Il conflitto, strumento di libertà e di trasformazione

MERCOLEDÌ, 13/05 OPERA

L’incontro di oggi è stato particolarmente intenso dal punto di vista emotivo e ha ruotato attorno alla riflessione del Prof su Emanuele. Attraverso le sue parole è emersa l’immagine di un uomo profondamente segnato dal proprio passato, definito come un bambino in fuga da un incubo che non demorde. Una metafora molto significativa è stata quella del terremoto: i terremoti esistono e provocano danni, ma non si possono lasciare i terremotati nelle baracche per sempre. Questo pensiero è stato collegato alla condizione della persona detenuta, che non può essere ridotta unicamente al reato commesso.

Durante l’incontro si è parlato del conflitto interno che caratterizza molte persone detenute. È stata utilizzata la metafora del condominio, cioè, nell’appartamento A vive il ragazzo che anni prima ha commesso l’omicidio, mentre nell’appartamento B vive l’uomo che quella persona è diventata oggi. Il punto centrale della riflessione riguardava la possibilità di far convivere queste due parti di sé. Spesso, come accade nei condomini delle grandi città come Milano, le persone abitano sullo stesso piano senza conoscersi davvero; allo stesso modo, dentro una persona possono convivere esperienze, identità e vissuti che non comunicano tra loro. È quindi necessario un aiuto esterno, umano e relazionale, che permetta di mettere in dialogo queste parti e di integrarle.

Successivamente anche gli altri detenuti hanno espresso il loro pensiero su Emanuele, ed è stato uno dei momenti più toccanti dell’incontro a parer mio. Tutti hanno sottolineato la sua sincerità, il suo impegno nel cercare di cambiare e il peso che il passato continua ad avere nella sua vita. Giuseppe ha detto che il cambiamento, per Emanuele, è iniziato nel momento in cui ha smesso di rifiutare il proprio reato e ha imparato a convivere con esso. Questo concetto mi ha colpita molto, perché fa comprendere come il cambiamento non coincida con il cancellare il passato, ma con il riuscire a riconoscerlo senza esserne completamente schiacciati.

Emanuele ha raccontato che nelle carceri precedenti non aveva mai trovato qualcuno disposto ad ascoltarlo davvero e che, per molto tempo, i conflitti interiori lo hanno schiacciato. Ha spiegato che spesso tende ancora a scappare dai conflitti per paura di affrontarli, ma che quel peso lo porta sempre con sé. Tuttavia, proprio attraverso il confronto con il gruppo e con le figure presenti nel percorso, è riuscito a costruire gradualmente una nuova identità. Ha usato una metafora che mi ha colpita molto: oggi è come se avesse finalmente degli occhiali, perché riesce a riconoscere ciò che è sbagliato, mentre prima non ne era davvero consapevole. Ha parlato del periodo in cui vendeva droga, dicendo che sentiva di star vendendo la morte, e che la sofferenza vissuta dopo l’omicidio, per quanto devastante, gli sia servita per aprire gli occhi. Una frase che ha usato è stata: “nessuno si salva da solo”.

Ha raccontato che proprio nel carcere di Opera è riuscito ad aprirsi ancora di più, comprendendo che trattenere tutto dentro significa lasciare che il danno continui a vivere dentro di sé. Ho apprezzato il fatto che abbia detto di non essersi più preoccupato del giudizio degli altri, perché il conflitto che sentiva dentro gli diceva che quella fosse la strada giusta. Ha espresso il bisogno di avere figure capaci di rafforzare la sua “postura” quando un giorno si troverà fuori dal carcere e dovrà camminare da solo.

Il momento che mi ha emozionata di più è stato quando Emanuele ha ringraziato il gruppo per le parole ricevute. Aveva gli occhi lucidi, la voce tremava, il corpo trasmetteva agitazione e vulnerabilità autentica. In quel momento ho percepito chiaramente quanto il bisogno più profondo fosse quello di sentirsi accolto, riconosciuto come persona e non soltanto identificato con il proprio reato. Sentire tutta la sua commozione mi ha portata a dirgli che io lo accoglievo. È stato un momento molto umano, che mi ha fatto riflettere sul potere delle parole, dell’ascolto e della presenza emotiva.

Ciò che porto a casa da questo incontro è l’idea che il conflitto interiore sia certamente un peso doloroso, uno strazio, ma anche uno strumento di libertà e di trasformazione. Dare voce al proprio conflitto significa permettere agli altri di entrare in contatto con la parte più autentica di sé. La società, spesso, continua a vedere il detenuto esclusivamente come delinquente, senza lasciare spazio all’evoluzione personale, al contrario, all’interno del gruppo si crea uno spazio diverso, in cui la persona viene ascoltata, sostenuta e abbracciata nella sua complessità. Ho percepito un forte senso di umanità reciproca, ognuno si nutre delle parole dell’altro e questo diventa fondamentale per crescere ed evolversi.

L’evoluzione di Emanuele all’interno del gruppo mi è sembrata evidente, è consapevole delle proprie azioni e del dolore provocato, ma cerca di integrare quella parte della sua storia con la persona che è oggi, senza permettere che il passato lo definisca totalmente. Questo incontro mi ha lasciato una forte emozione e mi ha fatto riflettere profondamente su quanto l’accoglienza, l’ascolto e il riconoscimento umano possano diventare strumenti concreti di cambiamento e di rinascita personale.

Sofia Pellini

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

 

 

La coperta dei ragazzi cattivi

Mercoledì, 29/04/26, CARCERE di OPERA

L’incontro è partito con una domanda: qual è la nostra bussola interiore? Non si è parlato di obiettivi professionali o di carriera, ma dei valori umani che guidano il nostro modo di stare al mondo e di fare scelte nella vita di tutti i giorni.

Il momento più toccante dell’incontro però, è stata la lettura della lettera di Rosario. Le sue parole hanno scosso la nostra idea di “bene” e “male”, portandoci a riflettere sulla fragilità della condizione umana. Rosario ha scritto che non esistono ragazzi cattivi, come anche Don Burgio disse, ma esistono contesti e momenti di profonda ignoranza che possono spingere a errori irreparabili. Nel suo racconto, l’omicidio non è nato da una natura malvagia, ma da una reazione violenta che, in quel momento di offuscamento, gli era apparsa come l’unica via possibile.

Oggi, a distanza di vent’anni, la sua bussola interiore è segnata da un rimorso indelebile e dalla consapevolezza che nessuno ha il diritto di togliere la vita a un altro essere umano.

Vedere le sue lacrime e la sua vergogna dopo così tanto tempo mi ha mostrato il volto autentico dell’uomo dietro il reato, un uomo che non si è estraniato dalla propria colpa, che ancora adesso gli trema la voce a parlarne, ma che continua a portarne il peso.

Questa testimonianza ha generato in me una riflessione profonda sul senso del perdonarsi. Guardando Rosario, ho sentito che restare ancorati esclusivamente al proprio errore rischia di logorare l’esistenza fino a renderla invivibile. Per quanto sia un percorso che richiede una conoscenza interiore immensa e una forza fuori dal comune, credo che il perdono verso se stessi sia l’unico modo per tornare a “vivere” davvero e non solo a “sopravvivere” alla propria pena.

In questo senso, la mia bussola si è arricchita di una nuova direzione, quella della compassione, intesa non come giustificazione del gesto, ma come riconoscimento dell’umanità dell’altro. Suggerire l’idea del perdono a chi ha commesso un errore così grave significa credere che una persona non coincida mai interamente con il suo sbaglio, e che la ricerca della propria luce interiore sia un diritto — e un dovere — di ogni essere umano, per quanto lungo e faticoso sia il cammino per ritrovarla.

Un altro punto che mi ha molto colpito è stata la metafora utilizzata dal professore riguardo alla “coperta” che stendiamo sulle nostre esperienze. Spesso, dall’esterno, tendiamo a etichettare un atto estremo come un omicidio definendolo superficiale, quasi come se fosse un gesto privo di spessore umano. Tuttavia, la riflessione di oggi ha ribaltato questa prospettiva, chi compie un atto simile, per poterlo fare, deve necessariamente stendere una coperta sulle proprie emozioni, sulle paure e su tutto il proprio bagaglio vissuto.

È una sorta di anestesia emotiva necessaria per agire, ma se abbiamo il coraggio di sollevare quel velo, ci accorgiamo che dietro non c’è affatto superficialità. Al contrario, emerge tutto il peso dei sentimenti e dei motivi che hanno spinto la persona a quel gesto. A questo punto, definire l’azione come “superficiale” sembra quasi un insulto, perché ignora la complessità e il dramma che stanno sotto la superficie. Solo togliendo quella coperta possiamo davvero comprendere l’uomo nella sua interezza, riconoscendo che il gesto è solo la punta di un iceberg fatto di un bagaglio emotivo profondo e spesso doloroso.

Sofia Pellini

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà