Il progetto

Premessa

Il progetto nasce dalla constatazione che molto spesso il detenuto, soprattutto quando i figli sono molto piccoli, mente sulla propria condizione, non dichiara di essere detenuto in carcere.

Spesso con il consenso della moglie, egli racconta ai figli di vivere per esigenze di lavoro in una struttura non meglio specificata. Quando i figli diventano abbastanza grandi, il padre ammette di essere in carcere, ma omette le proprie responsabilità sulla condanna, racconta di errori giudiziari, di essere in attesa di un prossimo chiarimento e di una prossima scarcerazione.

Questo, inevitabilmente, stimola nei ragazzi rancore nei confronti di chi tiene il padre segregato. In una prima fase avviene di solito che il padre venga idolatrato; più avanti, quando le sue bugie diventano plateali, l’immagine paterna viene squalificata, anche se questo, per i figli, non corrisponde a un incremento della fiducia nelle istituzioni che lo tengono ristretto.

Una complessa combinazione di fattori ambientali (le distanze, i tempi esigui delle telefonate, la difficoltàn, un ambiente rumoroso e poco intimo, di comunicare altro oltre ai saluti e alle raccomandazioni di rito) e soggettivi (l’immaturità, la paura di far male, l’incapacità del genitore di capire cosa è bene per i figli) fa sì che i colloqui in carcere siano vissuti all’insegna della superficialità.

In questo modo i genitori, intanto che danno versioni poco verosimili della loro condizione, sentono di avere sempre meno il diritto di esercitare la loro funzione genitoriale e di chiedere ai figli di comportarsi bene; da parte loro, i figli sentono il dovere di lasciar credere ai genitori di non avere capito come stanno le cose. L’impasto di menzogne, di attese continuamente deluse, di compromessi farà sì che i genitori non abbiano alcuna autorevolezza quando i figli, giunti all’adolescenza, cominceranno qualche volta a prendere la strada della droga e della devianza; allo stesso tempo darà luogo ad adolescenti violenti e spesso autodistruttivi.

Un lavoro sulla relazione fra genitori e figli, capace di portare i genitori detenuti ad un costruttivo esercizio delle loro funzioni parentali, promette di ridurre quello che forse è il danno più grande che il reato e la conseguente lontananza fra genitori e figli producono: le spinte devianti della 2° generazione.

locandina di Adriano Avanzini

 

Obiettivi

L’obiettivo ultimo del progetto è evitare che la detenzione dei genitori porti automaticamente ad adolescenti arrabbiati contro i genitori e a futuri cittadini sfiduciati verso le autorità e le istituzioni.

In relazione a questo, si punta nell’immediato ad accrescere fra i detenuti che partecipano al progetto la consapevolezza delle dinamiche relazionali fra genitori e figli e delle proprie responsabilità verso i figli e la collettività.

È parte integrante dell’obiettivo coltivare una serie di attività culturali che permettano ai padri di acquisire l’autorevolezza senza la quale i detenuti si sentono facilmente ricattabili dai figli (“Se pretendi che io faccia così, non vengo la settimana prossima a trovarti”).

Nel tempo, è previsto che, grazie a incontri allargati in carcere, i detenuti che abbiano fatto un percorso appropriato possano gradualmente estendere ad altri ristretti le competenze, la sensibilità e le motivazioni acquisite.

 

Tempi e procedure

Il progetto prevede:

  1. incontri settimanali durante i quali viene dato spazio a riflessioni e a scritti dei detenuti sulla loro relazione con i figli e sul progetto. Nel corso degli stessi incontri viene anche dato ampio spazio ad alcuni dei temi di cui il gruppo si occupa da sempre e, in particolare, a quelli più utili per stimolare l’importanza della comunicazione fra genitori e figli e “il piacere della responsabilità”;
  2. attivazione su Voci dal Ponte di un’area nella quale vengono riportati:
    • gli scritti dei detenuti sul tema
    • ove ve ne fossero, gli scritti sul tema dei loro congiunti
    • la documentazione degli sviluppi dell’iniziativa
  3. incontri trimestrali fra il gruppo della trasgressione e i familiari di tutti i componenti del gruppo, che sono a volte accompagnati da interventi musicali e sono sempre seguiti da un pranzo durante il quale i detenuti stanno con i loro familiari;
  4. Incontri allargati ad altri ristretti dell’istituto nel corso dei quali i detenuti del gruppo della trasgressione possano presentare i risultati ottenuti e svolgere verso gli altri detenuti il ruolo di Peer support.
  5. In tutti gli incontri del progetto e, a maggior ragione, nel corso degli incontri allargati agli altri detenuti dell’istituto, si intende promuovere delle situazioni in cui i genitori detenuti possano essere visti dai figli come persone che oggi stanno imparando a collaborare costruttivamente con la società e con le istituzioni.

Venti alberi per Bollate

Gli alberi del Rotary club Milano Duomo a Bollate

Giovedì 22 marzo 2018, nelle ore 10:30-12:00, all’interno della seconda casa di reclusione di Milano Bollate, verranno piantati nelle aree adibite al passeggio dei detenuti 20 alberi che il Rotary Club Milano Duomo regala al carcere di Bollate. L’iniziativa ribadisce la mission del Rotary di promuovere ovunque possibile equilibrio e benessere e conferma l’intesa che già da diversi anni esiste fra Rotary Club Milano Duomo e il Gruppo della Trasgressione.

Le zappe per le buche dove piantare gli alberelli sono già pronte; giovedì mattina alcuni detenuti dei due gruppi della trasgressione (maschile e femminile) attivi nel carcere di Bollate verranno affiancati nel lavoro dai componenti del Rotary che parteciperanno alla cerimonia. Per l’occasione, accanto al lavoro di zappa, verranno letti alcuni testi che parlano di errori, di alberi e di vite da ricostruire.