I PROTAGONISTI DELL’AVVENTURA
Incontro con il professor Flavio Merlo
Il ragazzo che aveva deciso di lasciare la scuola
Tra i diversi progetti in campo in questo momento al Gruppo della Trasgressione (Il Giornale del Falso, il Convegno sul Transfert), abbiamo anche “I protagonisti dell’avventura”. Il progetto prevede l’incontro con artisti, sportivi, insegnanti, medici, avvocati, professionisti, che fin da piccoli hanno coltivato una passione, un desiderio profondo, e hanno attraversato la propria vita mantenendo fermo questo sentimento. Il senso del progetto è entrare nelle pieghe della loro storia e capire da dove partono la loro aspirazione e la loro passione originaria, quali sono i loro obiettivi e cosa fanno oggi per coltivarli.
Il primo protagonista a mettersi in gioco davanti al Gruppo della Trasgressione dell’Alta Sicurezza, mercoledì 14 ottobre, è stato il professor Flavio Merlo, Preside del Liceo “Barbara Melzi” di Legnano. Per lui è molto importante prendersi cura degli studenti. Per questo, pur essendo dirigente scolastico, ha scelto di mantenere sei ore settimanali di insegnamento di diritto ed economia, continuando così a lavorare direttamente con i ragazzi che entrano al liceo e con quelli che si preparano a lasciarlo, ragazzi di 14 e di 19 anni.
“Nessuno mi ha mai chiesto del mio lavoro”, esordisce Merlo emozionato e aggiungendo che quello del preside, e anche quello dell’insegnante, è spesso un lavoro solitario.
La sua storia racconta che anche chi oggi fa da guida agli altri ha conosciuto la tentazione di mollare; iscritto al liceo scientifico con l’enciclopedia medica già comprata per proseguire gli studi universitari a medicina, dopo il primo anno decide di mollare tutto e farsi il “libretto di lavoro” per entrare nel mondo degli adulti.
Ma i suoi insegnanti non si rassegnano e, vedendo che non frequenta più la scuola, si presentano a casa sua. Non vanno per giudicarlo, per fargli cambiare idea o per negare i sentimenti che in quel momento gli attraversavano la testa, ma per prendere tempo. Flavio voleva fare il medico e loro gli proponevano una strada che, pur diversa, manteneva un collegamento con quella sua aspirazione. Gli propongono un percorso alternativo: concludere la seconda liceo per potersi poi iscrivere ai corsi di infermieristica. Quei docenti non hanno giudicato la scelta del giovane, ma hanno rimodellato la sua libertà. Insieme, senza sostituirsi.
Flavio accetta quella proposta fatta nel salotto di casa e da quel momento non abbandonerà più la scuola. Arriveranno la laurea in Scienze Politiche, il Dottorato in Sociologia, il lavoro di giorno nella segreteria di un centro professionale per parrucchieri ed estetiste e le lezioni serali di cultura del lavoro. È lì, tra i banchi del serale e degli istituti professionali, che, a distanza di anni, comprende una grande differenza, un insegnamento fondamentale: al liceo basta iniziare a parlare perché gli studenti prendano appunti in modo automatico, nei contesti professionali, invece, la credibilità dell’adulto e l’autorevolezza vanno conquistate sul campo nella costruzione di una relazione.
È attraverso quelle lezioni serali che Merlo individua la vera missione della scuola: non insegnare un semplice mestiere, ma “aiutare a diventare delle persone, a entrare in contatto con sé stessi e a diventare contenti di sé stessi”. Oggi i ragazzi hanno tutto, ma sono profondamente insoddisfatti. La loro richiesta disperata non è quella di una generica visibilità, ma di essere chiamati per nome. Salutare un alunno al mattino o dedicargli un colloquio individuale prima dell’iscrizione a scuola, cambia la sostanza della sua esperienza: lo fa sentire visto e riconosciuto come persona. Questo semplice riconoscimento, mai sperimentato prima dal giovane, cambia letteralmente la percezione di sé e della scuola.
Quando Flavio, citando un romanzo di Cesbron, afferma che “La fiducia è il paio di manette più sicure”, si apre il confronto diretto con i membri del Gruppo della Trasgressione dell’Alta Sicurezza:
Salvatore coglie subito l’impatto di quel riconoscimento: “Essere chiamato per nome fa felice. La fiducia è una cosa importante, farsi conoscere e riconoscere rende felici”. E di fronte alla confessione di Merlo di parlare a casa più dei suoi alunni che dei propri figli, Salvatore nota: “Lei fa un lavoro pesante; l’amore per i figli è un dovere naturale, ma per gli studenti ci vuole un impegno faticoso e quotidiano”.
Michelangelo, padre detenuto di un ragazzo di 17 anni, condivide la tensione della sua condizione, chiedendo quali programmi vi siano per prevenire bullismo e criminalità e come debba orientarsi un giovane in difficoltà. Flavio ha spiegato che nella sua scuola esiste un programma di educazione civica e che, attraverso la frequentazione del Gruppo della Trasgressione e di Marisa Fiorani, aveva compreso quanto questo percorso potesse essere utile ai suoi studenti.
Massimo offre una lettura profonda della biografia del preside: “Lei ha continuato ad andare a scuola perché la scuola è venuta a casa sua e la sua famiglia ha aperto le porte. La sua microscelta di tornare a scuola è diventata la sua macroscelta”.
Francesco, detenuto e da alcuni mesi volontario in comunità, nota come ragazzi di 14 anni già inseriti in circuiti delinquenziali non ascoltino le educatrici ma rispettino lui, e Merlo gli riconosce la “credibilità della persona”, mentre Letizia, tirocinante universitaria in Psicologia ed educatrice in una comunità, sottolinea il valore della relazione rispetto alle regole imposte.
Un pilastro importantissimo della testimonianza di Merlo è l’incontro avvenuto nell’estate del 2022 con Marisa Fiorani e l’associazione Libera. “Sono andata a scuola a raccontare la mia storia e mi sono sentita a casa, mi sono sentita capita”, ricorda Marisa. Da quel sentire comune nasce la decisione di dar vita nella scuola di Legnano ad un Presidio scolastico intitolato a Marcella di Levrano, la figlia innocente di Marisa, uccisa dalla mafia. Mentre la scuola frequentata da Marcella aveva allontanato la ragazza, “colpevole di far uso di sostanze”, la scuola di Merlo sceglie il principio opposto: “Conoscere la storia e restituire il banco”. Come ribadisce il preside: “La scuola non caccia, non respinge, ma accoglie. Vedendo la forza di Marisa ho capito che la scuola non poteva tirarsi indietro né girarsi dall’altra parte, non si può cedere alla tentazione di dire “questo studente lo mandiamo via.”
E le ore volano al Gruppo della Trasgressione all’interno dell’Area Trattamentale dell’istituto carcerario di Opera; un ricco patrimonio di ascolto e confronto in cui con prudenza emergono gli “ingredienti” che rendono l’adulto una guida credibile. Non si tratta di formule rigide, ma di un modo preciso di stare nella relazione:
- CONTENERE: saper contenere decodificando l’arroganza del ragazzo non come una sfida sterile, ma come un’implicita e disperata richiesta d’aiuto: “Adesso non puoi non vedermi!”. A questo urlo si risponde garantendo un setting chiaro e regole stabili, combinando la necessaria sanzione al successivo e fondamentale percorso di recupero.
- VEDERE E GUARDARE: imparare a vedere e guardare realmente l’altro attraverso quell’incrocio di sguardi che dice “ti guardo e tu mi guardi”.
- DISTINGUERE I RUOLI: mantenere una netta distinzione dei ruoli, rifiutando la comoda complicità dei professori che “fanno gli amici” o regalano voti facili pur di non gestire il conflitto.
- RICONOSCERE: riconoscere la dignità della storia di ciascuno.
- FARE DI TUTTO, nei confini del ruolo: sapersi mettere a disposizione dell’altro. Donarsi: “Io farei di tutto per te”, nei confini della propria funzione, la distinzione dei ruoli, con la consapevolezza che, nell’ambito educativo, il “tempo non è mai un nemico”, ma un alleato che lavora attraverso la presenza e la continuità.
Rispondendo a una domanda di Michelangelo sul rischio che i giovani possano idealizzare o emulare i detenuti incontrati, Merlo chiarisce con fermezza: “No, non credo. I ragazzi non giudicano, ma riconoscono la volontà autentica della persona di cambiare e di evolvere”.
Flavio ha ricordato un episodio avvenuto durante un concerto della Trasg.Band al Teatro Civico Roberto De Silva a Rho lo scorso 17 maggio. Prima del concerto, alcuni studenti della sua scuola e alcuni detenuti del Gruppo della Trasgressione si erano fermati a commentare le opere esposte nel foyer del teatro e successivamente erano intervenuti durante il concerto. In quell’occasione una ragazza si era commossa ascoltando le parole di Mimmo, detenuto di Alta Sicurezza del carcere di Opera, perché le avevano ricordato un parente che si trovava in carcere.
Ed è in questo in questo intreccio di pensieri che il dott. Aparo ribadisce una regola che guida l’ingresso del Gruppo della Trasgressione nelle scuole; non si va a fare la lezioncina o la morale: “io sono stato cattivo, tu non farlo”; no, non funziona così!. I detenuti non vanno nelle aule a mostrare una presunta genialità o a dispensare prediche, ma a riflettere sulla propria storia per analizzare insieme agli studenti come sia accaduto di fare un uso cattivo e distruttivo della propria libertà
L’incontro raggiunge il suo apice emotivo quando Massimo porta al centro della stanza il dramma del genitore recluso: “Non sono solo un detenuto, sono anche un padre. Non solo non ho io una guida, ma non sono nemmeno guidato ad esserlo per mia figlia di 17 anni. Mi trovo nella Terra di Mezzo: vorrei essere guida per mia figlia e vorrei essere guidato. Ho il diritto di recuperare credibilità per i miei figli? Vorrei farlo, ma ho bisogno degli strumenti”.
Ed è su questo limbo relazionale ed emotivo che interviene Aparo, che richiama i padri a una responsabilità senza alibi:
“Quando hai la possibilità di farlo il padre, il problema è che lo fai male non dicendo le cose come stanno… mentendo a tuo figlio, trasmettendo mappe di valori non utili. Tu quando hai la possibilità di fare il padre, menti, ti occulti! È necessario dire come stanno le cose, essere sinceri. Quella condizione di sospensione non deve diventare un luogo in cui nascondersi, ma il punto di partenza per ricostruire la propria credibilità attraverso la verità.”.
Aparo riannoda la storia di Merlo per mostrare come l’autorità credibile sia quella che non opprime la libertà del giovane vedendola come sbagliata, ma la rimodella offrendo un’alternativa reale.
Da questo stringente confronto tra il bisogno di riscatto espresso da Massimo e le trame di libertà su cui si sofferma Aparo nasce la spinta per il Gruppo della Trasgressione a dare forma a un nuovo progetto sulla paternità e sul rapporto genitori (detenuti)-figli. Un percorso pensato per accompagnare i padri reclusi a ritrovare il coraggio della verità e gli strumenti per tornare a essere, agli occhi dei propri figli, una guida credibile.
L’avventura continua…
Lara Giovanelli
































Non sono pochi i ragazzi che all’interno del carcere minorile o in comunità ti nascondono la loro vera identità: un adolescente rom solo dopo quattro anni di vita comune mi rivelò il suo vero nome. Mi spiazzò, rimasi perplesso per qualche giorno; poi, capii. Non è solo la difficoltà a consegnare la propria storia personale e familiare; c’è anche la fatica del nascere a se stessi, dell’abitare il proprio nome. Ragazzi orfani di identità.