Musica Mundi

Che cos’è questo rumore? Non vedo niente ma il rumore lo sento. È flebile ma incessante, a suo modo è melodioso. Non ho mai sentito nulla del genere. È come una musica, si alza e si abbassa, va come a ondate. Sento anche altri rumori, ma nessuno riesce a cancellare quest’altro, che rimane come un sottofondo. Mi sembra di avere la filodiffusione.

Esco. L’atmosfera sonora della città mi avvolge. I soliti strombazzamenti, i rumori dei motori, dei motorini e dei bus, ma sullo sfondo l’altro rumore, la mia musica non cessa.

Eh sì, è mia perché nessun altro la sente. Come è possibile? Francamente non so. All’inizio davo per scontato che tutti la sentissero, poi in un paio d’occasioni, a una mia domanda esplicita il mio interlocutore aveva risposto che no, lui non sentiva proprio niente e mi aveva guardato strano.

Dopo il terzo diniego ho smesso di chiedere e di parlarne, ma non di sentirla.

Oggi la sento più forte. Ha dei picchi e poi si affievolisce, raggiunge come la forza di un gemito e poi si abbassa. Questo andamento si ripete e la mia sensazione che corrisponda a un movimento si rafforza. Cerco di stare calma e cammino verso un parco, dove mi auguro possa trovare un po’ di pace. Ci arrivo velocemente, percorro un viale e poi mi siedo all’ombra di un acero e di un leccio. Sobbalzo: avverto dei suoni che non avevo mai sentito. Fischi sommessi, ululati gentili, gemiti soffocati e, sullo sfondo, sempre la mia filodiffusione privata.

Dalla panchina mi trasferisco sull’erba, esausta. Mi addormento e nel sonno i suoni e i rumori della filodiffusione acquistano un senso. Sono gli alberi che parlano tra loro. Raccolgono la testimonianza di ogni essere vegetale lì presente nel raggio di decine di metri. Sono tutti d’accordo: sta accadendo qualcosa. La natura ha preso la sua decisione e sta elaborando una risposta agli insensati e insensibili comportamenti dell’uomo. La natura è scesa in campo per difendere il principio vitale, costi quel che costi.

L’erba sarà l’avanguardia. Approfitterà di ogni fenditura per farsi largo, spaccare il cemento di cui le strade sono ricoperte, si impadronirà di tutti gli spazi utili, ricoprirà dapprima i viali ma poi uscirà dai parchi e invaderà le strade.

Mi sveglio pensando di avere sognato. Ma mi accorgo subito che non è così. I viali del parco ne sono già ricoperti e ciuffi d’erba imperiosi si stanno dirigendo sulle arterie asfaltate e crescono ogni minuto che passa sempre più rigogliosi. Nella mia strada verso casa le strade sono ormai fiumi d’erba, sempre più alta. Le automobili non hanno quasi più la visibilità sufficiente per circolare. Solo gli autobus ce la fanno ma subito capisco che è solo questione di tempo, anche loro diverranno a breve inutilizzabili.

A casa accendo la televisione e sento parlare dello strano fenomeno. Tavole rotonde con la presenza di biologi, agronomi, scienziati vari dibattono sul tema senza comprendere che l’epoca delle parole è finita, bisogna fare largo ai fatti. Le piante rampicanti nella notte hanno ricoperto palazzi e vetture, chiese e negozi; una savana d’erba alta ha fatto sparire ogni punto di riferimento e questo sta succedendo ovunque, su tutta la superficie della terra.

Il mattino dopo non so bene cosa fare. Tutti fuggono atterriti e un po’ spaventata lo sono anch’io, ma sono colta da una strana sonnolenza e cado addormentata.

Nel sogno vedo altri umani addormentati come me, alcuni li conosco, altri no. C’è una rappresentanza per ogni età e sesso e in qualche modo mi è chiaro che coloro che stanno dormendo sono coloro che, come me, sentivano la filodiffusione. Nel sogno facciamo conoscenza. Siamo pochi ma disposti a collaborare con il principio vitale. Quando diamo l’assenso alla collaborazione il rumore di fondo si trasforma in armonia, siamo immersi nella “musica mundi”, finalmente la sentiamo!

Siamo sereni. Non sappiamo bene come ma vogliamo lavorare per l’armonia. Il modo lo troveremo.

Nuccia Pessina

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

Fuga dall’Altrove

Anywhere out of the world – N’importe où hors du monde
Charles Baudelaire

INCREDIBILE FUGA DALL’ALTROVE: IN MIGLIAIA CHIEDONO DI RITORNARE

Allarme sulle tratte spaziali: mentre dalla Terra continuano le partenze, chi ha raggiunto la destinazione più desiderata dall’umanità ora guarda altrove.

TERRA, 24 MARZO 2185. Sembrava impossibile, eppure sta accadendo. Sono ormai migliaia le richieste di rientro dall’Altrove e il numero continua a crescere, tanto che le autorità sono state costrette ad aumentare le navette sulla tratta di ritorno verso la Terra.

L’Altrove, scoperto ormai trent’anni fa, a pochi mesi di navigazione dal nostro pianeta, era stato definito il luogo che l’umanità aveva sempre cercato: una destinazione in cui finalmente trovare quella serenità che, per secoli, gli esseri umani avevano cercato da qualche altra parte.

Milioni di persone avevano fatto domanda per partire. Alcuni erano stati selezionati per le prime missioni di trasferimento, altri avevano ottenuto un posto attraverso sorteggi organizzati dal Governo, altri ancora avevano pagato somme ingenti pur di partire. Le liste d’attesa erano diventate lunghissime. Ancora oggi, a più di trent’anni dalla scoperta, per le prenotazioni delle navette in partenza si contano migliaia di richieste.

Eppure, dall’altra parte, qualcosa sta succedendo.

I primi a chiedere di tornare sembravano casi isolati, poi sono diventati sempre più. La maggior parte di loro vive sull’Altrove ormai da anni. Gli scienziati inizialmente hanno ipotizzato difficoltà di adattamento, nostalgia della Terra o aspettative deluse. Le testimonianze, però, sembrano escludere tutte queste possibilità. «Sto bene qui, davvero. Per anni non ho desiderato altro», racconta uno degli abitanti in attesa del viaggio di ritorno. «Non c’è qualcosa che mi manca. Eppure da un po’ penso spesso alla Terra. Quando ero lì desideravo essere qui. Ora mi stupisce quasi fare il contrario.»

Non tutti, però, vogliono tornare sulla Terra. In molti hanno chiesto di partecipare alle prossime missioni esplorative verso zone dello spazio ancora sconosciute. «Non tornerei indietro», spiega una donna residente sull’Altrove da quasi tre anni. «A volte guardo il cielo e penso che, da qualche parte altrove, potrei finalmente trovare la mia pace» dichiara una donna prenotata per il viaggio di ritorno.

Il fenomeno rimane ad oggi senza una spiegazione chiara. Nel frattempo, sulla Terra, le richieste per raggiungere l’Altrove non diminuiscono, nonostante le notizie sui rientri, migliaia di persone continuano a desiderare di trasferirsi laggiù.

Le navette continueranno dunque a viaggiare in entrambe le direzioni: alcune porteranno verso l’Altrove chi lo desidera da anni, altre riporteranno sulla Terra chi finalmente lo aveva raggiunto. Altre ancora partiranno verso luoghi che non hanno ancora nemmeno un nome.

Forse è proprio questo il dato che gli scienziati non avevano considerato: una volta raggiunto, anche l’Altrove diventa qui.

                                                                                                                                                                 Letizia Portellotto

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

Sbalzi Temporali

Continua a fare scalpore il caso di Ferdinand, il presunto scippatore di Via Varesina. Mentre le polemiche infiammano il campo politico, una parte del mondo scientifico che vuole credere alla sua versione non ha ancora trovato una spiegazione plausibile.

Stando alla sua stessa testimonianza, Ferdinand pedalava sulla bici in una zona di Milano nord quando improvvisamente, vedendo una ragazza assorta al telefono, decideva di avvicinarsi furtivamente per sfilarglielo e fuggire. Un gesto serrato e preciso che non ha sfiorato la vittima, la quale è stata immediatamente seminata dall’improvvisa accelerazione di Ferdinand.

L’autoproclamato malandrino racconta la scena sempre allo stesso modo: le urla rabbiose della malcapitata che tenta per giunta di inseguirlo e l’adrenalina che sale fino all’ormai celebre vampata di calore. Storia tristemente ordinaria verrebbe da dire, ma Ferdinand assicura di aver vissuto quel momento decine e decine di volte: afferma infatti che appena la vampata di calore lo raggiungeva si sarebbe ritrovato, ogni volta, indietro nel tempo di dieci minuti.

Come se non fosse già abbastanza strano, il possibile malfattore ha dichiarato che, nonostante la singolarità della situazione, lo sbalzo temporale non lo impensieriva minimamente e che, rivedendo la vittima di nuovo di fronte a lui, semplicemente non si faceva troppe domande; sentiva solo l’urgenza di lasciare corso al suo istinto predatorio. Perciò, di nuovo, si avvicinava furtivamente, sfilava il telefono dalle mani della passante e prendeva velocità con la bici senza voltarsi.  La vampata di calore lo riportava indietro nel tempo di quei dieci minuti, continuamente, intrappolandolo in una ripetizione infinita dello stesso film.

Ferdinando insiste, e racconta che dopo l’iniziale indifferenza aveva ormai imparato a memoria tutti gli insulti che la sua vittima gli tirava dietro, memorizzandone perfettamente i toni come se fosse stata una filastrocca. Descrive ancora quei momenti come una situazione tutto sommato rassicurante ma, forse da una linea temporale a noi sconosciuta, una certa inquietudine si faceva strada nella sua mente: gli sembrava di non riconoscersi più, di non poter più descrivere quello che lui era e in quel disagio crescente egli diventava ogni volta più consapevole di vivere in quella continua ripetizione una scelta che, in reeltà, era come pre-scritta.

Il giorno in cui il nostro forse delinquente è riuscito finalmente a liberarsi è passato in sordina, senza scalpore: Ferdinand ha visto un’ultima volta la passante col telefono di fronte a lui ma, anche se ancora un po’ confuso, ha deciso di fermare le bici, fare un bel respiro e cambiare strada.

Le immagini delle telecamere di sorveglianza immortalano proprio questa silenziosa rinascita. Ferdinand si è ora riappropriato del suo tempo e, sebbene per il momento continui ad autodenunciarsi, nessuno sa come proseguirà il suo percorso.

Matteo Arcuri

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

La scuola di Berlino

Qualche mese fa, durante una lezione di etnomusicologia, il docente ci ha parlato di una bizzarra esperienza sul campo svolta da un gruppo di studiosi tedeschi all’inizio del ‘900.

Erano stati mandati dal Conservatorio di Berlino in un piccolo paese lontano di cui, in questo momento, mi sfugge il nome, ma che ricordo non essere poi così sconosciuto.

La località era molto popolata e anche piuttosto avanzata dal punto di vista tecnologico, ma la cultura (e in particolare la cultura musicale) era quanto di più distante ci fosse da quella dei sei musicisti selezionati per le ricerche.

Il professore ha sottolineato che, in effetti, la mentalità dell’epoca era ancora notevolmente chiusa: quando gli studiosi si recavano all’estero per raccogliere testimonianze di culture lontane, era soprattutto per confermare la superiorità di quella occidentale; anzi, spesso i veri studiosi rimanevano addirittura in Germania, e aspettavano che fossero dei musicisti minori a recarsi nelle varie località per recuperare i materiali di studio; è per questo motivo che i 6 ricercatori erano partiti prevenuti e poco motivati.

Secondo quanto riportato sul loro resoconto di viaggio, dopo essere stati accolti con imprevisto rispetto e interesse, i Berlinesi erano stati accompagnati al conservatorio del paese. Lì, era stata predisposta per loro un’aula con diversi strumenti locali, ed erano stati coinvolti i migliori musicisti della scuola per suonare una serie di brani agli ospiti occidentali (e ‘’con’’ gli ospiti occidentali); l’obiettivo era quello di permettere alle due culture musicali di conoscersi e, magari, di trarre ispirazione l’una dall’altra.

I Tedeschi, scettici, avevano accettato con sussiego, quasi infastiditi dall’inclinazione degli stranieri a considerarsi al loro stesso livello. Tuttavia, con sorpresa degli studiosi tedeschi, nella stanza c’erano fiati, tamburi, archi e persino un pianoforte, tutti esattamente uguali a quelli che loro avevano lasciato a Berlino.

I primi a suonare erano stati proprio i Berlinesi; durante l’esecuzione, i musicisti locali avevano dimostrato di provare particolare interesse nell’ascolto e sul modo che avevano gli ospiti di suonare quegli stessi strumenti.

Poi era arrivato il turno di un pianista locale, ed è stato allora che la situazione aveva preso una piega bizzarra: il musicista aveva suonato, immerso nella sua esecuzione; gli altri locali ne avevano goduto, coinvolti dalla bravura del pianista; i Tedeschi, però, non avevano sentito nulla, come se dallo strumento non fosse stato emesso alcun suono…

E così anche per i brani successivi: le dita del violinista avevano corso su e giù per le corde dello strumento, il pubblico ne era rimasto estasiato, ma alle orecchie dei Tedeschi non era arrivato il minimo suono.

I ricercatori avevano iniziato a commentare con fastidio l’esito dell’incontro, senza risparmiare qualche nota di sarcasmo contro gli organizzatori; questi ultimi avevano cercato di mitigare l’irritazione degli ospiti proponendo un secondo tentativo di scambio il giorno successivo.

I Berlinesi avevano la proposta, sempre, però, col sotterraneo desiderio di dimostrare la loro superiorità.

Nel secondo incontro, la situazione era rimasta invariata: tutti si erano nutriti della poetica esecuzione dei musicisti locali, salvo i Tedeschi che, particolarmente colmi di rabbia, non avevano sentito nulla. E così anche durante gli incontri successivi, per i quali i Berlinesi avevano continuato ad accettare gli inviti più per orgoglio e presunzione che per altro.

Giorno dopo giorno, tuttavia, gli studiosi tedeschi avevano iniziato a percepire che il desiderio che avevano i locali di coinvolgerli era autentico; erano sinceramente interessati ad accompagnarli nell’ascolto della loro musica, nonostante ciò richiedesse loro un enorme investimento di energie (erano settimane che, ogni giorno, si trovavano nello stesso auditorium per suonare).

Lentamente, lo stato d’animo degli Europei aveva iniziato a modificarsi; andava crescendo in loro la motivazione a raggiungere la musica e il linguaggio di quei musicisti che non erano poi tanto distanti da loro. Forse tutta quella irritazione iniziale era legata proprio all’impossibilità di godere di quei suoni che a tutti gli altri presenti erano sembrati celestiali…

In effetti, dopo qualche settimana, anche per i 6 studiosi i tasti del pianoforte avevano iniziato a diffondere note, e quel suono era stato il più ricco, emozionante, vitale che avessero mai sentito. Avevano iniziato a coglierne i colori, i respiri, gli incastri; avevano iniziato ad imparare come parlare quella lingua e avevano continuato ad allenarla, quasi fino a scordarsi quella che parlavano quando erano partiti da Berlino.

Tornati a casa, negli stessi anni e nello stesso paese in cui cominciavano ad attecchire i semi del Nazismo, i 6 musicisti decisero di fondare una loro scuola, in modo da condividere con gli studenti più giovani e acerbi (ma anche con quelli più maturi, nonostante la cosa richiedesse una maggiore fatica) l’esperienza e le conoscenze acquisite durante il loro lungo viaggio.

La loro iniziativa è diventata oggi la fiorente Berliner Schule für Ethnomusikologie e ora il resoconto di questo lungo viaggio rientra nel materiale che devo studiare per sostenere l’esame.

Beatrice Ajani

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

 

LA SPADA, anno 3452

Anno 3452, il penitenziario “La Spada” è un blocco di pietra liscia e nera che emerge come un dente marcio dalla gengiva del mondo.

Nella mia cella liscia e asettica arriva il robot della sorveglianza: “detenuto KS497, si è rifiutato di mangiare, le viene applicata la riduzione di un’ora d’aria”. La voce metallica gracchia e se ne va. A “La Spada” tutto è metallico, asettico. Siamo in celle singole e si è puniti per ogni infrazione, dopotutto, nulla sfugge agli occhi elettronici dell’IA.

Mi trovo qui a scontare l’ergastolo perché sono un anarchico secondo loro, anche se io mi definisco un patriota; lo stato ci sta opprimendo, vessando e controllando sempre di più con l’IA e io, per far aprire gli occhi alle persone, ho piazzato una bomba in una banca, togliendo la vita a tre persone e distruggendo parte dell’edificio. Non volevo uccidere nessuno, ma solo far aprire gli occhi a chi di dovere. Però si sa, nelle lotte ci sono purtroppo vittime innocenti, “danni collaterali”: normale in guerra. Il processo è durato pochi minuti. Il robot Giudice ha subito comunicato la condanna a vita ed ora sono qua, ho ventitré anni e non uscirò mai da questa scatola di cemento.

Ore 15.00, sul muro della mia cella compare un display, la voce metallica dell’altoparlante gracchia: “KS497, inizio del programma obbligatorio di consapevolezza, il mancato svolgimento comporterà l’azzeramento delle ore d’aria e l’immediata riduzione del 50% del vitto giornaliero”.

Clicco sul display e apro la cartella “scheda vittime”, dentro ci sono i profili, la vita, le storie, le foto e i video delle persone che ho ucciso. Comincio a leggere la scheda di Sara, aveva trent’anni, si era laureata in veterinaria e stava per sposarsi. Apro un suo video, appare come una ragazza sorridente e allegra. Chiudo il video e piango. Non era lei il mio obiettivo ma lo Stato.
Non riesco a proseguire e subisco le punizioni previste. Passano tre mesi prima che mi decida a riprendere il programma, questa volta lascio i video per ultimi e ricomincio da un’altra persona e con un altro compito in mente.

Apro la scheda di Roberto, è un uomo di quarant’anni e si trovava in banca per chiedere un prestito. Inizio con i compiti scritti: scrivere almeno dieci pagine sulla vita di Roberto. Svolgo i compiti ogni giorno, sono così tanti che per finire anche solo quelli di Roberto impiego due anni. Mancano solo i video da guardare; con un nodo alla gola ne apro uno, Roberto ha in braccio il nipotino, ride, scherza e gioca con lui. “Il nonno chiederà un prestito per aiutare mamma e papà a comprare casa”, dice. Piango ma finisco di guardare il video. Quella notte mi alzo e termino la biografia di Roberto: Roberto era un nonno amorevole e un padre premuroso e io gli ho tolto il respiro.

Da quel giorno mi impegno ancora di più e nel giro di cinque anni finisco i compiti su Roberto e Sara. Il compito più arduo però è Giulia. Sara era incinta al momento dell’esplosione, lei e Andrea, il suo compagno, avevano già scelto il nome perché Giulia sarebbe nata entro pochi giorni. Impiego dieci anni per ricostruire tutta la vita che poteva essere di Giulia: Giulia anima bianca, ti ho rubato il futuro con il mio gesto scellerato e questo sarà la mia tomba per le lucciole.

Sono in carcere da diciotto anni: ho appena concluso e inviato l’ultimo compito su Giulia e la voce metallica gracchia: “detenuto KS497, è aperta la possibilità di lavorare in biblioteca”.
Inizio a lavorare in biblioteca, le persone entrano una alla volta e parlano poco, ormai abbiamo perso l’abitudine e la voglia di parlare.

Dopo cinque anni, un giorno la voce metallica gracchia: “detenuto KS497, presentarsi alla sala colloqui”. Non so chi possa essere, non ho mai avuto visite. La porta si apre e vedo un uomo in carrozzina, affiancato da due guardie robot.

Francesco mi guarda prima in silenzio, poi mi chiede: “Sai chi sono?”, faccio cenno di no con la testa.

“Ero nella banca quando hai fatto esplodere la bomba. Volevo vederti, sapere da te perché lo hai fatto”, mi dice.
“Io… non volevo. Il nemico era lo Stato, l’I.A., il controllo. Era per far aprire gli occhi… Mi dispiace, mi dispiace tanto.”
“Ho capito, per te eravamo vittime collaterali, pedine sacrificabili. L’esplosione mi ha mutilato, ho perso tutto e ti ho odiato. Poi, senza giustificare nulla del tuo gesto, ti ho perdonato, perché l’odio verso di te mi avvelenava l’anima. E così ho ripreso a vivere, ora aiuto i bambini facendo l’insegnante di sostegno, mi sono sposato e ho avuto figli. Ho chiesto di venire qui perché volevo dirti di persona che ti perdono.”

Scoppio a piangere, Francesco va via. Torno nella mia cella. Quella notte scrivo e riscrivo i loro nomi: Francesco, Roberto, Sara, Giulia, vi chiedo perdono.

La vita nel penitenziario continua: mi alzo, vado al lavoro e, da quel giorno, tutte le sere prima di dormire ripeto i loro nomi come un mantra.

Sono in carcere da quarantacinque anni: il ragazzo che guardavo nello specchio ha lasciato spazio a un uomo che non conosco.
Quindici anni fa, dopo una laurea in legge, ho avuto il permesso di fare lo scrivano; ora scrivo le istanze per i detenuti e mi rapporto con la direzione cercando di ottenere piccole clemenze per loro conto. Tutte le sere recito il mantra.

Una mattina mi sveglio e sono chiamato in infermeria. Il medico robot è diretto: cancro alla testa del pancreas, avviata terapia del dolore, aspettativa di vita inferiore a sedici mesi.

L’unica cosa che chiedo è se posso continuare a lavorare. Giorno dopo giorno mi alzo e vado a lavorare sempre più stanco, sempre più affaticato, ma tutte le sere ripeto il mio mantra.

Dopo otto mesi, un giorno mentre sono al lavoro, ho un collasso. Mi risveglio nell’ospedale, dove una guardia robot parla con un medico robot; mi portano ad un piano dove non ci sono sbarre: è l’area dell’ospedale degli uomini liberi. Guardo dalla finestra e dico: “Francesco, Roberto, Sara, Giulia, chiedo il vostro perdono. Ho provato a fare del bene con il mio lavoro. Vengo da voi.” Chiudo gli occhi.

“Detenuto KS497 deceduto alle ore 18.05”.

Gli occhi bruciano, sento una voce metallica: “fine simulazione ergastolo per il soggetto KS497. Il soggetto è stato completamente riabilitato”.

Sono seduto su una poltrona e un dottore in camice bianco mi guarda.
“Ma cosa è successo, dove mi trovo?” dico.
“Lei è nel carcere e le è appena stato somministrato il programma di correzione” risponde il medico.
“Programma di correzione?”
“Sì, è una simulazione che il suo cervello ha vissuto realmente e che consente allo Stato di non sprecare la sua vita biologica”.
“Ma io sono stato in carcere 45 anni, ho incontrato Francesco, ho scritto su Roberto, Sara, Giulia, ero bibliotecario e scrivano per conto dei detenuti…”.
“Lei ha vissuto tutto questo a livello cerebrale, ma quei 45 anni non sono mai trascorsi realmente. Dal giorno dell’attentato e del suo arresto sono passati solo 3 giorni. Perché la prigione più forte è nella mente”.

E così vengo congedato, mi fanno uscire e mi vengono dati una casa e un lavoro. Sono reinserito nella società come uomo libero. Provo una sensazione strana: quei 45 anni li ho vissuti tutti e ricordo ogni cosa.

Ora lavoro in banca, in una sede della stessa filiale che volevo distruggere per scuotere il sistema. Di quel carcere, di quei 45 anni, solo io avrò ricordo e saprò che sono esistiti.

Ogni sera, prima di dormire, ripeto ancora i loro nomi: Francesco, Roberto, Sara, Giulia. Vi chiedo, perdonatemi.

Vincenzo Solli

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

Il prezzo del trono

In un mondo parallelo, il Governo della città ha imposto la “Legge dell’Ascesa”. Il principio è spietato, per contare qualcosa, per non essere calpestato e per salire nella scala sociale, ogni cittadino ha l’obbligo di eliminare due persone al giorno. Chi non uccide rimane in fondo, destinato a subire, considerato un debole.

In questo sistema la gente non uccide perché è nata “cattiva” o spietata. Ci si adegua per paura, per condizionamento della famiglia, perché si cresce in quartieri dove fin da bambini ti insegnano che l’unico modo per non essere una vittima è diventare un carnefice. Per fare carriera e guadagnarsi il rispetto del gruppo, i giovani imparano a soffocare le proprie emozioni e a indossare la maschera del “duro”.

Chi arriva in cima alla piramide non è un robot senza sentimenti, ma una persona devastata. Dietro l’arroganza e il potere si nascondono uomini e donne che la notte non riescono a dormire, schiacciati dal peso dei propri fallimenti e da una solitudine immensa. Hanno dovuto “uccidere” la propria parte fragile e umana pur di non mostrare la paura del giudizio e del rifiuto.

Un giorno succede qualcosa. Uno dei leader più temuti si trova davanti alla sua quota quotidiana. Sta per colpire, ma guarda l’altro negli occhi e vede la stessa paura, la stessa solitudine che prova lui. Non vede un nemico, ma uno specchio. Abbassa l’arma e dice basta.

Le conseguenze sono immediate. Viene accusato di essere un traditore, un debole, viene spogliato di tutto e gettato fango sulla sua storia.

Ma la vera scoperta avviene quando viene isolato da tutti. Per la prima volta, liberato dall’obbligo di dimostrare di essere un “duro” e di dover essere all’altezza delle aspettative degli altri, sente un senso di pace mai provato prima. Riconosce che la violenza non era una sua vera scelta, ma una gabbia ereditata dal contesto in cui era cresciuto.

Il suo rifiuto diventa una crepa nel sistema. Uno alla volta, altri “uomini forti” iniziano a fermarsi. Non perché siano diventati “buoni” dall’oggi al domani, ma perché stanchi di far soffrire se stessi e gli altri pur di rincorrere una finta forza che li lascia solo più solo.


Questo racconto nasce dal lavoro di confronto che svolge il Gruppo della Trasgressione in carcere. Ascoltando le storie di chi ha vissuto in contesti di criminalità, emerge come la violenza sia vista quasi sempre come l’unico modo per essere accettati, per dimostrare di essere “uomini d’onore” o semplicemente per sopravvivere e sentirsi all’altezza in un ambiente dove è difficile trovare alternative. 

È facile lasciarsi appiattire dall’idea che chi ha commesso un reato grave sia un “mostro”. La realtà che tocchiamo con mano al Gruppo della Trasgressione è che dietro l’atto violento c’è quasi sempre una persona che ha imparato a usare l’aggressività come corazza per nascondere le proprie fragilità, i propri traumi familiari e il terrore di essere distrutta dal contesto in cui viveva. Uccidere l’altro, o prevaricarlo per salire in alto, è la risposta disperata di chi si sente infinitamente piccolo e solo.

Col mio racconto cerco di riproporre quanto vedo accadere al gruppo: il cambiamento vero non comincia quando si giudica e si insulta chi ha sbagliato, ma quando si dà a quella persona la possibilità di togliersi la maschera, di scoprire che la vera forza non sta nel dimostrare di essere invincibili, ma nella capacità di ascoltare l’altro e, in questo modo, di dire “basta” alla catena della sopraffazione.

Sofia Pellini

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

L’epidemia del vuoto

Mesi fa, nei bollettini medici e sui giornali, è comparsa la notizia di una nuova e strana sintomatologia. Non è un virus, ma una reazione fisica improvvisa; le persone hanno iniziato a manifestare sul viso e sulle mani delle macchie scure, irregolari e molto visibili, del tutto innocue per la salute, ma che comparivano soltanto nei momenti in cui ci si sentiva profondamente soli, incompresi o abbandonati.

Il fatto interessante è che queste macchie non comparivano quando si era da soli in una stanza, ma proprio quando si era in mezzo agli altri, a cena con gli amici, al lavoro, durante un pranzo di famiglia o accanto al proprio partner.

All’inizio è stato uno shock. Le persone, vergognandosi di mostrare le proprie fragilità e il proprio vuoto interno, hanno iniziato a truccarsi pesantemente, a coprirsi con sciarpe e guanti anche in estate, pur di non far vedere agli altri il peso del proprio isolamento emotivo.

Chi mostrava questi segni veniva evitato, come se la solitudine fosse una colpa o una malattia infettiva.

Un pomeriggio però, nel cortile di un luogo d’incontro, un ragazzo ha deciso di non nascondersi più. Ha tolto la sciarpa che gli copriva il volto, mostrando a tutti le macchie sul suo viso.

Un ragazzo di fianco a lui, che fino a quel momento aveva finto che andasse tutto bene mantenendo un atteggiamento duro e distaccato, lo ha guardato negli occhi, e senza dire una parola, si è tolto i guanti, rivelando di avere gli stessi identici segni sulle mani.

In quel preciso istante, per la prima volta, i due si sono guardati senza maschere. E non appena l’altro ha detto semplicemente “Ti vedo”, le macchie sulla pelle di entrambi hanno iniziato a svanire.

La “falsa epidemia” si è estinta così com’era arrivata, nell’esatto momento in cui le persone hanno smesso di nascondere la propria solitudine e hanno usato la propria vulnerabilità non come una colpa, ma come un ponte per avvicinarsi agli altri.


La solitudine è una delle poche condizioni umane che colpisce tutti almeno una volta, ma ci vergogniamo tremendamente di ammetterlo. Spesso la mascheriamo dietro impegni, arroganza o finta autosufficienza pur di non mostrare quanto ci sentiamo soli.

Ho voluto fare riferimento ad una frase celebre del film Avatar, “Ti vedo”, che significa molto di più di un guardare con gli occhi, significa accogliere l’esistenza dell’altro, riconoscerlo nella sua essenza, senza filtri e senza pretese di cambiarlo.

La solitudine vera non è la mancanza di persone intorno a noi, ma la sensazione di essere invisibili anche quando siamo in mezzo alla gente. Nel mio percorso al Gruppo della Trasgressione vedo spesso come alziamo muri e indossiamo corazze per la paura di non essere capiti o di essere giudicati fragili. 

Per la mia esperienza, posso dire che la solitudine si supera solo quando abbiamo il coraggio di abbassare le difese, farci guardare dentro e dire all’altro “Ti vedo”, accettando le sue vulnerabilità e mostrando le nostre. È lì che nasce la vera connessione umana.

Sofia Pellini

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

Cestini senza storia

Quasi un anno fa, un gruppo di ricercatori canadesi ha presentato un dispositivo destinato a cambiare radicalmente il modo in cui il dolore viene trattato.

Si tratta di un neurostimolatore impiantabile nell’area del cervello responsabile della percezione e dell’elaborazione del dolore, sia fisico sia emotivo. Una volta attivato, il dispositivo permette di trasferire istantaneamente la propria sofferenza a un’altra persona entro un raggio di 20 chilometri. Chi lo utilizza smette immediatamente di provare dolore, mentre il destinatario ne sperimenta l’intera intensità, pur senza riportare danni permanenti.

La sperimentazione clinica, avviata circa sei mesi fa, ha coinvolto centinaia di volontari con storie di vita molto diverse: persone affette da malattie croniche, professionisti sottoposti a forti pressioni lavorative, pazienti con disturbi psicologici, ma anche persone che affrontano quotidianamente difficoltà economiche e familiari.

È emerso che, dopo un’iniziale esitazione, circa il 90% dei partecipanti ha scelto di utilizzare il dispositivo almeno una volta. Nei soggetti affetti da dolore cronico o da una forte sofferenza emotiva, la percentuale saliva fino al 98%.

Ma il dato che ha attirato maggiormente l’attenzione degli psicologi non è stato il desiderio di liberarsi dal proprio dolore, quanto il modo in cui quella decisione veniva presa: alla maggior parte dei partecipanti non interessava sapere chi avrebbe ricevuto la loro sofferenza. Bastava sapere che si trattava di una persona sconosciuta.

Quando, invece, prima del trasferimento veniva mostrata una fotografia, un nome o anche solo poche informazioni sulla vita del destinatario, la percentuale di utilizzo diminuiva drasticamente. Sapere che dall’altra parte c’era una persona reale rendeva la scelta molto più difficile.

Secondo gli psicologi coinvolti nello studio, l’anonimato riduce sensibilmente il senso di responsabilità: quando non vediamo il volto di chi subirà le conseguenze delle nostre azioni, è più facile convincersi che il suo dolore non ci riguardi.

Nei mesi successivi all’introduzione del dispositivo sono emersi effetti inattesi: alcuni pronto soccorso hanno registrato un aumento di accessi improvvisi per dolori acuti e crisi d’ansia apparentemente inspiegabili. Gli episodi si concentravano soprattutto nelle aree con il maggior numero di utilizzatori del neurostimolatore.

La scoperta ha aperto un acceso dibattito etico. Molti partecipanti, intervistati al termine della sperimentazione, hanno dichiarato di non essersi mai chiesti cosa stesse vivendo la persona che avrebbe ricevuto il loro dolore. Nessuno poteva sapere se quel destinatario stesse già affrontando una malattia, un lutto, una separazione, difficoltà economiche o uno dei momenti più difficili della propria vita. Eppure, per la maggior parte dei soggetti, questa possibilità non è stata sufficiente per rinunciare al trasferimento.

È proprio questo l’aspetto che, secondo i ricercatori, rende il dispositivo così interessante dal punto di vista psicologico. Il neurostimolatore non crea un comportamento nuovo: rende semplicemente visibile un meccanismo umano già esistente.

Per alleggerire il nostro peso, noi riversiamo sugli altri rabbia, frustrazione, cattiveria o indifferenza. Il nostro dolore diminuisce mentre aumenta quello di qualcun altro. E questo accade ancora più facilmente quando chi abbiamo davanti è uno sconosciuto, quando il “cestino” è qualcuno di cui ignoriamo completamente la storia.

Gli studiosi hanno quindi concluso il rapporto con una riflessione inaspettata: Se il dolore può essere trasmesso con tanta facilità, forse può esserlo anche il suo contrario.

Un gesto di gentilezza, una parola detta al momento giusto, un sorriso, un aiuto offerto senza un secondo fine possono avere effetti che spesso non immaginiamo. Così come non sappiamo quanto possa pesare il dolore che scarichiamo sugli altri, non possiamo sapere nemmeno quanto bene possa fare un piccolo gesto di umanità. Perché ogni persona che incontriamo sta combattendo una battaglia che non possiamo vedere.

E forse il vero progresso non consiste nell’inventare un modo per trasferire il dolore, ma nell’imparare a non aggiungerne altro. Anzi, quando possibile, a lasciare chi abbiamo davanti con un po’ più di serenità, proprio come la vorremmo noi.

Giulia Arisci

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

Diritti e Paradossi

Una startup statunitense sostiene di aver trovato un nuovo metodo per affrontare la crisi legata all’uso di sostanze stupefacenti. Negli Stati Uniti il consumo di droghe rappresenta da anni una delle principali emergenze sanitarie. I casi di overdose sono aumentati drasticamente, causando ogni anno la morte di decine di migliaia di persone.

Per questo motivo, il governo ha indetto un concorso nazionale, aperto a cittadini, ricercatori e aziende, con l’invito a chiunque a proporre una soluzione concreta per contrastare il fenomeno. Nel giro di appena quattro ore sono arrivati centinaia di progetti. A sorprendere la giuria è stata però la proposta di due ragazzi della periferia di New York con un progetto chiamato “Droghiamoci”.

L’idea sembrava quasi fantascienza. I due sostenevano di avere sintetizzato una sostanza capace di agire su specifici recettori cerebrali, annullando completamente gli effetti di qualsiasi droga assunta in precedenza e cancellando, allo stesso tempo, ogni ricordo piacevole legato al suo utilizzo.

Ma non era tutto. La sostanza, dopo pochi utilizzi, avrebbe addirittura modificato il comportamento di chi la assumeva, inducendolo a provare un forte desiderio di aiutare gli altri, compiere azioni altruistiche e contribuire gratuitamente al benessere della comunità.

Secondo gli ideatori, si trattava di una sorta di “risarcimento sociale”: un modo per restituire qualcosa alla collettività dopo aver alimentato, direttamente o indirettamente, il mercato delle sostanze illegali e il dolore provocato alle persone vicine.

Il progetto ha avuto un’enorme risonanza mediatica. Politici, giornalisti e cittadini lo hanno definito rivoluzionario. Molti lo hanno ritenuto una soluzione efficace, giusta e persino etica.

Ma è emerso un problema inatteso. Le persone con una grave dipendenza hanno rifiutato il trattamento. Pur avendo perso il lavoro, la famiglia, la casa, pur vivendo ormai in condizioni di estrema marginalità e pur sapendo che avrebbero potuto ricominciare da zero, moltissime persone hanno scelto di non assumere quella sostanza.

In attesa che il governo decida come procedere, psicologi, psichiatri e sociologi si interrogano e dibattono su cosa è la dipendenza: Se una persona rifiuta ciò che potrebbe salvarla, quanto è davvero libera di scegliere? E se la dipendenza compromette la capacità di decidere, fino a che punto è legittimo rispettare la volontà di chi è dipendente?

La domanda rimane aperta. Se esiste davvero una cura capace di cancellare la dipendenza senza effetti collaterali, abbiamo il diritto di imporla a chi la rifiuta? Oppure la libertà di scegliere deve rimanere intoccabile, anche quando quella scelta conduce lentamente alla propria distruzione?

Giulia Arisci

Un labirinto dove si è perso Dedalo – Il giornale del Falso

Il Giornale del Falso o della 4° ESSE

Il Giornale del Falso o L’Officina della 4° ESSE
è una rubrica nata diversi anni fa al Gruppo della Trasgressione e che sta avendo in questi giorni una improvvisa rifioritura.

Smarriti di fronte a notizie, spesso tali da non potersi distinguere se si tratti di provocazioni o di dilagante follia, abbiamo pensato di riattivarla. Non si può escludere, infatti, che notizie dichiaratamente false possano contenere spunti e criteri utili per non lasciarci confondere dalle “verità” che continuano a raggiungerci da tutte le parti del mondo.

Chi avesse piacere di contribuire alla rubrica con proprie “notizie” può inviare il proprio contributo alla nostra mail: associazione@trasgressione.net.

Per partecipare non occorre essere componenti del Gruppo della Trasgressione; basta dire fesserie, purché rispondenti al vincolo della 4° ESSE.

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S