Il prezzo del trono

In un mondo parallelo, il Governo della città ha imposto la “Legge dell’Ascesa”. Il principio è spietato, per contare qualcosa, per non essere calpestato e per salire nella scala sociale, ogni cittadino ha l’obbligo di eliminare due persone al giorno. Chi non uccide rimane in fondo, destinato a subire, considerato un debole.

In questo sistema la gente non uccide perché è nata “cattiva” o spietata. Ci si adegua per paura, per condizionamento della famiglia, perché si cresce in quartieri dove fin da bambini ti insegnano che l’unico modo per non essere una vittima è diventare un carnefice. Per fare carriera e guadagnarsi il rispetto del gruppo, i giovani imparano a soffocare le proprie emozioni e a indossare la maschera del “duro”.

Chi arriva in cima alla piramide non è un robot senza sentimenti, ma una persona devastata. Dietro l’arroganza e il potere si nascondono uomini e donne che la notte non riescono a dormire, schiacciati dal peso dei propri fallimenti e da una solitudine immensa. Hanno dovuto “uccidere” la propria parte fragile e umana pur di non mostrare la paura del giudizio e del rifiuto.

Un giorno succede qualcosa. Uno dei leader più temuti si trova davanti alla sua quota quotidiana. Sta per colpire, ma guarda l’altro negli occhi e vede la stessa paura, la stessa solitudine che prova lui. Non vede un nemico, ma uno specchio. Abbassa l’arma e dice basta.

Le conseguenze sono immediate. Viene accusato di essere un traditore, un debole, viene spogliato di tutto e gettato fango sulla sua storia.

Ma la vera scoperta avviene quando viene isolato da tutti. Per la prima volta, liberato dall’obbligo di dimostrare di essere un “duro” e di dover essere all’altezza delle aspettative degli altri, sente un senso di pace mai provato prima. Riconosce che la violenza non era una sua vera scelta, ma una gabbia ereditata dal contesto in cui era cresciuto.

Il suo rifiuto diventa una crepa nel sistema. Uno alla volta, altri “uomini forti” iniziano a fermarsi. Non perché siano diventati “buoni” dall’oggi al domani, ma perché stanchi di far soffrire se stessi e gli altri pur di rincorrere una finta forza che li lascia solo più solo.


Questo racconto nasce dal lavoro di confronto che svolge il Gruppo della Trasgressione in carcere. Ascoltando le storie di chi ha vissuto in contesti di criminalità, emerge come la violenza sia vista quasi sempre come l’unico modo per essere accettati, per dimostrare di essere “uomini d’onore” o semplicemente per sopravvivere e sentirsi all’altezza in un ambiente dove è difficile trovare alternative. 

È facile lasciarsi appiattire dall’idea che chi ha commesso un reato grave sia un “mostro”. La realtà che tocchiamo con mano al Gruppo della Trasgressione è che dietro l’atto violento c’è quasi sempre una persona che ha imparato a usare l’aggressività come corazza per nascondere le proprie fragilità, i propri traumi familiari e il terrore di essere distrutta dal contesto in cui viveva. Uccidere l’altro, o prevaricarlo per salire in alto, è la risposta disperata di chi si sente infinitamente piccolo e solo.

Col mio racconto cerco di riproporre quanto vedo accadere al gruppo: il cambiamento vero non comincia quando si giudica e si insulta chi ha sbagliato, ma quando si dà a quella persona la possibilità di togliersi la maschera, di scoprire che la vera forza non sta nel dimostrare di essere invincibili, ma nella capacità di ascoltare l’altro e, in questo modo, di dire “basta” alla catena della sopraffazione.

Sofia Pellini

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

L’epidemia del vuoto

Mesi fa, nei bollettini medici e sui giornali, è comparsa la notizia di una nuova e strana sintomatologia. Non è un virus, ma una reazione fisica improvvisa; le persone hanno iniziato a manifestare sul viso e sulle mani delle macchie scure, irregolari e molto visibili, del tutto innocue per la salute, ma che comparivano soltanto nei momenti in cui ci si sentiva profondamente soli, incompresi o abbandonati.

Il fatto interessante è che queste macchie non comparivano quando si era da soli in una stanza, ma proprio quando si era in mezzo agli altri, a cena con gli amici, al lavoro, durante un pranzo di famiglia o accanto al proprio partner.

All’inizio è stato uno shock. Le persone, vergognandosi di mostrare le proprie fragilità e il proprio vuoto interno, hanno iniziato a truccarsi pesantemente, a coprirsi con sciarpe e guanti anche in estate, pur di non far vedere agli altri il peso del proprio isolamento emotivo.

Chi mostrava questi segni veniva evitato, come se la solitudine fosse una colpa o una malattia infettiva.

Un pomeriggio però, nel cortile di un luogo d’incontro, un ragazzo ha deciso di non nascondersi più. Ha tolto la sciarpa che gli copriva il volto, mostrando a tutti le macchie sul suo viso.

Un ragazzo di fianco a lui, che fino a quel momento aveva finto che andasse tutto bene mantenendo un atteggiamento duro e distaccato, lo ha guardato negli occhi, e senza dire una parola, si è tolto i guanti, rivelando di avere gli stessi identici segni sulle mani.

In quel preciso istante, per la prima volta, i due si sono guardati senza maschere. E non appena l’altro ha detto semplicemente “Ti vedo”, le macchie sulla pelle di entrambi hanno iniziato a svanire.

La “falsa epidemia” si è estinta così com’era arrivata, nell’esatto momento in cui le persone hanno smesso di nascondere la propria solitudine e hanno usato la propria vulnerabilità non come una colpa, ma come un ponte per avvicinarsi agli altri.


La solitudine è una delle poche condizioni umane che colpisce tutti almeno una volta, ma ci vergogniamo tremendamente di ammetterlo. Spesso la mascheriamo dietro impegni, arroganza o finta autosufficienza pur di non mostrare quanto ci sentiamo soli.

Ho voluto fare riferimento ad una frase celebre del film Avatar, “Ti vedo”, che significa molto di più di un guardare con gli occhi, significa accogliere l’esistenza dell’altro, riconoscerlo nella sua essenza, senza filtri e senza pretese di cambiarlo.

La solitudine vera non è la mancanza di persone intorno a noi, ma la sensazione di essere invisibili anche quando siamo in mezzo alla gente. Nel mio percorso al Gruppo della Trasgressione vedo spesso come alziamo muri e indossiamo corazze per la paura di non essere capiti o di essere giudicati fragili. 

Per la mia esperienza, posso dire che la solitudine si supera solo quando abbiamo il coraggio di abbassare le difese, farci guardare dentro e dire all’altro “Ti vedo”, accettando le sue vulnerabilità e mostrando le nostre. È lì che nasce la vera connessione umana.

Sofia Pellini

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

L’intervista al Dott. Luigi Pagano

Sull’intervista col dott. Luigi Pagano
a DELITTO E CASTIGO su GIORNALE RADIO

Luigi Pagano nell’intervista racconta il suo percorso professionale, nato dall’interesse per il diritto penale e la criminologia, che lo ha portato a dirigere importanti istituti penitenziari italiani come San Vittore e Bollate.

Non esiste una sola causa che porta una persona a delinquere -dice Pagano- dietro un reato ci sono fattori sociali, familiari e personali che si intrecciano tra loro in modo complesso.

Uno dei temi centrali è la possibilità di cambiamento. Secondo Pagano, punire una persona non basta, perché per cambiare davvero servono occasioni di confronto, relazioni sane e percorsi che aiutino a ricostruire la propria vita. Per questo il dott. Pagano dà molta importanza ai gruppi di dialogo, al supporto psicologico e a tutte quelle attività che permettono ai detenuti di sentirsi ancora parte della società.

Anche il Prof insiste sul bisogno umano di sentirsi riconosciuti e ascoltati, spesso chi finisce nella devianza cresce con un senso di rabbia, di abbandono o di sfiducia verso le autorità.

Le strutture italiane, dice Pagano, hanno delle difficoltà concrete, soprattutto a causa del sovraffollamento, che rende molto difficile rispettare il principio della rieducazione previsto dalla Costituzione. Egli sottolinea come molte persone detenute vivano già situazioni di fragilità, povertà, dipendenze o emarginazione sociale, e sostiene che senza politiche sociali, sostegno psicologico, istruzione e possibilità lavorative sia impossibile pensare a un vero cambiamento.

Questa riflessione mi ha colpito molto perché spesso tendiamo a vedere chi sbaglia solo attraverso il reato che ha commesso, senza chiedersi cosa ci sia dietro. Non avevo mai riflettuto davvero sul fatto che tante persone possano cercare attenzione o appartenenza nei contesti sbagliati semplicemente perché nella loro vita non si sono mai sentite importanti per qualcuno.

Secondo me è vero che una persona non cambia solo per paura della punizione. Può cambiare quando incontra qualcuno che riesce a farle capire che vale ancora qualcosa e che può costruirsi una vita diversa. Inoltre l’idea dell’autorità non vista soltanto come qualcuno che impone regole, ma come una figura capace di aiutare gli altri a crescere, è un punto di svolta. Penso che questo concetto valga non solo in questi contesti, ma anche nella scuola, nella famiglia e in generale nei rapporti umani.

Alla fine, questa intervista lascia un messaggio molto forte, la sicurezza non si costruisce solo con pene più dure, ma anche investendo sulle persone, soprattutto quando sono giovani e fragili. Se una società lascia indietro certe persone e si occupa di loro solo quando sbagliano, sarà sempre più difficile interrompere certi percorsi.

Sofia Pellini

L’intervista a Luigi Pagano – Le Interviste di Delitto e Castigo
Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

L’intervista con Roberta Cossia

Sull’intervista con la dott.ssa Roberta Cossia
a DELITTO E CASTIGO su GIORNALE RADIO

Il dialogo tra la dottoressa Roberta Cossia, magistrato di sorveglianza, e il Prof Aparo, affronta un tema tanto complesso quanto delicato: cosa succede dopo una condanna e perché molti giovani finiscono per delinquere.

Un primo dato che riferisce la dott.ssa Cossia smonta molte delle nostre paure quotidiane: grazie alle misure alternative al carcere (come l’affidamento ai servizi sociali o i percorsi terapeutici), le persone che tornano a commettere reati sono calate dall’80% a meno del 10%. Questo significa che aiutare un condannato a reinserirsi nella società non è un atto di pura bontà o debolezza, ma una scelta intelligente che rende le nostre città più sicure, anche se i telegiornali e i social tendono spesso a raccontare un paese molto più pericoloso di quello che è in realtà.

Quando il discorso si sposta sui più giovani, si cerca di capire da dove nasca questa rabbia. Oggi i ragazzi si trovano a vivere in una profonda solitudine, senza veri punti di riferimento e con l’illusione del mondo digitale che accorcia le distanze ma aumenta il senso di minaccia.

La dott.ssa Cossia punta il dito contro l’ossessione per il successo e il merito a tutti i costi, una competizione continua che stritola chi non ce la fa, trasformando la delusione in rabbia.

Il Prof Aparo, d’altra parte, spiega che chi fa una rapina o spaccia non è semplicemente un ragazzo “debole” o sfortunato, ma qualcuno di profondamente arrabbiato che si sente invisibile e usa l’illegalità come una scorciatoia per sentirsi potente, importante e rispettato in un mondo dal quale si sente lasciato ai margini.

Per salvarli, l’unica strada è quella di un rapporto umano vero con le istituzioni, che non devono pretendere solo obbedienza, ma devono dare ai ragazzi gli strumenti culturali per crescere e diventare responsabili.

Trovo che questo confronto metta a nudo il più grande difetto della nostra società. Pretendiamo che tutti siano sempre perfetti, vincenti e performanti, dimenticandoci che la vita è fatta anche di fragilità, cadute e punti di partenza totalmente diversi. Curare la criminalità solo con la paura o con la prigione è come voler curare una malattia ignorandone la causa. I dati parlano chiaro, la riabilitazione funziona molto meglio della semplice punizione.

Sono stata molto colpita dall’umanità della dott.ssa Cossia quando le ho sentito confessare il peso enorme che si porta dentro per un errore commesso in passato: è la prova che la giustizia ha bisogno di sensibilità e intuito, cose che nessuna macchina o intelligenza artificiale potrà mai replicare.

Infine, condivido in pieno l’idea del Prof sul “teorema di Pitagora” come simbolo dell’educazione, chi ha sbagliato non va compatito o trattato con buonismo, ma va sfidato a crescere. Solo attraverso lo studio, la cultura e la dignità della parola un ragazzo arrabbiato può capire il valore di se stesso e degli altri, smettendo di essere un pericolo e diventando finalmente un cittadino.

L’intervista a Roberta Cossia – Le Interviste di Delitto e Castigo
Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

 

L’intervista a Lara Giovanelli

Riflessioni sull’intervista con Lara Giovanelli
a DELITTO E CASTIGO su GIORNALE RADIO

L’intervista a Lara Giovanelli consegna a chi ascolta il suo recente percorso di trasformazione umana e professionale, stimolato in buona misura dall’incontro con il Gruppo della Trasgressione.

Lara, consulente aziendale e psicologa, racconta come il suo tirocinio nel contesto carcerario si sia trasformato in una vera rivoluzione interiore, spostando il suo focus dall’organizzazione del lavoro alla comprensione della devianza intesa, non già come etichetta, ma come fenomeno clinico e umano. All’inizio l’impatto col carcere e con i detenuti è stato per lei destabilizzante, al punto da farle temere di non poterne reggere la complessità, ma con il tempo Lara ha sviluppato una resilienza che le permette oggi di porsi in un ascolto attivo e profondo delle storie “sbagliate” dei detenuti.

Il lavoro del Gruppo si distingue per la sua lentezza e per la capacità di portare bellezza e cultura in carcere, strumenti ritenuti indispensabili per generare libertà interiore e consapevolezza.

Lara descrive il suo ruolo come quello di uno “strumento utile” alla prevenzione e al reinserimento, sottolineando come atti concreti di fiducia, come accompagnare personalmente un detenuto in radio (Ignazio Marrone), siano fondamentali per abbattere le barriere del pregiudizio e dell’indifferenza.

L’aspetto che più mi ha colpito in questo scambio è la distinzione che si fa tra l’autorità che impone e la guida che ispira. Mi affascina l’idea che la legalità non debba essere insegnata attraverso il timore della sanzione, ma “seducendo” l’individuo verso il piacere della partecipazione sociale. È un concetto potente, trasformare la norma da un limite esterno a un’esigenza interna dell’individuo. In un mondo che spesso corre verso soluzioni punitive e sbrigative, l’elogio della lentezza e dell’empatia proposto da Lara e dal Prof ci ricorda che il vero cambiamento richiede tempo e, soprattutto, la capacità di vedere l’uomo oltre l’errore commesso.

Posso comprendere le parole di Lara quando dice che è stato destabilizzante all’inizio. Durante i primi incontri col gruppo io mi sentivo quasi inutile rispetto alla portata delle storie dei detenuti. Ma con il tempo ho capito che anche con le parole più semplici si può aiutare a stare meglio. I detenuti sono persone come tutti, non hanno bisogno di essere trattati con i guanti, necessitato uno stile comunicativo diretto e incisivo, come quello del Prof.

Questo percorso arricchisce tutte le persone che partecipano: noi esterni, in quanto le parole dei detenuti sono nutrienti per vedere le cose da un altro punto di vista, e loro, che si devono sentire accolti e non giudicati da noi. E’ un rapporto grazie al quale ci si influenza e ci si arricchisce a vicenda con i contenuti e con le emozioni che ogni volta nascono al tavolo del gruppo.

Sofia Pellini

L’intervista a Lara Giovanelli – Le Interviste di Delitto e Castigo
Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

Marisa Fiorani a Delitto e Castigo

Riflessioni sulle interviste con Marisa Fiorani 
a DELITTO E CASTIGO su GIORNALE RADIO

Marisa Fiorani è una madre che ha vissuto la tragedia indicibile di perdere la figlia Marcella, assassinata dalla Sacra Corona Unita in Puglia. Marisa racconta il suo primo, drammatico impatto con questa realtà, racconta che, all’inizio, dolore e rabbia quasi non le permettevano di vivere.

Ma col tempo e con l’incontro con Libera, Marisa ha imparato a non sentirsi prigioniera del dolore, fino a farlo diventare motivo per conoscere la storia di chi ha commesso reati. Questo l’ha motivata a chiedere al dott. Francesco Cajani di farle conoscere il carcere e, da lì, il suo incontro col Gruppo della Trasgressione.

La prima volta al tavolo, con commozione, ha raccontato la sua storia. Poco dopo un membro del gruppo – un uomo con un passato pesante legato alla criminalità organizzata – si è alzato e l’ha abbracciata. Da quel momento si è rotto un muro, si è aperta una breccia attraverso la quale il “carnefice” prova a incontrare la propria e altrui umanità.

Nel corso dell’intervista il Prof interviene per spiegare la filosofia che muove gli incontri del gruppo: l’obiettivo non è fare del semplice volontariato o della beneficenza, ma creare un “contenitore emotivo” in cui la sofferenza di chi ha subito il reato e il percorso di rielaborazione di chi lo ha commesso possano incontrarsi. In questo spazio non ci si siede per osservare gli altri, ma per partecipare attivamente. Allo stesso tempo, il silenzio, in questi contesti, ha un valore terapeutico immenso, si sta zitti per accogliere il dolore dell’altro e per aiutarlo a stare in piedi mentre si mette a nudo.

Questo percorso ha permesso a Marisa di trasformare la sua sofferenza in qualcosa di utile per la società, specialmente attraverso gli incontri con le scuole, dove la sua testimonianza e quella dei detenuti diventano uno strumento potente di prevenzione per i giovani.

La storia di Marisa tocca delle corde che fanno tremare le mani perché mette di fronte alla domanda più difficile di tutte: cosa faresti se ti strappassero la cosa più cara al mondo?

La reazione naturale sarebbe l’odio, un muro di cemento armato contro chi ti ha fatto del male. Eppure, la sua scelta di sedersi allo stesso tavolo con chi ha fatto parte di quel mondo criminale dimostra un coraggio quasi sovrumano, che va ben oltre il concetto tradizionale di perdono. Non si dimentica e non si sminuisce l’orrore, ma si cerca di capire che l’odio sterile finisce per consumare chi lo prova, diventando una seconda condanna.

L’intuizione del Prof trova qui la sua conferma più alta, il dolore non si cura con i manuali, ma offrendo un luogo sicuro dove farlo straripare. Quando un ex detenuto abbraccia una madre vittima, in quel singolo istante si rompe il circuito della violenza che alimenta le mafie e la devianza. È una giustizia che non si accontenta di applicare un codice penale dentro una cella, ma che cerca di ricostruire il tessuto umano strappato.

Fa riflettere anche la critica implicita alla nostra quotidianità: siamo troppo, e inopportunamente, abituati a delegare la giustizia alle istituzioni, a chiudere i problemi dietro le sbarre per non vederli, pensando che la punizione, da sola, basti a risolvere il male.

Questa testimonianza ci ricorda che il carcere, senza un percorso di profonda rielaborazione emotiva e senza un ponte con l’esterno, rimane solo un vuoto a perdere. In una società che scappa dalla sofferenza e che cancella chi sbaglia, l’esempio di questo incontro ci spinge a chiederci se siamo pronti a guardare oltre i nostri pregiudizi, ad ascoltare davvero le storie degli altri e ad accettare le nostre stesse fragilità come parte di un cammino comune.

Sofia Pellini

Marisa Fiorani, Marisa e Antonio Tango, Marisa e Flavio Merlo
Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

L’intervista a Ignazio Marrone

Riflessioni sull’intervista con Ignazio Marrone 
a DELITTO E CASTIGO su GIORNALE RADIO

L’intervista con Ignazio Marrone mi ha colpito soprattutto per il modo molto umano con cui emerge il suo bisogno di sentirsi riconosciuto, apprezzato e voluto bene. A differenza di altre testimonianze in cui il potere criminale viene raccontato principalmente come dominio sugli altri, nel suo caso sembra esserci soprattutto il desiderio di essere accettato e considerato importante attraverso ciò che faceva per gli altri, anche se in modo illegale.

E’ cresciuto in un contesto in cui la criminalità era già presente nella vita familiare, fin da piccolo vedeva il padre e il fratello come modelli da imitare, e alcune azioni illegali venivano percepite come pratiche normali. Quando si trasferì dalla Sicilia a Milano, affrontò un momento difficile, era lontano dalla famiglia, dalle amicizie e dai luoghi in cui era cresciuto. Da lì inizia progressivamente a delinquere insieme al fratello, entrando sempre di più in un ambiente criminale legato al traffico di auto rubate e ai rapporti con la ’Ndrangheta.

Ignazio racconta la propria devianza non tanto come ricerca di violenza, ma come una forma distorta di gratificazione personale, dice che si sentiva quasi un “Robin Hood delle macchine”, rubava auto, smontava i pezzi e aiutava altre persone a sistemare le proprie vetture.

Il problema è che in quel momento vedeva soltanto la gratitudine di chi riceveva il favore, mentre era completamente cieco rispetto al dolore provocato a chi subiva il furto. Questo aspetto fa riflettere molto su come una persona possa costruirsi una giustificazione morale per le proprie azioni quando vive per anni dentro determinati ambienti.

Il Prof spiega che Ignazio sembra avere un bisogno fortissimo di sentirsi apprezzato dagli altri, lui stesso racconta di sentirsi bene quando qualcuno gli sorride, lo ringrazia o gli dimostra affetto. In passato cercava questo riconoscimento attraverso il denaro, i favori e il potere legato alle attività illegali, oggi invece sembra cercarlo attraverso relazioni più autentiche e attraverso il lavoro.

Ho trovato molto significativo il rapporto che Ignazio ha con i suoi i figli, racconta che da piccoli lo vedevano quasi come un eroe, soprattutto perché riusciva a comprare loro tutto ciò che desideravano. Dopo l’arresto, però, il figlio ha iniziato a soffrire profondamente sia per la sua assenza sia per le conseguenze sociali della detenzione.

Mi ha colpito il momento in cui Ignazio dice di aver dovuto spiegare al figlio che lui non era un eroe e che non doveva nascondere la verità sulla sua situazione e dimostra quanto sia importante, all’interno di un percorso di cambiamento, imparare ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni davanti alle persone che si amano.

Secondo me, uno dei punti più significativi dell’intervista riguarda proprio il valore educativo del carcere. Ignazio racconta più volte quanto siano stati importanti per lui il lavoro, il confronto con il Gruppo della Trasgressione e il sentirsi utile agli altri, dice che, proprio per questo,  il carcere dovrebbe offrire più possibilità lavorative, più studio e più percorsi di confronto umano. Non si cambia solo attraverso la punizione, ma soprattutto quando viene data la possibilità di sentirsi utile, responsabile e riconosciuto in modo positivo.

Trovo interessante, infine, come è cambiato il suo rapporto con le regole. Ignazio afferma che oggi si sente addirittura più libero rispettando le norme rispetto a quando viveva nella criminalità. Questo mi sembra molto importante, perché mostra una nuova idea di libertà, non più una libertà egoistica costruita senza pensare agli altri, ma una libertà che esiste insieme al rispetto delle altre persone, un po’ quello che alla fine diceva anche Alessandro Crisafulli.

Sofia Pellini

L’intervista a Ignazio Marrone – Le Interviste di Delitto e Castigo
Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

Word Count

L’ispirazione per il testo che segue è arrivata dopo la visione del film In Time, dove, in un futuro distopico, il tempo è diventato l’unica moneta di scambio possibile. Le persone pagano ogni cosa con i minuti della propria vita e hanno un timer luminoso sul braccio che, quando arriva a zero, li uccide.


È stato avviato un progetto pilota nelle carceri, a dir poco rivoluzionario! La sperimentazione prende il nome di Pena Silenzio. In questo caso, lo stesso, identico principio del film è stato applicato alle parole. Ogni detenuto dispone di un budget massimo di 50 parole al giorno. Un bracciale elettronico collegato alle corde vocali mostra un timer luminoso che scala il conto ogni volta che si apre bocca.

Arriva una mazzata, il metodo di pagamento. Quando un individuo sfora le 50 parole giornaliere, la macchina si collega ai dati del tribunale, e ogni parola in più costa un mese di carcere in aggiunta alla pena. Le parole sono la moneta più pericolosa del mondo!

All’inizio tutti vengono presi dal panico, nelle celle, nei corridoi, non vola una mosca. I detenuti passano le prime ore del mattino a calcolare come spendere intelligentemente il proprio bagaglio di parole. C’è chi consuma tutto subito per salutare la famiglia al telefono e chi invece risparmia parole in modo ossessivo, tenendole da parte per le emergenze, comunicando a gesti.

Gli ideatori di questa nuova pena pensavano che questo sistema avrebbe piegato la resistenza dei detenuti, che li avrebbe isolati gli uni dagli altri, rendendoli semplicemente più obbedienti e riducendo di conseguenza i contrasti con il personale. Ma qualche mese dopo l’inizio della sperimentazione si è attivata una dinamica imprevista: visto che parlare costava giorni di libertà, i detenuti hanno iniziato ad ascoltarsi.

Prima della riforma, il carcere era invaso da fiumi di parole, racconti di rapine, di colpi milionari, si urlava per nascondere i propri pensieri o per fare i duri. Le parole venivano usate come corazza per nascondere le proprie fragilità. Adesso che parlare è un lusso, quel rumore di fondo è scomparso.

Nelle celle si è creato uno spazio nuovo. Quando un detenuto decide di spendere 10 delle sue parole per dire ad un compagno “oggi sto male, mi manca mio figlio”, gli altri evitano di rispondere per non sprecare il loro budget quotidiano, ma allo stesso tempo si fermano ad ascoltare, lo guardano negli occhi, ne cercano i sentimenti e fanno spazio a quelli che loro stessi provano in risposta alle sue parole.

Il silenzio, non più vissuto come punizione, è diventato ogni giorno di più uno spazio per accogliere e dare valore alle parole e alle storie dei compagni.

La sperimentazione è stata presto sospesa, in quanto non ha prodotto l’isolamento previsto, ma, al contrario, solidarietà tra i detenuti e, addirittura, una diffusione del piacere di ascoltare gli altri, compresi gli agenti in divisa. Nulla di male, in realtà, salvo la necessità di riorganizzare il rapporto tra le diverse figure che popolano il mondo del carcere.

Nel frattempo e in attesa che vengano diffusi dal DAP nuovi criteri per regolamentare gli scambi tra reclusi e operatori, i detenuti hanno scoperto che ascoltare e comprendere quello che prova un altro soggetto vale di più che raccontare storie sulle proprie imprese e glorie passate.


Anche questa storia è venuta da sé, ma ci tengo a dire cosa mi ha motivato a scriverla.

Il film In Time è stata la mia ispirazione, lo stimolo per comprendere che troppo spesso diamo valore alle cose solo quando vengono razionate. In carcere il tempo e le parole vengono sperperati… tante volte le parole vengono addirittura utilizzate come moneta falsa per guadagnare prestigio e potere, per non affrontare il disagio del proprio fallimento e della propria impotenza nel presente.

La mia è una sorta di provocazione e allo stesso tempo un tentativo di mettere insieme parte di quello che ho capito col mio tirocinio al Gruppo della Trasgressione e con questa mia esperienza in carcere: per iniziare un cambiamento vero, credo occorra saper gestire il capitale di parole a nostra disposizione, smettendo di usarle per giustificarsi o per autocelebrarsi.

Spesso vediamo il silenzio come una privazione, ma secondo me è uno spazio dove coltivare l’empatia. Smettendo di riempire l’aria con vecchi codici, riusciamo a sentire la voce dell’altro, la parola ha un prezzo altissimo e il vero guadagno sta nella capacità di fare silenzio e saper ascoltare.

Sofia Pellini

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

Vero Sguardo

Un giovedì a Bollate, il Prof ci ha parlato del Giornale del Falso, una sezione sul sito in cui ci sono racconti falsi, inventati. Ha incoraggiato noi del gruppo a scrivere delle notizie false, non dandoci troppe “regole” se non: il racconto deve categoricamente essere falso!

Visto che mi ha incuriosito molto questa cosa, sono andata a leggere alcuni racconti, ed uno in particolare mi ha trasmesso proprio ciò che andava trasmesso. Il racconto di cui parlo si chiama Sconfitto definitivamente il male di Marco Beretta. Parla di un’invenzione assurda creata dagli scienziati cinesi e indiani, un macchinario capace di ripristinare il cervello delle persone, cancellando la loro identità per sostituirla con una memoria artificiale, immacolata. Ciò che ho capito da questa storia è che pur di non vergognarsi del proprio passato, le persone sarebbero disposte a rinunciare a tutti i ricordi. Un mondo perfetto sarebbe in realtà un mondo finto.

Ho riflettuto su questo concetto, la paura del giudizio e la cancellazione della nostra parte vulnerabile, fragile, quindi mi sono chiesta: cosa succederebbe se inventassimo uno strumento, non per cancellare il passato, ma per controllare e calcolare la sincerità nelle persone che abbiamo di fronte? Essendo la fiducia un tema per me importante, mi sono sentita di scrivere su questo.


VERO SGUARDO

Un bel giorno, un’equipe di scienziati, psicologi e medici da tutte le parti del mondo, si sono riuniti per creare una tecnologia all’avanguardia, qualcosa di mai visto prima. Questa tecnologia pazzesca, applicabile a lenti a contatto o speciali occhiali, è stata chiamata Vero Sguardo. Praticamente un software analizza i movimenti invisibili degli occhi, permettendo di vedere in tempo reale una barra luminosa sopra la testa della persona che hai di fronte.

Se la barra è verde e vicina al 100%, significa che la persona è sincera, se la percentuale invece scende, e diventa rossa, significa che l’altro sta fingendo, sta calcolando qualcosa o ti sta dicendo cavolate.

Inizialmente è stato un successo incredibile. Nei tribunali, nei colloqui di lavoro e nei negozi le truffe sono sparite in un secondo. Anche nelle carceri l’invenzione è stata accolta come una rivoluzione magnifica: bastava guardare un detenuto negli occhi per capire subito se fosse pentito o se stesse solo recitando la parte del “bravo ragazzo” per avere i permessi.

E nelle storie d’amore non ne parliamo, bastava un solo sguardo a tavola con il proprio partner per capire se provasse ancora quella complicità vera o se si stava insieme solo per abitudine. Gli scienziati dicevano che entro pochi anni il dubbio e l’inganno sarebbero spariti dal mondo.

Succede però qualcosa, a pochi mesi dall’uscita di questa nuova tecnologia:le persone smettono di guardarsi negli occhi.

Nelle metropolitane, nei gruppi di amici e persino dentro casa, la gente cammina con la testa bassa o indossando occhiali da sole anche la notte.

E questo cosa vuol dire? Beh ovvio, no? L’essere umano ha una paura tremenda di mettersi a nudo, avere la certezza assoluta ha tolto il bello delle relazioni, ma cosa più importante, ha svelato che sotto la freddezza o il bisogno di controllo, ognuno nasconde insicurezze, paure, timore del giudizio ecc.

Sapere che chi hai davanti calcola ogni tua esitazione ha congelato i rapporti umani. Nessuno ad oggi ha più il coraggio di farsi guardare dentro.

Questa invenzione potrebbe essere fatta fuori all’istante, si sceglierà di tornare al rischio di essere traditi, al disagio di non sapere cosa l’altro pensi di noi, e alla fatica di costruire la fiducia giorno dopo giorno, pur di ritrovare la forza di due occhi che si incrociano senza vergogna, senza certezze.


Ora mi piacerebbe spiegare il senso del mio racconto, o comunque l’importanza che gli ho dato io. La storia di Marco Beretta e la mia si uniscono perché in entrambe c’è l’illusione che la tecnologia, o il controllo totale, possano salvarci da ciò che ci fa soffrire.

Io in primis vivo con la fissa di voler calcolare tutto e spesso alzo dei muri per non mostrare le mie fragilità. L’invenzione Vero Sguardo rappresenta questo finto bisogno di sicurezza assoluta.

Come nella storia di Beretta, dove un uomo senza ricordi dolorosi non è più un uomo, anche nella mia storia un uomo che non rischia più di fidarsi perde la capacità di amare.

La fiducia non è un algoritmo, ma un atto di coraggio che nasce quando accettiamo il disagio di essere vulnerabili, abbassiamo le difese e permettiamo all’altro di guardarci dentro per come siamo, con tutte le nostre ombre e le nostre insicurezze.

Sofia Pellini

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

Tradimenti, fiducia e Kintsu-gi

Giovedì 11/06/2026
BOLLATE

L’incontro di oggi mi ha portato a riflettere molto su un’idea che il Prof tiene in grande considerazione, ovvero il modo in cui chi commette un reato percepisce l’autorità. Da parte del reo, la visione delle regole e della giustizia è distorta, come se la legge fosse solo un nemico da evitare e non qualcosa che protegge tutti noi.

Abbiamo capito che questo modo di pensare spesso nasce da una storia personale difficile, molti dei detenuti si sono sentiti traditi in passato, forse dalle loro famiglie o dalla società, perciò si sono concessi di ricambiare il mondo con la stessa moneta. Purtroppo però, questo atteggiamento crea solo un circolo vizioso, dove l’abuso finisce per compromettere la fiducia di tutta la comunità.

Dopo queste considerazioni ci siamo chiesti come si possa riparare questa rottura, e abbiamo parlato del Kintsugi, l’arte giapponese di aggiustare la ceramica usando l’oro per mettere in mostra le crepe. Nel gruppo sono nate due idee diverse: qualcuno diceva che un legame rotto non torna mai come prima; altri sostenevano che lo sforzo per ripararlo potesse renderlo ancora più forte.

Questo discorso mi ha costretto a farmi delle domande personali, riscontrando due modi completamente diversi di vedere la fiducia nella mia vita privata e nella mia futura professione. Se penso alla mia vita di tutti i giorni, alle cose che succedono tra ragazzi, come un fidanzato che tradisce o un’amica che ti parla alle spalle, io sono la prima a dire che quando la fiducia si rompe, è finita. Preferisco chiudere la porta perché non ho voglia di rimettermi in gioco con il rischio di farmi calpestare o umiliare di nuovo. È una mia difesa, non dico che sia giusto.

Ma quando si parla di carcere, di reati e di persone che stanno pagando per i loro errori, il mio modo di vedere le cose cambia completamente. Lì dentro l’oro del Kintsugi non è solo una bella frase, ma è la fatica vera, il dolore e lo scavo interiore che queste persone fanno per anni nei gruppi per capire dove hanno sbagliato.

Se una volta usciti noi continuassimo a guardarli con sospetto, staremmo dicendo che tutto quel dolore non è servito a niente e che le persone non possono cambiare. Finiremmo per tradirli un’altra volta, confermando la loro idea che il mondo è solo un posto ostile.

Io non voglio pensare in questo modo, voglio credere che se una persona si assume la responsabilità delle sue azioni e spende tutte le sue energie per rimettere insieme i pezzi, merita una seconda possibilità reale. Una volta fuori, la mia fiducia la avranno di sicuro, perché dare fiducia a chi ha faticato per cambiare è l’unico modo per spezzare quella catena di tradimenti e dare un senso al percorso riabilitativo.

Sofia Pellini

E poi ho visto te, di Cisky Capizzi, Alessandro Radici e la Trsg.band

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà