Intervista con Max Rigano

Conversazione con un giornalista libero dalla compulsione
di dover vendere eccitazione a tutti i costi e a basso prezzo

1. Che cos’è il gruppo della trasgressione?
Un laboratorio di ricerca sulle condizioni soggettive e ambientali che portano un ragazzo a negare la propria e altrui fragilità, a diventare sempre più sordo alla voce dell’altro e a inquadrare come obiettivi della propria vita ricchezza e potere invece che conoscenza e nobiltà. Ma il gruppo è anche un laboratorio dove detenuti, studenti universitari e familiari di vittime di reato si sollecitano vicendevolmente a superare la sordità e a recuperare frammenti di coscienza di sé e dell’altro. Quando le cose funzionano, tale attività permette di vivere nuove alleanze e di uscire dalle paludi morali e psicologiche nelle quali a volte si finisce.

2. In che modo questo processo di autocoscienza smuove la psicologia dei detenuti arrivando a cambiarli?
Uno dei processi che avvengono quando si frequenta il gruppo per anni è l’investimento sulla propria curiosità e il piacere di scoprire che si possono utilizzare risorse personali cui prima non si faceva caso. In ognuno di noi ci sono parti della mente che somigliano a un pianoforte di cui non ci siamo mai accorti o sul quale non avevamo mai avuto il coraggio di mettere le mani. Al gruppo della trasgressione le persone (detenuti, studenti, familiari di vittime) prendono confidenza con lo straniero e, gradualmente, sviluppano una lingua e delle procedure che permettono di giocare lo stesso gioco e di prenderci gusto, cioè di vivere il piacere di allargare i confini della coscienza e della conoscenza.

3. Come hai conosciuto Giacinto Siciliano e quando hai capito di poter cominciare questo percorso con i detenuti?
Ci siamo conosciuti nel 2007, poco prima di portare anche a Opera e a Bollate il gruppo della trasgressione, fino a quel momento attivo solo a San Vittore. I detenuti che frequentavano il gruppo a San Vittore (carcere che ospita chi non ha ancora ottenuto la condanna definitiva) chiedevano di poterne far parte anche dopo il trasferimento in altre carceri. Con il provveditore regionale di allora, Luigi Pagano, con il direttore di Opera, Giacinto Siciliano, e con la direttrice di Bollate, Lucia Castellano, abbiamo quindi concordato di far partire il gruppo anche negli istituti di Opera e Bollate.

4. Cosa significa cambiare un uomo? Come avviene il cambiamento?
Il cambiamento suscita sempre delle resistenze. Se poi una persona deve cambiare nella direzione predefinita e dettata da un’altra, allora il cambiamento viene vissuto come una minaccia alla propria identità e la resistenza aumenta. Ciò detto, Il cambiamento meglio accetto, più significativo e duraturo è quello che avviene senza che la persona si accorga di cambiare e, soprattutto, senza che un agente esterno imponga di cambiare. Il cambiamento, dunque, avviene intanto che si gioca, si lavora, si progetta insieme. Quando si hanno obiettivi comuni, ciascuno mette in campo risorse utili al raggiungimento dell’obiettivo. Gli obiettivi che si coltivano al gruppo della trasgressione fanno sì che autori e vittime di reato, studenti e comuni cittadini investano parte delle proprie risorse e delle proprie energie per raggiungere lo stesso scopo: oggi prendere lo straccio e il detersivo per pulire la sede che abbiamo appena aperto, domani andare in una scuola dove detenuti e studenti insieme mettono in scena il mito di Sisifo per poi stimolare gli studenti a riflettere sui possibili percorsi dell’arroganza e della polverizzazione della coscienza.

5. Essere uno psicologo ti mette a confronto anche con le tue parti più profonde, con la tua affettività o con la tua aggressività: come le gestisci quando vengono sollecitate nel lavoro di gruppo?
Mi sono allenato negli anni a far diventare la mia aggressività un gioco, un esercizio per riformulare i termini della relazione fra lo psicologo e il detenuto. Negli anni, l’affetto che cresce col tempo fra me e i detenuti e la mia stessa aggressività sono diventate risorse per riformulare i criteri delle gerarchie e rendere tangibile che il potere più duraturo e gratificante viene dalla capacità di aiutare l’altro a crescere e a migliorarsi. Quando ho bisogno di affermare la mia forza e il mio legame con loro mi metto a parlare di cose complicate e un po’ disorientanti. Per esempio, li rimbambisco sostenendo che il delinquente è una persona che ha bisogno di ripristinare una giustizia violata, ma non avendo strumenti adatti per farlo, si serve della pistola. In questo modo, spesso riesco a convincerli che loro hanno bisogno di me per capire meglio quale giustizia cercavano quando usavano la pistola o la cocaina.

6. Ho fatto la stessa domanda a Giacinto Siciliano: che significa essere un uomo?
Cercare, evolversi, contribuire all’evoluzione della specie e della realtà in generale. La velocità con cui la specie umana è cambiata e ha prodotto cambiamenti nell’ambiente non ha paragoni con quello che possono fare gli altri animali. Essere uomo per me vuol dire coltivare il piacere di conoscere e di evolversi, utilizzando i percorsi degli altri uomini per migliorare il proprio e viceversa.

7. Rifaresti tutto quello che hai fatto?
Nei fatti sto continuando a farlo. Saranno poi gli altri a decifrare se l’ho fatto perché ostinato come un mulo o perché ne valeva la pena. Dopo tanti anni di impegno, oggi vedo crescere il numero e la portata delle iniziative e delle collaborazioni fra il gruppo della trasgressione e la realtà istituzionale e questo mi fa pensare di poter fare ancora strada verso l’obiettivo con cui sono partito quando ho aperto il gruppo 23 anni fa, cioè contribuire a una cultura della pena che abbia come unico scopo l’evoluzione della persona condannata e delle istituzioni che se ne occupano. Non ci sono infatti pene afflittive, retributive o riparative che, di per sé e senza un progetto oltre la pena, permettano alla collettività di ottenere gli stessi vantaggi che vengono raggiunti con l’evoluzione psichica e morale di chi ha abusato del proprio potere sull’altro. Evolversi è una necessità per l’uomo e un dovere per ogni cittadino e per ogni collettività. La pena, dal mio punto di vista, deve consistere solo nel costringere la persona ad evolversi, ricordando che la sola evoluzione possibile avviene quando non ci si sente costretti a cambiare.

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Di cuore e di coraggio

Dai primi di settembre è in libreria “Di Cuore e di coraggio“, un libro di Giacinto Siciliano, attuale direttore del carcere di San Vittore. Le pagine scorrono veloci e inducono il lettore a porsi mille domande.  Riporto di seguito alcune delle mie.

Diversamente da chi dice che “il carcere non serve a niente“, se ho capito bene, il dott. Siciliano afferma che il carcere può servire, ma a condizione che non lo si viva e non lo si usi come un carcere. Cosa vuol dire? Cosa fa un carcere che non funziona come un carcere?

Qui e là, fra le pagine del libro, viene fuori l’idea di uno Stato, che dovrebbe diventare idealmente parte integrante del pensiero e dei princìpi di chi vive in carcere da detenuto. Bello, ma è possibile che chi ha praticato sistematicamente l’abuso per scopi meramente personali possa interiorizzare l’idea di un principio collettivo come quello dello Stato?

Quali sono gli strumenti di cui oggi dispone il carcere per portare a questa rivoluzione interna chi ha vissuto secondo principi di tutt’altro genere?

Quali sono i punti fondamentali del modello grazie al quale il carcere potrebbe diventare una palestra per interiorizzare l’idea e i principi dello Stato?

L’esperienza reale di chi lavora in carcere da anni conferma che è possibile? E, se sì, quali sono delle prove attendibili di ciò?

Ancora, gli operatori e le modalità in uso attualmente nelle carceri italiane sono compatibili con gli obiettivi che il dott. Siciliano assegna al carcere?

In Italia, c’è una corrente di pensiero generale che va in questa stessa direzione?

Cosa è desiderabile che accada nella cultura, nella politica e nella economia italiana affinché il carcere reale si avvicini all’idea di carcere che propone Siciliano?

Infine, si sa che Siciliano è figlio d’arte. Sarebbe bello sapere da lui stesso se l’idea di carcere che egli auspica è nata nel corso della sua esperienza professionale o se aveva già questi contorni ancora prima che egli acquisisse il ruolo che ha oggi.

L’arma migliore contro il degrado

L’istituzione era mia grande nemica in passato. Quando mi arrestarono presi questa punizione con tanta arroganza che non mi importava nulla delle conseguenze che potevo creare a me stesso e agli altri. Non ho reati di sangue, ma questo non significa che il mio spaccio di droga sia meno grave, anzi con la mia incoscienza alimentavo come uno stormo di uccelli il degrado della collettività oltre a danneggiare me stesso.

Quando ero molto giovane ero ammaliato da personaggi che nel mio quartiere sembravano i padroni di tutto e tutti. Io li imitavo e li seguivo fino al punto che, se avevo dei problemi, loro c’erano, mi aiutavano. Più il tempo passava più forte diventava la mia corazza, con la nebbia negli occhi la rabbia cresceva e anche la mia incoscienza, a tal punto che non ero più io a chiedere aiuto ma erano loro a rivolgersi a me quando avevano un problema da risolvere. Ero diventato un pilastro importante di quella organizzazione.

Oggi riesco a capire che sì, ero un pilastro solido e importante, ma del degrado, tanto è vero che sono qua rinchiuso. Accetto questa punizione con molta più serenità perché so che con le mie azioni ho contribuito ad aumentare il degrado nella società e non ho più bisogno di un giudice che mi punisca per capire quello che è giusto o sbagliato.

Sono contento di avere ritrovato me stesso e di essere finalmente pulito con la mia famiglia e questo mi fa sentire libero, anche se è strano sentirsi liberi quando la coscienza ti dice che hai sbagliato. Credo che questo è il risultato del percorso fatto col gruppo della trasgressione, anche se so che dovrò lavorare ancora e che devo imparare a confrontarmi. Punizione e regole ci devono essere, ma noi dobbiamo capire le nostre responsabilità e l’istituzione non deve dimenticarsi di noi.

Credo che le istituzioni devono e possono fare molto di più con strutture e personale qualificato per facilitare il recupero dei detenuti. Oggi l’istituzione si deve rendere conto che, se vuoi contrastare il degrado, le persone con caratteri difficili non vanno abbandonate ma aiutate.

Nella vita ho indossato molte maschere cambiandole come un camaleonte in base alle situazioni, ma la migliore che mi dà più soddisfazione è quella che indosso ora con un terzo occhio che mi fa vedere oltre il muro che avevo alzato molto tempo fa.

Fino a poco tempo fa non avevo detto la verità ai miei figli; dicevo, come la maggior parte di tutti i genitori detenuti, che lavoravo e con questo cercavo di proteggerli o, per lo meno, così pensavo. Il dott. Aparo ci ha spiegato e fatto capire che è sbagliato mentire, ed ecco che grazie a quella maschera con il terzo occhio che io chiamo l’occhio della coscienza, ho avuto il coraggio e la serenità di comunicare ai miei figli la verità… che sono in galera e che le istituzioni non sono i nostri nemici ma l’arroganza e l’incoscienza che il loro papà aveva quando era giovane.

Ora capisco che se avessi continuato a tradire i miei figli, un giorno loro si sarebbero sentiti altrettanto in diritto di tradire e questo sarebbe grave per il loro equilibrio. Spero che nel tempo questo nuovo modo di parlare con i figli arrivi anche ai miei compagni detenuti che non hanno la possibilità di frequentare questo gruppo, ai cittadini che sono fuori liberi e alle persone che ancora si fanno travolgere dall’idea di diventare importanti in fretta. La coscienza è l’arma migliore per difendersi.

Paolo De Luca

Genitori e FigliArroganza e Coscienza

 

Quelle persone grandi

Durante la mia adolescenza credevo fermamente che il potere appartenesse solo alle persone grandi, quelle stesse persone che molto presto mi avrebbero incoraggiato a praticare le scelte di vita che ho seguito. Mi sono accorto tardivamente che quelle persone usavano noi adolescenti come meglio credevano senza alcun rimorso o senso di colpa.

Negli anni successivi non è stato difficile per me assumere gli stessi atteggiamenti e superare ogni limite possibile. Oggi sono qua a ripercorrere quell’assurdo passato dove, senza nemmeno rendermene conto, anch’io ho portato sofferenza a tante persone.

Ma per capirlo c’è voluto un lungo periodo di presa di coscienza e questo è stato possibile attraverso il confronto che quando non c’era il virus abbiamo portato avanti insieme con gli studenti e con le persone che si sedevano con noi detenuti allo stesso tavolo del gruppo.

Giorgio Ciavarella

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Il nemico comune

Mi chiamo Francesco Castriotta. Sono nato nella zona di Quarto Oggiaro quando il degrado regnava in ogni angolo del quartiere. All’età di 16 anni entrai a far parte di una grossa organizzazione criminale, dove i capi erano persone, o forse diavoli, che con la loro arroganza e il loro potere comandavano e decidevano su chi doveva vivere e chi doveva morire.

Era una delle più grandi piazze di eroina di tutta Italia e lì ho fatto strada! Da allora sono passati più di 30 anni e ancora oggi in molti quartieri di periferia le istituzioni combattono contro degrado, bullismo, arroganza, potere, mafia e narcotraffico.

A volte mi capita di seguire fiction, serie TV, film basati sulla delinquenza e mi domando se per i ragazzi siano un bene o un male. Io ricordo che da ragazzino, di fronte a film e serie TV come il Padrino, Scarface ecc.., provavo un fascino inspiegabile…  volevo essere come loro, arrogante, prepotente e onnipotente.

Oggi, frequentando gli incontri del Gruppo della Trasgressione, ho l’impressione di riuscire a guardare le cose meglio, mi sembra di sapere ascoltare di più la mia coscienza e di dare meno spazio a quei falsi miti in cui ho creduto per anni.  Oggi, quando mi capita vedere uno di quei film con gli occhi che ho adesso, riesco a vedere il marcio che il film denuncia, ma quando si è giovani questo non si capisce!

Allora io chiedo, se possibile, di intervenire prima che si finisca in galera, anche perché non mi sembra che in tutte le carceri d’Italia ci sia un Gruppo della Trasgressione che ti spinge a metterti sotto sopra.

L’arroganza, che in alcuni quartieri nasce e cresce tanto facilmente, è diventata la principale nemica della mia vita, dopo aver contribuito per mano mia alla distruzione della vita di chissà quante persone. E’ quello il nemico che le istituzioni devono combattere!

Per nostra fortuna, qui a Opera ce ne occupiamo al nostro tavolo e con i nostri convegni, ma perché solo adesso e perché solo in carcere?

Francesco Castriotta

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Abuso e Assuefazione

Hannah Arendt parla di “banalità” del male, mentre racconta l’operato di Eichmann, gerarca nazista al tempo dell’Olocausto, che riesce a commettere turpi atrocità continuando a pensare di essere nel giusto:  dal suo punto di vista, egli non faceva altro che “rispettare le regole impartite dall’alto”.

La Arendt lo dice chiaramente: Eichmann non è altro che un burocrate che ha smesso di pensare, non riuscendo più a distinguere fra i valori che favoriscono la crescita delle persone e le ideologie che distruggono la dignità umana, pur se a volte si nascondono sotto una parvenza di legalità.

In fondo Eichmann non faceva altro che far tornare i conti: egli era uno “specialista” nell’organizzare il traffico ferroviario. Nella sua mente diceva a se stesso che il suo compito era solamente quello di muovere treni, mica di uccidere persone! Ed era anche bravo nel proprio lavoro, adempiva diligentemente ai propri “doveri”, quelli assegnatigli dalle autorità.

Mentre Eichmann aderisce completamente all’autorità del momento, il film mostra parallelamente il faticoso tentativo della Arendt di sottrarsi dallo scrivere quello che tutte le sue autorità di riferimento (il redattore del giornale, il preside dell’università dove insegna, i suoi vecchi amici) vorrebbero lei scrivesse: ovvero che Eichmann è un demone, un perverso e malvagio assassino senza scrupoli né coscienza. Ma lei non ci sta e, contro tutti, continua a battersi per ciò in cui crede: Eichmann, più che un “Mostro”, era un Signor Nessuno che, come tanti altri, eseguiva senza porsi troppe domande i compiti che gli erano stati assegnati.

Così, con il suo esempio, la Arendt ci mostra quanto sia difficile opporsi all’autorità, per il potere che l’autorità stessa esercita su di noi. È difficile mantenere la mente aperta al dialogo anche in un paese libero, figuriamoci in una dittatura quale è stato il nazismo.

Ma ciò che ci colpisce è che per Eichmann “opporsi all’autorità” non è nemmeno un’alternativa possibile. Egli non arriva neppure a porsi le domande: “Stiamo sbagliando qualcosa?”. “Sono responsabile?”. Imperturbabile e senza dar segno di sentirsi in alcun modo colpevole, ripete durante tutto il processo: “Io sono nel giusto, non ho fatto altro che eseguire gli ordini, ho adempito alle mie responsabilità”.

Centrale quindi è il tema dell’Autorità. Sembra sia fondamentale possedere prima di tutto un’autorità interiore che faccia da modello, da sestante, da guida, per orientarsi nella realtà e poter così distinguere sul nostro cammino le Autorità che ci chiamano a crescere dai falsi miti onnipotenti che si spacciano per autorità, ma che non hanno alcun interesse per la nostra crescita o evoluzione, e al contrario ci seducono attirandoci su scorciatoie dalla vita breve.

Questo ci porta ad interrogarci sulla “funzione” dell’autorità. Dopo diversi anni di frequentazione col Gruppo Trsg, mi sembra di poter dire che quando l’autorità è cieca, sorda e incapace di rispondere alla propria funzione, due sono le reazioni possibili:

  •  da una parte ci si arrabbia e ci si oppone, si attacca l’autorità e la si disconosce, smettendo così di sentirsi responsabili verso tutte le Istituzioni che quell’autorità deludente rappresenta;
  • dall’altra parte, invece, si inserisce il pilota automatico quale potente “anestetizzante” della coscienza: progressivamente si mette a tacere la mente e si spegne il pensiero. Ancora una volta smettendo di sentirsi responsabili. Delusione e paura spesso contribuiscono a questa progressiva assuefazione, che è in grado di trasformare un “essere umano pensante” in un “automa manovrabile”.

Ma quand’è che l’Autorità ci induce a farci carico delle nostre responsabilità invece che a disconoscerle?

Al Gruppo della Trasgressione abbiamo avuto la possibilità nel tempo di imparare a riconoscere le due funzioni dell’autorità: non solo quella di “punire” e “misurare” quanto grave deve essere la punizione, ma anche e soprattutto quella di “orientare”.

Tanto più, quindi, l’Autorità svolge il proprio ruolo di contenimento e orientamento, ampliando così i nostri orizzonti e rendendoci più “liberi” di coltivare i valori che danno dignità agli esseri umani, tanto più sapremo di trovarci di fronte a un’autorità positiva e autentica. Al contrario le autorità ingannevoli, che ci inducono su una strada che porta a restringere progressivamente i nostri orizzonti, sono facilmente riconoscibili perché ci illudono con facili gratificazioni, ottenibili senza alcun lavoro o fatica; oppure si impongono con la forza, quasi sempre spacciandosi come invincibili e onnipotenti ed essendo nei fatti più autoritarie che autorevoli.

A volte diverse autorità di segno opposto convivono dentro di noi, entrando in conflitto tra loro e costringendoci a scegliere tra il combattere per mantenere vivo il dialogo con la nostra coscienza e lo spegnere il pensiero, favorendo l’assuefazione a ideologie e fantasticherie ingannevoli, che si propongono come facili e allettanti surrogati dei nostri valori.

Il Gruppo della Trasgressione è un laboratorio che ci ha permesso di lavorare a lungo su questo tema. Il mito di Sisifo, attraverso il dialogo tra Sisifo e Asopo, ci ha insegnato a riconoscere e a rielaborare la reazione di opposizione, rabbia e misconoscimento reciproco che provocano le autorità assenti e incoerenti. Sisifo si arrabbia con Asopo fino all’arroganza di farlo inginocchiare, in quanto vede in lui un padre che lo ha lasciato senza acqua e senza cure. Ma alla fine egli diventa anche consapevole che la sua rabbia e il suo ostinato opporsi alle Istituzioni, per via di quella grande delusione subita, lo porteranno solo a ripercorrere all’infinito i propri errori.

Il film della Arendt mi ha fatto però riflettere su quanto sia importante lavorare anche sulla seconda reazione possibile di fronte ad un’autorità deludente: quella del “pilota automatico”, del “burocrate senza pensiero”, dell’assuefazione all’onnipotenza.

Il dialogo tra Asopo e Zeus si presta bene a questo scopo. Asopo, nella nostra versione del mito, sembra aderire senza alcun pensiero critico alle seduzioni dell’onnipotente Zeus, che vende illusioni e si vendica crudelmente contro chi osa disobbedirgli, che esercita il potere utilizzando l’Olimpo come territorio di sua proprietà esclusiva.

A mettere in crisi Asopo, assuefatto e acritico verso gli abusi del potere, è solo la constatazione che adesso gli abusi di Giove riguardano proprio sua figlia Egina. Prima di questo, tutto il dialogo con Sisifo, è una evidente dimostrazione di come possa prodursi una progressiva distanza fra potere e attenzione ai bisogni e alla prossimità dell’altro.

Tiziana Pozzetti

Il mito di Sisifo

Il cineforum su “La banalità e la complessità del male”

Il nostro Mito di Sisifo

Dalla complessità del male alla banalità del male;
dal delirio di onnipotenza alla presa di coscienza.

Il nostro Sisifo tratta temi ricorrenti nelle nostre vite da delinquenti, ma che si ritrovano anche in altre vite, non solo nelle nostre. Ma forse dovrei iniziare parlando di Sisifo e raccontarvi il suo mito…

Ci troviamo nella città di Corinto, in Grecia, dove il re Sisifo viene pressato dai suoi cittadini che protestano per la mancanza di acqua. Durante una delle sue passeggiate, egli assiste per caso a una scena i cui protagonisti sono Giove, massima divinità dell’Olimpo, ed Egina, figlia del dio delle acque fluviali Asopo. La giovane è appena uscita da una lite con il padre, assente e autoritario; la ragazza, arrabbiata e sfiduciata, scappa di casa e incontra Giove, il quale non si lascia sfuggire l’occasione di sedurla, promettendole vita facile fra le stanze dorate dell’Olimpo.

Prima i conflitti fra Asopo ed Egina e, subito dopo, la scena della seduzione mettono in evidenza l’importanza del rapporto genitori-figli e le possibili conseguenze sull’adolescente. L’adulto, che dovrebbe trasmettere valori positivi ed essere una guida per i ragazzi, viene invece vissuto come poco credibile e per nulla rispettabile. L’adolescente, non sentendosi accudito e sostenuto dalla famiglia, si lascia sedurre dalla mira del potere e dei soldi facili o, come diciamo noi, dal virus delle gioie corte, quando invece avrebbe bisogno dell’adulto per comprendere le proprie fragilità.

Sisifo, che ha osservato la scena di nascosto, incontra subito dopo Asopo in cerca della figlia e dopo una serie di reciproche accuse gli propone un compromesso: in cambio dell’acqua per il suo popolo, egli dirà al dio dell’acqua che la figlia Egina è stata portata via da Giove.

Tutto il dialogo è caratterizzato da un gioco di ruoli tra i due personaggi: Sisifo, travolto dalla rabbia per la trascuratezza di Asopo verso i cittadini di Corinto, ma anche dalla voglia di rivalsa e dalla sua stessa arroganza, cade in balìa del delirio di onnipotenza, supera i limiti arrivando a far inginocchiare la divinità ai suoi piedi, che per il bene della figlia si adeguerà alla richiesta dell’uomo.

Questa scelta è inconsciamente dettata da quello che è, come raccontano molti miti, il sogno di ogni uomo ed è, di sicuro, il delirio mai addomesticato di Sisifo: vivere senza limiti, raggiungere l’immortalità, poter decidere, come un dio, della vita e della morte degli uomini

Asopo viene indirizzato verso Giove il quale, accogliendolo con sufficienza, si inalbera quando viene a conoscenza dell’accaduto e decide, visti i problemi che Sisifo sta causando, di farlo uccidere.

Giove interpella il fratello Ade, dio degli inferi, che a sua volta, seppur titubante, si rivolge al suo braccio destro: Thanatos, il dio della morte, al quale comanda di portare Sisifo agli Inferi.

Viene quindi azionata quella che la celebre Hannah Arendt definisce “Catena di Comando”, basata sull’individuo che, succube della società, annulla la propria coscienza morale ed esegue quasi meccanicamente ciò che gli viene comandato.

La vita di Sisifo è ora nelle mani di Thanatos, che ha il compito di ucciderlo, ma che viene tuttavia ingannato e immobilizzato grazie alla furbizia con cui Sisifo circuisce e ubriaca il sicario.

Ma con Thanatos impossibilitato a svolgere il proprio compito, sulla terra non muore più nessuno; chiunque adesso diviene immortale! Giove viene immediatamente avvisato da Marte della gravità della situazione e, dopo una rapida consultazione fra i due, sarà lo stesso Marte a riprendere Sisifo e a portarlo da Giove.

A questo punto Giove, finalmente con Sisifo in suo potere, condanna l’astuto re di Corinto a spingere per l’eternità un masso su una montagna alta e scoscesa, che ricadrà giù ogni volta che arriverà in cima.

Così come avviene nei gironi infernali della “Divina Commedia”, dove le pene che affliggono i dannati dell’Inferno sono assegnate in base alle colpe commesse in vita, anche nel caso di Sisifo, la corrispondenza tra colpe e pene, fra peccato e punizione, pare essere regolata dalla legge del contrappasso: Sisifo, bramoso del potere di chi non muore mai, viene condannato a vivere in eterno una pena senza senso e senza fine.

Ma paradossalmente, quella che sembrava essere la fine della storia, prelude invece a un nuovo e inaspettato inizio: Sisifo, costretto a convivere con questa pena, inizia a dialogare con il masso (che nel nostro lavoro rappresenta la coscienza lasciata a tacere per lungo tempo). La comunicazione tra i due condurrà verso la crescita della coscienza di Sisifo e alla comprensione degli errori commessi.

La presa di coscienza costituisce il passo fondamentale affinché lo sbaglio non si ripeta. Ogni essere umano, infatti, ha la spinta a ripetere situazioni e/o azioni dolorose fino a quando non ne comprende il senso.

Museo di Addis Abeba

Così come avviene tra Sisifo ed il masso, al Gruppo della Trasgressione il detenuto all’interno viene guidato ad interrogarsi sempre e questo conduce all’evoluzione e al conseguente sviluppo della coscienza. Questo processo introspettivo, che a volte somiglia alla “maieutica” di Socrate, porta il soggetto a dar luce a verità interne, del tutto trascurate all’epoca dei reati, e questo renderà gradualmente più leggero il masso, il peso della pena.

Quando si fanno le scelte sbagliate le conseguenze sono inevitabili, questo un detenuto lo sa bene. Frequentare il gruppo comporta un lungo percorso alla scoperta di tematiche molto complesse e importanti, quali: il potere, il delirio di onnipotenza, i limiti umani, la banalità e la complessità del male, l’arroganza e tante altre. I continui reati, governati dall’arroganza, fanno perdere il senso e la misura di ciò che si sta compiendo e allontanano sempre di più dall’altro.

Via via che si pratica il male, si produce un’assuefazione, ci si abitua ed è proprio quando il male diventa abitudine che diviene pericoloso perché non viene riconosciuto come tale. Si assiste quindi al passaggio dalla complessità alla banalità del male.

Approfondendo il mito di Sisifo e conoscendo il personaggio che io stesso ho interpretato diverse volte, ho riscontrato molte affinità caratteriali e comportamentali, che mi hanno portato a riflettere.

Parlando di scelte, spesso non ci rendiamo conto di quanto esse siano importanti, partendo da quelle più piccole, le cosiddette micro-scelte, apparentemente insignificanti ma che conducono verso le macro-scelte, che apportano profondi cambiamenti nelle nostre vite. Possono essere positive o negative e conducono a strade diverse. Esse definiscono in parte chi siamo, ma soprattutto cosa stiamo cercando. Proprio come Sisifo, molti di noi si sono fatti guidare dal proprio delirio di onnipotenza oltre i limiti consentiti, dimenticando la complessità dell’impasto che porta ciascuno a praticare il male, fino ad assuefarsi al suo esercizio quotidiano e ad anestetizzare la propria coscienza.

Passando attraverso l’illegalità, si entra in contatto con realtà difficili, fatte non solo di soldi sporchi e violenza, ma anche di povertà e costrizioni, circoli viziosi in cui si entra con relativa facilità e da cui poi difficilmente si riesce a venir fuori. Ciò comporta l’annullamento della coscienza, proprio come è successo al protagonista del nostro mito e da questo seguono comportamenti messi in atto per il gusto di sentirsi potenti e invincibili.

Tuttavia, prima o poi bisogna necessariamente fare i conti con i propri errori, poiché si arriva inevitabilmente al capolinea e sopraggiungono le conseguenze delle scelte fatte precedentemente.

A questo punto, sono possibili due opzioni:

  • la prima è quella di coloro che, nonostante gli sbagli commessi, continuano a non rendersi conto del male causato e, imperterriti, non appena se ne dà l’occasione, imboccheranno nuovamente le strade della criminalità, senza alcuna presa di coscienza;
  • la seconda riguarda coloro i quali, trovandosi di fronte al grande masso con cui scontare la propria pena e, seppur consapevoli di poter fare ben poco per rimediare agli errori commessi, decidono, come il re di Corinto, di intraprendere un dialogo con la propria coscienza, cercano di ricostruire la  propria storia, di conoscere le motivazioni che avevano indotto alle scelte fatte e di ridare vita ai valori messi a tacere già nei primi anni dell’adolescenza.

Il cambiamento è possibile e le Istituzioni svolgono un ruolo fondamentale insieme a tutti coloro che hanno a che fare con i tribunali e i luoghi di detenzione. Tuttavia è proprio il detenuto a dover compiere dei passi in avanti, che daranno poi il via a tutto il resto.

L’obiettivo del gruppo è l’evoluzione dei detenuti e per questo è necessario che ognuno di noi abbia dei punti di riferimento, “un posto sicuro”, delle certezze e buone relazioni: questo è ciò che con l’Associazione e con la Cooperativa Trasgressione.net si cerca di fare all’interno e fuori dal carcere. Si promuove la cultura, il lavoro, la comunicazione, si torna indietro, nel passato, al male per raggiungere le emozioni dell’epoca perché si ha bisogno di “sentire”, di immergersi nelle proprie emozioni e riviverle per potersi guardare dentro con persone che ti accompagnano nella tua evoluzione.

Marcello Portaro, Katia Mazzotta e Angelo Aparo

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Il cineforum su “La banalità e la complessità del male”

Prima e oltre il confine

Oggi ho parlato del Gruppo della Trasgressione e mi è venuta voglia di rivedere il documentario che ha realizzato Sofia alla scuola di giornalismo. Al di là dell’emozione, di rivedere facce amiche, ci sono stralci di importanti esperienze del Gruppo contenute in questo video. Ci sono i detenuti con i loro racconti, soprattutto degli incontri con i ragazzi nelle scuole, l’esperienza dell’ARTE con Stefano Zuffi, la musica in sottofondo, con la voce del Prof….

Però quante cose mancano! Mi ha fatto emozionare sentire i detenuti parlare della “mancanza di un gruppo esterno”, e poi questo Gruppo è arrivato. Sentirli credere davvero nel progetto della Cooperativa e della bancarella “frutta e cultura”.

Questa cosa mi ha emozionato più di tutte. In questo video la cooperativa era solo un’idea, oggi, a distanza di 10 anni, esiste nella realtà e incide sulla vita delle persone.

Forse questa è il più grande insegnamento che ho tratto dal Gruppo della Trasgressione e dal Dr. Aparo: tollerare che un’idea impossibile diventi possibile nel tempo, lavorandoci un poco per volta, con costanza, nonostante le difficoltà, passo dopo passo, nella consapevolezza che quei passi sono guidati dal fatto stesso di avere un’idea in cui crediamo, che ci motiva.

Era successa la stessa cosa con Sisifo. Io c’ero quando abbiamo iniziato in quel tugurio dell’ultimo piano della sezione giovani adulti di San Vittore, a cui si accedeva da quella scala a chiocciola angusta che partiva da metà corridoio.

Io non ci credevo che ce l’avremmo fatta. Sembrava tutto troppo difficile. Sembrava un’impresa impossibile, in quelle condizioni lì, con quelle persone lì, con quelle risorse lì. Niente giocava a nostro favore! Sinceramente Prof., dopo tanti anni posso dirglielo, quando aveva proposto di parlare di mitologia con quei 4 detenuti sgangherati, che cambiavano ogni 4 giorni, che non avevano esperienza del Gruppo e non avevano certo lo spessore che posseggono i detenuti che frequentano il Gruppo da tanti anni e a cui eravamo abituati, beh io ero certa che la cosa avrebbe avuto vita breve.

E invece poi guarda cosa è successo con Sisifo! Una delle esperienze più belle del Gruppo: in tour tra scuole e teatri! Beh questa parte un po’ nel video c’è. Ma oggi ci sarebbe ancor più materiale!

Forse sarebbe ora che uscisse la seconda puntata di questo documentario. Una nuova giovane Sofia che frequenta un corso di giornalismo non l’abbiamo?

C’è anche un’altra cosa che manca in questo video, che in tanti anni di Gruppo è stata per me l’idea più esilarante e straordinaria: l’Officina della 4S! Anche in questo caso nel video è contenuto il seme di ciò che poi sarebbe diventato, quando Prof. dice: “Il modo per appagare l’uomo con storie che non siano di Soldi, Sangue e Sesso c’è”, beh quel modo per noi è diventato la quarta S: lo Sviluppo. L’articolo “Mente Libera” di Antonio Tango sul Giornale del Falso, penso sia una delle cose più spiritose, geniali e contemporaneamente profonde che abbia mai letto.

E poi manca anche tutta l’esperienza con Cajani e gli scout… e chissà quante altre cose che non mi vengono in mente ora.

Inoltre, so Prof. che per questo lunedì mi toglierà la parola, ma la versione di A Cimma che canta alla fine di questo video mi piace di più di quella che mi ha mandato!! Certo in quella che mi ha inviato la parte iniziale di Cisky  è molto bella, ma la canzone è più chiusa, mi sembra più triste e cupa rispetto alla versione del video, che invece trasmette apertura e speranza! Mi piacerebbe avere la versione di questo video, che per me è la versione originale!

Tutto questo per dire che vorrei condividere anche con le persone del gruppo che sto conoscendo adesso  e con i miei attuali colleghi di lavoro i 28 minuti del video di Sofia, che rende meglio delle mie parole il cammino del gruppo.

Chissà perché prima che inizi il video c’è un buio interminabile, forse perché inizia da una Storia sbagliata

Tiziana Pozzetti

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Sul Corona Virus in carcere

Buongiorno, sono Rosario Roberto Romeo e saluto tutto il gruppo. Lunedì scorso, durante l’incontro on line, una ragazza ha chiesto qualche testimonianza sulle conseguenze del corona virus all’ interno delle carceri per un eventuale progetto.

Sono stato scarcerato da  Bollate il venti aprile e quindi la mia testimonianza può essere utile perché vissuta in prima persona.

Fino a quando ero ristretto non ci sono stati casi di contagio tra i detenuti, circolava la voce che alcuni agenti della polizia penitenziaria fossero stati colpiti dal virus.

Per noi gli effetti sono stati la fine di tutte le varie attività, sia quelle lavorative presso l’aria industriale sia quelle sociali presso l’aria trattamentale. Quindi un senso di grande solitudine, la mancanza di incontri a partire dalla scuola, ai vari gruppi terapeutici e alle varie religioni, anche l’accesso alla biblioteca era sospeso.

Praticamente, tutto quello che fa la differenza tra Bollate e altri istituti è stato azzerato con grande rammarico di noi detenuti, presi dall’aumento della noia e della tristezza.

Per quanto riguarda gli effetti di questa pandemia, credo che per tutti i miei compagni la mancanza dei colloqui settimanali sia il peso maggiore da sopportare. Per me è stata la più grande sofferenza, ho due figli molto piccoli e non abbracciarli per quasi due mesi è stato molto triste. Poi, ognuno di noi aspetta i propri familiari, l’unico vero legame con la vita esterna; il cibo portato ogni settimana è una grande gratificazione, ti fa sentire meno solo e ti aiuta per altri sette giorni.

Certo ascoltavamo i telegiornali, sentivamo il crescente numero dei decessi ma non potevamo capire la gravità della situazione. Può sembrare un paradosso ma il carcere è diventato quasi un’isola felice contro questo terribile contagio. Poi sono uscito, ho visto la città deserta, tutte quelle mascherine e ho capito quanto era grave la situazione.

Sono tornato libero dopo tre anni di detenzione ma non potevo portare i bambini al parco giochi o mangiare un bel gelato, per fortuna c’è stata una apertura e la vita è migliorata.

Tanti saluti, Rosario Romeo

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