contribuito ai risultati, all’arricchimento personale del protagonista.
Tempi e Luoghi
Gli ncontri durano mediamente due ore e mezza
in carcere con detenuti, studenti universitari del gruppo;
a scuola, con studenti delle medie superiori.
A seconda delle esigenze del “Protagonista” gli incontri potranno aver luogo nelle carceri di:
Opera, il mercoledì ore 9:30 – 12:30 (i detenuti con pene più lunghe)
Bollate, il giovedì, ore 14:30-17:00
nelle scuole con cui il gruppo interagisce nel corso dell’anno scolastico
Negli incontri con le scolaresche, il “protagonista” interagisce con la platea giovandosi anche della mediazione del Gruppo della Trasgressione, cioè delle domande, delle riflessioni, dei collegamenti che i detenuti del gruppo propongono al “Protagonista”.
L’obiettivo è far toccare con mano agli studenti come passione e lavoro costituiscono la tela che permette alle persone di riconoscersi e collaborare, nonostante età, provenienza ed esperienze diverse.
Nel caso vada tutto bene, l’iniziativa potrebbe dar luogo a un libro con le diverse “avventure”, con testo e immagini dei protagonisti e i commenti all’esperienza dei componenti del Gruppo della Trasgressione e degli studenti.
Tanti auguri a Marisa, che ha voluto cercare
Tra il dolore e le sbarre quel che sembra da scartare
Tante grazie a Marcella, che le ha dato la pietra
Per colpire la torre di un rancore che consuma
Che ti chiude nel silenzio di un inverno senza fine
Ma se segui Marisa, cade il muro anche per te
Tanti auguri Marisa, tanti auguri per te
Sei colomba di pace, la più mite che c’è
Tanti auguri a Marisa, tante grazie a Marcella
Una sola bandiera dentro e fuori per te
È stato un incontro, per me, molto forte. Ho avuto la sensazione di assistere a un lavoro, quello del dott. Aparo, volto ad accompagnare un detenuto verso una maggiore consapevolezza di sé, delle proprie azioni e delle proprie responsabilità. Un lavoro delicato, lento e piuttosto faticoso.
Quella mattina, un detenuto dell’Alta Sicurezza decide spontaneamente di leggere al gruppo un suo scritto, nel quale ripercorre la propria storia di vita. Parte dall’infanzia vissuta in povertà, dai primi furti commessi per procurarsi qualcosa da mangiare, passa alle successive rapine, fino ad arrivare alla vicenda per la quale è stato condannato all’ergastolo.
Durante il racconto ci tiene particolarmente a precisare di non aver ucciso nessuno, di aver prestato un mezzo che sarebbe poi stato utilizzato per commettere un omicidio, senza però sapere a quale scopo sarebbe servito.
A un certo punto della lettura dice una frase che mi turba moltissimo. Afferma di non aver mai fatto male a nessuno: certo, faceva le rapine, ma non si era mai macchiato le mani di sangue.
Questa affermazione mi provoca un forte fastidio. Ho anche la sensazione che il racconto venga utilizzato, almeno in parte, in maniera strumentale, quasi a voler sottolineare la propria innocenza o il proprio essere un uomo migliore rispetto a chi ha commesso un omicidio. Tra l’altro, tutto questo avviene davanti ad altre persone che stanno scontando una pena proprio per omicidio.
Continuo ad ascoltare, cercando in qualche modo di mettere da parte questo mio sentire. Allo stesso tempo, però, vivo anche un’ambivalenza: sul piano legale, per come lui racconta la vicenda, sento che la condanna all’ergastolo possa essere ingiusta. Mi trovo quindi ad ascoltare una storia che, da una parte, suscita in me interrogativi sulla giustizia della pena e, dall’altra, mi provoca un fastidio che non riesco ancora a mettere bene a fuoco.
Terminata la lettura, il Professore chiede a tutti noi seduti al tavolo che cosa abbiamo provato. Io personalmente taccio. Non so come esprimere le sensazioni negative che sto provando e, soprattutto, non mi sento nella posizione di farlo. Non so se sarei riuscita a trovare le parole giuste, né se fosse quello il momento per esprimerle. Interviene una familiare di una vittima, che si mostra accogliente nei confronti del detenuto. Dice di aver apprezzato il suo racconto, la sua sincerità, la scelta di condividere la propria storia. Ascoltando le sue parole, l’accoglienza e la disponibilità di una donna che ha vissuto ciò che ha vissuto, mi sento profondamente in colpa per quello che sto provando io.
Poi prende parola il Professore, dicendo che, a meno che non fossimo pazzi, dovevamo aver empatizzato con lui. A quel punto io mi sento anche un po’ matta.
Ma da quel momento in poi il professor Aparo inizia, piano piano, a dare una forma ordinata a quelle sensazioni e soprattutto a quei pensieri che fino a quel momento dentro di me erano confusi.
Oltre la sentenza: la morale
Il Professore comincia a costruire un ragionamento morale, sgombrando il campo dalla questione giuridica. Lo fa lentamente, cercando di rendere il discorso comprensibile, “masticabile” per il detenuto.
Parte dalla sua attuale condizione di fragilità: è un uomo condannato all’ergastolo, senza scelta, che vive una situazione che appare anche ingiusta. È comprensibile che tutti noi siamo portati a empatizzare con lui, a identificarci con la sua fragilità. Ma il professor Aparo introduce una domanda: quante volte lui ha messo l’Altro in condizioni di fragilità? Quante volte, durante le rapine, ha privato la sua vittima della possibilità di scegliere? Quante volte ha messo altre persone in una condizione di paura, di vulnerabilità?
È proprio questo passaggio che mi colpisce. Il Professore non sta negando la sofferenza del detenuto, né sta cercando di giustificare la sua condanna. Sta provando a spostare il focus, a fargli considerare anche la posizione dell’Altro. Piano piano introduce poi un concetto che immagino sia particolarmente difficile da affrontare e digerire per una persona cresciuta, fin da bambino, all’interno di una cultura della criminalità: commettere una rapina significa anche mettere in conto che qualcuno possa morire. Dice questo non per accusarlo o giudicarlo, ma per offrirgli la possibilità di interrogarsi sulla moralità delle proprie azioni passate, di mettere in discussione alcune convinzioni radicate su sé stesso e sul proprio agire. Provare ad accompagnarlo oltre il racconto che ha sempre fatto di sé.
Il detenuto continua, a suo modo, a fare riferimento a un altro piano, sostiene di non aver mai voluto la morte di nessuno. Eppure, come cerca di spiegargli il professore, agire una rapina significa esporsi anche alla possibilità che qualcuno venga ucciso, indipendentemente dal fatto che quella morte sia stata desiderata o provocata direttamente.
Si percepisce la fatica del detenuto a comprendere e ad accettare questo ragionamento. Il professor Aparo, ancora una volta, cerca di sgombrare il campo dalla sentenza. Ricomincia, questa volta affondando un po’ di più il colpo. Dice che, “quando si fanno patti con il diavolo non si può mai sapere fino in fondo che cosa accadrà”. Quando si sceglie di agire insieme a persone coinvolte in attività criminali, non si può pensare di poter controllare tutto, di stabilire accordi che garantiscano che non accadrà nulla di grave. Non si può escludere che da quelle scelte derivino conseguenze terribili, compresa la morte di qualcuno. Non basta, quindi, non aver materialmente ucciso per potersi considerare “puliti”, estranei dalla possibilità che qualcuno muoia. Il confronto prosegue in questa direzione.
Io non so se il detenuto abbia compreso a pieno il lungo discorso fatto, non so se lo abbia compreso ma non abbia voluto accettarlo, se semplicemente non fosse d’accordo oppure se, al contrario, qualcosa gli sia arrivato e sia stato per lui troppo difficile riconoscerlo ed esprimerlo davanti agli altri. Non lo so, e non voglio presumere di saperlo. So però che è stato un momento forte per il gruppo intero.
In una dimensione di gruppo bisogna pensare anche a tutti gli altri presenti, a quanto quel ragionamento potesse riguardare, in qualche modo, ciascun detenuto seduto al tavolo, pur partendo dalla storia di una sola persona. Non posso sapere che cosa abbiano effettivamente compreso o elaborato, ma mi piace pensare che quelle domande possano aver messo in movimento qualcosa anche negli altri. E penso che, anche se soltanto due di loro avessero iniziato a interrogarsi su questi temi, sarebbe già un risultato importantissimo.
A me, nel frattempo, sono sorte tantissime riflessioni.
Innanzitutto, perché mi sono infastidita ascoltando quel detenuto? Credo che il fastidio fosse legato soprattutto a quella distinzione che il detenuto sembrava voler tracciare tra sé e chi aveva commesso un omicidio. Come se il non aver mai ucciso direttamente rendesse automaticamente meno gravi tutte le altre azioni commesse. E allora mi sono chiesta: chi contribuisce alla diffusione del male è moralmente meno responsabile di chi lo agisce direttamente? Chi commette “soltanto” delle rapine, oppure chi spaccia sostanze, come tanti ragazzi che ho conosciuto lavorando in comunità, è un uomo moralmente migliore rispetto a chi uccide?
Mi sono interrogata anche sul senso di colpa che ho provato ascoltando la familiare della vittima. Perché mi sono sentita così in difficoltà davanti alla sua accoglienza? Perché mi sembrava quasi di non avere il diritto di provare fastidio?
Riconoscere l’UOMO
Mi è rimasto molto impresso il ragionamento con cui il professore ha accompagnato la parte finale di questo confronto: ha spiegato che ci sono due modi, ugualmente limitanti, di guardare un detenuto come colui che aveva appena raccontato la propria storia. Il primo è considerarlo un “pulcino bagnato”, una persona fragile, da difendere, da proteggere, con cui empatizzare e verso cui provare compassione. Il secondo è considerarlo un “mostro” da giudicare e condannare senza tener conto della sua storia, delle sue risorse per evolversi e del lavoro utile ad attivarle da parte di chi si occupa del condannato.
In nessuno di questi due casi, però, lo si considera davvero “uomo”. E allora quando lo si considera uomo? Quando si comincia a fargli delle domande, quando lo si invita a ragionare sulle proprie scelte e sulle conseguenze che queste hanno avuto sugli altri e su di sé, quando non ci si limita né a proteggerlo né a condannarlo, ma gli si riconosce la capacità di sentire e di pensare e ci si adopera attivamente per farlo innamorare degli strumenti per riuscirci.
Foto di Nicola Nesi, Federica Bentivegna, Paolo Colombo
È questo il lavoro che ho avuto la sensazione di vedere concretamente durante l’incontro. Un lavoro delicato di riflessione, di messa in discussione, di costruzione di consapevolezza… per diventare tutti un po’ più uomini.
Che cos’è questo rumore? Non vedo niente ma il rumore lo sento. È flebile ma incessante, a suo modo è melodioso. Non ho mai sentito nulla del genere. È come una musica, si alza e si abbassa, va come a ondate. Sento anche altri rumori, ma nessuno riesce a cancellare quest’altro, che rimane come un sottofondo. Mi sembra di avere la filodiffusione.
Esco. L’atmosfera sonora della città mi avvolge. I soliti strombazzamenti, i rumori dei motori, dei motorini e dei bus, ma sullo sfondo l’altro rumore, la mia musica non cessa.
Eh sì, è mia perché nessun altro la sente. Come è possibile? Francamente non so. All’inizio davo per scontato che tutti la sentissero, poi in un paio d’occasioni, a una mia domanda esplicita il mio interlocutore aveva risposto che no, lui non sentiva proprio niente e mi aveva guardato strano.
Dopo il terzo diniego ho smesso di chiedere e di parlarne, ma non di sentirla.
Oggi la sento più forte. Ha dei picchi e poi si affievolisce, raggiunge come la forza di un gemito e poi si abbassa. Questo andamento si ripete e la mia sensazione che corrisponda a un movimento si rafforza. Cerco di stare calma e cammino verso un parco, dove mi auguro possa trovare un po’ di pace. Ci arrivo velocemente, percorro un viale e poi mi siedo all’ombra di un acero e di un leccio. Sobbalzo: avverto dei suoni che non avevo mai sentito. Fischi sommessi, ululati gentili, gemiti soffocati e, sullo sfondo, sempre la mia filodiffusione privata.
Dalla panchina mi trasferisco sull’erba, esausta. Mi addormento e nel sonno i suoni e i rumori della filodiffusione acquistano un senso. Sono gli alberi che parlano tra loro. Raccolgono la testimonianza di ogni essere vegetale lì presente nel raggio di decine di metri. Sono tutti d’accordo: sta accadendo qualcosa. La natura ha preso la sua decisione e sta elaborando una risposta agli insensati e insensibili comportamenti dell’uomo. La natura è scesa in campo per difendere il principio vitale, costi quel che costi.
L’erba sarà l’avanguardia. Approfitterà di ogni fenditura per farsi largo, spaccare il cemento di cui le strade sono ricoperte, si impadronirà di tutti gli spazi utili, ricoprirà dapprima i viali ma poi uscirà dai parchi e invaderà le strade.
Mi sveglio pensando di avere sognato. Ma mi accorgo subito che non è così. I viali del parco ne sono già ricoperti e ciuffi d’erba imperiosi si stanno dirigendo sulle arterie asfaltate e crescono ogni minuto che passa sempre più rigogliosi. Nella mia strada verso casa le strade sono ormai fiumi d’erba, sempre più alta. Le automobili non hanno quasi più la visibilità sufficiente per circolare. Solo gli autobus ce la fanno ma subito capisco che è solo questione di tempo, anche loro diverranno a breve inutilizzabili.
A casa accendo la televisione e sento parlare dello strano fenomeno. Tavole rotonde con la presenza di biologi, agronomi, scienziati vari dibattono sul tema senza comprendere che l’epoca delle parole è finita, bisogna fare largo ai fatti. Le piante rampicanti nella notte hanno ricoperto palazzi e vetture, chiese e negozi; una savana d’erba alta ha fatto sparire ogni punto di riferimento e questo sta succedendo ovunque, su tutta la superficie della terra.
Il mattino dopo non so bene cosa fare. Tutti fuggono atterriti e un po’ spaventata lo sono anch’io, ma sono colta da una strana sonnolenza e cado addormentata.
Nel sogno vedo altri umani addormentati come me, alcuni li conosco, altri no. C’è una rappresentanza per ogni età e sesso e in qualche modo mi è chiaro che coloro che stanno dormendo sono coloro che, come me, sentivano la filodiffusione. Nel sogno facciamo conoscenza. Siamo pochi ma disposti a collaborare con il principio vitale. Quando diamo l’assenso alla collaborazione il rumore di fondo si trasforma in armonia, siamo immersi nella “musica mundi”, finalmente la sentiamo!
Siamo sereni. Non sappiamo bene come ma vogliamo lavorare per l’armonia. Il modo lo troveremo.
Il Gruppo della Trasgressione riapre nella sede di via Sant'Abbondio
Grazie alla sede di recente acquisizione, avuta in affitto dal comune di Milano e sulla quale stiamo lavorando in questi giorni per renderla operativa, tutti i martedì, dalle 14:00 alle 17:00, a partire da martedì 29 settembre, detenuti, studenti universitari, familiari di vittime di reato e comuni cittadini riprendono i classici incontri del gruppo.
La sede è in Via Sant’Abbondio 53A (MM Piazza Abbiategrasso) e ha le dimensioni necessarie per mantenere senza difficoltà fino alle 20 persone le distanze anti Covid 19. Va da sé che è d’obbligo l’uso della mascherina e che, laddove dovessimo correre il rischio di superare le 12 persone, interverranno prontamente le nostre cantanti per disperdere l’assembramento.