Strade della devianza

Che cosa porta una persona a imboccare la strada della devianza? È una domanda complessa, di quelle a cui spesso si tenta di dare risposte frettolose, quasi per esorcizzare l’idea che certe fratture possano riguardare chiunque di noi.

L’incontro di ieri a San Vittore si è aperto proprio da qui, quando un detenuto nuovo al gruppo ha chiesto apertamente quale fosse il senso di trovarsi lì e a che cosa servissero quegli incontri.

La risposta del professore ha toccato radici lontane: la sua attività nasce quasi cinquant’anni fa, dal bisogno di capire quali siano gli ingredienti che conducono alla devianza. E alla domanda inevitabile di chi gli ha chiesto se dopo 47 anni lo abbia finalmente compreso, egli non ha proposto una teoria astratta, ma piuttosto un elenco di ingredienti, tra questi: la voglia di rivalsa,  il rancore verso l’autorità, il sentimento della vendetta,l’assuefazione all’abuso, il callo sulla coscienza.

L’abitudine al crimine porta con sé un meccanismo importante: quando commettere reati diventa una consuetudine, si finisce per perdere di vista persino il motivo originario di quella vendetta che pure continua a covare sotto la superficie. Si genera così una progressiva insensibilità verso l’altro e si scivola nello stile di vita deviante via via che l’abuso ai danni della vittima anestetizza la percezione del danno arrecato a chi si ha di fronte, direttamente o indirettamente.

Il discorso si è quindi allargato alle radici di questa durezza, toccando i contesti familiari compromessi, segnati dalla violenza quotidiana, dalla precarietà, dall’aggressività o da genitori a loro volta devianti.

Dal gruppo è emersa anche una riflessione su quanto le risposte del contesto sociale possano a volte apparire contraddittorie o lasciare zone d’ombra. Su questo punto il professore ha voluto tracciare una distinzione netta: criticare le storture della società è legittimo per chi spende il proprio tempo, a volte una vita intera, cercando di comprenderle e di combatterle; chi invece commette reati non può arrogarsi lo stesso diritto, perché attraverso il crimine bada semplicemente al proprio tornaconto personale mentre contribuisce al degrado sociale

Un detenuto ha poi fatto l’esempio del gioco d’azzardo per sostenere che spesso chi cade vittima di certi abusi lo fa consapevolmente, conoscendo benissimo il rischio di ciò a cui sta andando incontro.

La replica del professore ha aperto uno squarcio diverso: la mente umana, mossa dai propri bisogni e dalle proprie fragilità, è la prima a mentire a se stessa. Accade un po’ come nella truffa, dove chi inganna fa leva proprio sull’autoinganno della vittima, stringendo con quest’ultima una sorta di tacita alleanza.

Adam, un detenuto molto giovane, ha definito queste fragilità come l’esca perfetta per cadere dentro una trappola, tendendo a giudicare ingenuo chi ci casca piuttosto che riflettere su chi architetta il raggiro. È bastata però una domanda semplice di un compagno per richiamarlo alla differenza tra fragilità e ingenuità: «E se domani dall’altra parte ci fosse tuo figlio?». Il silenzio e il cenno del capo con cui Adam ha accolto quella prospettiva hanno cambiato l’aria nella stanza.

Resta addosso la sensazione che non esista una formula unica per spiegare la devianza: ci sono percorsi diversi, storie che si biforcano e si intrecciano generando destini differenti. Eppure, al di là delle nostre diverse posizioni e delle distanze che la vita ha scavato, trovarsi attorno allo stesso tavolo e continuare ad ascoltarsi resta forse l’unico modo per provare a comprendere qualcosa di più.

Margherita Valliti

      San Vittore
Verbali – Percorsi della devianza