In cerca di uno schema

Incontro  del 22/09/2026  – Via Donizetti, 8 – Milano

Come a volte accade nella vita, oggi ci siamo fermati un attimo a chiederci chi siamo e ognuno di noi ha dato la propria visione del gruppo.

Pare che il mondo sia un po’ distratto e sembra quasi che nel gruppo ci si senta spinti a partecipare per una sorta di richiamo lontano, come un’eco nascosta dal brusio contemporaneo, con tentativi a volte goffi, a volte sorprendenti, per cercare profondità, per cercare se stessi, per incontrare gli altri.

Una collega ha fatto rifermento al tempo, alla calma necessaria per porre attenzione ai propri pensieri e ritengo che sia stato un punto più che azzeccato.

Non c’è mai tempo per parlare davvero e forse quando all’improvviso ti ritrovi in mezzo ad altre persone che al contrario sono lì a dedicare il proprio tempo ad ascoltare puoi rimanere anche un po’ sorpreso.

Le parole riacquistano un valore quando ci si azzarda ad esprimere le proprie verità, ma non è certo una passeggiata.

Qualcuno, con molta più esperienza di me, ha chiarito la sua visione e senza girarci troppo intorno ha sottolineato che il gruppo è a tutti gli effetti un luogo di lavoro, intendendo non un lavoro fisico o intellettuale ma un lavoro sulla persona.

Forse ci piacerebbe trovare una ricetta definitiva a tutto ciò, ma forse è proprio la mancanza di uno schema che ci permette di uscire da quelli che già ci portiamo appresso.

Riguardo al futuro sono state espresse visioni contrastanti: c’è chi non si fida molto e si sente un po’ esasperato dall’eccessivo individualismo e chi nel fiore della giovinezza, invece, è tutto sommato positivo perché comunque ha conosciuto più brave persone che altre.

C’è chi, raccontando il suo percorso da detenuto, ha parlato di come l’identità si costruisca ogni giorno con la forza di volontà. Mi ha molto colpito la sua determinazione nel voler cambiare e come con pazienza abbia provato e riprovato a migliorarsi fino a sentirsi una persona del tutto diversa.

Una storia in particolare poi mi ha proprio stupito; quella di una persona che stava attraversando un momento  di sofferenza  intensa e che si stava chiudendo in sè stessa ma che, gradualmente, ha trovato nel gruppo la sua salvezza e ora sta molto meglio nei suoi nuovi pantaloni.

Penso che ascoltare queste esperienze accenda una sana curiosità verso le altre persone e abbia un valore inestimabile che purtroppo è spesso ignorato.

Matteo Arcuri

Verbali

Sbalzi Temporali

Continua a fare scalpore il caso di Ferdinand, il presunto scippatore di Via Varesina. Mentre le polemiche infiammano il campo politico, una parte del mondo scientifico che vuole credere alla sua versione non ha ancora trovato una spiegazione plausibile.

Stando alla sua stessa testimonianza, Ferdinand pedalava sulla bici in una zona di Milano nord quando improvvisamente, vedendo una ragazza assorta al telefono, decideva di avvicinarsi furtivamente per sfilarglielo e fuggire. Un gesto serrato e preciso che non ha sfiorato la vittima, la quale è stata immediatamente seminata dall’improvvisa accelerazione di Ferdinand.

L’autoproclamato malandrino racconta la scena sempre allo stesso modo: le urla rabbiose della malcapitata che tenta per giunta di inseguirlo e l’adrenalina che sale fino all’ormai celebre vampata di calore. Storia tristemente ordinaria verrebbe da dire, ma Ferdinand assicura di aver vissuto quel momento decine e decine di volte: afferma infatti che appena la vampata di calore lo raggiungeva si sarebbe ritrovato, ogni volta, indietro nel tempo di dieci minuti.

Come se non fosse già abbastanza strano, il possibile malfattore ha dichiarato che, nonostante la singolarità della situazione, lo sbalzo temporale non lo impensieriva minimamente e che, rivedendo la vittima di nuovo di fronte a lui, semplicemente non si faceva troppe domande; sentiva solo l’urgenza di lasciare corso al suo istinto predatorio. Perciò, di nuovo, si avvicinava furtivamente, sfilava il telefono dalle mani della passante e prendeva velocità con la bici senza voltarsi.  La vampata di calore lo riportava indietro nel tempo di quei dieci minuti, continuamente, intrappolandolo in una ripetizione infinita dello stesso film.

Ferdinando insiste, e racconta che dopo l’iniziale indifferenza aveva ormai imparato a memoria tutti gli insulti che la sua vittima gli tirava dietro, memorizzandone perfettamente i toni come se fosse stata una filastrocca. Descrive ancora quei momenti come una situazione tutto sommato rassicurante ma, forse da una linea temporale a noi sconosciuta, una certa inquietudine si faceva strada nella sua mente: gli sembrava di non riconoscersi più, di non poter più descrivere quello che lui era e in quel disagio crescente egli diventava ogni volta più consapevole di vivere in quella continua ripetizione una scelta che, in reeltà, era come pre-scritta.

Il giorno in cui il nostro forse delinquente è riuscito finalmente a liberarsi è passato in sordina, senza scalpore: Ferdinand ha visto un’ultima volta la passante col telefono di fronte a lui ma, anche se ancora un po’ confuso, ha deciso di fermare le bici, fare un bel respiro e cambiare strada.

Le immagini delle telecamere di sorveglianza immortalano proprio questa silenziosa rinascita. Ferdinand si è ora riappropriato del suo tempo e, sebbene per il momento continui ad autodenunciarsi, nessuno sa come proseguirà il suo percorso.

Matteo Arcuri

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S