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L’ispirazione per il testo che segue è arrivata dopo la visione del film In Time, dove, in un futuro distopico, il tempo è diventato l’unica moneta di scambio possibile. Le persone pagano ogni cosa con i minuti della propria vita e hanno un timer luminoso sul braccio che, quando arriva a zero, li uccide.


È stato avviato un progetto pilota nelle carceri, a dir poco rivoluzionario! La sperimentazione prende il nome di Pena Silenzio. In questo caso, lo stesso, identico principio del film è stato applicato alle parole. Ogni detenuto dispone di un budget massimo di 50 parole al giorno. Un bracciale elettronico collegato alle corde vocali mostra un timer luminoso che scala il conto ogni volta che si apre bocca.

Arriva una mazzata, il metodo di pagamento. Quando un individuo sfora le 50 parole giornaliere, la macchina si collega ai dati del tribunale, e ogni parola in più costa un mese di carcere in aggiunta alla pena. Le parole sono la moneta più pericolosa del mondo!

All’inizio tutti vengono presi dal panico, nelle celle, nei corridoi, non vola una mosca. I detenuti spendono le prime ore del mattino a calcolare come spendere intelligentemente il proprio bagaglio di parole. C’è chi consuma tutto subito per salutare la famiglia al telefono e chi invece risparmia parole in modo ossessivo, tenendole da parte per le emergenze, comunicando a gesti.

Gli ideatori di questa nuova pena pensavano che questo sistema avrebbe piegato la resistenza dei detenuti, che li avrebbe isolati gli uni dagli altri, rendendoli semplicemente più obbedienti e riducendo di conseguenza i contrasti con il personale. Ma qualche mese dopo l’inizio della sperimentazione si è attivata una dinamica imprevista: visto che parlare costava giorni di libertà, i detenuti hanno iniziato ad ascoltarsi.

Prima della riforma, il carcere era invaso da fiumi di parole, racconti di rapine, di colpi milionari, si urlava per nascondere i propri pensieri o per fare i duri. Le parole venivano usate come corazza per nascondere le proprie fragilità. Adesso che parlare è un lusso, quel rumore di fondo è scomparso.

Nelle celle si è creato uno spazio nuovo. Quando un detenuto decide di spendere 10 delle sue parole per dire ad un compagno “oggi sto male, mi manca mio figlio”, gli altri evitano di rispondere per non sprecare il loro budget quotidiano, ma allo stesso tempo si fermano ad ascoltare, lo guardano negli occhi, ne cercano i sentimenti e fanno spazio a quelli che loro stessi provano in risposta alle sue parole.

Il silenzio, non più vissuto come punizione, è diventato ogni giorno di più uno spazio per accogliere e dare valore alle parole e alle storie dei compagni.

La sperimentazione è stata presto sospesa, in quanto non ha prodotto l’isolamento previsto, ma, al contrario, solidarietà tra i detenuti e, addirittura, una diffusione del piacere di ascoltare gli altri, compresi gli agenti in divisa. Nulla di male, in realtà, salvo la necessità di riorganizzare il rapporto tra le diverse figure che popolano il mondo del carcere.

Nel frattempo e in attesa che vengano diffusi dal DAP nuovi criteri per regolamentare gli scambi tra reclusi e operatori, i detenuti hanno scoperto che ascoltare e comprendere quello che prova un altro soggetto vale di più che raccontare storie sulle proprie imprese e glorie passate.


Anche questa storia è venuta da sé, ma ci tengo a dire cosa mi ha motivato a scriverla.

Il film In Time è stata la mia ispirazione, lo stimolo per comprendere che troppo spesso diamo valore alle cose solo quando vengono razionate. In carcere il tempo e le parole vengono sperperati… tante volte le parole vengono addirittura utilizzate come moneta falsa per guadagnare prestigio e potere, per non affrontare il disagio del proprio fallimento e della propria impotenza nel presente.

La mia è una sorta di provocazione e allo stesso tempo un tentativo di mettere insieme parte di quello che ho capito col mio tirocinio al Gruppo della Trasgressione e con questa mia esperienza in carcere: per iniziare un cambiamento vero, credo occorra saper gestire il capitale di parole a nostra disposizione, smettendo di usarle per giustificarsi o per autocelebrarsi.

Spesso vediamo il silenzio come una privazione, ma secondo me è uno spazio dove coltivare l’empatia. Smettendo di riempire l’aria con vecchi codici, riusciamo a sentire la voce dell’altro, la parola ha un prezzo altissimo e il vero guadagno sta nella capacità di fare silenzio e saper ascoltare.

Sofia Pellini

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

 

 

 

 

 

Vero Sguardo

Un giovedì a Bollate, il Prof ci ha parlato del Giornale del Falso, una sezione sul sito in cui ci sono racconti falsi, inventati. Ha incoraggiato noi del gruppo a scrivere delle notizie false, non dandoci troppe “regole” se non: il racconto deve categoricamente essere falso!

Visto che mi ha incuriosito molto questa cosa, sono andata a leggere alcuni racconti, ed uno in particolare mi ha trasmesso proprio ciò che andava trasmesso. Il racconto di cui parlo si chiama Sconfitto definitivamente il male di Marco Beretta. Parla di un’invenzione assurda creata dagli scienziati cinesi e indiani, un macchinario capace di ripristinare il cervello delle persone, cancellando la loro identità per sostituirla con una memoria artificiale, immacolata. Ciò che ho capito da questa storia è che pur di non vergognarsi del proprio passato, le persone sarebbero disposte a rinunciare a tutti i ricordi. Un mondo perfetto sarebbe in realtà un mondo finto.

Ho riflettuto su questo concetto, la paura del giudizio e la cancellazione della nostra parte vulnerabile, fragile, quindi mi sono chiesta: cosa succederebbe se inventassimo uno strumento, non per cancellare il passato, ma per controllare e calcolare la sincerità nelle persone che abbiamo di fronte? Essendo la fiducia un tema per me importante, mi sono sentita di scrivere su questo.


VERO SGUARDO

Un bel giorno, un’equipe di scienziati, psicologi e medici da tutte le parti del mondo, si sono riuniti per creare una tecnologia all’avanguardia, qualcosa di mai visto prima. Questa tecnologia pazzesca, applicabile a lenti a contatto o speciali occhiali, è stata chiamata Vero Sguardo. Praticamente un software analizza i movimenti invisibili degli occhi, permettendo di vedere in tempo reale una barra luminosa sopra la testa della persona che hai di fronte.

Se la barra è verde e vicina al 100%, significa che la persona è sincera, se la percentuale invece scende, e diventa rossa, significa che l’altro sta fingendo, sta calcolando qualcosa o ti sta dicendo cavolate.

Inizialmente è stato un successo incredibile. Nei tribunali, nei colloqui di lavoro e nei negozi le truffe sono sparite in un secondo. Anche nelle carceri l’invenzione è stata accolta come una rivoluzione magnifica: bastava guardare un detenuto negli occhi per capire subito se fosse pentito o se stesse solo recitando la parte del “bravo ragazzo” per avere i permessi.

E nelle storie d’amore non ne parliamo, bastava un solo sguardo a tavola con il proprio partner per capire se provasse ancora quella complicità vera o se si stava insieme solo per abitudine. Gli scienziati dicevano che entro pochi anni il dubbio e l’inganno sarebbero spariti dal mondo.

Succede però qualcosa, a pochi mesi dall’uscita di questa nuova tecnologia:le persone smettono di guardarsi negli occhi.

Nelle metropolitane, nei gruppi di amici e persino dentro casa, la gente cammina con la testa bassa o indossando occhiali da sole anche la notte.

E questo cosa vuol dire? Beh ovvio, no? L’essere umano ha una paura tremenda di mettersi a nudo, avere la certezza assoluta ha tolto il bello delle relazioni, ma cosa più importante, ha svelato che sotto la freddezza o il bisogno di controllo, ognuno nasconde insicurezze, paure, timore del giudizio ecc.

Sapere che chi hai davanti calcola ogni tua esitazione ha congelato i rapporti umani. Nessuno ad oggi ha più il coraggio di farsi guardare dentro.

Questa invenzione potrebbe essere fatta fuori all’istante, si sceglierà di tornare al rischio di essere traditi, al disagio di non sapere cosa l’altro pensi di noi, e alla fatica di costruire la fiducia giorno dopo giorno, pur di ritrovare la forza di due occhi che si incrociano senza vergogna, senza certezze.


Ora mi piacerebbe spiegare il senso del mio racconto, o comunque l’importanza che gli ho dato io. La storia di Marco Beretta e la mia si uniscono perché in entrambe c’è l’illusione che la tecnologia, o il controllo totale, possano salvarci da ciò che ci fa soffrire.

Io in primis vivo con la fissa di voler calcolare tutto e spesso alzo dei muri per non mostrare le mie fragilità. L’invenzione Vero Sguardo rappresenta questo finto bisogno di sicurezza assoluta.

Come nella storia di Beretta, dove un uomo senza ricordi dolorosi non è più un uomo, anche nella mia storia un uomo che non rischia più di fidarsi perde la capacità di amare.

La fiducia non è un algoritmo, ma un atto di coraggio che nasce quando accettiamo il disagio di essere vulnerabili, abbassiamo le difese e permettiamo all’altro di guardarci dentro per come siamo, con tutte le nostre ombre e le nostre insicurezze.

Sofia Pellini

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

 

 

Le interviste con Delitto e Castigo

Le interviste a Giornale Radio, settimana dopo settimana, si stanno trasformando, da interviste ai componenti del gruppo della trasgressione e alle persone che hanno diretti contatti col gruppo, in una piattaforma per riflettere su come nasce la devianza: quali sono i sentimenti, i pensieri, le ideologie che sono alla base dello stile di vita deviante e quali possano essere i modi più utili di prevenirla nell’adolescenza e contrastarla durante e dopo l’esecuzione della pena.

Alla trasmissione “Delitto e Castigo” si succedono dunque detenuti, operatori, familiari di vittime della criminalità, ma anche giornalisti e insegnanti, comuni cittadini e professionisti di vari ambiti per tentare di capire cosa ci si aspetta dalle istituzioni preposte a occuparsene. Le interviste, di solito individuali, stanno diventando via via conversazioni polifoniche, anche per mettere a frutto le varietà di opinioni che, comprensibilmente, si hanno in materia.

Lo scritto di Antonio Tango rientra in un’iniziativa partita circa 20 anni fa, il cui titolo, “Giornale del falso” voleva anche essere un modo provocatorio per discutere sui diversi modi di interpretare il ruolo del giornalista. A volte, infatti, sembra che il giornalista abbia quasi l’acqualina in bocca mentre riferisce di morti e feriti in un incidente.

Comunque, al di là di come possa essere interpretato il ruolo di chi racconta al lettore cosa accade nel mondo, la notizia di cui al link non ha nulla di vero, perché presentata su un giornalino beffardo che punta a stupire e conquistare l’attenzione del lettore esclusivamente con notizie false, integralmente campate per aria, senza dunque alcuno spargimento di sangue, senza sesso, senza soldi, senza tragedie; solo ironia su desiderabili ma improbabilissimi eventi paradossali: Il governo emana l’indulto, ma i detenuti si rifiutano di uscire

Juri Aparo

Il Giornale del falsoDelitto e Castigo

Prima e oltre il confine

Oggi ho parlato del Gruppo della Trasgressione e mi è venuta voglia di rivedere il documentario che ha realizzato Sofia alla scuola di giornalismo. Al di là dell’emozione, di rivedere facce amiche, ci sono stralci di importanti esperienze del Gruppo contenute in questo video. Ci sono i detenuti con i loro racconti, soprattutto degli incontri con i ragazzi nelle scuole, l’esperienza dell’ARTE con Stefano Zuffi, la musica in sottofondo, con la voce del Prof….

Però quante cose mancano! Mi ha fatto emozionare sentire i detenuti parlare della “mancanza di un gruppo esterno”, e poi questo Gruppo è arrivato. Sentirli credere davvero nel progetto della Cooperativa e della bancarella “frutta e cultura”.

Questa cosa mi ha emozionato più di tutte. In questo video la cooperativa era solo un’idea, oggi, a distanza di 10 anni, esiste nella realtà e incide sulla vita delle persone.

Forse questa è il più grande insegnamento che ho tratto dal Gruppo della Trasgressione e dal Dr. Aparo: tollerare che un’idea impossibile diventi possibile nel tempo, lavorandoci un poco per volta, con costanza, nonostante le difficoltà, passo dopo passo, nella consapevolezza che quei passi sono guidati dal fatto stesso di avere un’idea in cui crediamo, che ci motiva.

Era successa la stessa cosa con Sisifo. Io c’ero quando abbiamo iniziato in quel tugurio dell’ultimo piano della sezione giovani adulti di San Vittore, a cui si accedeva da quella scala a chiocciola angusta che partiva da metà corridoio.

Io non ci credevo che ce l’avremmo fatta. Sembrava tutto troppo difficile. Sembrava un’impresa impossibile, in quelle condizioni lì, con quelle persone lì, con quelle risorse lì. Niente giocava a nostro favore! Sinceramente Prof., dopo tanti anni posso dirglielo, quando aveva proposto di parlare di mitologia con quei 4 detenuti sgangherati, che cambiavano ogni 4 giorni, che non avevano esperienza del Gruppo e non avevano certo lo spessore che posseggono i detenuti che frequentano il Gruppo da tanti anni e a cui eravamo abituati, beh io ero certa che la cosa avrebbe avuto vita breve.

E invece poi guarda cosa è successo con Sisifo! Una delle esperienze più belle del Gruppo: in tour tra scuole e teatri! Beh questa parte un po’ nel video c’è. Ma oggi ci sarebbe ancor più materiale!

Forse sarebbe ora che uscisse la seconda puntata di questo documentario. Una nuova giovane Sofia che frequenta un corso di giornalismo non l’abbiamo?

C’è anche un’altra cosa che manca in questo video, che in tanti anni di Gruppo è stata per me l’idea più esilarante e straordinaria: l’Officina della 4S! Anche in questo caso nel video è contenuto il seme di ciò che poi sarebbe diventato, quando Prof. dice: “Il modo per appagare l’uomo con storie che non siano di Soldi, Sangue e Sesso c’è”, beh quel modo per noi è diventato la quarta S: lo Sviluppo. L’articolo “Mente Libera” di Antonio Tango sul Giornale del Falso, penso sia una delle cose più spiritose, geniali e contemporaneamente profonde che abbia mai letto.

E poi manca anche tutta l’esperienza con Cajani e gli scout… e chissà quante altre cose che non mi vengono in mente ora.

Inoltre, so Prof. che per questo lunedì mi toglierà la parola, ma la versione di A Cimma che canta alla fine di questo video mi piace di più di quella che mi ha mandato!! Certo in quella che mi ha inviato la parte iniziale di Cisky  è molto bella, ma la canzone è più chiusa, mi sembra più triste e cupa rispetto alla versione del video, che invece trasmette apertura e speranza! Mi piacerebbe avere la versione di questo video, che per me è la versione originale!

Tutto questo per dire che vorrei condividere anche con le persone del gruppo che sto conoscendo adesso  e con i miei attuali colleghi di lavoro i 28 minuti del video di Sofia, che rende meglio delle mie parole il cammino del gruppo.

Chissà perché prima che inizi il video c’è un buio interminabile, forse perché inizia da una Storia sbagliata

Tiziana Pozzetti

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