Senza fretta

Incontro  del 22/09/2026  – Via Donizetti, 8 – Milano

Inevitabilmente la domanda arriva anche a me: io ce l’ho ancora fiducia nel mondo? Non riesco a rispondermi. E infatti, nel gruppo, taccio.

Questo inizio, partito da due giovani diciottenni sconosciute al gruppo, dà il via a qualcosa di molto spontaneo e, per me, molto bello: piano piano iniziano a parlare tutti.

Alessandro, un tirocinante nuovo, poi parte a mille. A mille, un po’ come va il mondo di oggi. Con le sue domande interpella soprattutto i membri che abitano il gruppo della Trasgressione da più tempo: chiede loro perché continuano a partecipare agli incontri, che cosa trovano lì, che cosa dà loro il gruppo.

Mi rimane impressa tantissimo la risposta di Beatrice. Dice che lì ha trovato un posto dove stare, dove ascoltare, dove anche solo esserci, anche quando non aveva i pantaloni belli. Quanto mi è piaciuta questa cosa. Forse proprio perché racconta qualcosa che in me risuona tantissimo: la possibilità di esserci senza dover necessariamente dimostrare qualcosa.

Io, intanto, ascolto tutti con piacere e trasporto. Continuo a tacere. Avrei voluto dire qualcosa, ma avevo talmente tante cose per la testa che non avrei nemmeno saputo da dove cominciare. Ho preferito sostare e, sulla scia della riflessione della volta scorsa, impegnarmi a “sentirmi”.

Prendo parola per ultima. E sono stata proprio felice di averlo fatto per ultima. Io, di solito, faccio fatica ad abitare il silenzio, anche il mio. Sono una che parla molto e, a volte, mi accorgo che lo faccio per la fretta di farlo, per la necessità di dire qualcosa. Quanto mi è piaciuto, invece, ascoltare senza avere in testa il pensiero: “Devo dire qualcosa di intelligente anch’io”. Stare lì, ascoltare. Alla fine prendo parola perché ho piacere di condividere almeno un pezzo di quello che mi stava frullando in testa.

Per tutto l’incontro mi era rimasto addosso il tema del tempo. Viviamo in un tempo in cui ognuno pensa ai fatti suoi. Un tempo individualista e velocissimo. Sbagli? Devi migliorare in fretta. Non sai cosa fare della tua vita? Ti conviene decidere in fretta, altrimenti perdi tempo e gli altri ti passano davanti. Hai appena finito un esame universitario? Sbrigati, perché ce n’è già un altro. E poi la tesi. E poi il resto.

Durante l’incontro una tirocinante della mia età racconta di star attraversando un periodo di crisi e un uomo che ha trascorso anni e anni in carcere le dice di avere pazienza, di prendersi del tempo per pensare, per riflettere. Questo scambio mi è piaciuto tantissimo. Proprio due uomini che hanno trascorso anni e anni della loro vita chiusi in carcere hanno parlato della necessità del tempo e della pazienza: un percorso di cambiamento, di comprensione di sé, di costruzione, ha bisogno di tempo, di lentezza. Non si può pretendere che accada tutto immediatamente.

E allora mi rimane aperta un’domanda: noi sappiamo ancora concederci tempo? Io, a ventitré anni, vedo tantissimi giovani vicino a me che corrono, cercando disperatamente di stare dietro a un mondo che corre ancora più in fretta. E forse, a forza di correre per non perdere tempo, rischiamo di non concedercene più per capire dove stiamo andando, cosa stiamo provando.

Ho chiuso il mio intervento dicendo che è soltanto la terza volta che mi siedo con questo gruppo, ma che a me sembra un luogo nel quale ci si prende del tempo. Del tempo per stare, per ascoltare l’altro, per prendere parola e, aggiungerei, anche per tacere.

Letizia Portellotto

Verbali

Guardarsi negli occhi

Incontro  del 15/09/2026  – Via Donizetti, 8 – Milano

Una delle prime sollecitazioni del prof è stata apparentemente molto semplice: dopo il racconto di un vissuto personale di un collega tirocinante ha chiesto a tutti i presenti “Cosa hai provato?”, invitandoci a rispondere limitandoci semplicemente a ciò che avevamo sentito, senza interpretare.

Mi sono resa conto immediatamente di quanto questa richiesta fosse tutt’altro che semplice. Mi veniva spontaneo cercare una spiegazione, interpretare ciò che avevo ascoltato, ragionare. È stato difficile chiedermi “io cosa ho sentito?”. Mi sono accorta di quanto sia più facile, almeno per me, utilizzare il pensiero piuttosto che sentire l’emozione.

Questo esercizio mi ha fatto riflettere su quanto siamo poco, e quanto poco soprattutto io stessa sia, abituati ad ascoltare le nostre emozioni. Riuscire a riconoscere ciò che una persona, un racconto o una qualsiasi situazione suscitano dentro di noi. È qualcosa che vorrei provare a portare con me nei prossimi incontri: sentire l’emozione e poi eventualmente cercare di comprendere, razionalizzare, spiegare.

La seconda parte dell’incontro mi ha coinvolta in maniera emotivamente più intensa. La signora Marisa è intervenuta in relazione al suicidio di Denise. Marisa aveva già preso parola nella prima parte dell’incontro, facendo riferimento anche alla propria storia personale e alla perdita della figlia.

Lo scambio che si è creato tra lei e il dott. Aparo mi ha colpita profondamente. È stato uno di quei momenti che non sono terminati insieme all’incontro: ci ho pensato durante tutto il viaggio di ritorno e anche nei giorni successivi. Tra le molte cose dette da Marisa, una in particolare continua a risuonarmi. Mi ha colpito il fatto che proprio lei, che per la propria storia avrebbe forse tutte le ragioni per definire coloro che hanno commesso determinati reati come “bestie”, sia stata invece la persona che, nel confronto con il professore, ha insistito sul fatto che siano uomini e che possono capire, cambiare, sentire.

Mi è rimasta in mente soprattutto la frase: “Sono andata in carcere la prima volta per farmi guardare negli occhi e per guardare queste persone negli occhi.”

Forse è una delle cose più interessanti, per me, ma non so ancora spiegare fino in fondo perché. Ho cercato di darle un significato, ma tornerei proprio a ciò che scrivevo prima: cercare subito una spiegazione invece di riconoscere, prima di tutto, ciò che ha suscitato in me. Ad oggi so solo che quelle parole mi hanno colpita e che l’immagine del guardarsi e farsi guardare negli occhi mi è rimasta impressa. Non è necessario riuscire a spiegare il perché, continuerò ad ascoltare questa sensazione e a custodirla nei prossimi incontri.

Letizia Portellotto

Verbali

Fuga dall’Altrove

Anywhere out of the world – N’importe où hors du monde
Charles Baudelaire

INCREDIBILE FUGA DALL’ALTROVE: IN MIGLIAIA CHIEDONO DI RITORNARE

Allarme sulle tratte spaziali: mentre dalla Terra continuano le partenze, chi ha raggiunto la destinazione più desiderata dall’umanità ora guarda altrove.

TERRA, 24 MARZO 2185. Sembrava impossibile, eppure sta accadendo. Sono ormai migliaia le richieste di rientro dall’Altrove e il numero continua a crescere, tanto che le autorità sono state costrette ad aumentare le navette sulla tratta di ritorno verso la Terra.

L’Altrove, scoperto ormai trent’anni fa, a pochi mesi di navigazione dal nostro pianeta, era stato definito il luogo che l’umanità aveva sempre cercato: una destinazione in cui finalmente trovare quella serenità che, per secoli, gli esseri umani avevano cercato da qualche altra parte.

Milioni di persone avevano fatto domanda per partire. Alcuni erano stati selezionati per le prime missioni di trasferimento, altri avevano ottenuto un posto attraverso sorteggi organizzati dal Governo, altri ancora avevano pagato somme ingenti pur di partire. Le liste d’attesa erano diventate lunghissime. Ancora oggi, a più di trent’anni dalla scoperta, per le prenotazioni delle navette in partenza si contano migliaia di richieste.

Eppure, dall’altra parte, qualcosa sta succedendo.

I primi a chiedere di tornare sembravano casi isolati, poi sono diventati sempre più. La maggior parte di loro vive sull’Altrove ormai da anni. Gli scienziati inizialmente hanno ipotizzato difficoltà di adattamento, nostalgia della Terra o aspettative deluse. Le testimonianze, però, sembrano escludere tutte queste possibilità. «Sto bene qui, davvero. Per anni non ho desiderato altro», racconta uno degli abitanti in attesa del viaggio di ritorno. «Non c’è qualcosa che mi manca. Eppure da un po’ penso spesso alla Terra. Quando ero lì desideravo essere qui. Ora mi stupisce quasi fare il contrario.»

Non tutti, però, vogliono tornare sulla Terra. In molti hanno chiesto di partecipare alle prossime missioni esplorative verso zone dello spazio ancora sconosciute. «Non tornerei indietro», spiega una donna residente sull’Altrove da quasi tre anni. «A volte guardo il cielo e penso che, da qualche parte altrove, potrei finalmente trovare la mia pace» dichiara una donna prenotata per il viaggio di ritorno.

Il fenomeno rimane ad oggi senza una spiegazione chiara. Nel frattempo, sulla Terra, le richieste per raggiungere l’Altrove non diminuiscono, nonostante le notizie sui rientri, migliaia di persone continuano a desiderare di trasferirsi laggiù.

Le navette continueranno dunque a viaggiare in entrambe le direzioni: alcune porteranno verso l’Altrove chi lo desidera da anni, altre riporteranno sulla Terra chi finalmente lo aveva raggiunto. Altre ancora partiranno verso luoghi che non hanno ancora nemmeno un nome.

Forse è proprio questo il dato che gli scienziati non avevano considerato: una volta raggiunto, anche l’Altrove diventa qui.

                                                                                                                                                                 Letizia Portellotto

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