Ho sempre amato la pioggia

Ho sempre amato la pioggia. Credo che da bambino l’amavo perché mi dava una sensazione di pace e sicurezza. Camminavo anche per ore sotto la pioggia, coperto quanto bastava per non inzupparmi. Il ticchettio continuo delle gocce di pioggia che colpivano il cemento del marciapiede mi tranquillizzava e mi faceva sentire meno solo. Non pensavo a nulla di particolare: mi godevo, semplicemente, il nutrimento che la pioggia mi donava.

Poco fa sono andato a fare la spesa. La pioggia scendeva copiosamente, ma sul mio piumino con il cappuccio atterrava con gentilezza: probabilmente perché ha riconosciuto il bambino che ha nutrito molto tempo fa. Mentre camminavo verso il supermercato, mi sono sentito ricco e pieno di vita ma, soprattutto, fiero del cammino che mi ha permesso di traghettare quel bambino verso la libertà, una libertà mai scontata e, forse per questo, più apprezzata e rispettata.

Nel tempo che mi resta da vivere in questo corpo, desidero intensamente prodigarmi affinché i giovani trovino la loro strada verso la costruzione e la bellezza. È un progetto ambizioso che rasenta la presunzione, ne sono consapevole, perché i surrogati della felicità abbondano sulla via della seduzione; ma chi se ne fotte! sono pronto a lottare!

Alessandro Crisafulli

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

Quale libertà?

Gentile Dott.ssa Giovanelli,
Sono Eleonora Montin, la studentessa della Cattolica che oggi insieme ad alcune colleghe parteciperà all’incontro del Gruppo in via Sant’Abbondio. Le mando questa mail con le le nostre impressioni sull’incontro svolto in Università qualche giorno fa. Ne approfitto per ringraziare nuovamente, a nome mio e di tutte le mie colleghe, Lei e tutto il Gruppo della Trasgressione per la possibilità che ci avete dato.

Una prima cosa che ci ha colpito è stata la diversità del lavoro psicologico in carcere rispetto a quello tradizionale. Abbiamo percepito quanto sia complesso lavorare con persone che non arrivano spontaneamente a chiedere aiuto: questo fa sì che lo psicologo debba agganciare emozioni e consapevolezze che spesso non sono mai state espresse prima, e questo ci ha colpito profondamente.

Un altro elemento riguarda le storie di vita dei detenuti ed ex detenuti. È stato evidente come i reati non nascano “dal nulla”, ma siano spesso l’esito di traumi, mancanza di riconoscimento, bisogni affettivi non soddisfatti. Il crimine sembrava, per molti, l’unico modo che avevano trovato per sentirsi visti. Questa prospettiva ci ha permesso di guardare alla devianza non come a un atto “inspiegabile”, ma come a una risposta (sbagliata, ma comprensibile) a un dolore che non aveva trovato altri canali.

Ci ha colpito molto anche la riflessione su come, per alcuni di loro, il reato abbia rappresentato un tentativo di identità: un modo, disfunzionale ma potente, per sentirsi attivi e presenti in un mondo in cui prima erano rimasti in una posizione passiva. Questa lettura ci ha fatto interrogare molto anche su come si costruisce il sé nei contesti di sofferenza.

Un altro aspetto che ci ha toccato è stato il metodo del dottor Aparo. All’inizio ci ha destabilizzate poiché anticonvenzionale e spesso non si ha modo di vederlo nel contesto accademico, ma osservandolo nel tempo si è capito quanto fosse intenzionale: una direttività modulata, usata per rompere difese che in quel contesto sono fortissime. È stato interessante vedere che questo stile cambiava in base alla persona, e che la provocazione era sempre finalizzata a far emergere qualcosa che da soli non sarebbero riusciti a dire.

Siamo rimaste molto colpite anche dalla co–costruzione che avviene nel gruppo: la consapevolezza non nasce da un insight solitario, ma attraverso l’incontro con l’altro, con il suo sguardo, con il suo racconto. È stato un esempio concreto di come un gruppo possa diventare uno spazio identitario, di responsabilità e di trasformazione.

Infine, il tema della libertà ci ha colpite moltissimo: sentire la distinzione fra la libertà “apparente” della trasgressione — fatta di rabbia, adrenalina e illusione — e la libertà più autentica che nasce dalle regole, dalla responsabilità e dal riconoscimento dei propri limiti. È stato un passaggio davvero potente.

Tutto questo ci ha fatto venire voglia di approfondire da vicino questo metodo e il lavoro del gruppo. È stato un incontro che ha “mosso” tanto, e ci piacerebbe continuare questo percorso come occasione di crescita personale e professionale.

Cordiali saluti,

Eleonora Montin e colleghe

Percorsi della Devianza e Trame di libertà

L’evoluzione del reo al servizio della società

Il nostro laboratorio sociale, in carcere e fuori, prevede l’attivazione di pratiche e riflessioni utili a promuovere l’inclusione sociale e il benessere della comunità. Si realizza grazie al coinvolgimento attivo dei partecipanti e moltiplicando le occasioni di incontro e di scambio tra carcere e mondo esterno. Oggi siamo alla Università Cattolica di Milano davanti a una cinquantina di studenti della prof.ssa Miriam Parise.

In aula c’è un bel clima e partiamo spediti. Al Gruppo della Trasgressione non è consentito essere semplici spettatori; ogni componente ha la responsabilità di condividere la propria esperienza per contribuire all’evoluzione dell’autore di reato e agli obiettivi più generali del gruppo. L’emancipazione del reo, infatti, non costituisce l’unica finalità del gruppo della trasgressione che, già all’atto della sua costituzione,  nel 1997,  puntava all’obiettivo di utilizzare lo studio della devianza e il percorso evolutivo del condannato per fare prevenzione sociale.

Una peculiarità del gruppo consiste nel fatto che, avendo il reo come partner di studio, le dinamiche del reato e dello stile deviante vengono indagate a partire dall’esperienza e dalla testimonianza diretta di chi le ha vissute in prima persona. Questo aiuta a raccogliere informazioni sulla percezione soggettiva delle condizioni individuali, sociali e familiari che hanno portato una persona a intraprendere il percorso deviante. L’obiettivo è alimentare un archivio in cui i racconti e le rielaborazioni personali possano diventare patrimonio comune.

Attraverso il dialogo che si instaura durante gli incontri in carcere con i liberi cittadini, il detenuto viene stimolato a esplorare la propria storia e i fattori che lo hanno condotto al percorso deviante. Ciò gli consente di accedere alle dinamiche emotive e alle fantasie che al momento del reato non erano ancora del tutto consapevoli, come non lo erano quel “diritto al rancore” e quella sensazione di “credito inestinguibile” che  avevano contribuito a “legittimare” l’abuso e a ignorare o, peggio, a godere del dolore della vittima. Il gruppo assume così la funzione di contenitore emotivo, ma anche di camera di gestazione capace di raccogliere e riorganizzare tali vissuti, restituendo loro un nuovo significato e recuperandone il valore propulsivo.

Dalle testimonianze di Antonio Tango, Alessandro Crisafulli e Ignazio Marrone, emerge come la carriera criminale affondi le proprie radici in un sentimento di rivalsa legato al bisogno di riconoscimento, un bisogno rimasto inappagato nelle prime fasi della vita. L’agito deviante diviene così una modalità attraverso cui affermare sé stessi e attribuirsi un ruolo. In questo senso, il reato si configura come l’agito di un disagio interno e come il mezzo tramite il quale tale disagio viene neutralizzato.

L’essere umano necessita di una funzione, di sentirsi amato e riconosciuto e non va dimenticato che chi delinque, pur se prendendo male la mira, ricerca proprio la soddisfazione di tali bisogni.

Il Gruppo della Trasgressione promuove nel detenuto un processo di rielaborazione della propria storia, di assunzione di responsabilità, che avviene anche grazie al confronto con i familiari delle vittime di reato e alla possibilità di vivere da vicino le conseguenze del proprio agire. In questo modo il detenuto sperimenta il piacere della relazione e della costruzione condivisa, avendo l’opportunità di tessere legami sociali che lo fanno sentire riconosciuto e gli restituiscono un ruolo. L’obiettivo, infatti, è condurre per mano l’individuo al riconoscimento dell’altro e, allo stesso tempo, alla valorizzazione delle proprie potenzialità.

Partecipando a questo processo, il detenuto rielabora il proprio vissuto criminale e accede alle “trame di libertà”, a quegli stimoli e legami che gli consentono di rendersi un cittadino vivo e operoso della collettività. In questo senso, il gruppo utilizza l’evoluzione dell’autore di reato in modo che la sua esperienza divenga una risorsa per la collettività in termini di prevenzione sociale e di conoscenza della nostra complessità.

Carolina Rocca, Angelo Aparo

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

Incontro in Cattolica

19/11/25 – Incontro in Cattolica su
Percorsi della Devianza e Trame di libertà

L’incontro si è aperto con la presentazione, da parte del Dottor Aparo, dei 2 temi della giornata:

  • Percorsi della devianza, ovvero le strade che portano alla pratica del reato e, soprattutto, a uno stile di vita nel quale il reato fa parte della quotidianità;
  • Trame di libertà, cioè le relazioni, i sentimenti e le azioni attraverso cui le persone ”allargano gli orizzonti della propria libertà”.

 

Le riflessioni e le pratiche che ne discendono hanno l’obiettivo di

  • mettere le esperienze dei detenuti del Gruppo (con anni di lavoro alle spalle) al servizio degli adolescenti delle scuole medie primarie e secondarie che visitiamo per l’attività di prevenzione contro droghe e bullismo;
  • offrire alle figure istituzionali che si occupano della rieducazione del condannato dati sulla propria personale esperienza evolutiva e sugli strumenti che l’hanno favorita.

La prima parte della giornata è stata dedicata ai Percorsi della devianza.

A riguardo sono intervenuti Antonio Tango, Ignazio Marrone e Alessandro Crisafulli, detenuti ed ex detenuti che da anni sono componenti attivi del Gruppo; ciascuno ha raccontato il proprio percorso, indagando i contesti, le relazioni e le emozioni che li hanno portati a commettere reati.

Antonio ha individuato, come uno dei fattori che lo hanno portato sulla strada della devianza, il mancato riconoscimento da parte del padre, che fin da quando era piccolo lo ha ritenuto incapace, ”scemo”, per via dei suoi problemi di salute. Inoltre, a scuola era vittima di bullismo; di conseguenza, e non avendo avuto una figura di riferimento credibile, lo stesso Antonio è arrivato a squalificarsi, a reprimere le sue emozioni e a cercare il riconoscimento degli altri attraverso atti violenti e di potere. “Comandato dalla rabbia come fosse un burattino“, ha iniziato a commettere reati, fino a disconoscere completamente le sue vittime e a trasformare le persone in oggetti utili al raggiungimento dei suoi obiettivi. Come lui stesso sottolinea, nella sua mente i loro volti smettevano di avere una fisionomia.

Ignazio ha raccontato la sua infanzia in Sicilia, in una famiglia nella quale la delinquenza era normalità. Ha ricordato suo padre che gli chiedeva di nascondere la pistola e i primi furti commessi con leggerezza. Non è stato accompagnato nella sua crescita, accudito e amato come sentiva di aver bisogno. Da ragazzo si è trasferito a Milano e ha iniziato a rubare per trovare i soldi con cui mantenersi. Ha incominciato, però, a ricavarne soddisfazione; sentiva che commettere furti lo rendeva più potente, riconoscibile e stimabile agli occhi degli altri. Ha iniziato a “prenderci gusto”, i furti non erano più solo un modo per sopravvivere, ma ciò che gli permetteva di accedere facilmente alla “bella vita”, tra lusso e delinquenza, alla quale si era gradualmente abituato. Anche per lui, le persone erano diventate solo un mezzo per ottenere quello che desiderava.

Alessandro è nato e cresciuto in un contesto di degrado, Quarto Oggiaro, nel quale fin da piccolissimo si è trovato immerso nella criminalità. Ha raccontato di aver sentito su di sé il peso di non essere stato voluto dalla propria famiglia; veniva riconosciuto dal padre solo quando dimostrava di essere capace di commettere reati. Col passare degli anni l’immagine che egli aveva di se stesso si è sempre più conformata a quella del delinquente, tanto da rendere il reato una pratica quotidiana.

Tutti e tre, con l’obiettivo di sentirsi potenti e ottenere il riconoscimento degli altri, hanno sentito l’esigenza di collezionare vittime e hanno usato la fragilità di queste per espellere da sé e proiettare su di loro la propria.

La seconda parte dell’incontro è stata dedicata al capitolo delle Trame di libertà, le quali non riguardano solo chi commette reati, perché ogni persona (come ha sottolineato Paolo Setti Carraro) ha i propri gradi di libertà.

Antonio è stato arrestato pochi mesi dopo la nascita di suo figlio; ha trovato nel desiderio di vederlo crescere e aiutarlo a diventare un cittadino come gli altri la motivazione per lavorare, indagare il proprio percorso e crescere a partire da esso, diventando così un esempio per lui.

Ha trovato nel dialogo con i componenti esterni del Gruppo, che lo hanno “costretto” a confrontarsi con le loro fragilità (ma anche con la sua), uno strumento fondamentale per le sue trame di libertà.

Anche Ignazio ha ricavato dal lavoro col Gruppo il ritorno al riconoscimento dell’altro; sentire di avere una funzione all’interno della squadra e assumersi la responsabilità di lavorare per il raggiungimento di obiettivi comuni gli ha permesso di sentirsi un cittadino, capace di rendersi utile alla società e di sentirsi un buon padre per i suoi figli.

Alessandro ha sottolineato, inoltre, l’importanza del dialogo con i parenti e le vittime di reato; trovarsi faccia a faccia con le vittime e il male loro causato lo ha portato ad assumersi la responsabilità delle sue azioni, a riconoscerne il peso e a renderle un punto di partenza dal quale iniziare a costruire con la società.

È intervenuto poi Paolo Setti Carraro, medico e parente di vittima, il quale ha spiegato come entrare in carcere e interagire con coloro che hanno causato dolore lo abbia aiutato ad emanciparsi dalla sua posizione di vittima, immagine di sé che rischia di diventare parte preponderante dell’identità della persona che ha subito un reato.

Infine, è intervenuta Carolina Rocca, studentessa ed ex-tirocinante del Gruppo; per lei, il suo contributo (e quello di tutti gli studenti del Gruppo) alla crescita ed evoluzione del detenuto sta nella possibilità di confronto; portare il proprio punto di vista mette gli altri nella condizione di arricchire la propria visione delle cose, portando ciascuno a responsabilizzarsi.

Beatrice Ajani

Percorsi della devianza e Trame di Libertà

A che titolo entriamo in carcere?

Ero seduto tra il pubblico di Bookcity Milano l’altra sera, alla presentazione del bel lavoro (“Fragili dentro. Storie di detenuti in un sistema da riformare”) del giornalista Fulvio Fulvi in dialogo con la Professoressa Mazzucato e il Dottor Setti Carraro, nella sede della Avvocatura comunale.

Erano passati solo pochi minuti quando si è fatto, inevitabilmente, cenno anche alla recente circolare, la n. 2025.0454011.U, del Direttore generale del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria. Qui la voce del Dottor Setti Carraro si è fatta ancora più seria, quando ne ha scandito alcuni passaggi: “ogni richiesta di autorizzazione di attività di carattere trattamentale trasmessa a questa Direzione Generale dovrà …. contenere, in modo chiaro ed esplicito, i seguenti elementi informativi: … l’elenco dei nomi e dei titoli dei partecipanti della comunità esterna”.

E in quel preciso momento tutto nella mente mi è sembrato, davvero, chiaro. E anche tutto quanto davanti ai miei occhi. Mazzucato, insieme al Professor Ceretti e a padre Bertagna, massime autorità in materia di giustizia riparativa in Italia e, quantomeno per me, preziosa fonte di ispirazione nei miei irrequieti anni tra una laurea in giurisprudenza e una professione ancora tutta da immaginare: ma quando entrano in un carcere sono Guido, Adolfo e Claudia. I loro titoli cosa contano? E mentre penso a tutto questo sento Claudia, ancora una volta con la sua emozione – pacata quanto contagiosa – ribadire con convinzione: “quella che poi si sente riparata, quando esco dal carcere, sono io”. Allo stesso modo Paolo che, nonostante tutti quei bambini fatti nascere e quegli uomini operati d’urgenza in giro per il mondo in guerra, non era riuscito a togliere i punti di sutura dal suo personale dolore per la perdita di una sorella. Ma a giugno 2023, alla fine del suo primo anno di frequentazione settimanale dentro il carcere di Opera, ha scritto una lettera aperta – quasi un bilancio interiore – nella quale descrive chirurgicamente il processo di una “emancipazione reciproca, dal trauma e dal dolore, tra persone ristrette”. Anche qui la sua laurea, in medicina, ha contato poco. Così come il suo vestito di vittima, che Paolo è riuscito finalmente a dismettere, con convinzione. Molto invece ha contato la fatica che ha accompagnato quella sua scelta di provare a guardare dall’altra parte del filo spinato, fatica della quale sono stato fortunato quanto privilegiato testimone nei lunghi percorsi di accompagnamento di alcuni Familiari di vittime della criminalità organizzata, presso il Centro per la giustizia riparativa e la mediazione penale del Comune di Milano.  Una fatica che ora, in carcere, ha finalmente iniziato a salvare la vita anche a lui.

E penso anche agli insegnanti entusiasti delle ultime letture collettive del racconto “Denaro falso” di Lev Tolstoj che abbiamo organizzato la primavera scorsa, quando abbiamo portato dentro due carceri milanesi non solo i liceali del Tito Livio ma anche i tecnici-informatici del Torricelli. Una esperienza formativa indimenticabile per una gioventù, la loro, meravigliosa indipendentemente dal corso di studi prescelto. Del resto, l’art. 17 dell’ordinamento penitenziario, da cinquant’anni a questa parte, non fa distinzioni di sorta: “sono ammessi a frequentare gli istituti penitenziari… tutti coloro che avendo concreto interesse per l’opera di risocializzazione dei detenuti dimostrino di potere utilmente promuovere lo sviluppo dei contatti tra la comunità carceraria e la società libera”.

Ovviamente, fino al 20 ottobre scorso, con l’autorizzazione e secondo le direttive del Magistrato di sorveglianza, su parere favorevole e sotto il controllo del Direttore: l’uno e l’altro oggi, invece, bypassati da meccanismi di centralizzazione burocratica imposti, per la maggior parte delle attività in carcere, da una circolare di due pagine.

C’è stata una persona che, alcune settimane fa, in una occasione pubblica mi ha presentato come un Pubblico Ministero che fa anche il volontario in carcere. Io avrei voluto correggerla, sostituendo a volontario la parola cittadino. Perché da tempi non sospetti penso che il carcere, in quanto Istituzione, debba essere utile non solo a chi sta dentro ma anche a chi sta fuori. E come cittadini abbiamo tutti titolo per poter beneficiare di tale possibilità, anche se non portiamo sopra il cuore il peso di affetti morti ammazzati ma solo, sottopelle, la fatica di ferite ancora da rimarginare. Cambiando il carcere iniziando da sé stessi, nell’incontro con l’altro-da-noi-recluso. E ri-uscire anche noi, un poco, riparati.

Ecco perché, proprio in quanto cittadini, dobbiamo tutti auspicare che nel sistema penitenziario italiano vengano al più presto rimossi quegli ostacoli che, di fatto, impediscono occasioni di confronto con l’esterno, e tramite esse opportunità reciproche per ricucire gli strappi del nostro tessuto sociale.

Francesco Cajani – cittadino componente del comitato scientifico “Lo Strappo. Quattro chiacchiere sul crimine”

[contributo pubblicato oggi su Avvenire, p. 7, a corredo dell’articolo di Fulvio Fulvi “Se in carcere è vietato anche il pranzo di Natale“]

 

Il tempo dell’uomo che desidero essere

Non so quante volte ho sprecato il tempo, il mio tempo. So che l’ho sprecato inseguendo delle cose che non mi hanno mai portato niente di bello, al contrario mi hanno portato solo delle cose negative, non mi rendevo conto che il tempo è veramente qualcosa di prezioso.

Mi ricordo che mia nonna mi diceva spesso che, ‘’Il tempo perso anche gli angeli lo piangono’’, e aveva ragione come sempre.

Nella realtà che oggi vivo ho scoperto che qui si può sprecare il tempo una seconda volta, dato che la prima volta è stata quando eravamo fuori e abbiamo fatto dei reati che ci hanno portato qui dentro. Si può sprecare decidendo di non far nulla per sé stessi, di rimanere sempre nell’ignoranza così da non alimentare la nostra consapevolezza.

Ho scoperto anche un’altra cosa, che da qui, anche se siamo pieni di restrizioni, il tempo si può investire in qualcosa di positivo, in una rinascita, in una crescita personale. Soprattutto in una realtà come questa possiamo apprendere delle conoscenze su tante cose, attraverso la scuola, corsi, gruppi, così come questo gruppo che frequento nel quale sento d’investire per davvero il mio tempo.

Io ho deciso di rendere utile il mio tempo e non voglio né vorrei sprecarlo di nuovo, oggi so che il mio tempo è prezioso, che ha un valore che prima non riconoscevo. Continuerò a impegnare il mio tempo in  qualcosa che faccia bene a me, che mi aiuti a crescere come persona, in qualcosa che mi possa aiutare a diventare quell’uomo che desidero essere.

So che il tempo che ci mettiamo per raggiungere certi obiettivi può essere tanto, ma so di certo che tante saranno le soddisfazioni che in futuro potrò avere.

Aver imparato dai reati e dagli sbagli commessi mi sta portando a vedere le cose con occhi diversi, non più con gli occhi di un ragazzo che non sapeva cosa fare del suo tempo, della sua vita.

Alex Chicas

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

O suono e cancel o suono e campan

Il carcere è un luogo di riflessione. La branda sulla quale riposo può essere terreno fertile dove seminare domande. Nella mia cella ho passato notti insonni. Sdraiato sulla mia branda ho rivisto il film della mia vita e mi sono accorto di avere iniziato a guardare il mio passato da una prospettiva diversa. Avevo cominciato a vendere droga ed avevo terminato commettendo un omicidio.

Non si può dire che nel vendere droga si produca un male molto diverso da quello provocato nel commettere un omicidio, perché in entrambi i casi si finisce col rubare la vita ad altre persone. La differenza sta nel fatto che un omicidio è un male diretto: se ne percepiscono gli effetti e se ne vedono immediatamente le conseguenze, come quando si dà uno schiaffo a un’altra persona. Nel vendere droga il male è indiretto: può sembrare invisibile. È molto più difficile percepire il male che nel tempo stai facendo ad altri, perché ha sfumature diverse. Non percepisci il male che stai facendo mentre vendi una dose a qualche povero sventurato. Talvolta cercavo di giustificarmi dicendo “non ho mai puntato la pistola alla tempia di nessuno: quello ha deciso di sua volontà di venire da me ad acquistare una dose“. C’è chi compera droga per colmare le proprie debolezze e fragilità, chi per puro divertimento, per cercare un momento di euforia.

Un gesto con conseguenze spesso fatali. L’acquisto di quella dose colpisce sia chi può permettersi di acquistarla, sia chi non può, e per acquistarla commette reati come furti o estorsioni, ruba in casa propria o vende i suoi beni, vende la catenina della prima comunione che avevano regalato alla sorella più piccola, commette violenze in famiglia per avere i soldi per acquistare quella dannata dose. Oppure diventa lui stesso spacciatore. Il tutto per quella illusione di pochi minuti di felicità. Tutte queste cose le ho viste con i miei occhi.

Nel mio caso proprio la droga e i suoi proventi sono stati la causa che mi hanno spinto sulla china che in seguito mi ha portato a commettere un omicidio. Nel mio contesto di provenienza, un quartiere di Napoli, il controllo dello spaccio e l’egemonia del territorio scatenano feroci faide. Per conservare questa egemonia non si esita a utilizzare anche in pubblico l’omicidio, con spargimenti di sangue nelle strade, dove un lenzuolo bianco copre quello che rimane delle vite spezzate.

Si tratta di una vera e propria guerra, non molto diversa dai tanti conflitti che insanguinano il Medio Oriente o le trincee dell’Ucraina. Anche tra i palazzoni di cemento di Scampia ci sono soldati che combattono senza bandiera, mercenari asserviti al dio denaro. La verità che non si vede, o che ci rifiutiamo di vedere, è che in questa guerra non ci sono e non ci saranno né vincitori né vinti, con una storia che può avere come esito soltanto una fine tragica.

Un detto napoletano dice: “O suono e cancello o suono e campan”, che significa o finisci in carcere, e allora ascolti il suono dei cancelli che si chiudono, oppure morto ammazzato con il suono delle campane al funerale. Non ci sono alternative, come dice un altro proverbio: “Chi per mare va, questi pesci prende

Ricordo una foto di quando ero ragazzino, che immortalava me insieme ad altri miei amici nel giardino della chiesa del rione dove abitavamo, dove si riuniva la nostra comitiva. È terribile pensare che di quel gruppo io sono l’unico superstite. I miei amici non ci sono più, chi morto in un incidente in moto, chi ammazzato per strada da una banda rivale. Posso ritenermi fortunato a essere ancora vivo, anche se quello che mi ha salvato è stato essere rinchiuso in carcere ad ascoltare il suono dei cancelli. La nostra è stata davvero una gioventù bruciata, dove a bruciare sono state le nostre vite ed il nostro futuro. Indietro non si può tornare e nessuno potrà restituirci quello che abbiamo perso, che consapevolmente o inconsapevolmente abbiamo negato alle nostre vite e a quelle dei nostri familiari.

Per questo sono arrivato alla conclusione che vendere una dose equivale allo sparare un proiettile: sono due modi diversi di giungere alla stessa conclusione: dare la morte.

Non è stato facile per me raccontare la mia storia e ripercorrere quelle drammatiche vicende. Gli errori commessi in passato non possono essere cancellati. Mi hanno detto che io non sono il mio passato. Ma è affrontando di nuovo il mio passato che ho sviluppato la consapevolezza di ciò che voglio essere nel futuro, cominciando dal presente.

Riprendere le fila del mio passato è stato difficile. Scrivere di quello che ho vissuto, rivivere il male che ho fatto, ha significato rinnovare la mia sofferenza. Il dolore che provo oggi mi ha aperto gli occhi. In questi anni mi sono convinto che per essere un uomo migliore non basta voltare pagina e andare avanti, perché questo significherebbe semplicemente lasciarsi alle spalle il passato e dimenticarlo. La memoria del passato è importante. Tenere vivi quei ricordi, non dimenticare, andare a fondo del dolore è il modo per ritrovare la strada per andare avanti.

Quello che ho commesso ha avuto conseguenze tragiche provocando dolore in tutti coloro che ho coinvolto con il mio gesto: un uomo a cui ho tolto la vita, la sua famiglia e la mia. Vorrei che questa consapevolezza servisse in qualche modo a evitare ad altri giovani di percorrere la mia stessa strada.

Per questo ho deciso di raccontare la mia storia.

Emanuele Baiano

Percorsi della devianza

La perla degli occhi miei

La storia che sento il bisogno di raccontare, a me stessa prima ancora che agli altri, è quella della mia infanzia.

Sono nata nel 1940. Dopo appena cinque mesi dalla mia nascita, mio padre partì per la guerra. Fino ai cinque anni non ebbi la minima idea di come fosse fatto: non avevo mai visto una sua fotografia, non sapevo nulla di lui.

Nel 1945, finita la guerra, i militari rientrarono dalla Germania. Mio padre era tra loro.

Un giorno ero seduta sui gradini di casa, in via Gualtiero d’Ocra, insieme a mio fratello Antonio, che aveva più anni di me. Stavamo giocando, quando a un tratto lui gridò: «Mamma! Mamma! Lu Tata! Lu Tata!»

Noi contadini non dicevamo “papà”: dicevamo “Tata”.

Io, felice all’idea di vederlo finalmente, corsi verso l’angolo della via. All’epoca non c’era traffico, quasi nessuna macchina. Davanti a casa c’era un biroccio con un cavallo, dei signori che abitavano lì vicino. Mi avvicinai e vidi un uomo vestito male, scalzo: ai piedi aveva due pezzi di legno legati con delle fasce incrociate. Era mio padre.

Aveva la barba lunga, era sporco, irriconoscibile. Mi spaventai e tornai indietro, mentre lui correva per prendermi in braccio. Non mi aveva mai vista neppure lui. Rimasi sconvolta da quella figura.

Col passare dei giorni, in casa sentivo solo urla e litigi. Mia madre e mio padre non smettevano mai di discutere. Non capivo i motivi, avevo solo cinque anni, ma la paura era costante.

Ricordo un episodio in particolare, poco dopo il suo ritorno, in un giorno caldo di settembre. Mio padre si era lavato come si poteva allora: con un secchio d’acqua e una vasca. Poi era entrato in casa, ancora litigando con mia madre. Lei, impaurita, si nascose in un piccolo magazzino che chiamavamo “il sottoscala”.

Io la seguii. Mio padre, con l’asciugamano ancora addosso, glielo mise intorno al collo. Capì che la stava soffocando. Urlai e, per salvarla, lo morsi alle gambe con tutte le mie forze. Lui, per il dolore, lasciò l’asciugamano. Così mia madre si salvò.

Da allora non riuscii mai a chiamarlo “Tata”. Ne avevo terrore.

Mio padre si era portato dentro tutta la rabbia e la disperazione dei tre anni passati nei campi di concentramento. Mia madre non capiva quel tormento, e così finivano sempre per scontrarsi. Io vivevo in mezzo a loro, testimone di botte e grida. Mio fratello maggiore aveva altri mondi, altre uscite; io invece stavo sempre in casa.

Con mio padre non ho mai parlato davvero. Ci capivamo solo con i gesti. Non fu mai violento con me, ma non fu neppure un padre capace di una carezza o di una parola dolce. E io non mi sarei lasciata toccare comunque. È stato così per tutta la vita: silenzio tra noi, un silenzio pesante.

Nel 1962 mio padre ebbe un grave incidente: cadde da un albero, si fratturò una vertebra cervicale e rimase paralizzato. Per due anni fu portato di ospedale in ospedale, da Roma a Bari, per tentare di recuperare un po’ di mobilità. Io, che ero già madre, mi occupavo di mia figlia e dei miei fratelli più piccoli, mentre mia madre lo assisteva nei ricoveri.

Quando tornarono a casa, io passavo le giornate con loro: mia madre lavorava in campagna e io accudivo mio padre. Era quasi completamente paralizzato. Lo servivo in silenzio. Lui a volte mi diceva “grazie”, e basta. Non provavo rancore, ma era come se dentro di me la parola fosse morta.

Con mia madre litigavo spesso; con lui, mai. C’era solo il silenzio.

Anni dopo, intorno ai quarantacinque anni, iniziai un percorso di psicoanalisi. Dopo otto anni di lavoro sentii che dovevo affrontare il nodo più profondo: il rapporto con mio padre. Dare voce a ciò che non avevo mai detto.

Era il 19 marzo 1995, giorno di San Giuseppe, il suo onomastico. Sapevo che stava male. Presi il telefono, lo chiamai e gli dissi: «Buon onomastico, papà.»

Lui, con voce dura, mi rispose arrabbiato: «Devi tornare a casa, la tua famiglia siamo noi.»

Io vivevo a Milano, con mio marito e mia figlia. Gli dissi: «La mia famiglia è qui. Voi siete insieme, ma se vado via io, loro restano soli.»

Lui insistette, sempre più alterato: «Siamo noi la tua famiglia. Sei stata la perla dei miei occhi.»

Quelle parole mi arrivarono addosso come uno schiaffo e una carezza insieme. Per la prima volta nella mia vita mio padre mi diceva una frase d’amore. Trovai il coraggio di rispondergli: «Perché non me l’hai mai detto?» E chiusi la telefonata.

Nove giorni dopo ricevetti la notizia della sua morte. Viaggiai tutta la notte per raggiungerlo.

Quando arrivai, il suo corpo era ancora nel letto. Passai la notte accanto a lui, parlando per la prima volta davvero. Gli dissi tutto ciò che non avevo mai avuto il coraggio di dire: il dolore, la paura, la rabbia, ma anche la gratitudine. Gli chiesi scusa e lo ringraziai.

Annotai tutto nel diario che tenevo durante l’analisi: “Mio padre mi ha detto una frase d’amore. Mi ha detto: Sei stata la perla dei miei occhi.”

Fu l’unica volta. Nove giorni prima di morire.

Da allora ho potuto guardare diversamente la mia storia.

Capire che, nonostante tutto, mio padre mi aveva voluto bene. Che forse aveva provato a dirmelo, con gli occhi, in mille momenti che io non riuscivo a decifrare, chiusa com’ero nella paura.

Per tutta la vita mi ero sentita “di troppo”: unica femmina tra tre maschi, quella che “aveva disonorato la famiglia” perché era scappata di casa col padre delle sue figlie, e poi si era separata — nel 1968, quando una separazione era uno scandalo. Mi sentivo la pecora nera, la vergogna di tutti.

Solo molto tempo dopo ho capito che mio padre, nel suo modo silenzioso, aveva cercato di amarmi. Che anche il suo sguardo, quando era arrabbiato o fiero di me, diceva qualcosa che allora non sapevo comprendere.

Non si finisce mai di arrivare alla consapevolezza. Ma oggi, se ripenso a tutto questo, posso dire di viverlo con più libertà.

Marisa Fiorani

Racconti al tavolo del gruppo

Corrono verso nord-ovest

Corrono verso nord-ovest
nubi di piombo, a strati:
mantello che avvolge,
a tratti schiaccia.
Qui, sulla terra impregnata,
soffia un vento
in direzione contraria:
frusta le fronde
coi primi fiori,
invade la psiche,
dileggia le certezze.
Giacciamo sotto una cupola
di grigia ovatta
o sotto la volta celeste,
nel gioco delle stagioni,
nel rischio dei cicli,
nell’oblio delle ere,
ignorando la sorte comune,
guerra dopo guerra,
naufragio su naufragio,
schiavi del bisogno
o del profitto,
soprattutto del vacuo
e del futile.
Se soltanto sapessimo guardare
oltre le cortine,
se soltanto volessimo stupirci
all’idea degli astri,
alla visione dell’alfa e dell’omega,
degli infiniti mondi spersi
nelle vastità nebulose,
negli incommensurabili vuoti,
immergendoci nella logica
della luce dallo spazio profondo,
della pioggia delle particelle invisibili
dal tempo eterno,
là dove tutto ebbe principio
(forse un caso,
forse la necessità del caos,
forse un capriccio,
forse l’inesplicabile
o l’ineluttabile,
forse il ritorno)…
Nessun nume può gettare impunemente
sul tavolo celeste i dadi,
eppure..
eppure si dovrebbe scommettere:
sulle corde tese sopra l’abisso,
sulle stelle danzanti,
sull’armonia degli atomi
e dei numeri
che ci compongono,
con cui vibriamo,
sull’inenarrabile immensità fuori
a colmarci
e sulla goccia divina
dentro ciascuno;
infine sulla vertigine del cuore
che l’amore, soltanto l’amore,
sa decifrare.

Alberto Figliolia

Poesie