Un laboratorio di tessere e mosaici

Carcere di Opera – 28/10/2026

Ci sono incontri dai quali esco con più domande di quante ne avessi entrando. Mi porto a casa pensieri ed emozioni che continuano a risuonare dentro, a cui faccio fatica a dare un ordine. Anche stavolta è stato così.

L’incontro di oggi è partito dalla voce di una mia collega di tirocinio. La volta precedente, un detenuto aveva raccontato la propria storia; Letizia, nei giorni successivi, ha messo per iscritto ciò che quel racconto aveva mosso dentro di lei e oggi ha letto il suo testo ad alta voce davanti al gruppo, davanti a lui.

Da lì si è aperto un confronto vivo, che ho percepito a tratti quasi teso. Un confronto tra persone con storie e vissuti diversi: altri detenuti, familiari di vittime di reato, persone che conoscono da vicino il dolore provocato dalla criminalità, studenti in tirocinio e persone estranee a queste dinamiche. Ognuno ha provato a entrare in relazione con ciò che aveva ascoltato, portando il proprio punto di vista, le proprie domande, le proprie risposte, le proprie fragilità.

Raccontarsi al gruppo significa esporsi, senza sapere cosa tornerà indietro né se si avrà la forza di accoglierlo. Eppure, a un certo punto, un detenuto ha detto una cosa che mi è rimasta dentro: “…quando racconti la tua storia, ti accorgi che c’è qualcuno che si interessa a te. C’è qualcuno che ti vede“.

Questo non significa dimenticare perché una persona si trovi lì, né cancellare ciò che ha fatto. Al contrario: il carcere è il punto a cui una vita è arrivata, ma non coincide necessariamente con tutta quella vita. Per capire come si è giunti fin lì bisogna tornare indietro, ricostruire i passaggi, le scelte, i legami, i contesti. Il reato resta lì, intatto, insieme alla responsabilità delle proprie azioni. Ma non può essere l’unica lente attraverso cui leggere un’intera esistenza.

Durante l’incontro succedeva proprio questo: una storia veniva consegnata al gruppo, incontrava lo sguardo degli altri e tornava a chi l’aveva raccontata, attraversata dalle domande che aveva suscitato. Poi qualcun altro prendeva la parola, offriva la propria esperienza e il flusso ripartiva. Come se ognuno raccogliesse qualcosa lasciato da chi aveva parlato prima, per rimetterlo in circolo.

Massimiliano, un altro detenuto, ha forse inconsapevolmente fatto proprio questo: ha ripercorso la propria vita cercando di dare un nome ai bisogni che l’avevano attraversata. Alla fine del racconto è arrivato al presente: ha parlato del vuoto e dello smarrimento che prova adesso, del bisogno urgente di rimettere ordine tra ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà. Ha ammesso di non sapere nemmeno da dove cominciare, e ha definito il gruppo con una parola: un laboratorio.

Un laboratorio non è il luogo delle cose finite. È lo spazio in cui si prova, si smonta, si compone e si ricompone. Mi viene in mente un tavolo su cui vengono rovesciati, uno accanto all’altro, i pezzi di una vita. Alcuni sono familiari; altri sembrano aver perso qualsiasi collocazione. Ci sono i ricordi che si è imparato a raccontare col pilota automatico, le scelte che forse non si sono mai guardate davvero, i frammenti apparentemente sconnessi. Poi arrivano le domande degli altri, le loro obiezioni, le loro ferite. Qualcuno prende un pezzo, lo guarda da un’altra angolazione e lo accosta a qualcosa che sembrava lontanissimo. Un altro riconosce un tassello simile al proprio. Ciò che era separato torna a toccarsi; ciò che sembrava un verdetto definitivo viene rimesso in discussione.

Qualcuno ha parlato di un mosaico. Chi ti siede di fronte può aiutarti a vedere le tessere, a riconoscere i vuoti, a scorgere collegamenti che da solo non riuscivi a cogliere. Ma tocca a te guardare quello che affiora. Tocca a te decidere se raccoglierlo e trovare il coraggio di riavvicinare anche quei pezzi che avresti preferito tenere separati.

È qui che il racconto smette di essere una semplice cronaca del passato: diventa un modo per rientrarci dentro, ma non più da soli e non più aggrappati all’unica versione che ci si è sempre raccontati. Lì, in mezzo agli altri, un dettaglio si illumina da una prospettiva inaspettata. Nessuno ricompone la storia al posto tuo, né decide quale figura debba uscirne: quel lavoro appartiene solo a te. Ma la presenza degli altri può aiutarti ad orientare lo sguardo proprio su ciò che, fino a quel momento, avevi evitato di vedere.

La forza di questo spazio sta nel non cancellare le differenze. Il dolore di chi ha subito il male non deve fare un passo indietro per lasciare spazio alla voce di un detenuto; ascoltare quella voce non significa giustificare o alleggerire le sue colpe. Le posizioni possono restare distanti, possono scontrarsi con forza, senza che nessuno debba rinunciare alla propria verità. Forse è questo che mi ha scossa di più: vedere persone con percorsi profondamente diversi provare a comprendere le storie degli altri senza la presunzione di possederle o di esaurirne il significato. Ognuno ha lasciato un pezzo di sé, e alla fine ciò che è rimasto nella stanza non apparteneva più soltanto a chi aveva iniziato a parlare.

Non so se da questi incontri si esca con risposte definitive. Io continuo a cercare una forma per i miei pensieri. Forse è proprio questo che mi porto via: la consapevolezza che comprendere una storia richiede di sostare anche dove è scomodo, senza affrettarsi a trovare una spiegazione che rimetta tutto al proprio posto.

Continuo a pensare a quella frase: c’è qualcuno che si interessa a te.

Significa credere che ci sia una differenza tra l’essere ascoltati e l’essere visti: trovare qualcuno che non distolga lo sguardo da ciò che hai fatto ma che, proprio per questo, non smetta di cercare chi sei.

Margherita Valliti

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

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