Qualche mese fa, durante una lezione di etnomusicologia, il docente ci ha parlato di una bizzarra esperienza sul campo svolta da un gruppo di studiosi tedeschi all’inizio del ‘900.
Erano stati mandati dal Conservatorio di Berlino in un piccolo paese lontano di cui, in questo momento, mi sfugge il nome, ma che ricordo non essere poi così sconosciuto.
La località era molto popolata e anche piuttosto avanzata dal punto di vista tecnologico, ma la cultura (e in particolare la cultura musicale) era quanto di più distante ci fosse da quella dei sei musicisti selezionati per le ricerche.
Il professore ha sottolineato che, in effetti, la mentalità dell’epoca era ancora notevolmente chiusa: quando gli studiosi si recavano all’estero per raccogliere testimonianze di culture lontane, era soprattutto per confermare la superiorità di quella occidentale; anzi, spesso i veri studiosi rimanevano addirittura in Germania, e aspettavano che fossero dei musicisti minori a recarsi nelle varie località per recuperare i materiali di studio; è per questo motivo che i 6 ricercatori erano partiti prevenuti e poco motivati.
Secondo quanto riportato sul loro resoconto di viaggio, dopo essere stati accolti con imprevisto rispetto e interesse, i Berlinesi erano stati accompagnati al conservatorio del paese. Lì, era stata predisposta per loro un’aula con diversi strumenti locali, ed erano stati coinvolti i migliori musicisti della scuola per suonare una serie di brani agli ospiti occidentali (e ‘’con’’ gli ospiti occidentali); l’obiettivo era quello di permettere alle due culture musicali di conoscersi e, magari, di trarre ispirazione l’una dall’altra.
I Tedeschi, scettici, avevano accettato con sussiego, quasi infastiditi dall’inclinazione degli stranieri a considerarsi al loro stesso livello. Tuttavia, con sorpresa degli studiosi tedeschi, nella stanza c’erano fiati, tamburi, archi e persino un pianoforte, tutti esattamente uguali a quelli che loro avevano lasciato a Berlino.
I primi a suonare erano stati proprio i Berlinesi; durante l’esecuzione, i musicisti locali avevano dimostrato di provare particolare interesse nell’ascolto e sul modo che avevano gli ospiti di suonare quegli stessi strumenti.
Poi era arrivato il turno di un pianista locale, ed è stato allora che la situazione aveva preso una piega bizzarra: il musicista aveva suonato, immerso nella sua esecuzione; gli altri locali ne avevano goduto, coinvolti dalla bravura del pianista; i Tedeschi, però, non avevano sentito nulla, come se dallo strumento non fosse stato emesso alcun suono…
E così anche per i brani successivi: le dita del violinista avevano corso su e giù per le corde dello strumento, il pubblico ne era rimasto estasiato, ma alle orecchie dei Tedeschi non era arrivato il minimo suono.
I ricercatori avevano iniziato a commentare con fastidio l’esito dell’incontro, senza risparmiare qualche nota di sarcasmo contro gli organizzatori; questi ultimi avevano cercato di mitigare l’irritazione degli ospiti proponendo un secondo tentativo di scambio il giorno successivo.
I Berlinesi avevano la proposta, sempre, però, col sotterraneo desiderio di dimostrare la loro superiorità.
Nel secondo incontro, la situazione era rimasta invariata: tutti si erano nutriti della poetica esecuzione dei musicisti locali, salvo i Tedeschi che, particolarmente colmi di rabbia, non avevano sentito nulla. E così anche durante gli incontri successivi, per i quali i Berlinesi avevano continuato ad accettare gli inviti più per orgoglio e presunzione che per altro.
Giorno dopo giorno, tuttavia, gli studiosi tedeschi avevano iniziato a percepire che il desiderio che avevano i locali di coinvolgerli era autentico; erano sinceramente interessati ad accompagnarli nell’ascolto della loro musica, nonostante ciò richiedesse loro un enorme investimento di energie (erano settimane che, ogni giorno, si trovavano nello stesso auditorium per suonare).
Lentamente, lo stato d’animo degli Europei aveva iniziato a modificarsi; andava crescendo in loro la motivazione a raggiungere la musica e il linguaggio di quei musicisti che non erano poi tanto distanti da loro. Forse tutta quella irritazione iniziale era legata proprio all’impossibilità di godere di quei suoni che a tutti gli altri presenti erano sembrati celestiali…
In effetti, dopo qualche settimana, anche per i 6 studiosi i tasti del pianoforte avevano iniziato a diffondere note, e quel suono era stato il più ricco, emozionante, vitale che avessero mai sentito. Avevano iniziato a coglierne i colori, i respiri, gli incastri; avevano iniziato ad imparare come parlare quella lingua e avevano continuato ad allenarla, quasi fino a scordarsi quella che parlavano quando erano partiti da Berlino.
Tornati a casa, negli stessi anni e nello stesso paese in cui cominciavano ad attecchire i semi del Nazismo, i 6 musicisti decisero di fondare una loro scuola, in modo da condividere con gli studenti più giovani e acerbi (ma anche con quelli più maturi, nonostante la cosa richiedesse una maggiore fatica) l’esperienza e le conoscenze acquisite durante il loro lungo viaggio.
La loro iniziativa è diventata oggi la fiorente Berliner Schule für Ethnomusikologie e ora il resoconto di questo lungo viaggio rientra nel materiale che devo studiare per sostenere l’esame.
Beatrice Ajani
Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S