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Le interviste con Delitto e Castigo

Le interviste a Giornale Radio, settimana dopo settimana, si stanno trasformando, da interviste ai componenti del gruppo della trasgressione e alle persone che hanno diretti contatti col gruppo, in una piattaforma per riflettere su come nasce la devianza: quali sono i sentimenti, i pensieri, le ideologie che sono alla base dello stile di vita deviante e quali possano essere i modi più utili di prevenirla nell’adolescenza e contrastarla durante e dopo l’esecuzione della pena.

Alla trasmissione “Delitto e Castigo” si succedono dunque detenuti, operatori, familiari di vittime della criminalità, ma anche giornalisti, comuni cittadini e professionisti di vari ambiti per tentare di capire cosa ci si aspetta dalle istituzioni preposte a occuparsene. Le interviste, di solito individuali, stanno diventando via via conversazioni polifoniche, anche per mettere a frutto le varietà di opinioni che, comprensibilmente, si hanno in materia.

Lo scritto di Antonio Tango rientra in un’iniziativa partita circa 20 anni fa, il cui titolo, “Giornale del falso” voleva anche essere un modo provocatorio per discutere sui diversi modi di interpretare il ruolo del giornalista. A volte, infatti, sembra che il giornalista abbia quasi l’acqualina in bocca mentre riferisce di morti e feriti in un incidente.

Comunque, al di là di come possa essere interpretato il ruolo di chi racconta al lettore cosa accade nel mondo, la notizia di cui al link non ha nulla di vero, perché presentata su un giornalino beffardo che punta a stupire e conquistare l’attenzione del lettore esclusivamente con notizie false, integralmente campate per aria, senza dunque alcuno spargimento di sangue, senza sesso, senza soldi, senza tragedie; solo ironia su desiderabili ma improbabilissimi eventi paradossali: Il governo emana l’indulto, ma i detenuti si rifiutano di uscire

Il Giornale del falsoDelitto e Castigo

La mia devianza

Oggi, 4 febbraio 2026, il Dottor Aparo si chiedeva con noi al tavolo perché si arrivi a delinquere. Io questo problema me lo sono posto spesso, e non ho saputo dare una spiegazione. Perché non provengo da una famiglia di delinquenti anzi provengo da una famiglia numerosa di 10 figli con genitori umili, che ci hanno cresciuto con onestà e tanta difficoltà. I miei genitori erano agricoltori e allevatori di bestiame e ricordo che ho iniziato a 7 anni a lavorare nell’azienda agricola.

Ho iniziato come per gioco a mungere le capre e poi a dare le prime poppate di latte ai caprettini che nascevano. Cosi pian piano imparavo tutti i lavori e a scoprire il mondo della natura.

A scuola andavo svogliato, o meglio, fino alla terza elementare andava tutto bene. Poi, a causa di alcune assenze, fui bocciato e dovetti ripetere l’anno. Essendo più grande dei miei compagni di classe di un anno, si può dire che facevo il bullo insieme ad altri due miei compagni. Arrivo alla quinta elementare e poi lascio la scuola per lavorare, ma presto ricomincio a annoiarmi e a cercare nuove esperienze. Così, all’età di 15 anni, mi trasferisco a Ischia dai miei parenti, che avevano un ristorante-pizzeria, e rimango lì per un annetto. Poi sento la mancanza della famiglia, l’odore della natura e della campagna, e torno da mio padre in azienda. Nel periodo estivo, invece, lavoravo nei villaggi turistici come pizzaiolo.

All’età di diciotto anni mi trasferisco in Emilia-Romagna, a Parma, e vivo con mia sorella. Lavoravo in fabbrica con suo cognato e, il weekend, lavoravo in una pizzeria. Perciò non mi mancava nulla: stavo bene.

Economicamente guadagnavo intorno a 4.500 euro al mese, ma ahimé conoscevo ragazzi che mi proposero di fare una rapina in un autogrill: dovevo guidare la macchina e io accettai. Non so neanche il perché, e da lì feci una serie di rapine, fino a quando non venimmo arrestati.

Perciò non mi rendevo conto del danno che creavo, né del rischio di essere ucciso o di poter uccidere qualcuno. Me ne sono reso conto solo il giorno del mio arresto. Mi trovavo in ospedale a Glastalla (RE) nel reparto di maternità, perché ero appena diventato papà, il 18/12/1995. Lì, mentre avevo il bambino in braccio, si presentarono due ufficiali, che scoprii dopo chi fossero. Mi dissero: “Signor Prestio, lasci il bambino che dobbiamo parlarle” e mi condussero in questura.

Lì vidi tutti gli altri complici e compresi che la mia vita, la mia libertà e la gioia di essere padre erano terminate in angoscia, tristezza e panico. Cominciai a riflettere su tutti le mie malefatte. Ho capito cosa vuol dire far del male quando provai anch’io il dolore, e mi voltai a guardare mia moglie, decidendo che non avrei mai più voluto quella vita.

Così scontai tutta la mia pena in carcere, ai domiciliari e in affidamento fino all’ultimo giorno, dal 1995 al 2000. Durante quel periodo ho completato anche la riabilitazione, tornando pulito e dedicandomi solo al lavoro. Ho portato avanti due attività con mia moglie, con onestà e sacrifici.

Ma accadde, quindici anni dopo, come per coincidenza: il 4 febbraio 2011 vengo arrestato per concorso in omicidio e detenzione di armi. Mi crolla il mondo addosso: altra distruzione di lavoro, famiglia e stabilità.

Questo calvario mi ha segnato per tutta la vita, con la sensazione di un ergastolo, di fine pena mai. Ora vorrei capire io stesso il perché della devianza. Perché, se non mi mancava nulla, mi sono scassato e ho fatto certe scelte?

Il motivo delle rapine del passato e il motivo per cui sono condannato: tutto nasce da una discussione nella mia azienda, e in quell’occasione ci è scappato il morto. Io, in quella circostanza, ho seppellito il corpo.

Su richiesta del boss Antonio Belnome, mi sono trovato dentro un fatto che poi lui ha perso di controllo e mi ha trascinato nella mischia. Ora qui è stata una disgrazia: se denunciavo, morivo, e se parlavo, mettevo a rischio la mia famiglia e la mia stessa vita. Ma col tempo ho trovato una certa pace e ho chiesto un incontro con la Procura di Milano per chiarire tutto ciò che ho vissuto.

Ora, analizzando il percorso della devianza, dalle due esperienze, non saprei spiegare perché si arrivi a sbagliare. Pur crescendo in una famiglia onesta, si può arrivare a fare il delinquente.

Per quanto riguarda la mia idea di libertà, io mi sento libero da quando ho accettato Dio, chiedendo perdono innanzitutto per i miei peccati. Mi sono liberato di questo peso che mi stava distruggendo, chiarendo tutto con la Procura di Milano. Mi sono rialzato grazie a tutti i percorsi che ho fatto in carcere: frequentando la scuola, i corsi offerti, il teatro e il corso sulla trasgressione. È un percorso importante per tutti noi. Ci ha aiutato ad aprirci e a sentirci come una famiglia, senza pregiudizi. Sono convinto che questo problema non ce l’abbia solo io, ma un po’ tutti, chi più, chi meno. Vorrei essere utile al corso e creare qualcosa di serio e lavorativo, che un domani possa essere utile anche ad altri.

Grazie a tutti e soprattutto a te, Federica, che sarai una futura criminologa. Vorrei condividere con te e fare un’analisi insieme al dottor Aparo e a tutto il gruppo. Grazie.

Prestia Leonardo per gli amici Dino

Percorsi della devianza

Tessere e identità

Alessandro Crisafulli oggi ha postato sulla chat del gruppo della trasgressione una canzone, con l’invito ad ascoltarla e a coglierne l’intensità. Qualche minuto dopo, lo stesso Alessandro ha segnalato che la canzone era un prodotto dell’intelligenza artificiale.

A me la canzone artificiale e la commozione artificiale (le lacrime posticce dei giudici e del pubblico) hanno suggerito una riflessione che è in continuità con quello che da tempo cerco di problematizzare: il concetto di volontà e di scelta (micro e macro-scelte).

Credo che la nostra volontà e le nostre scelte siano il risultato di una grande quantità di informazioni, di tessere che includono stimoli, immagini e colori emotivi, come sulle carte da gioco, dove osserviamo numeri e colori.

Troverei interessante (pur se un po’ da Frankenstein) un gioco: istruire due reti di computer e le rispettive AI con miliardi di informazioni:

  • da una parte, informazioni e colori emotivi che celebrano la bellezza del bene, dell’amore (nasce un bambino accompagnato da sorrisi; due persone si stringono la mano per un trattato di pace e la gente è felice, un cane si tuffa in acqua per salvare un uomo caduto nel fiume, ecc.);
  • dall’altra, informazioni che celebrano il potere dei soldi, il piacere e l’eccitazione dell’abuso, del trionfo, dell’indipendenza assoluta, l’ebrezza del pericolo, del rischio, ecc.).

Una volta inserite queste informazioni, il gioco consiste nel chiedere alle due Intelligenze Artificiali di costruire una canzone coinvolgente, di produrre un testo su come organizzare la politica di una città del futuro, di comporre i simboli per la bandiera di uno stato in via di formazione dopo la catastrofe nucleare.

Ipotizzo che i due testi parlerebbero di città molto diverse:

  • una città, caratterizzata da centri sociali e asili nido nei quali i bambini vengono incoraggiati a darsi la mano e gli adulti a intenerirsi tutte le volte che un bambino sorride mentre ne aiuta un altro ad alzarsi;
  • l’altra, immagino, avrebbe asili e scuole che suggeriscono che è importante vincere, ottenere la paura e gli inchini di tutti quelli che stanno sotto di noi nella gerarchia (insomma, Sisifo che finalmente riesce a fare inginocchiare Asopo).

Ma a me sembra che questo è esattamente quello che accade a noi uomini senza bisogno di ricorrere all’intelligenza artificiale. In altri termini, credo che la nostra volontà e le nostre scelte, già oggi, siano frutto di una composizione che, pur non essendo voluta in modo organico da qualcuno in particolare, è però il risultato delle informazioni digitali ed emotive che danno luogo all’humus nel quale siamo cresciuti e che ha contribuito a formare la nostra identità (da cui le nostre scelte e quella che noi chiamiamo “volontà”).

Concluso il pensiero, ho quasi la sensazione di aver detto qualcosa di peccaminoso, di inaccettabile, nonostante sia proprio ciò che penso. E mi rimane:

  • da un lato, un turbamento, “l’Unheimlich” freudiano, che è la conseguenza della difficoltà di distinguere il vero dal falso, il reale dall’immaginario, il vivo dal morto, un essere umano da un androide;
  • dall’altro, la voglia di costruire un ambiente dove aumentino le probabilità che ci si possa sentire rappresentati da una stretta di mano più che da una genuflessione.

Ma in fondo, se anche ciò che sentiamo, pensiamo e vogliamo dovesse somigliare più al risultato dell’intelligenza artificiale che a quello di una volontà che ognuno di noi ha scelto per sé, nulla ci impedisce di tentare di costruire realtà e città che somiglino sempre di più a quelle che ci sembra di avere scelto, che ci sembrano più utili e che non ci costringano a guardarci le spalle da chi è stato informato e formato dall’altra Intelligenza Artificiale.

Alla fine, forse, conviene solo disseminare il terreno di tessere che aumentino le probabilità che ciascuno di noi possa aver voglia di stringersi la mano con il vicino. Ora che ci penso, questo è anche quello che viene suggerito di fare in chiesa col “segno della pace”, ma forse lì, le tessere sono vissute da molti solo come carte da gioco sul tavolo e non come tessere della nostra identità.

Juri  Aparo

Delitto e CastigoIl mito di Sisifo

Conosco due giornalisti

Uno, continuamente in cerca di notizie capaci di “eccitare” il lettore attraverso la sottolineatura di tutto ciò che possa traumatizzarlo e/o metterlo nella condizione di dire a se stesso: “per fortuna non è successo a me”; un altro, intento a dare spazio all’impegno di chi lavora per ridurre la probabilità che accadano gli eventi traumatici di cui il primo racconta.

Uno, in cerca di disastri, conflitti, ferite da evidenziare in modo da sollecitare quel senso di curiosità, di turbamento, di raccapriccio, comunque di eccitazione, che ognuno di noi prova di fronte a una ferita aperta; l’altro, in cerca di notizie capaci di suscitare l’emozione che ciascuno di noi vive quando vede due uomini passare dalla separazione all’incontro, dalla impossibilità di comunicare alla realizzazione di una lingua, un gesto, un collegamento che permetta lo scambio di informazioni e, in generale, il riconoscimento del simile nel diverso.

Un giornalista organizza il proprio racconto invitando il suo lettore a cogliere la distanza tra sé e gli autori dei misfatti di cui all’articolo; l’altro cerca di coinvolgere il lettore, rendendolo partecipe della costruzione che riduce la distanza e che, anzi, evidenzia i punti di contatto tra chi legge e i protagonisti del racconto.

Un giornalista parla della distanza tra la vittima e il carnefice; l’altro del contributo che vittima e carnefice possono darsi l’un l’altro per riconoscere l’origine comune e per aiutarsi vicendevolmente ad emanciparsi ciascuno dal proprio dolore e dal proprio rancore.


La Tempesta, Il Giorgione

Un giornalista parla del fatto che, giunto al limite del precipizio, qualcuno cade e si sfracella, l’altro parla del ponte che unisce i lembi opposti del precipizio e che permette a chi sta al limite dell’uno di non cadere e, anzi, di incontrare e di riconoscersi con chi sta all’altro estremo.

Prossimamente a Delitto e Castigo parleranno insieme di “Emancipazione reciproca” Paolo Setti Carraro e Alessandro Crisafulli; qualche settimana fa lo avevano fatto Marisa Fiorani e Antonio Tango.

Juri Aparo

Delitto e CastigoIl giornale del falso
Strumenti che allargano gli orizzonti

 

Marisa e Antonio a Delitto e Castigo

Marisa e Antonio poco prima dell’intervista

Marisa: Per vincere il male, per vincere l’insensibilità di quelle persone che hanno commesso reati anche gravissimi, la soluzione non è quella di isolarli all’interno di un penitenziario, non è quella di punirli. È importante sforzarsi di capire da dove arriva la loro sofferenza. Il dialogo permette di avvicinare il bene e il male, gli opposti che nel loro intrecciarsi generano vita, amore, consapevolezza, coscienza e dunque la possibilità di trasformarsi. 

Marcella, figlia di Marisa, scrive alla figlia prima di venire uccisa:
Ti insegnerò a non essere nemica dell’uomo in quanto maschio e che in ogni uomo troverai un’altra te

Antonio: Conoscere Marisa mi ha fatto rinascere, sentirle raccontare il suo dolore ha riacceso il mio e ha fatto raffiorare dentro di me un sentimento che avevo sepolto, il senso di colpa.

Antonio: La fragilità oggi per me è la vera forza dell’uomo, prima era solo segno di debolezza.

Si sta per iniziare

Juri:

  • Molte delle persone che commettono reati, per far quadrare i propri conti, sostengono che chi si accontenta di un modesto stipendio a fine mese è una persona che non ha il coraggio di rischiare le conseguenze cui va incontro chi commette una rapina.
  • Le prime volte che siedono al tavolo del gruppo, molti detenuti raccontano a se stessi che il rischio che si corre nella pratica del reato è il prezzo che autorizza a intascare il bottino.
  • Il reato non è soltanto un appropriarsi del bene dell’altro, è anche un affidare all’altro la fragilità che non si è in grado di sostenere.
  • Il rancore è la corteccia che ci si costruisce addosso per annettersi i diritti che la persona si sente negati dal mondo esterno.
  • Lavorare sul guscio del senso di onnipotenza permette a chi ci si rifugia dentro di riappropriarsi della propria fragilità e di riaprirsi alla vita.

Dopo al bar: Marisa Fiorani, Piero Invidia, Antonio Tango, Max RIgano, Juri Aparo

Nel corso della puntata:

  • L’incontro tra vittime e detenuti aumenta consapevolezza e responsabilità più della sola repressione.
  • Il dialogo rimuove  le maschere, riordina l’identità emotiva di chi siede allo stesso tavolo e trasforma gradualmente lo “straniero” in “prossimo”.
  • Lavorare sul rancore scioglie il guscio protettivo che impedisce il riconoscimento dell’altro.
  • La giustizia riparativa emerge quando l’autore evolve verso cittadinanza che non produce più dolore.
  • Il benessere cresce quando le persone sono riconosciute, amate e dotate di una funzione utile alla comunità.
  • Liberarsi da vendetta e pregiudizio riapre la possibilità di ricostruire legami e vedere nell’altro un “altro sé”.
  • Forse un giorno il “Gruppo della Trasgressione” verrà riconosciuto come modello utile per il recupero del condannato nelle procedure del DAP.

L’intervista di Marisa e AntonioDelitto e Castigo: Tutte le Interviste

A mà, esco, torno dopo… 

 

A mà, esco, torno dopoDelitto e CastigoPercorsi della Devianza

La mia libertà

LA CONOSCENZA È STATA “LA MIA LIBERTÀ”
Dialogo-Intervista con Alessandro Crisafulli
ex alunno della sezione carceraria dell’Istituto di
Istruzione Superiore “Benini” di Opera Milano

La conversazione con Alessandro Crisafulli – già protagonista di un intenso percorso di rinascita attraverso la scuola nel carcere di Opera e oggi testimone di legalità e responsabilità sociale – offre uno sguardo profondo e umano nella forza dell’educazione come via di riscatto. Non un’intervista nel senso tradizionale, ma un dialogo autentico, dove la memoria personale si intreccia con la riflessione pedagogica e civile. Ne emerge la voce di un uomo che ha trasformato la colpa in consapevolezza, la pena in parola, la prigionia in libertà interiore.

Giuseppe Trapani: Alessandro, anzitutto ti ringrazio per il materiale che mi hai inviato: la tua storia mi ha aperto un mondo che non conoscevo. La prima regola del giornalismo, ai tempi della scuola di Urbino, era far sì che ogni storia diventasse notizia. E questa tua lo è, eccome. Ma entriamo nel vivo del nostro dialogo sulla tua esperienza di studente in carcere e ti chiedo allora: Che tipo di incontro è stato, per te, quello con la scuola in carcere? E in che modo l’istruzione ti ha permesso di dare un nuovo senso al tempo della reclusione?

Alessandro Crisafulli: Sono arrivato alla scuola di Opera nel settembre del 2000, dopo sei anni di carcere. Ero stato arrestato nel 1994 e nei primi anni avevo fatto avanti e indietro tra San Vittore e il supercarcere di Padova, dove mi avevano trasferito perché una legge prevedeva che i promotori di associazioni criminali dovessero stare fuori dalla propria regione. A Padova l’ambiente era rigidissimo: ero arrivato pochi mesi dopo l’evasione di Felice Maniero e il clima era teso, sospettoso. All’inizio non ho vissuto un impatto negativo col carcere.

Paradossalmente, è lì che ho iniziato a leggere. Io che non avevo mai letto nulla in vita mia – neppure le istruzioni di qualcosa – ho scoperto un bisogno vorace di lettura. Passavo le giornate facendo sport e leggendo, soprattutto romanzi: ricordo I miserabili, un libro che mi ha segnato profondamente. Credo che quel periodo sia stato propedeutico al mio ingresso a scuola, perché mi aveva predisposto al desiderio di imparare. Spesso, in carcere, molti vanno a scuola solo per uscire dalla cella, ma nel mio caso c’era una motivazione vera. Quando mi proposero di iscrivermi, lo feci con convinzione.

Un ispettore, Poli, capì subito la mia determinazione e riuscì a farmi assegnare definitivamente al carcere di Opera per consentirmi di frequentare. È stato il primo a credere che non fossi lì per “fare casino”, ma per cambiare. Così è iniziato il mio percorso scolastico. All’epoca c’era il progetto Sirio, una sperimentazione per adulti: non esistevano ancora i cinque anni completi, ma un biennio con un piccolo esame e poi un terzo anno integrativo. Ricordo il professor Gargiulo, e ricordo soprattutto l’accoglienza. Non quella condiscendente, ma un’accoglienza adulta, fatta di rispetto e fiducia. Secondo me, la difficolta maggiore dell’insegnamento in carcere è creare un rapporto capace di abbattere la barriera della diffidenza. Si ha a che fare con persone profondamente ignoranti: io stesso venivo da una terza media “regalata”. Avevo un vocabolario povero e una capacità comunicativa ridotta. Ma ho trovato insegnanti che hanno saputo vedere oltre, riconoscendo in me un potenziale che ancora non sapevo di avere.

Quel rapporto fatto di empatia, umanità e assenza di giudizio è stato decisivo. Ti senti accolto nel tuo possibile, anche quando il possibile sembra lontano.Devo dire però che il carcere di Alta Sicurezza non incentivava la scuola. Per frequentare, dovevi rinunciare all’aria”: le tre ore d’aria al giorno. E poiché la scuola era negli stessi orari, molti detenuti preferivano uscire nel cortile piuttosto che studiare. Ci eravamo iscritti in quaranta, ma dopo tre giorni eravamo rimasti in dieci.

Giuseppe Trapani: Nel tuo racconto parli spesso di empatia, di sguardi, di incontri che ti hanno cambiato. Ricordi un episodio o un momento particolare in cui uno sguardo di un insegnante ti ha fatto capire che stavi davvero cambiando strada?

Alessandro Crisafulli: Sì, più che un momento preciso, un periodo. Riguarda la professoressa Crisci, insegnante di inglese. Era napoletana, aveva vissuto a Londra; una donna piena di vitalità, ma colpita da un tumore. Tornò a scuola con i capelli rasati, nel pieno della chemioterapia, e rimase con noi ancora per alcuni mesi. In quel periodo si creò un rapporto di umanità che andava oltre la didattica. Un altro ricordo indelebile è legato a Milo De Angelis. È stato lui a farmi amare la poesia. Ricordo quando mi fece imparare a memoria L’Infinito. Io, che non ricordavo neppure il mio nome, mi trovai a recitare quei versi davanti a lui. Vidi nei suoi occhi un orgoglio paterno; mi sentii per la prima volta figlio di qualcuno.

Milo è un uomo schivo, ma quando parla di letteratura incanta. In quel momento ho capito quanto la parola potesse salvare. E ancora oggi, dopo vent’anni, ricordo quella sensazione. Più tardi, quando sua moglie, la poetessa Giovanna Sicari, si ammalò e morì, Milo pubblicò Il tema dell’addio, un libro di struggente bellezza. Avrei voluto recitare una poesia di quell’antologia all’esame finale, ma mi commossi e non ci riuscii. Gliela lessi anni dopo desidero offrirla a voi. Recita così:

“Quando su un volto desiderato si scorge il segno di tante stagioni,
e una vena troppo scura si prolunga nella stanza,
quando le incisioni della vita giungono in folla,
il sangue si ferma dentro i polsi che abbiamo stretto fino all’alba.
Allora non è soltanto lì. Se la grande corrente si ferma,
allora è notte: è notte su ogni volto che abbiamo amato.”

Questa poesia mi è rimasta scolpita dentro come simbolo di quello che la scuola e la parola hanno rappresentato per me: una possibilità di restare umano.

Giuseppe Trapani: Hai scritto che “la conoscenza è un passaporto verso il futuro”. Cosa significa per te, oggi, quella frase?

Alessandro Crisafulli: Allora non pensavo molto al futuro. Vivevo nel presente, nel “qui e ora”.  Avevo un ergastolo e non vedevo possibilità d’uscita, quindi il mio tempo non lo subivo: lo abitavo. Ho usato il tempo come alleato, non come nemico. Quando scrivevo che la conoscenza è un passaporto verso il futuro, intendevo dire che è il mezzo con cui puoi attraversare il confine tra l’ignoranza e la libertà. Lo studio mi ha dato strumenti per conoscermi, per pensare, per esprimermi. La parola è un codice: più la maneggi, più sei libero. Io lo dico sempre ai ragazzi che incontro oggi. La conoscenza è la prima forma di libertà, perché ti permette di accedere al tuo mondo interiore, che è una ricchezza che tutti abbiamo. Ma per attraversare il fiume dell’ignoranza o del dubbio non basta la sola volontà. Serve una guida, qualcuno che indichi la via e che, come Virgilio con Dante, accompagni senza imporsi, traghettando l’anima verso la luce della consapevolezza. Mi viene in mente l’immagine di un “Caronte” con uno scopo opposto al cupo nocchiero che conduce le anime verso la fine. Ci serve un educatore che sappia attendere, spiegare, incoraggiare; che sappia – ecco il buon nocchiero – mostrare la riva opposta e, se serve, anche tornare indietro per cercarci quando non abbiamo avuto il coraggio di salire sulla barca.

Giuseppe Trapani: Oggi sei spesso nelle scuole, testimone della tua esperienza: cosa provi quando parli ai ragazzi e quale messaggio cerchi di lasciare?

Alessandro Crisafulli: La prima cosa da fare con i ragazzi è distruggere il mito. Il ragazzo borderline, quello in bilico tra legalità e devianza, vede nel criminale una figura carismatica. Io arrivo e dico: “Guardate, quella non è forza, è debolezza. ”Non puoi farlo con prediche: devi raccontarlo, farlo capire per contrasto, mostrando le conseguenze, non solo le colpe. Quando vado in comunità – come quella di don Claudio Burgio chiamata Kayrós – incontro ragazzi che vengono dal carcere minorile. Sono già “di là”. Ecco, in quelle circostanze devi stare attento a ogni parola: se parli male dell’omertà, per esempio, rischi di perderli. Pensa che una volta, per affrontare il tema, dissi loro: “Se qualcuno qui dentro porta la droga e rischia di far chiudere la comunità, chi è il traditore? Quello che lo segnala o quello che mette a rischio tutti?”. Quel giorno li vidi riflettere. Sono momenti in cui capisci che qualcosa passa. Che la parola può scalfire la corazza dell’abitudine e far nascere un dubbio. E dal dubbio, a volte, nasce la libertà.

Giuseppe Trapani: Nelle tue parole torna spesso l’idea di “riconsegna”. Non di espiazione, ma di restituzione. Come vivi oggi questo rapporto con la libertà?

Alessandro Crisafulli: La libertà è una parola complicata, perché molti la intendono come assenza di vincoli. Io, invece, l’ho scoperta dentro le regole. In carcere impari che la libertà non è fare ciò che vuoi, ma saper scegliere dentro i limiti. È la coscienza di poter dire di no, anche quando tutto intorno ti spinge a dire di sì. Fuori, molti non se ne accorgono, ma vivono da prigionieri: del giudizio degli altri, del consumo, dell’immagine. Io sono stato in cella vent’anni, ma non mi sentivo più in gabbia quando ho capito che la mia mente poteva viaggiare. È un paradosso, ma è così. La libertà, per me, è poter pensare.

Giuseppe Trapani: E la scuola, in tutto questo, che posto occupa oggi nella tua vita?

Alessandro Crisafulli: Un posto enorme. Non solo per ciò che mi ha dato, ma per ciò che continua a generare. Ogni volta che torno in un’aula, anche da uomo libero, sento lo stesso rispetto di allora: la lavagna, i banchi, le parole che rinascono. La scuola è stata la mia seconda nascita. Mi ha insegnato a nominare il mondo e a non averne più paura. Oggi lavoro con tanti insegnanti e studenti che vogliono capire cosa accade “dentro”. Porto la mia storia non come modello, ma come avvertimento e speranza. Racconto che la cultura è l’unico modo per non essere manipolati, che la parola è un’arma se la sai usare bene, e una condanna se la usi male.

Giuseppe Trapani: Ecco, la parola. Sembra tornare come un filo rosso in tutta la tua vita, dal silenzio alla parola.

Alessandro Crisafulli: Sì, perché la parola è tutto. Quando entri in carcere, perdi subito il diritto alla parola: parli solo se ti è concesso, rispondi solo se interrogato. È un meccanismo che ti riduce, ti svuota. Ma poi la parola può restituirti dignità. Quando impari a usarla, a nominarla, a scrivere, a leggere, la parola ti ricostruisce.

Io credo che la parola sia una forma di cura. È la possibilità di raccontarsi e, nel racconto, di ricominciare. Oggi, quando vado nelle scuole, dico ai ragazzi che parlare di sé non è debolezza, ma forza. E che saper ascoltare è ancora più diffiCile che parlare.

Giuseppe Trapani: Hai mai pensato a raccogliere queste esperienze in un libro, un racconto o una testimonianza organica?

Alessandro Crisafulli: Sì, ci sto lavorando, anche se non so se riuscirò a finirlo. Vorrei che fosse un libro sincero, non autocelebrativo. Non la storia del “pentito” o del “redento”, ma quella di un uomo che ha imparato a stare al mondo diversamente. Il problema, sai qual è? È che scrivere significa tornare dentro, rimettere mano alle ferite. E ogni volta devi decidere se hai la forza di riaprirle. Ma so che un giorno lo farò.

Giuseppe Trapani: E se ti chiedessi una definizione sintetica, una frase per dire cosa ti ha lasciato l’esperienza scolastica in carcere?

Alessandro Crisafulli: Ti direi così: la scuola mi ha insegnato a restare umano. Nonostante tutto. Nonostante le sbarre, la rabbia, la colpa. Mi ha insegnato che l’uomo non coincide con l’errore che ha commesso. Ecco, se dovessi lasciare una sola parola ai ragazzi, sarebbe questa: umanità.

Giuseppe Trapani: Grazie, Alessandro. Credo che chi leggerà questa intervista sentirà la stessa forza che si avverte parlando con te: quella di un uomo che ha attraversato il buio e ha imparato a chiamarlo per nome. E credo che in questo tuo racconto ci sia la prova più limpida che l’educazione può essere una forma di salvezza reciproca: per chi insegna e per chi impara.

Alessandro Crisafulli: Sì, reciproca. Perché io sono vivo grazie a chi ha creduto in me. La mia libertà è nata dallo sguardo di chi mi ha visto come persona quando non lo ero più nemmeno per me stesso. E se oggi posso restituire qualcosa, è solo perché qualcuno, a un certo punto, ha deciso di non arrendersi.

Intervista tratta da:
LA CURA EDUCATIVA IN CARCERE – Il pdf originale
L’istruzione carceraria tra pena e rieducazione

A CURA DI
CORRADO COSENZA

Percorsi della devianza e Trame di libertà
La pagina di Alessandro Crisafulli

Se mi cercate…

Più che nei miei modesti risultati scolastici o nella mia banale storia professionale, cercatemi nella straordinaria curva di un frammento di conchiglia, nel rossetto della cassiera del bar Centrale, nel piacere di accarezzare la materia epidermica di un ramo di acacia, nella meraviglia di sentire quanto le mani possano essere legate al sentimento, nella sorpresa di avvertire che i miei pensieri hanno sfiorato qualcosa, dentro, in profondità, nel sollievo che provo quando prendo tra le braccia il fardello di un altro, nel calore che percepisco quando viaggio nell’intimità di un altro essere, nella soddisfazione di saper essere originale, nel saper accarezzare un corpo femminile con sapienza, nell’apprezzamento della pienezza delle forme convesse e della loro propensione all’apertura, nel sentimento che mi strozza la voce quando scivolo dentro al suo mistero, nella voglia di verità, senza favoritismi, nella commozione quando riesco ad usare le parole appropriate per offrire conforto, nel ricordo di Clara, mia madre, che senza riferimenti espliciti mi ha lasciato capire la grazia del mondo femminile, del corpo e del sesso.

Giancarlo Scialanga

Officina Creativa

Interviste di Natale

Nel bel mezzo di una cena pre-natalizia, l’intervista è nata per gioco su iniziativa del professore. Beatrice e Carolina hanno posto alcune domande a Paolo Setti Carraro, mentre io e Riccardo a Giancarlo Scialanga.

C’era un clima divertito e scanzonato, forse generato anche dall’alta qualità dei contenuti di Delitto e castigo, la trasmissione che il gruppo sta portando avanti con il giornalista Max Rigano. Non c’erano vincoli rispetto alle tematiche da trattare, ma solo un obiettivo da perseguire: quello di estrapolare quanta più umanità possibile dal pensiero e dal vissuto degli intervistati.

Tutti abbiamo accolto la proposta con curiosità e serietà. Come spesso accade, il dialogo ha rapidamente fatto lievitare la riflessione e la complessità dei contenuti. Io e Riccardo abbiamo deciso di affrontare il tema della paternità, secondo noi di cruciale importanza per l’interpretazione delle dinamiche umane. Volevamo esplorare il sentimento paterno, a prescindere dall’identità dell’oggetto verso cui è rivolto.

Giancarlo è sposato con una donna che ha conosciuto al liceo e ha due figli. Nel rapporto con i propri figli, che si declina in maniera diversa per il maschio e per la femmina, ha individuato alcuni elementi che gli hanno permesso di comprendere meglio il rapporto con il proprio padre e l’influenza di quest’ultimo nella sua vita.

Da ragazzo, Giancarlo si è sentito soffocato dal giudizio del padre che, consciamente e inconsciamente, ha condizionato il suo modo di ragionare ed esprimersi, di individuare i propri valori e le proprie convinzioni. Il peso di questa presenza era tale da spingerlo a desiderarne la morte.

La relazione tra padre e figlio è cambiata quando Giancarlo ha preso coscienza della fragilità del padre, e così anche della propria. Incontrando l’umanità del padre, ha potuto capirlo; quindi, amarlo, smettendo di provare rancore. Ciò gli ha consentito di notare che i capelli del padre “che pensavo fossero di ferro, erano in realtà di seta.” Così, la scoperta della fragilità diventa uno tra gli avvenimenti che più avvicinano l’essere umano all’anima del mondo. Apre gli occhi e pulisce lo sguardo emotivo.

Di fronte alla maestosità e all’ineluttabilità dell’anima del mondo, che Giancarlo ha colto nelle insicurezze di suo padre e nell’amore per sua moglie e per i suoi figli, egli non sente la necessità di interrogarsi sulla esistenza di Dio; per Giancarlo oggi sono la percezione della realtà, la comprensione dell’umano e l’individuazione delle fragilità a costituire lo stra-ordinario e il magico.

Paolo sente di vivere un momento sereno della sua vita, in cui si trova a dare conforto e supporto a sua moglie. Dall’intervista è emerso un concetto particolarmente suggestivo e commovente: la difficoltà di accettare di essere amati. Paolo, con le sue parole, ha condiviso con noi una verità tanto fondamentale quanto complessa da cogliere. Ci vuole una lucidità estrema ad ammettere che proprio ciò che tutti desideriamo ricevere, che infonde energia e induce a migliorarci, è difficile da accettare. Accorgersi di essere amati fa paura perché responsabilizza. L’amore fa sentire fragili, talvolta non all’altezza. Poche cose avviliscono l’essere umano come sentire di deludere le aspettative di chi ci ama.

Ad ogni minuto, mentre il gioco procedeva  con naturalezza, domande e risposte acquisivano tenerezza e profondità. Abbiamo subito stabilito, nelle interazioni di coppia e di gruppo, un canale comunicativo che ci ha permesso di intavolare un dialogo armonioso, in cui ci sentivamo a nostro agio nelle attività di riflessione e di ascolto.

La ricchezza del confronto con Riccardo – che ha un dono comunicativo grazie al quale riesce ad arrivare al cuore dell’interlocutore, coniugando la complessità del ragionamento con la semplicità dell’esposizione – e dell’ascolto delle parole di Beatrice e Carolina, Giancarlo e Paolo mi hanno restituito sensazioni di pienezza, serenità, soddisfazione intellettuale ed entusiasmo. La disponibilità di Paolo e Giancarlo a condividere il proprio vissuto, la propria saggezza, la scelta delle riflessioni e degli esempi da riportare, è stata commovente. Per tutto questo, ho provato grande gratitudine.

Giulia Villa

A chi era presente alla serata di giovedì scorso, ecco il ritratto di mio papà Francesco la notte della sua morte, quando ho capito che i suoi capelli erano di seta. Un riconoscente saluto a Juri e a tutti voi.
Giancarlo Scialanga

 

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