Il Transfert

Trasferire, Tradurre, Trasformare

Il transfert può essere inteso come la riattivazione inconsapevole, nel rapporto con una persona del presente, di emozioni, desideri, fantasie e modalità relazionali appartenenti al passato. L’individuo tende così ad attribuire all’altro caratteristiche e significati legati a figure importanti della propria storia, spesso risalenti all’infanzia, riproponendo nel rapporto attuale aspettative e comportamenti già sperimentati nelle relazioni precedenti (Freud, 1901b).

Durante l’incontro di oggi, nel carcere di Opera, è emersa la proposta di dedicare un convegno al tema del transfert (grazie a uno scritto di Domenico), coinvolgendo direttamente le persone detenute, gli studenti delle scuole e delle università, i tirocinanti, i magistrati e gli operatori penitenziari.

Il transfert può essere inteso, in una prima e semplice definizione, come un trasferimento: sentimenti, modelli relazionali ed esperienze del passato vengono portati nel presente e attribuiti, spesso inconsapevolmente, a un’altra persona.

Ciascuno di noi conserva dentro di sé contenuti problematici che non sempre è riuscito a comprendere ed elaborare. Sono nuclei di dolore, rabbia, paura, vissuti di abbandono che continuano a esercitare una spinta e cercano una possibilità di espressione. Quando non riusciamo a dare loro un significato, rischiamo di trasferirli sugli altri.

L’altro diventa allora lo schermo sul quale proiettiamo il nostro film: i nostri sentimenti, le esperienze vissute e le relazioni che hanno contribuito a formarci. Non incontriamo più soltanto la persona che abbiamo davanti, ma anche le figure del nostro passato.

Un figlio che ha vissuto una relazione difficile con il padre può cercare, nelle relazioni successive, qualcuno che ne assuma inconsapevolmente il ruolo. Può trasformare un insegnante, un educatore, un partner o un terapeuta nel persecutore dal quale si aspetta di essere nuovamente ferito. Attraverso i propri comportamenti può persino spingere l’altro a rispondere secondo quel modello, ottenendo così la conferma di ciò che già credeva: “Gli altri mi rifiutano”, “Gli altri mi abbandonano”, “Gli altri vogliono punirmi”. In questo modo il “modello relazionale” originario si ripete, (Aparo).

Il transfert, tuttavia, non riguarda soltanto il trasferire. Richiama anche la necessità di tradurre. Chi soffre ha bisogno di incontrare qualcuno capace di aiutarlo a comprendere ciò che da solo non riesce ancora a pensare. Ha bisogno di un traduttore della propria realtà emotiva (Riccardo). Se durante l’adolescenza non si incontra una persona capace di riconoscere e dare un nome ai vissuti, il dolore può rimanere privo di parole. Ciò che non viene tradotto e digerito rischia allora di essere “vomitato” sugli altri. La sofferenza, non potendo diventare pensiero, può trasformarsi in aggressione (Francesco).

Il bullismo può rappresentare una delle espressioni di questo processo: per non essere nuovamente l’aggredito, il ragazzo diventa l’aggressore. Si identifica con chi lo ha ferito e si comporta come il proprio offensore. Anche alcuni comportamenti devianti possono nascere da un meccanismo simile: il dolore subito viene trasferito su un’altra persona, che finisce per diventare la vittima di una storia alla quale originariamente non apparteneva (Aparo).

Questo non significa sostenere che tutti i detenuti siano stati abbandonati o che ogni reato sia una conseguenza automatica della sofferenza. L’abbandono, la paura e la rabbia possono essere alcuni degli ingredienti, ma non costituiscono una spiegazione sufficiente della devianza e, soprattutto, non cancellano la responsabilità individuale. Comprendere il transfert non significa giustificare il reato. Significa domandarsi che cosa sia stato trasferito sulla vittima, quale esperienza sia stata ripetuta e in che modo un antico dolore abbia contribuito a orientare una scelta.

La domanda non è soltanto: “Che cosa ho subito?”, ma anche: “Che cosa ne ho fatto?” Sentirsi esclusivamente vittime può proteggere temporaneamente dalla sofferenza, ma non permette di affrontarla. “Ho subito io” non può diventare una risposta definitiva al dolore e nemmeno una giustificazione per quello provocato agli altri. Diventa allora necessario ricostruire la propria storia e riconoscere i sentimenti che hanno accompagnato le scelte devianti (Beatrice).

Il passaggio fondamentale consiste nel trasformare il dolore, da forza che determina inconsapevolmente il comportamento, in esperienza che può essere pensata, riconosciuta e orientata. In questa prospettiva, il Gruppo della Trasgressione può assumere la funzione di un traduttore. Attraverso il confronto con gli altri, la persona detenuta può dare parole ai propri vissuti, riconoscere i modelli relazionali che tende a riprodurre e comprendere come questi abbiano inciso sulla sua storia e sulle sue azioni.

Il gruppo non pensa al posto della persona, ma la aiuta a entrare in contatto con ciò che fino a quel momento non è riuscita a pensare. Non offre una spiegazione consolatoria, ma apre uno spazio nel quale la sofferenza può essere trasformata in consapevolezza e la consapevolezza può diventare responsabilità.

Da queste riflessioni nasce l’ipotesi di un convegno sul transfert nel quale siano proprio le persone detenute a interrogarsi e a raccontare come i propri vissuti siano stati trasferiti sugli altri. Il loro compito non sarebbe quello di proporre definizioni teoriche, ma di partire dalla propria esperienza e affrontare alcune domande:

  • “Quale dolore non sono riuscito a riconoscere?”
  • “Su chi l’ho trasferito?”
  • “Di chi o di che cosa avrei avuto bisogno per non trasgredire?”
  • “Come hanno influito sulla mia condotta i modelli relazionali appresi durante l’infanzia e l’adolescenza?”
  • “Che cosa posso fare oggi con ciò che ho compreso?”

Il convegno potrebbe diventare uno spazio di riflessione condivisa tra carcere e società. Le persone detenute avrebbero la possibilità di trasformare la propria esperienza in uno strumento di conoscenza; gli studenti e i cittadini potrebbero comprendere più profondamente alcuni processi che contribuiscono alla devianza (Aparo).

Anche la società, infatti, deve imparare a riconoscere non soltanto il reato commesso, ma il cambiamento eventualmente compiuto dalla persona. Per farlo ha bisogno di strumenti che le permettano di comprendere la complessità del percorso umano, senza confondere la comprensione con l’assoluzione.

Il transfert può così diventare un passaggio: dal trasferire inconsapevolmente il proprio dolore sugli altri al tradurlo in pensiero; dal ripetere una relazione al comprenderla; dal sentirsi determinati dalla propria storia alla possibilità di assumersene la responsabilità. Il passato non può essere cambiato. Può però essere riconosciuto, tradotto e ridisegnato, affinché il soggetto non sia più costretto a rieditarlo come un regista che replica all’infinito un incubo che non ricorda di aver sognato.

Lara Giovanelli

Sul trasfert

Sono Domenico Mazzitelli, detenuto al carcere di Opera con pena all’ergastolo e frequento da tanti anni il Gruppo della Trasgressione.
Il dott. Aparo, ogni mercoledì, ci intavola tematiche sulle quali ognuno di noi esprime i propri punti di vista; la settimana scorsa ci ha parlato di transfert. Ho riflettuto sul punto, così mi sono deciso a scrivere qualcosa che spero diventi un argomento da discutere insieme al tavolo.

Il transfert è un processo invisibile attraverso cui un dolore mai elaborato cambia bersaglio. Non scompare, non si spegne: si sposta. Un bambino cresce in una casa dove la figura che dovrebbe proteggerlo è la stessa che lo ferisce. Il padre lo umilia, lo picchia, lo terrorizza. Ogni insulto diventa una cicatrice, ogni abuso un mattone che contribuisce a innalzare un muro dentro di lui. Da piccolo non può reagire, è troppo debole, troppo dipendente e troppo spaventato.

Così la rabbia resta intrappolata. Con il passare degli anni quell’odio verso il padre diventa parte della sua identità. Mentre gli altri costruiscono relazioni, lui coltiva rancore. Dentro di sé continua a rivivere le stesse scene, come in un film che non smette mai di essere proiettato. Da adulto, il padre non è più presente oppure non rappresenta più una minaccia reale, ma la rabbia è ancora lì, intatta. Non avendo mai trovato uno sfogo serio o una possibilità di guarigione, cerca una via d’uscita.

È qui che nasce il transfert: il bersaglio originale viene sostituito da altri individui. Le persone che incontra diventano simboli inconsci del padre che ha odiato per tutta la vita; un’offesa minima viene percepita come un’aggressione. La reazione non è proporzionata al presente perché appartiene al passato.

Quando esplode, la sua violenza non è diretta soltanto contro le vittime che ha davanti; in realtà egli sta combattendo contro il fantasma del padre che continua a vivere nella sua mente. Ogni atto criminale diventa un tentativo distorto di vendicarsi di chi gli ha rubato l’infanzia. Tuttavia la vendetta non funziona, nessuna vittima potrà sostituire davvero il responsabile originario del suo dolore.

Una persona ferita trasforma la propria sofferenza in sofferenza per gli altri. Il trauma iniziale non viene risolto ma replicato. Le vittime cambiano mentre la rabbia resta la stessa.

Questa dinamica mostra come gli abusi infantili possano generare conseguenze profonde e durature. Non tutti coloro che subiscono violenza diventano violenti, ma quando il trauma viene represso o alimentato dall’isolamento, può trasformarsi in una forza distruttiva capace di deformare la percezione della realtà e delle relazioni umane.

Il transfert, in questo contesto, è il passaggio del dolore da una persona all’altra, un’eredità tossica che si muove attraverso la rabbia, finché qualcuno non riesce a interrompere il circolo.

Questi processi non si verificano solo tra le mura domestiche, ma anche nelle scuole, sui social, nei rioni in degrado dove si creano i branchi e si pratica bullismo su ragazzi più deboli o problematici.

Credo che vada fatta più prevenzione dalle istituzioni con personale competente, aiutando i ragazzi nelle loro problematiche ed evitando il cammino verso la devianza, perché purtroppo aumenta sempre di più la piaga sociale della criminalità.

Domenico Mazzitelli

Percorsi della Devianza