Sono Domenico Mazzitelli, detenuto al carcere di Opera con pena all’ergastolo e frequento da tanti anni il Gruppo della Trasgressione.
Il dott. Aparo, ogni mercoledì, ci intavola tematiche sulle quali ognuno di noi esprime i propri punti di vista; la settimana scorsa ci ha parlato di transfert. Ho riflettuto sul punto, così mi sono deciso a scrivere qualcosa che spero diventi un argomento da discutere insieme al tavolo.
Il transfert è un processo invisibile attraverso cui un dolore mai elaborato cambia bersaglio. Non scompare, non si spegne: si sposta. Un bambino cresce in una casa dove la figura che dovrebbe proteggerlo è la stessa che lo ferisce. Il padre lo umilia, lo picchia, lo terrorizza. Ogni insulto diventa una cicatrice, ogni abuso un mattone che contribuisce a innalzare un muro dentro di lui. Da piccolo non può reagire, è troppo debole, troppo dipendente e troppo spaventato.
Così la rabbia resta intrappolata. Con il passare degli anni quell’odio verso il padre diventa parte della sua identità. Mentre gli altri costruiscono relazioni, lui coltiva rancore. Dentro di sé continua a rivivere le stesse scene, come in un film che non smette mai di essere proiettato. Da adulto, il padre non è più presente oppure non rappresenta più una minaccia reale, ma la rabbia è ancora lì, intatta. Non avendo mai trovato uno sfogo serio o una possibilità di guarigione, cerca una via d’uscita.
È qui che nasce il transfert: il bersaglio originale viene sostituito da altri individui. Le persone che incontra diventano simboli inconsci del padre che ha odiato per tutta la vita; un’offesa minima viene percepita come un’aggressione. La reazione non è proporzionata al presente perché appartiene al passato.
Quando esplode, la sua violenza non è diretta soltanto contro le vittime che ha davanti; in realtà egli sta combattendo contro il fantasma del padre che continua a vivere nella sua mente. Ogni atto criminale diventa un tentativo distorto di vendicarsi di chi gli ha rubato l’infanzia. Tuttavia la vendetta non funziona, nessuna vittima potrà sostituire davvero il responsabile originario del suo dolore.
Una persona ferita trasforma la propria sofferenza in sofferenza per gli altri. Il trauma iniziale non viene risolto ma replicato. Le vittime cambiano mentre la rabbia resta la stessa.
Questa dinamica mostra come gli abusi infantili possano generare conseguenze profonde e durature. Non tutti coloro che subiscono violenza diventano violenti, ma quando il trauma viene represso o alimentato dall’isolamento, può trasformarsi in una forza distruttiva capace di deformare la percezione della realtà e delle relazioni umane.
Il transfert, in questo contesto, è il passaggio del dolore da una persona all’altra, un’eredità tossica che si muove attraverso la rabbia, finché qualcuno non riesce a interrompere il circolo.
Questi processi non si verificano solo tra le mura domestiche, ma anche nelle scuole, sui social, nei rioni in degrado dove si creano i branchi e si pratica bullismo su ragazzi più deboli o problematici.
Credo che vada fatta più prevenzione dalle istituzioni con personale competente, aiutando i ragazzi nelle loro problematiche ed evitando il cammino verso la devianza, perché purtroppo aumenta sempre di più la piaga sociale della criminalità.
Domenico Mazzitelli