In un mondo parallelo, il Governo della città ha imposto la “Legge dell’Ascesa”. Il principio è spietato, per contare qualcosa, per non essere calpestato e per salire nella scala sociale, ogni cittadino ha l’obbligo di eliminare due persone al giorno. Chi non uccide rimane in fondo, destinato a subire, considerato un debole.
In questo sistema la gente non uccide perché è nata “cattiva” o spietata. Ci si adegua per paura, per condizionamento della famiglia, perché si cresce in quartieri dove fin da bambini ti insegnano che l’unico modo per non essere una vittima è diventare un carnefice. Per fare carriera e guadagnarsi il rispetto del gruppo, i giovani imparano a soffocare le proprie emozioni e a indossare la maschera del “duro”.
Chi arriva in cima alla piramide non è un robot senza sentimenti, ma una persona devastata. Dietro l’arroganza e il potere si nascondono uomini e donne che la notte non riescono a dormire, schiacciati dal peso dei propri fallimenti e da una solitudine immensa. Hanno dovuto “uccidere” la propria parte fragile e umana pur di non mostrare la paura del giudizio e del rifiuto.
Un giorno succede qualcosa. Uno dei leader più temuti si trova davanti alla sua quota quotidiana. Sta per colpire, ma guarda l’altro negli occhi e vede la stessa paura, la stessa solitudine che prova lui. Non vede un nemico, ma uno specchio. Abbassa l’arma e dice basta.
Le conseguenze sono immediate. Viene accusato di essere un traditore, un debole, viene spogliato di tutto e gettato fango sulla sua storia.
Ma la vera scoperta avviene quando viene isolato da tutti. Per la prima volta, liberato dall’obbligo di dimostrare di essere un “duro” e di dover essere all’altezza delle aspettative degli altri, sente un senso di pace mai provato prima. Riconosce che la violenza non era una sua vera scelta, ma una gabbia ereditata dal contesto in cui era cresciuto.
Il suo rifiuto diventa una crepa nel sistema. Uno alla volta, altri “uomini forti” iniziano a fermarsi. Non perché siano diventati “buoni” dall’oggi al domani, ma perché stanchi di far soffrire se stessi e gli altri pur di rincorrere una finta forza che li lascia solo più solo.
Questo racconto nasce dal lavoro di confronto che svolge il Gruppo della Trasgressione in carcere. Ascoltando le storie di chi ha vissuto in contesti di criminalità, emerge come la violenza sia vista quasi sempre come l’unico modo per essere accettati, per dimostrare di essere “uomini d’onore” o semplicemente per sopravvivere e sentirsi all’altezza in un ambiente dove è difficile trovare alternative.
È facile lasciarsi appiattire dall’idea che chi ha commesso un reato grave sia un “mostro”. La realtà che tocchiamo con mano al Gruppo della Trasgressione è che dietro l’atto violento c’è quasi sempre una persona che ha imparato a usare l’aggressività come corazza per nascondere le proprie fragilità, i propri traumi familiari e il terrore di essere distrutta dal contesto in cui viveva. Uccidere l’altro, o prevaricarlo per salire in alto, è la risposta disperata di chi si sente infinitamente piccolo e solo.
Col mio racconto cerco di riproporre quanto vedo accadere al gruppo: il cambiamento vero non comincia quando si giudica e si insulta chi ha sbagliato, ma quando si dà a quella persona la possibilità di togliersi la maschera, di scoprire che la vera forza non sta nel dimostrare di essere invincibili, ma nella capacità di ascoltare l’altro e, in questo modo, di dire “basta” alla catena della sopraffazione.
Sofia Pellini