La scuola di Berlino

Qualche mese fa, durante una lezione di etnomusicologia, il docente ci ha parlato di una bizzarra esperienza sul campo svolta da un gruppo di studiosi tedeschi all’inizio del ‘900.

Erano stati mandati dal Conservatorio di Berlino in un piccolo paese lontano di cui, in questo momento, mi sfugge il nome, ma che ricordo non essere poi così sconosciuto.

La località era molto popolata e anche piuttosto avanzata dal punto di vista tecnologico, ma la cultura (e in particolare la cultura musicale) era quanto di più distante ci fosse da quella dei sei musicisti selezionati per le ricerche.

Il professore ha sottolineato che, in effetti, la mentalità dell’epoca era ancora notevolmente chiusa: quando gli studiosi si recavano all’estero per raccogliere testimonianze di culture lontane, era soprattutto per confermare la superiorità di quella occidentale; anzi, spesso i veri studiosi rimanevano addirittura in Germania, e aspettavano che fossero dei musicisti minori a recarsi nelle varie località per recuperare i materiali di studio; è per questo motivo che i 6 ricercatori erano partiti prevenuti e poco motivati.

Secondo quanto riportato sul loro resoconto di viaggio, dopo essere stati accolti con imprevisto rispetto e interesse, i Berlinesi erano stati accompagnati al conservatorio del paese. Lì, era stata predisposta per loro un’aula con diversi strumenti locali, ed erano stati coinvolti i migliori musicisti della scuola per suonare una serie di brani agli ospiti occidentali (e ‘’con’’ gli ospiti occidentali); l’obiettivo era quello di permettere alle due culture musicali di conoscersi e, magari, di trarre ispirazione l’una dall’altra.

I Tedeschi, scettici, avevano accettato con sussiego, quasi infastiditi dall’inclinazione degli stranieri a considerarsi al loro stesso livello. Tuttavia, con sorpresa degli studiosi tedeschi, nella stanza c’erano fiati, tamburi, archi e persino un pianoforte, tutti esattamente uguali a quelli che loro avevano lasciato a Berlino.

I primi a suonare erano stati proprio i Berlinesi; durante l’esecuzione, i musicisti locali avevano dimostrato di provare particolare interesse nell’ascolto e sul modo che avevano gli ospiti di suonare quegli stessi strumenti.

Poi era arrivato il turno di un pianista locale, ed è stato allora che la situazione aveva preso una piega bizzarra: il musicista aveva suonato, immerso nella sua esecuzione; gli altri locali ne avevano goduto, coinvolti dalla bravura del pianista; i Tedeschi, però, non avevano sentito nulla, come se dallo strumento non fosse stato emesso alcun suono…

E così anche per i brani successivi: le dita del violinista avevano corso su e giù per le corde dello strumento, il pubblico ne era rimasto estasiato, ma alle orecchie dei Tedeschi non era arrivato il minimo suono.

I ricercatori avevano iniziato a commentare con fastidio l’esito dell’incontro, senza risparmiare qualche nota di sarcasmo contro gli organizzatori; questi ultimi avevano cercato di mitigare l’irritazione degli ospiti proponendo un secondo tentativo di scambio il giorno successivo.

I Berlinesi avevano la proposta, sempre, però, col sotterraneo desiderio di dimostrare la loro superiorità.

Nel secondo incontro, la situazione era rimasta invariata: tutti si erano nutriti della poetica esecuzione dei musicisti locali, salvo i Tedeschi che, particolarmente colmi di rabbia, non avevano sentito nulla. E così anche durante gli incontri successivi, per i quali i Berlinesi avevano continuato ad accettare gli inviti più per orgoglio e presunzione che per altro.

Giorno dopo giorno, tuttavia, gli studiosi tedeschi avevano iniziato a percepire che il desiderio che avevano i locali di coinvolgerli era autentico; erano sinceramente interessati ad accompagnarli nell’ascolto della loro musica, nonostante ciò richiedesse loro un enorme investimento di energie (erano settimane che, ogni giorno, si trovavano nello stesso auditorium per suonare).

Lentamente, lo stato d’animo degli Europei aveva iniziato a modificarsi; andava crescendo in loro la motivazione a raggiungere la musica e il linguaggio di quei musicisti che non erano poi tanto distanti da loro. Forse tutta quella irritazione iniziale era legata proprio all’impossibilità di godere di quei suoni che a tutti gli altri presenti erano sembrati celestiali…

In effetti, dopo qualche settimana, anche per i 6 studiosi i tasti del pianoforte avevano iniziato a diffondere note, e quel suono era stato il più ricco, emozionante, vitale che avessero mai sentito. Avevano iniziato a coglierne i colori, i respiri, gli incastri; avevano iniziato ad imparare come parlare quella lingua e avevano continuato ad allenarla, quasi fino a scordarsi quella che parlavano quando erano partiti da Berlino.

Tornati a casa, negli stessi anni e nello stesso paese in cui cominciavano ad attecchire i semi del Nazismo, i 6 musicisti decisero di fondare una loro scuola, in modo da condividere con gli studenti più giovani e acerbi (ma anche con quelli più maturi, nonostante la cosa richiedesse una maggiore fatica) l’esperienza e le conoscenze acquisite durante il loro lungo viaggio.

La loro iniziativa è diventata oggi la fiorente Berliner Schule für Ethnomusikologie e ora il resoconto di questo lungo viaggio rientra nel materiale che devo studiare per sostenere l’esame.

Beatrice Ajani

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

 

Arte e norme di sicurezza

A partire dal 2027, tra i criteri per il riconoscimento della conformità a norma delle aule di tutti i licei d’Italia, rientrerà, oltre al rispetto delle direttive tecniche sulla sicurezza, la necessaria presenza di un’opera d’arte all’interno dello spazio didattico.

La decisione è stata presa dal Ministero dell’Istruzione a seguito dell’esito positivo di alcune prove svolte all’interno degli istituti milanesi. L’esperimento, che ha visto coinvolte alcune classi di diversi indirizzi e da diverse zone della città, è consistito nella collocazione, all’interno delle aule, di dipinti, tavole, sculture e altri manufatti dal valore storico-artistico da tempo dimenticati nei depositi dei musei di Milano.

Si è osservato come tutti gli studenti, indipendentemente dall’indirizzo di studio o dalla zona di provenienza, si siano adoperati (in totale autonomia) per creare all’interno dell’aula un’atmosfera compatibile con la presenza dei nuovi ospiti: sono scomparse le scritte sui banchi, è aumentata la pulizia degli spazi e si è abbassato notevolmente il volume delle voci; inoltre, è stato notato un radicale calo dei litigi e un’esponenziale crescita dell’interesse per lo studio.

Si valuta la possibilità di estendere tale iniziativa a tutti i luoghi di lavoro e/o di ritrovo sociale del Paese.

Beatrice Ajani

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

Trame di Libertà

PERCORSI DELLA DEVIANZA E TRAME DI LIBERTÀ
Domenica 17 maggio 2026, ore 21:00
Trsg.Band e Gruppo della Trasgressione
Concerto al Teatro Roberto De Silva di Rho

Nel corso della serata, proveranno a cucire le loro “Trame di Libertà” con quelle dei componenti del gruppo e della band alcuni studenti e insegnanti degli istituti scolastici di Monza, Saronno, Legnano, Parabiago con i quali il Gruppo della Trasgressione intrattiene da anni una proficua collaborazione.

In abbinamento al concerto, dalle ore 18:30 del 17 maggio, Il teatro De Silva ospiterà opere di pittori, scultori, fotografi sul tema della serata.
Le gallerie di alcuni degli autori: Alessio Ferraro, Adriano Avanzini, Carmelo Carrubba, Franco Scoccimarro, Paolo Colombo e Federica Bencivegna, Claudia Selz.

Una presentazione della serata – L’intervista al Sindaco di Rho

Il concerto del 2025 all’auditorium di Milano – La Trsg.band

Delitto e Castigo – Il 25 aprile al Centro Alzheimer
Percorsi della Devianza e Trame di Libertà – La nostra palestra
La mostra nel foyer del teatro

Interviste di Natale

Nel bel mezzo di una cena pre-natalizia, l’intervista è nata per gioco su iniziativa del professore. Beatrice e Carolina hanno posto alcune domande a Paolo Setti Carraro, mentre io e Riccardo a Giancarlo Scialanga.

C’era un clima divertito e scanzonato, forse generato anche dall’alta qualità dei contenuti di Delitto e castigo, la trasmissione che il gruppo sta portando avanti con il giornalista Max Rigano. Non c’erano vincoli rispetto alle tematiche da trattare, ma solo un obiettivo da perseguire: quello di estrapolare quanta più umanità possibile dal pensiero e dal vissuto degli intervistati.

Tutti abbiamo accolto la proposta con curiosità e serietà. Come spesso accade, il dialogo ha rapidamente fatto lievitare la riflessione e la complessità dei contenuti. Io e Riccardo abbiamo deciso di affrontare il tema della paternità, secondo noi di cruciale importanza per l’interpretazione delle dinamiche umane. Volevamo esplorare il sentimento paterno, a prescindere dall’identità dell’oggetto verso cui è rivolto.

Giancarlo è sposato con una donna che ha conosciuto al liceo e ha due figli. Nel rapporto con i propri figli, che si declina in maniera diversa per il maschio e per la femmina, ha individuato alcuni elementi che gli hanno permesso di comprendere meglio il rapporto con il proprio padre e l’influenza di quest’ultimo nella sua vita.

Da ragazzo, Giancarlo si è sentito soffocato dal giudizio del padre che, consciamente e inconsciamente, ha condizionato il suo modo di ragionare ed esprimersi, di individuare i propri valori e le proprie convinzioni. Il peso di questa presenza era tale da spingerlo a desiderarne la morte.

La relazione tra padre e figlio è cambiata quando Giancarlo ha preso coscienza della fragilità del padre, e così anche della propria. Incontrando l’umanità del padre, ha potuto capirlo; quindi, amarlo, smettendo di provare rancore. Ciò gli ha consentito di notare che i capelli del padre “che pensavo fossero di ferro, erano in realtà di seta.” Così, la scoperta della fragilità diventa uno tra gli avvenimenti che più avvicinano l’essere umano all’anima del mondo. Apre gli occhi e pulisce lo sguardo emotivo.

Di fronte alla maestosità e all’ineluttabilità dell’anima del mondo, che Giancarlo ha colto nelle insicurezze di suo padre e nell’amore per sua moglie e per i suoi figli, egli non sente la necessità di interrogarsi sulla esistenza di Dio; per Giancarlo oggi sono la percezione della realtà, la comprensione dell’umano e l’individuazione delle fragilità a costituire lo stra-ordinario e il magico.

Paolo sente di vivere un momento sereno della sua vita, in cui si trova a dare conforto e supporto a sua moglie. Dall’intervista è emerso un concetto particolarmente suggestivo e commovente: la difficoltà di accettare di essere amati. Paolo, con le sue parole, ha condiviso con noi una verità tanto fondamentale quanto complessa da cogliere. Ci vuole una lucidità estrema ad ammettere che proprio ciò che tutti desideriamo ricevere, che infonde energia e induce a migliorarci, è difficile da accettare. Accorgersi di essere amati fa paura perché responsabilizza. L’amore fa sentire fragili, talvolta non all’altezza. Poche cose avviliscono l’essere umano come sentire di deludere le aspettative di chi ci ama.

Ad ogni minuto, mentre il gioco procedeva  con naturalezza, domande e risposte acquisivano tenerezza e profondità. Abbiamo subito stabilito, nelle interazioni di coppia e di gruppo, un canale comunicativo che ci ha permesso di intavolare un dialogo armonioso, in cui ci sentivamo a nostro agio nelle attività di riflessione e di ascolto.

La ricchezza del confronto con Riccardo – che ha un dono comunicativo grazie al quale riesce ad arrivare al cuore dell’interlocutore, coniugando la complessità del ragionamento con la semplicità dell’esposizione – e dell’ascolto delle parole di Beatrice e Carolina, Giancarlo e Paolo mi hanno restituito sensazioni di pienezza, serenità, soddisfazione intellettuale ed entusiasmo. La disponibilità di Paolo e Giancarlo a condividere il proprio vissuto, la propria saggezza, la scelta delle riflessioni e degli esempi da riportare, è stata commovente. Per tutto questo, ho provato grande gratitudine.

Giulia Villa

A chi era presente alla serata di giovedì scorso, ecco il ritratto di mio papà Francesco la notte della sua morte, quando ho capito che i suoi capelli erano di seta. Un riconoscente saluto a Juri e a tutti voi.
Giancarlo Scialanga

 

 Delitto e Castigo – Officina Creativa – Homo sum…

Incontro in Cattolica

19/11/25 – Incontro in Cattolica su
Percorsi della Devianza e Trame di libertà

L’incontro si è aperto con la presentazione, da parte del Dottor Aparo, dei 2 temi della giornata:

  • Percorsi della devianza, ovvero le strade che portano alla pratica del reato e, soprattutto, a uno stile di vita nel quale il reato fa parte della quotidianità;
  • Trame di libertà, cioè le relazioni, i sentimenti e le azioni attraverso cui le persone ”allargano gli orizzonti della propria libertà”.

 

Le riflessioni e le pratiche che ne discendono hanno l’obiettivo di

  • mettere le esperienze dei detenuti del Gruppo (con anni di lavoro alle spalle) al servizio degli adolescenti delle scuole medie primarie e secondarie che visitiamo per l’attività di prevenzione contro droghe e bullismo;
  • offrire alle figure istituzionali che si occupano della rieducazione del condannato dati sulla propria personale esperienza evolutiva e sugli strumenti che l’hanno favorita.

La prima parte della giornata è stata dedicata ai Percorsi della devianza.

A riguardo sono intervenuti Antonio Tango, Ignazio Marrone e Alessandro Crisafulli, detenuti ed ex detenuti che da anni sono componenti attivi del Gruppo; ciascuno ha raccontato il proprio percorso, indagando i contesti, le relazioni e le emozioni che li hanno portati a commettere reati.

Antonio ha individuato, come uno dei fattori che lo hanno portato sulla strada della devianza, il mancato riconoscimento da parte del padre, che fin da quando era piccolo lo ha ritenuto incapace, ”scemo”, per via dei suoi problemi di salute. Inoltre, a scuola era vittima di bullismo; di conseguenza, e non avendo avuto una figura di riferimento credibile, lo stesso Antonio è arrivato a squalificarsi, a reprimere le sue emozioni e a cercare il riconoscimento degli altri attraverso atti violenti e di potere. “Comandato dalla rabbia come fosse un burattino“, ha iniziato a commettere reati, fino a disconoscere completamente le sue vittime e a trasformare le persone in oggetti utili al raggiungimento dei suoi obiettivi. Come lui stesso sottolinea, nella sua mente i loro volti smettevano di avere una fisionomia.

Ignazio ha raccontato la sua infanzia in Sicilia, in una famiglia nella quale la delinquenza era normalità. Ha ricordato suo padre che gli chiedeva di nascondere la pistola e i primi furti commessi con leggerezza. Non è stato accompagnato nella sua crescita, accudito e amato come sentiva di aver bisogno. Da ragazzo si è trasferito a Milano e ha iniziato a rubare per trovare i soldi con cui mantenersi. Ha incominciato, però, a ricavarne soddisfazione; sentiva che commettere furti lo rendeva più potente, riconoscibile e stimabile agli occhi degli altri. Ha iniziato a “prenderci gusto”, i furti non erano più solo un modo per sopravvivere, ma ciò che gli permetteva di accedere facilmente alla “bella vita”, tra lusso e delinquenza, alla quale si era gradualmente abituato. Anche per lui, le persone erano diventate solo un mezzo per ottenere quello che desiderava.

Alessandro è nato e cresciuto in un contesto di degrado, Quarto Oggiaro, nel quale fin da piccolissimo si è trovato immerso nella criminalità. Ha raccontato di aver sentito su di sé il peso di non essere stato voluto dalla propria famiglia; veniva riconosciuto dal padre solo quando dimostrava di essere capace di commettere reati. Col passare degli anni l’immagine che egli aveva di se stesso si è sempre più conformata a quella del delinquente, tanto da rendere il reato una pratica quotidiana.

Tutti e tre, con l’obiettivo di sentirsi potenti e ottenere il riconoscimento degli altri, hanno sentito l’esigenza di collezionare vittime e hanno usato la fragilità di queste per espellere da sé e proiettare su di loro la propria.

La seconda parte dell’incontro è stata dedicata al capitolo delle Trame di libertà, le quali non riguardano solo chi commette reati, perché ogni persona (come ha sottolineato Paolo Setti Carraro) ha i propri gradi di libertà.

Antonio è stato arrestato pochi mesi dopo la nascita di suo figlio; ha trovato nel desiderio di vederlo crescere e aiutarlo a diventare un cittadino come gli altri la motivazione per lavorare, indagare il proprio percorso e crescere a partire da esso, diventando così un esempio per lui.

Ha trovato nel dialogo con i componenti esterni del Gruppo, che lo hanno “costretto” a confrontarsi con le loro fragilità (ma anche con la sua), uno strumento fondamentale per le sue trame di libertà.

Anche Ignazio ha ricavato dal lavoro col Gruppo il ritorno al riconoscimento dell’altro; sentire di avere una funzione all’interno della squadra e assumersi la responsabilità di lavorare per il raggiungimento di obiettivi comuni gli ha permesso di sentirsi un cittadino, capace di rendersi utile alla società e di sentirsi un buon padre per i suoi figli.

Alessandro ha sottolineato, inoltre, l’importanza del dialogo con i parenti e le vittime di reato; trovarsi faccia a faccia con le vittime e il male loro causato lo ha portato ad assumersi la responsabilità delle sue azioni, a riconoscerne il peso e a renderle un punto di partenza dal quale iniziare a costruire con la società.

È intervenuto poi Paolo Setti Carraro, medico e parente di vittima, il quale ha spiegato come entrare in carcere e interagire con coloro che hanno causato dolore lo abbia aiutato ad emanciparsi dalla sua posizione di vittima, immagine di sé che rischia di diventare parte preponderante dell’identità della persona che ha subito un reato.

Infine, è intervenuta Carolina Rocca, studentessa ed ex-tirocinante del Gruppo; per lei, il suo contributo (e quello di tutti gli studenti del Gruppo) alla crescita ed evoluzione del detenuto sta nella possibilità di confronto; portare il proprio punto di vista mette gli altri nella condizione di arricchire la propria visione delle cose, portando ciascuno a responsabilizzarsi.

Beatrice Ajani

Percorsi della devianza e Trame di Libertà

Nominare il rancore

Credo sia proprio vero che, se per anni si costruisce la propria identità sul rancore, abbandonare quest’ultimo è un’impresa: equivale a concedere a sé stessi di lasciar andare uno scheletro che, per molto tempo, ha sorretto la propria persona; fa paura l’idea di doverlo sostituire e ricostruire su basi differenti; si corre il rischio di rimanere o sentirsi privi di un appoggio al quale aggrapparsi in momenti di difficoltà. Se provo rancore nei confronti di qualcuno, posso contare su di esso per non smarrirmi quando la persona in questione mi ferisce. Il rancore è un’armatura che sì, protegge dal dolore, ma che in ogni caso limita la libertà di chi la indossa.

Nel momento in cui si manifesta, il rancore trova espressione nel male, che sia esso prodotto a danni di altri o di sé; un male che, gradualmente e in maniera inconsapevole, diventa parte della quotidianità di chi lo esercita. Il rancore è, insomma, una trappola che promette sicurezza in cambio della distruzione dell’individuo, del suo rapporto con gli altri e con la realtà.

Il rancore, oltretutto, induce la persona a trovare delle giustificazioni valide per poterlo sentire come un proprio diritto e questo porta a stravolgere l’esame delle cose (a volte, le ragioni che vengono accampate possono risultare comprensibili, ma valide non lo sono mai). Ma in definitiva, con o senza giustificazioni, il rancore è doloroso, fa star male, ci si sente pidocchi, per citare Dostoevskij.

Io, per esempio, sento di provare il timore di un confronto con mio padre; è una duplice paura: da un lato, c’è il rischio di sentirmi ferita per l’ennesima volta, un dolore al quale non saprei davvero come reagire; dall’altro, però, c’è il timore che invece il confronto porti a qualcosa di arricchente, a un punto in comune dal quale partire per costruire una relazione sana; vorrebbe dire dover ammettere con me stessa che mio padre non si merita il rancore che provo nei suoi confronti, e magari realizzare che non se lo è mai meritato. Spaventoso!

E intanto che scrivo, mi rendo conto di provare, oltre alla frustrazione, un fondo di ”simil soddisfazione” ogni volta che trovo giustificazioni al mio senso di tradimento da parte sua, giustificazioni che ho, appunto, timore di perdere dopo un dialogo con lui. Me ne vergogno, lo trovo orribile, è conseguenza dell’attaccamento al rancore di cui si è parlato recentemente al gruppo.

Eccolo un primo strumento per iniziare a sciogliere i nodi del rancore: nominare le cose rendendole più tangibili, trovargli una collocazione nella realtà; è il lavoro che si svolge al tavolo del Gruppo, che ciò derivi dal dialogo tra i vari componenti o dalla produzione di uno scritto sul quale, poi, confrontarsi insieme.

In relazione all’argomento in questione, si è parlato anche di bilance tarate male: in un conflitto, ogni persona coinvolta possiede una propria bilancia per pesare il “diritto alla vendetta” che il male inflitto e subito “autorizza”, e le due (o più) tarature non coincidono mai tra loro.

Credo che un altro strumento utile a slegare i nodi sia proprio un confronto, in un primo momento, sulle due bilance difettose, e, a seguire, la ricerca di una bilancia comune. É impossibile rinunciare al rancore nei confronti dell’altro se non ci si concede di interagirci, per comprenderlo e per tentare di farsi comprendere; non si può crescere scegliendo di rimanere all’oscuro del sentire dell’altro, sia il conflitto tra padre e figlia o tra istituzione e delinquente.

É dalla condivisione dei diversi punti di vista che nasce, poi, la possibilità di adottare una nuova bilancia, ben funzionante e leggibile per tutti.

Beatrice Ajani

Il diritto al rancore e il paradosso della mente ubriaca
Genitori e figli

Sintesi sui quattro fratelli Karamazov

Fëdor Pavlovič Karamazov è un uomo strambo, ottuso ma furbo, che vive una vita di vizi e sperperamenti. Ha quattro figli da tre donne diverse, con nessuno dei quali svolge la propria funzione di padre. Tutti i fratelli rimangono orfani della madre, e a tutti viene negato il bisogno di essere accuditi. Ciascuno di loro ha il proprio modo di vivere i conflitti col padre:

Dimitrij è un giovane di 28 anni, nato dal primo matrimonio di Fëdor Pavlovič, e da lui abbandonato alla morte della madre. Cresce senza la possibilità di accedere agli studi, e accusa il padre di averlo derubato della sua eredità materna. Mitja e il padre si sentono reciprocamente in credito, ed entrambi rispondono al conflitto alimentandolo con la violenza. Nonostante il suo odio nei confronti della figura paterna, completamente assente durante la sua infanzia e che adesso pretende da lui soldi e rispetto, Mitja è quello, tra i quattro fratelli, che meglio incarna le caratteristiche di Fëdor Karamazov; anche lui infatti, come il padre, conduce una vita piena di eccessi e, sostanzialmente, autodistruttiva. Oltre ai conflitti di natura finanziaria, Dimitrij e il padre si innamorano della stessa donna, e sarà questo che spingerà il ragazzo ad aggredire e più volte a minacciare di morte il padre.

Ivan è un ragazzo di 24 anni, primo dei due Karamazov nati dal secondo matrimonio di Fëdor. Dopo essere rimasto orfano della madre e abbandonato dal padre, ha la possibilità di accedere agli studi, frequentando il ginnasio e l’università. A differenza di Mitja, Ivan non materializza mai il suo odio nei confronti del padre, e ciò gli impedisce di trovare pace. Trasferisce la sofferenza derivante l’abbandono da parte della figura paterna sulla figura di Dio; da essa si sente tradito come si sente tradito dal padre. Ivan indaga incessantemente sulla necessità dell’uomo di avere una guida che lo accompagni nella sua (apparente) libertà, guida della quale lui si è sentito doppiamente privato. Allo stesso tempo, sente la necessità di trovare un modo per amare senza dover ammettere l’esistenza dell’eternità, di una figura di riferimento che lo accompagni nell’amore. Nonostante abbia passato la sua vita negando la propria relazione col padre e con Dio, sente l’esigenza di riconoscerli e di riconoscersi in loro.

Aleksej, fratello di Ivan e figlio della seconda moglie di Fëdor, è un ragazzo di 20 anni; a differenza degli altri fratelli, compensa l’assenza della figura paterna attribuendo allo starec Zosima (figura più alta del monastero nel quale prende i voti) la funzione di guida. Apparentemente il più tranquillo e pacifico dei quattro Karamazov, Alëša si isola nel monastero per sottrarsi ai conflitti che, in realtà, vive come gli altri. Così facendo, si svincola dal peso dell’odio, evitando di affrontarlo, ed è lo stesso Starec ad ordinargli di tornare nel mondo reale per dare ai suoi sentimenti la possibilità di manifestarsi.

Smerdjakov, ragazzo di circa 24 anni, è figlio illegittimo di Fëdor Pavlovič, nato dalla relazione con una donna del paese; cresciuto dalla famiglia del servo Grigorij, non viene mai riconosciuto dal padre. Smerdjakov è riservato e rancoroso, definito ‘’misantropo’’ dal padre adottivo; egli passa la sua vita sopportando i conflitti col genitore, accettando di fargli da servo nonostante gli venga negata la possibilità di avere un padre. É proprio Smerdjakov che, dopo essere entrato in contatto con gli altri fratelli e leggendo in loro l’odio che li accomuna (in particolare a seguito di una discussione col fratello Ivan), uccide il padre. A seguito del parricidio si suicida, subito dopo aver attribuito ad Ivan la responsabilità dell’omicidio da lui compiuto (definendolo la mente che ha guidato le sue mani).

Beatrice Ajani

I Conflitti della famiglia Karamazov

Carlo Goldoni e la rivoluzione teatrale

di Beatrice Ajani
Carlo Goldoni e la rivoluzione teatrale

Piccole e grandi rivoluzioni nella storia dell’umanità

Gli studenti e i carcerati a Opera il dialogo oltre i muri

di Sara Bernacchia,
da Repubblica 10/05/2023

«Siamo un gruppo che invita a trasgredire per costruire spazi più ampi in cui sentirsi a casa. Facciamo in modo che gli studenti crescano, che i detenuti diventino cittadini e che le vittime elaborino il loro dolore». Angelo Aparo, psicologo che da anni opera nelle carceri milanesi descrive così il Gruppo della Trasgressione (composto da detenuti, universitari e parenti delle vittime), che idealmente si allarga a una quarta componente: gli allievi del liceo artistico di Brera. Lo “sconfinamento” avviene grazie al progetto Brera in Opera, che dal 2015 ha visto circa 750 ragazzi dell’istituto confrontarsi con i detenuti del Gruppo e con gli studenti della sezione carceraria dell’istituto Benini a Opera.

Un progetto nato dall’idea di Pierluigi Cassinari, ormai ex docente del Brera, e della moglie Antonella De Luca, all’epoca responsabile del corso carcerario. L’obiettivo? «Dare attuazione concreta agli articoli 34 e 27 della Costituzione, ovvero ai principi di scuola aperta a tutti e di rieducazione dei condannati, con la consapevolezza dell’importanza del mettersi nei panni degli altri».

I benefici sono evidenti, per tutti. «Sono entrata in contatto con un mondo completamente diverso dal mio, credo sia utile farlo presto – racconta Beatrice Ajani, 17 anni, allieva di quarta -. È stimolante vedere persone che lavorano su se stesse e che riescono a maturare consapevolezza degli errori commessi». E Antonio Tango, che ha trascorso in carcere 27 anni, lo sa benissimo. «Ero un rapinatore e facevo uso di droga perché mi mancava qualcosa, sentivo un malessere che non sapevo definire». Poi, con il lavoro fatto in carcere, ha capito: «Mi mancava uno scopo. L’ho trovato anche stando con loro, sentendomi utile e sviluppando senso di responsabilità».

Il progetto è raccontato in tre libri e in un corto, realizzato con il regista Sandro Baldoni: “Il teorema di Pitagora”. Il titolo deriva dalla sfida di Tango (vinta, oggi è libero): quando si è avvicinato al Gruppo Aparo gli chiedeva di fermarsi a ragionare sulle cose di cui non comprendeva l’importanza, come il teorema, perché il passo decisivo è sforzarsi per apprendere e rispettare le regole.

I1 senso del progetto lo sottolineano la preside Emilia Ametrano e il direttore del carcere di Opera, Silvio di Gregorio: «La convivenza pacifica si fonda sul rispetto delle regole. Voi ragazzi sarete la classe dirigente. Dalla vostra attenzione a questi temi dipenderà il benessere del Paese di domani».

Brera in Opera prevede due filoni: il laboratorio di poesia e quello con il Gruppo Trasgressione. «Gli studenti del liceo e i detenuti hanno lavorato in parallelo su temi come la ferita e la cura, la sfida e la rabbia per poi confrontarsi in due incontri, uno a scuola e uno in carcere», spiega Giovanna Stanganello, che ha coordinato il progetto fino a settembre e ricorda con emozione gli incontri in Dad durante il lockdown: «Era come se vivessero una doppia esclusione: non potevano uscire, i detenuti non avevano visite e i ragazzi hanno visto emergere problematiche importanti».

È proprio durante un incontro sul tema “la ferita e la cura” che Angelica Maffi, 18 anni, ha voluto parlare di sé. «Per la prima volta ho parlato del mio problema con l’autolesionismo, che combatto ancora – racconta la ragazza, che appare anche nel corto -. Mi sono sentita incoraggiata e capita. Tanti mi hanno scritto dicendo che le mie parole li hanno aiutati». La chiave è sempre il confronto. Lo ribadisce anche Paolo Setti Carraro, fratello di Emanuela, uccisa con il marito, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa: «In carcere la libertà si conquista uscendo dagli schemi che ti hanno portato a delinquere. È questo il passaggio determinante e per compierlo la contaminazione tra chi è dentro e chi è fuori è fondamentale». Lo testimonia l’esperienza di Adriano Sannino, libero da due settimane dopo 30 anni di reclusione per omicidio. «Moralmente non potrò mai pagare per quello che ho fatto – esordisce -. Confrontandomi con voi, però, ho potuto configurare i miei disvalori. Oggi sono libero fisicamente, mentalmente lo sono da quando ho conosciuto Aparo».

Incontri e prevenzione nelle scuole

Chi voglio essere?

Chi voglio essere? A chi voglio somigliare?
Amo la libertà e la libertà voglio evitare

Pidocchio irrilevante o pilota d’aeroplano?
Non penso, non ascolto e dal mio cuore mi allontano

Oscillo avanti e indietro, come fanno le altalene
La rabbia e il pentimento mi attraversano le vene

Delinquo e quindi sono, non mi servono catene
Ho ammesso i miei reati e il carcere non mi appartiene

Ho capito l’errore, sono il responsabile
Ho capito che delinquere è una strada impraticabile

Mi sono chiuso in trappola e ad altri ho fatto male
Oggi sto dietro le sbarre, dentro la mia gabbia personale

Ho perso l’esistenza, dalle mani mi è scappata
Ti ho chiesto scusa, o mà, mentre ti lasciavo
Ma ero solo, diffidente, e da solo dove andavo?

Beatrice Ajani

Reparto La Chiamata  – Inverno e Primavera  –  Officina Creativa