Flavio Merlo

I PROTAGONISTI DELL’AVVENTURA
Incontro con il professor Flavio Merlo
Il ragazzo che aveva deciso di lasciare la scuola

Tra i diversi progetti in campo in questo momento al Gruppo della Trasgressione (Il Giornale del Falso, il Convegno sul Transfert), abbiamo anche “I protagonisti dell’avventura”. Il progetto prevede l’incontro con artisti, sportivi, insegnanti, medici, avvocati, professionisti, che fin da piccoli hanno coltivato una passione, un desiderio profondo, e hanno attraversato la propria vita mantenendo fermo questo sentimento. Il senso del progetto è entrare nelle pieghe della loro storia e capire da dove partono la loro aspirazione e la loro passione originaria, quali sono i loro obiettivi e cosa fanno oggi per coltivarli.

Il primo protagonista a mettersi in gioco davanti al Gruppo della Trasgressione dell’Alta Sicurezza, mercoledì 14 ottobre, è stato il professor Flavio Merlo, Preside del Liceo “Barbara Melzi” di Legnano. Per lui è molto importante prendersi cura degli studenti. Per questo, pur essendo dirigente scolastico, ha scelto di mantenere sei ore settimanali di insegnamento di diritto ed economia, continuando così a lavorare direttamente con i ragazzi che entrano al liceo e con quelli che si preparano a lasciarlo, ragazzi di 14 e di 19 anni.

“Nessuno mi ha mai chiesto del mio lavoro”, esordisce Merlo emozionato e aggiungendo che quello del preside, e anche quello dell’insegnante, è spesso un lavoro solitario.

La sua storia racconta che anche chi oggi fa da guida agli altri ha conosciuto la tentazione di mollare; iscritto al liceo scientifico con l’enciclopedia medica già comprata per proseguire gli studi universitari a medicina, dopo il primo anno decide di mollare tutto e farsi il “libretto di lavoro” per entrare nel mondo degli adulti.

Ma i suoi insegnanti non si rassegnano e, vedendo che non frequenta più la scuola, si presentano a casa sua. Non vanno per giudicarlo, per fargli cambiare idea o per negare i sentimenti che in quel momento gli attraversavano la testa, ma per prendere tempo. Flavio voleva fare il medico e loro gli proponevano una strada che, pur diversa, manteneva un collegamento con quella sua aspirazione. Gli propongono un percorso alternativo: concludere la seconda liceo per potersi poi iscrivere ai corsi di infermieristica. Quei docenti non hanno giudicato la scelta del giovane, ma hanno rimodellato la sua libertà. Insieme, senza sostituirsi.

Flavio accetta quella proposta fatta nel salotto di casa e da quel momento non abbandonerà più la scuola. Arriveranno la laurea in Scienze Politiche, il Dottorato in Sociologia, il lavoro di giorno nella segreteria di un centro professionale per parrucchieri ed estetiste e le lezioni serali di cultura del lavoro. È lì, tra i banchi del serale e degli istituti professionali, che, a distanza di anni, comprende una grande differenza, un insegnamento fondamentale: al liceo basta iniziare a parlare perché gli studenti prendano appunti in modo automatico, nei contesti professionali, invece, la credibilità dell’adulto e l’autorevolezza vanno conquistate sul campo nella costruzione di una relazione.

È attraverso quelle lezioni serali che Merlo individua la vera missione della scuola: non insegnare un semplice mestiere, ma “aiutare a diventare delle persone, a entrare in contatto con sé stessi e a diventare contenti di sé stessi”. Oggi i ragazzi hanno tutto, ma sono profondamente insoddisfatti. La loro richiesta disperata non è quella di una generica visibilità, ma di essere chiamati per nome. Salutare un alunno al mattino o dedicargli un colloquio individuale prima dell’iscrizione a scuola, cambia la sostanza della sua esperienza: lo fa sentire visto e riconosciuto come persona. Questo semplice riconoscimento, mai sperimentato prima dal giovane, cambia letteralmente la percezione di sé e della scuola.

Quando Flavio, citando un romanzo di Cesbron, afferma che “La fiducia è il paio di manette più sicure”, si apre il confronto diretto con i membri del Gruppo della Trasgressione dell’Alta Sicurezza:

Salvatore coglie subito l’impatto di quel riconoscimento: “Essere chiamato per nome fa felice. La fiducia è una cosa importante, farsi conoscere e riconoscere rende felici”. E di fronte alla confessione di Merlo di parlare a casa più dei suoi alunni che dei propri figli, Salvatore nota: “Lei fa un lavoro pesante; l’amore per i figli è un dovere naturale, ma per gli studenti ci vuole un impegno faticoso e quotidiano”.

Michelangelo, padre detenuto di un ragazzo di 17 anni, condivide la tensione della sua condizione, chiedendo quali programmi vi siano per prevenire bullismo e criminalità e come debba orientarsi un giovane in difficoltà. Flavio ha spiegato che nella sua scuola esiste un programma di educazione civica e che, attraverso la frequentazione del Gruppo della Trasgressione e di Marisa Fiorani, aveva compreso quanto questo percorso potesse essere utile ai suoi studenti.

Massimo offre una lettura profonda della biografia del preside: “Lei ha continuato ad andare a scuola perché la scuola è venuta a casa sua e la sua famiglia ha aperto le porte. La sua microscelta di tornare a scuola è diventata la sua macroscelta”.

Francesco, detenuto e da alcuni mesi volontario in comunità, nota come ragazzi di 14 anni già inseriti in circuiti delinquenziali non ascoltino le educatrici ma rispettino lui, e Merlo gli riconosce la “credibilità della persona”, mentre Letizia, tirocinante universitaria in Psicologia ed educatrice in una comunità, sottolinea il valore della relazione rispetto alle regole imposte.

Un pilastro importantissimo della testimonianza di Merlo è l’incontro avvenuto nell’estate del 2022 con Marisa Fiorani e l’associazione Libera. “Sono andata a scuola a raccontare la mia storia e mi sono sentita a casa, mi sono sentita capita”, ricorda Marisa. Da quel sentire comune nasce la decisione di dar vita nella scuola di Legnano ad un Presidio scolastico intitolato a Marcella di Levrano, la figlia innocente di Marisa, uccisa dalla mafia. Mentre la scuola frequentata da Marcella aveva allontanato la ragazza, “colpevole di far uso di sostanze”, la scuola di Merlo sceglie il principio opposto: “Conoscere la storia e restituire il banco”. Come ribadisce il preside: “La scuola non caccia, non respinge, ma accoglie. Vedendo la forza di Marisa ho capito che la scuola non poteva tirarsi indietro né girarsi dall’altra parte, non si può cedere alla tentazione di dire “questo studente lo mandiamo via.”

E le ore volano al Gruppo della Trasgressione all’interno dell’Area Trattamentale dell’istituto carcerario di Opera; un ricco patrimonio di ascolto e confronto in cui con prudenza emergono gli “ingredienti” che rendono l’adulto una guida credibile. Non si tratta di formule rigide, ma di un modo preciso di stare nella relazione:

  • CONTENERE: saper contenere decodificando l’arroganza del ragazzo non come una sfida sterile, ma come un’implicita e disperata richiesta d’aiuto: “Adesso non puoi non vedermi!”. A questo urlo si risponde garantendo un setting chiaro e regole stabili, combinando la necessaria sanzione al successivo e fondamentale percorso di recupero.
  • VEDERE E GUARDARE: imparare a vedere e guardare realmente l’altro attraverso quell’incrocio di sguardi che dice “ti guardo e tu mi guardi”.
  • DISTINGUERE I RUOLI: mantenere una netta distinzione dei ruoli, rifiutando la comoda complicità dei professori che “fanno gli amici” o regalano voti facili pur di non gestire il conflitto.
  • RICONOSCERE: riconoscere la dignità della storia di ciascuno.
  • FARE DI TUTTO, nei confini del ruolo: sapersi mettere a disposizione dell’altro. Donarsi: “Io farei di tutto per te”, nei confini della propria funzione, la distinzione dei ruoli, con la consapevolezza che, nell’ambito educativo, il “tempo non è mai un nemico”, ma un alleato che lavora attraverso la presenza e la continuità.

Rispondendo a una domanda di Michelangelo sul rischio che i giovani possano idealizzare o emulare i detenuti incontrati, Merlo chiarisce con fermezza: “No, non credo. I ragazzi non giudicano, ma riconoscono la volontà autentica della persona di cambiare e di evolvere”.

Flavio ha ricordato un episodio avvenuto durante un concerto della Trasg.Band al Teatro Civico Roberto De Silva a Rho lo scorso 17 maggio. Prima del concerto, alcuni studenti della sua scuola e alcuni detenuti del Gruppo della Trasgressione si erano fermati a commentare le opere esposte nel foyer del teatro e successivamente erano intervenuti durante il concerto. In quell’occasione una ragazza si era commossa ascoltando le parole di Mimmo, detenuto di Alta Sicurezza del carcere di Opera, perché le avevano ricordato un parente che si trovava in carcere.

Ed è in questo in questo intreccio di pensieri che il dott. Aparo ribadisce una regola che guida l’ingresso del Gruppo della Trasgressione nelle scuole; non si va a fare la lezioncina o la morale: “io sono stato cattivo, tu non farlo”; no, non funziona così!. I detenuti non vanno nelle aule a mostrare una presunta genialità o a dispensare prediche, ma a riflettere sulla propria storia per analizzare insieme agli studenti come sia accaduto di fare un uso cattivo e distruttivo della propria libertà

L’incontro raggiunge il suo apice emotivo quando Massimo porta al centro della stanza il dramma del genitore recluso: “Non sono solo un detenuto, sono anche un padre. Non solo non ho io una guida, ma non sono nemmeno guidato ad esserlo per mia figlia di 17 anni. Mi trovo nella Terra di Mezzo: vorrei essere guida per mia figlia e vorrei essere guidato. Ho il diritto di recuperare credibilità per i miei figli? Vorrei farlo, ma ho bisogno degli strumenti”.

Ed è su questo limbo relazionale ed emotivo che interviene Aparo, che richiama i padri a una responsabilità senza alibi:
“Quando hai la possibilità di farlo il padre, il problema è che lo fai male non dicendo le cose come stanno… mentendo a tuo figlio, trasmettendo mappe di valori non utili. Tu quando hai la possibilità di fare il padre, menti, ti occulti! È necessario dire come stanno le cose, essere sinceri. Quella condizione di sospensione non deve diventare un luogo in cui nascondersi, ma il punto di partenza per ricostruire la propria credibilità attraverso la verità.”.

Aparo riannoda la storia di Merlo per mostrare come l’autorità credibile sia quella che non opprime la libertà del giovane vedendola come sbagliata, ma la rimodella offrendo un’alternativa reale.
Da questo stringente confronto tra il bisogno di riscatto espresso da Massimo e le trame di libertà su cui si sofferma Aparo nasce la spinta per il Gruppo della Trasgressione a dare forma a un nuovo progetto sulla paternità e sul rapporto genitori (detenuti)-figli. Un percorso pensato per accompagnare i padri reclusi a ritrovare il coraggio della verità e gli strumenti per tornare a essere, agli occhi dei propri figli, una guida credibile.
L’avventura continua…

Lara Giovanelli

I  protagonisti dell’avventura

Il Transfert

Trasferire, Tradurre, Trasformare

Il transfert può essere inteso come la riattivazione inconsapevole, nel rapporto con una persona del presente, di emozioni, desideri, fantasie e modalità relazionali appartenenti al passato. L’individuo tende così ad attribuire all’altro caratteristiche e significati legati a figure importanti della propria storia, spesso risalenti all’infanzia, riproponendo nel rapporto attuale aspettative e comportamenti già sperimentati nelle relazioni precedenti (Freud, 1901b).

Durante l’incontro di oggi, nel carcere di Opera, è emersa la proposta di dedicare un convegno al tema del transfert (grazie a uno scritto di Domenico), coinvolgendo direttamente le persone detenute, gli studenti delle scuole e delle università, i tirocinanti, i magistrati e gli operatori penitenziari.

Il transfert può essere inteso, in una prima e semplice definizione, come un trasferimento: sentimenti, modelli relazionali ed esperienze del passato vengono portati nel presente e attribuiti, spesso inconsapevolmente, a un’altra persona.

Ciascuno di noi conserva dentro di sé contenuti problematici che non sempre è riuscito a comprendere ed elaborare. Sono nuclei di dolore, rabbia, paura, vissuti di abbandono che continuano a esercitare una spinta e cercano una possibilità di espressione. Quando non riusciamo a dare loro un significato, rischiamo di trasferirli sugli altri.

L’altro diventa allora lo schermo sul quale proiettiamo il nostro film: i nostri sentimenti, le esperienze vissute e le relazioni che hanno contribuito a formarci. Non incontriamo più soltanto la persona che abbiamo davanti, ma anche le figure del nostro passato.

Un figlio che ha vissuto una relazione difficile con il padre può cercare, nelle relazioni successive, qualcuno che ne assuma inconsapevolmente il ruolo. Può trasformare un insegnante, un educatore, un partner o un terapeuta nel persecutore dal quale si aspetta di essere nuovamente ferito. Attraverso i propri comportamenti può persino spingere l’altro a rispondere secondo quel modello, ottenendo così la conferma di ciò che già credeva: “Gli altri mi rifiutano”, “Gli altri mi abbandonano”, “Gli altri vogliono punirmi”. In questo modo il “modello relazionale” originario si ripete, (Aparo).

Il transfert, tuttavia, non riguarda soltanto il trasferire. Richiama anche la necessità di tradurre. Chi soffre ha bisogno di incontrare qualcuno capace di aiutarlo a comprendere ciò che da solo non riesce ancora a pensare. Ha bisogno di un traduttore della propria realtà emotiva (Riccardo). Se durante l’adolescenza non si incontra una persona capace di riconoscere e dare un nome ai vissuti, il dolore può rimanere privo di parole. Ciò che non viene tradotto e digerito rischia allora di essere “vomitato” sugli altri. La sofferenza, non potendo diventare pensiero, può trasformarsi in aggressione (Francesco).

Il bullismo può rappresentare una delle espressioni di questo processo: per non essere nuovamente l’aggredito, il ragazzo diventa l’aggressore. Si identifica con chi lo ha ferito e si comporta come il proprio offensore. Anche alcuni comportamenti devianti possono nascere da un meccanismo simile: il dolore subito viene trasferito su un’altra persona, che finisce per diventare la vittima di una storia alla quale originariamente non apparteneva (Aparo).

Questo non significa sostenere che tutti i detenuti siano stati abbandonati o che ogni reato sia una conseguenza automatica della sofferenza. L’abbandono, la paura e la rabbia possono essere alcuni degli ingredienti, ma non costituiscono una spiegazione sufficiente della devianza e, soprattutto, non cancellano la responsabilità individuale. Comprendere il transfert non significa giustificare il reato. Significa domandarsi che cosa sia stato trasferito sulla vittima, quale esperienza sia stata ripetuta e in che modo un antico dolore abbia contribuito a orientare una scelta.

La domanda non è soltanto: “Che cosa ho subito?”, ma anche: “Che cosa ne ho fatto?” Sentirsi esclusivamente vittime può proteggere temporaneamente dalla sofferenza, ma non permette di affrontarla. “Ho subito io” non può diventare una risposta definitiva al dolore e nemmeno una giustificazione per quello provocato agli altri. Diventa allora necessario ricostruire la propria storia e riconoscere i sentimenti che hanno accompagnato le scelte devianti (Beatrice).

Il passaggio fondamentale consiste nel trasformare il dolore, da forza che determina inconsapevolmente il comportamento, in esperienza che può essere pensata, riconosciuta e orientata. In questa prospettiva, il Gruppo della Trasgressione può assumere la funzione di un traduttore. Attraverso il confronto con gli altri, la persona detenuta può dare parole ai propri vissuti, riconoscere i modelli relazionali che tende a riprodurre e comprendere come questi abbiano inciso sulla sua storia e sulle sue azioni.

Il gruppo non pensa al posto della persona, ma la aiuta a entrare in contatto con ciò che fino a quel momento non è riuscita a pensare. Non offre una spiegazione consolatoria, ma apre uno spazio nel quale la sofferenza può essere trasformata in consapevolezza e la consapevolezza può diventare responsabilità.

Da queste riflessioni nasce l’ipotesi di un convegno sul transfert nel quale siano proprio le persone detenute a interrogarsi e a raccontare come i propri vissuti siano stati trasferiti sugli altri. Il loro compito non sarebbe quello di proporre definizioni teoriche, ma di partire dalla propria esperienza e affrontare alcune domande:

  • “Quale dolore non sono riuscito a riconoscere?”
  • “Su chi l’ho trasferito?”
  • “Di chi o di che cosa avrei avuto bisogno per non trasgredire?”
  • “Come hanno influito sulla mia condotta i modelli relazionali appresi durante l’infanzia e l’adolescenza?”
  • “Che cosa posso fare oggi con ciò che ho compreso?”

Il convegno potrebbe diventare uno spazio di riflessione condivisa tra carcere e società. Le persone detenute avrebbero la possibilità di trasformare la propria esperienza in uno strumento di conoscenza; gli studenti e i cittadini potrebbero comprendere più profondamente alcuni processi che contribuiscono alla devianza (Aparo).

Anche la società, infatti, deve imparare a riconoscere non soltanto il reato commesso, ma il cambiamento eventualmente compiuto dalla persona. Per farlo ha bisogno di strumenti che le permettano di comprendere la complessità del percorso umano, senza confondere la comprensione con l’assoluzione.

Il transfert può così diventare un passaggio: dal trasferire inconsapevolmente il proprio dolore sugli altri al tradurlo in pensiero; dal ripetere una relazione al comprenderla; dal sentirsi determinati dalla propria storia alla possibilità di assumersene la responsabilità. Il passato non può essere cambiato. Può però essere riconosciuto, tradotto e ridisegnato, affinché il soggetto non sia più costretto a rieditarlo come un regista che replica all’infinito un incubo che non ricorda di aver sognato.

Lara Giovanelli

Un caldo giovedì in carcere

In un torrido giovedì di giugno, lo spazio X del carcere di Bollate si è trasformato in un luogo in cui raccontare i nostri ricordi d’infanzia. Tra la mia storia del nonno e del limone, i pomodori di Sasà, i toscanini di Ubaldo e la pentola e la gallina di Agostino, persino Eleonora, giovane tirocinante in psicologia, non ha trattenuto le lacrime ricordando la nonna Matilde,  le sue frittelle e gli gnocchi preparati insieme durante la sua felice infanzia.

In quell’ambiente denso di calore estivo, degli adulti sono tornati per un momento bambini e riaperto il cassetto degli affetti, hanno viaggiato a ritroso nel tempo. È una magia, è la dinamica trasformativa che si respira al Gruppo della Trasgressione, dove l’uomo ritrova la sua centralità, spogliandosi della sola veste di delinquente.

Ma questo approccio clinico, il “metodo Aparo”, contrasta con la visione chiara del mandato rieducativo previsto dalla nostra Costituzione e ripreso dalla legge dell’Ordinamento Penitenziario? Il dubbio, volutamente provocatorio, è se non li si stia trattando “troppo” da esseri umani e “poco” da soggetti antisociali pericolosi. Trattarli da esseri umani mette in pericolo la sicurezza sociale?

Io penso di no. Lavorare sulle emozioni della persona in carcere non è un romantico cedimento, ma la premessa su cui dovremmo fondare la vera osservazione della personalità, perché solo riconoscendo l’essere umano si può favorire un’assunzione di responsabilità. La stessa giustizia riparativa passa attraverso la comprensione umana e chiede che chi ha commesso un reato arrivi a riconoscere il dolore e l’umanità dell’altro; non c’è indagine sulle “cause del disadattamento sociale” che non passi attraverso l’esplorazione profonda e clinica del vissuto umano.

Penso che la fredda teoria dei manuali, se svuotata della comprensione umana, non porti a una vera rieducazione, ma solo a una sterile adesione formale alle regole. Come ci ricorda il Professor Aparo, il lavoro del Gruppo non si concentra sull’educazione alla legalità, ma sull’educazione alla moralità. Spostando lo sguardo dal reato al compito di lavorare insieme alla persona detenuta, affinché quest’ultima possa capire quali stati d’animo e quali sentimenti viveva quando per commettere l’abuso sull’altro (non solo un reato come articolo del codice pensale) disconosceva la proria prossimità con la vittima. Noi del Gruppo ci muoviamo su un terreno che punta alla costruzione e alla coltivazione di una relazione autentica ed è in questa atmosfera emotiva che il detenuto smette di difendersi, abbandona le logiche proiettive e inizia a fare i conti con sé stesso.

Proprio in quello spazio X ho trovato la risposta al colloquio di martedì scorso, maturando una consapevolezza liberatoria; io non sono fatta per ricoprire quel ruolo, e va bene così. Se l’inquadramento istituzionale impone griglie, confini e distanze in cui non mi riconosco, l’idoneità necessaria a portare avanti il lavoro del Gruppo della Trasgressione richiede l’esatto opposto. È un’idoneità che non si valuta su un modulo, ma che risiede tutta nella capacità di restare in quella stanza, di reggere l’urto delle emozioni e di credere, ostinatamente, che dietro ogni reato continui a esistere una persona.

18/06/2026                                                                                                                                                                      Lara Giovanelli

Il nonno, il limone, la bambina

Il nonno, il limone, la bambina cattiva e l’amore che resiste

È estate. Fa caldo, ma non caldissimo. Il mese preciso non lo ricordo. Ho sette anni, mia nonna è in cucina intenta a lavare i piatti. Il nonno è uscito dalla piccola casa per raggiungere la panca posta a sinistra del cortile, sotto il tetto. È sua abitudine, dopo pranzo, concedersi un pisolino, dice che aiuta la digestione. La nonna, senza smettere di sciacquare i piatti, si volta e ci raccomanda, a me e a mia sorella, di non fare rumore, per non svegliare il nonno.

Io però non mi curo delle sue raccomandazioni. La curiosità mi spinge altrove e, senza esitazione, mi dirigo verso l’orto, che è anche un giardino. La recinzione, una cancellata nera, lo protegge dalla strada vicina e sulle sue punte, come minuscole sentinelle, riposano le libellule. Sono tante, ogni punta ne ospita una. Mia sorella e io le disturbiamo, insidiose, per osservarle da vicino. Mi affascinano i loro occhi, che sembrano seguire ogni mio minimo movimento. Le loro ali sottili e delicate sono così fragili che basta un tocco per rovinarle, condannandole a non volare mai più.

Cammino tra i diversi blocchi, vedo i pomodori da una parte, l’insalata e i ravanelli dall’altra. Al centro, un albero di albicocche domina il piccolo appezzamento con la sua presenza. Ci sono anche le piante di rose, le viole, il basilico, la salvia e tanto rosmarino. Sono rapita da odori, colori e suoni, sento di essere felice; ci sono mia sorella, le libellule, le rose e le albicocche. Ci sono anche i due setter inglesi di mio zio, bianchi con macchie marroni, rinchiusi nel loro serraglio ombreggiato. Poco distante, galline bianche e un gallo, i produttori delle uova che mia nonna spesso mi invita a mangiare, convinta che mi faranno crescere bene.

Sperimentando il mondo, l’orto e il giardino, all’improvviso adocchio il nonno, di cui mi ero completamente dimenticata. Dorme all’ombra. Decido di andare da lui. Cammino a piedi scalzi sui sassi che separano la casa dall’orto. Le piccole pietre rotonde mi bruciano le piante dei piedi e mi costringono a correre più veloce per alleviare il dolore. Mi avvicino, il nonno ha la testa reclinata all’indietro, appoggiata al muro, le mani intrecciate sotto al cuore. È un ometto non molto alto, magro, ha un problema a un piede che lo costringe a una camminata zoppicante. Ama prendere appunti mentre guarda la televisione, annotandoli su “Tv Sorrisi e Canzoni”. Sarà da lui che imparerò l’abitudine di trascrivere frasi e parole che non conosco e che voglio ricordare.

Lo osservo per qualche istante. La bocca, rilassata e leggermente aperta, emette un leggero suono. Mia sorella è accanto a me. Lo guardiamo e ridiamo di gusto, coprendoci la bocca con la mano per non farci scoprire.

All’improvviso, mi attraversa un’idea. Corro in casa, ritrovo il bicchiere con cui il nonno ha bevuto a pranzo e prendo quello che cercavo, un mezzo limone già strizzato.

Lo afferro. Sono eccitata, quasi frenetica, spinta dall’urgenza di mettere in atto la mia fantasia. Ignoro le suppliche di mia sorella maggiore che, intuito quello che sto per fare, mi implora con preoccupazione di non farlo. Mi avvicino al nonno addormentato, salgo con un ginocchio sulla panca, cerco un appoggio stabile e strizzo con decisione il mezzo limone all’interno della sua bocca. Il succo rimasto basta per svegliarlo di soprassalto e farlo tossire. Visibilmente spaventato, si rivolge a me con parole di rimprovero.

Sono colpita. Rimango ferita, la sua reazione mi sembra ingiusta. Non ci penso due volte, afferro la bicicletta, ordino a mia sorella di fare lo stesso e ci lanciamo verso casa, pedalando a tutta velocità. Io davanti e lei dietro. Sei o sette minuti, non di più, ci separano dalla casa dei nonni.

Mamma è appena rientrata dal lavoro, papà non c’è. Non dico nulla, ma lei intuisce che sono arrabbiata. Poco dopo, il campanello suona, è il nonno, Armando. Chiede dove sono, è preoccupato ed è venuto ad accertarsi che io sia tornata e che stia bene.

Casa di Reclusione di Milano-Opera, 03-settembre-2025

Lara

Racconti al tavolo del gruppo

 

Il nonno, il limone, la bambina

Il nonno, il limone, la bambina cattiva…
e l’amore che resiste

Estate, la nonna in cucina
Il nonno riposa sotto il tetto con la testa reclina
Corro nell’orto, scalza sui sassi roventi
Nei miei ricordi i giorni contenti

Tra pomodori, ravanelli e albicocche,
rido e gioco con mia sorella
a tormentare eleganti e delicate libellule.

Colori, odori e suoni
non bastano a dimenticare il sonno del nonno.

Ero bambina cattiva,
con in mano un mezzo limone,
che strinsi ridendo sulla bocca ignara.

Il succo aspro sveglia il silenzio.
Il vecchio si spaventa per lo scherzo crudele
e mi rimprovera con ogni suo mezzo.

Scappo e pedalo a catena
dalla colpa giovane che stringo in mano
e con il cuore che sprofonda in pena.

Ero bambina cattiva,
con in mano un mezzo limone,
che strinsi ridendo sulla bocca ignara.

Il campanello suona affannato
arriva il nonno preoccupato
per la nipote ribelle
Il limone è già dimenticato

Ero bambina cattiva
con in mano un mezzo limone
che strinsi ridendo sulla bocca ignara

Ma il nonno è venuto a cercarmi

Lara Giovanelli

Racconti al tavolo del gruppo

Simboli per il dramma di Corinto

Le immagini, ottenute con l’aiuto dell’AI, sono elaborazioni dei simboli ideati dagli studenti del Pesenti di Bergamo per rappresentare il conflitto tra gli dei dell’olimpo e i cittadini di Corinto, i potenziali sviluppi e, non da ultimo, alcune delle possibili soluzioni ideali per superare il conflitto tra insegnanti e studenti, tra autorità e cittadini e, più in generale, tra adolescenti e adulti.

La siccità che ha messo a dura prova tutta la città ha anche indotto Sisifo, re di Corinto, a sviluppare verso il dio dell’acqua Asopo, verso Giove, capo tra tutte le divinità dell’Olimpo e, in generale, verso tutte le “divinità/autorità dell’Olimpo”, un rancore che ne ha condizionato fortemente le scelte e che lo ha portato a sviluppare l’arroganza cui Giove risponderà con la famosa punizione/vendetta del masso.

 


Bergamo: Giornata conclusiva dell’iniziativa su “Approcci utili per i conflitti tra insegnanti e studenti“. Sul palco la preside dell’istituto, prof.ssa Veronica Migani, Angelo Aparo, Matteo Manna del Gruppo Trsg, e gli studenti del Pesenti Kushal Bagha, Gabriel Billeci e Adam Haqhaqi.

«Ragazzi, dopo il risultato ottenuto con la vostra rappresentazione del mito di Sisifo nel carcere di Opera, oggi vi propongo una cosa non facile. Cioè interrogarci su cosa può vivere un adolescente che non si sente aiutato o sostenuto nella sua crescita e nella ricerca del proprio futuro. È una sfida impegnativa. La mia proposta è quella di ideare un simbolo che rappresenti ciò di cui voi sentite di aver bisogno, quello che vi sembra necessario avere dal mondo degli adulti per fare la vostra strada.

Vorrei anche riuscire a concepire un simbolo che rappresenti l’idea di una comunità eterogenea, composta da persone provenienti da diverse parti del mondo (come siete già voi stessi), ma unite da un obiettivo comune: costruire il mondo di domani, cioè il mondo in cui vivrete da adulti. Come l’acqua che mancava a Corinto, questo simbolo deve indicare una risorsa essenziale, vitale. Abbiamo l’esigenza di costruire un mondo capace di tener conto della diversità e di un simbolo che rappresenti questo obiettivo. Vi invito a realizzarlo senza risparmiare mezzi, mettendo in campo tutta la vostra creatività e passione. Questo simbolo potrà diventare il segno distintivo della vostra scuola e una testimonianza concreta di ciò che siete in grado di fare»

Angelo Aparo

Mohamed Ounnas e Angelo Aparo lottano per avere il poco che resta dell’acqua a Corinto.

 

Adam Haqhaqi: Immagino un Giove sconfitto, che tenta invano di stringere tra le mani una bilancia simbolo del suo potere. Attorno a lui, un gruppo di adolescenti, provenienti da ogni angolo del mondo, unisce le forze per sfidare e abbattere un’autorità ormai priva di credibilità.

 

Marwan Toukami: Immagino una marionetta, strettamente controllata dall’autorità e dal potere, che si dimena con tutte le sue forze per spezzare i fili e liberarsi dal giogo del controllo.

 

Ranbir Singh: Vedo degli adolescenti, provenienti da culture e origini diverse, lavorano insieme per ridurre il peso del masso. Rappresentano il potere della diversità, dell’inclusione e della collaborazione. Simboleggiano l’importanza della comunità e del supporto reciproco. La loro unione dimostra che, affrontando le difficoltà insieme, il peso del masso diventa più gestibile.

 

Carlo Caroli: Immagino una bandiera italiana, simbolo di accoglienza e unità, su cui sono cucite le bandiere dei paesi d’origine degli adolescenti che studiano nella nostra scuola. Un mosaico di colori e identità che racconta storie di integrazione, diversità e speranza.

 

Massimo Rinaldi: Vedo una bilancia sollevata da molte mani, simbolo di unione e forza collettiva. Su uno dei piatti c’è il masso di Sisifo che, mano a mano, diventa leggero come iuna piuma, perché la coscienza condivisa e la forza del gruppo ne riduce il peso.

 

Omar Fouah: Un’aquila maestosa si lancia in picchiata dalla montagna, incarnando potenza e determinazione, mentre un masso, simbolo di oppressione e peso interiore, si trasforma lentamente in una piuma. È la rappresentazione di una coscienza che si alleggerisce, liberandosi dal fardello.

 

Mouhamed Khouma Seydina: Vedo molti studenti di diverse etnie unire le loro forze per spingere insieme un masso verso la cima della montagna. Ogni spinta rappresenta la condivisione della fatica e del sacrificio, uniti dalla determinazione di raggiungere l’obiettivo comune: trasformare quel masso in coscienza, un simbolo di crescita, consapevolezza e collaborazione.

 

Gabriel Billeci: Giovani adolescenti, provenienti da paesi e culture diverse, sostengono insieme un mondo. Sopra di esso si trova un anziano, simbolo di un’autorità credibile, con orecchie enormi, a rappresentare la sua capacità e competenza nell’ascoltare i giovani.

 

Massimo Zanchin, componente del gruppo del carcere di Opera: la moneta di Corinto è la sintesi di due dei tanti possibili percorsi ed esiti del rapporto tra adolescente e adulto, studente e insegnante, cittadino e autorità pubbliche, detenuto e figure istituzionali.

Il mito di Sisifo

La rivoluzione non violenta del Gruppo della Trasgressione

RELAZIONE FINALE TIROCINIO POST LAUREAM IN PSICOLOGIA

“L’essere umano è l’autore del reato ma non è il proprietario della decisione che lo ha portato a commetterlo, lo è lo stato d’animo che abitava la ‘camera pensante’ al momento dell’abuso. Chi uccide non decide di uccidere. Alla persona detenuta serve individuare cosa ha preso forma nella sua mente, ne ha bisogno per tornare a ‘vivere’ nella Società. A me importa conoscere cosa è successo all’uomo nel momento in cui ha commesso il reato, mi interessa capire da dove nasce il dolore del criminale” (Aparo, Opera, 2023).

Premessa
La scelta di svolgere il mio tirocinio post lauream di Psicologia presso le carceri milanesi di Milano-Opera, Milano-San Vittore e Milano-Bollate scaturisce dal bisogno di rintracciare e comprendere i fattori che contribuiscono a fare scivolare l’uomo verso la condotta deviante e verso la mediocrità in genere.

Presentazione dell’Associazione Trasgressione.net
Il Gruppo della Trasgressione nasce in carcere e più precisamente nella Casa Circondariale di San Vittore nel 1997 per iniziativa dello Psicoterapeuta Dottor Angelo Aparo. Inizialmente composto solo da detenuti (i “trasgressori”), nel tempo apre le porte agli studenti di Psicologia, Giurisprudenza, Filosofia, a Docenti di Letteratura, a Storici d’arte e ad altre personalità di spicco del mondo culturale, giudiziario, a liberi cittadini e a famigliari di vittime di reato (Approfondimenti: www.vocidalponte.it – www.trasgressione.net – cooperativa sociale trasgressione.net – associazione trasgressione.net – FB Gruppo della Trasgressione – Trasgressione.net – IG Gruppo.trasgressione).

Attività del Gruppo, metodo d’intervento, strumenti
Il Gruppo della Trasgressione è un laboratorio di ricerca in cui si discute, si svolge un’attività di terapia di gruppo e di autoanalisi. L’attività psicologica consiste nel far emergere le emozioni e la coscienza del detenuto per motivarlo a intraprendere il processo di cambiamento che lo porrà via via dinnanzi alle sue responsabilità e alle conseguenze delle sue azioni. I componenti del Gruppo della Trasgressione ragionano attorno ad un tavolo su una grande quantità di argomenti. Il nucleo tematico principale è costituito dai percorsi attraverso i quali si giunge alla condotta deviante. Si conduce un’indagine sui fattori soggettivi e ambientali che inducono la persona a commettere l’abuso. In particolare, si cerca di conoscere, attraverso le testimonianze dei detenuti, quali atmosfere emotive “autorizzano”, nel vissuto del soggetto, l’azione deviante. Durante gli incontri ho avuto modo di osservare le trasformazioni emotive del detenuto e allo stesso tempo i cambiamenti che si producevano su di me e sul mio modo di considerarlo: per me è stata l’occasione di vedere l’uomo aldilà del criminale. L’attività del Gruppo, nella quale sono riconoscibili benefici risvolti terapeutici, conduce il detenuto a prendere gradualmente contatto con i propri errori e con le proprie fragilità.

Il lavoro del Professore Aparo consiste nell’offrire un sostegno al percorso psicologico della persona detenuta, è un tentativo di valorizzare quello che le persone hanno dentro, le loro potenzialità, affinché i detenuti riconoscano e prendano fiducia nelle risorse personali che in passato avevano usato poco o avevano messo da parte, come le emozioni e la capacità di ascoltare se stessi. Si coinvolge la persona in iniziative che alimentano un processo d’introspezione e la riscoperta degli aspetti più profondi dell’essere e, tutti insieme, si procede alla ricerca della “coscienza”. Si studia la devianza con il detenuto e ci si ascolta l’un l’altro, pratica favorita anche dall’eterogeneità delle persone che partecipano in modo attivo al Gruppo. In questo modo si punta ad allargare i confini di un Ideale dell’io prima coartato e che, con il ruolo che i detenuti hanno al Gruppo, si arricchisce della fiducia nelle qualità personali, presupposto indispensabile per superare la precedente identità criminale, che si nutriva invece di emozioni parassitarie, quali l’arroganza e la rabbia.

L’Associazione Trasgressione.net organizza molteplici attività culturali: convegni, rappresentazioni teatrali, concerti. Inoltre, avvalendosi del braccio imprenditoriale del Gruppo, la Cooperativa Sociale Trasgressione.net, attua programmi di reinserimento lavorativo di detenuti ed ex detenuti. I progetti realizzati dal Gruppo stimolano il detenuto a misurarsi continuamente con le proprie risorse, a ricoprire un ruolo, a esercitare funzioni e responsabilità. Il confronto con studenti delle scuole e delle università e con cittadini comuni produce un continuo scambio di contenuti emotivi. “Quando persone diverse, con una storia diversa, si dedicano in comune a un progetto, inevitabilmente attingono ciascuna dalle proprie risorse, ritrovando quelle che avevano trascurato. La coscienza spenta, imbavagliata durante i crimini, torna a funzionare. Le persone che a poco a poco usano la propria volontà per costruire con l’altro diventano sempre più consapevoli dell’esistenza dell’altro. Finché il dolore dell’altro non trova riconoscimento, non può esserci coscienza” (Aparo, Opera, 2022).

Durante il tirocinio ho partecipato a diversi progetti e convegni che hanno visto il coinvolgimento delle Istituzioni: Milano, Palazzo Marino al concerto in “Tributo a Fabrizio De André”; Roma, convegno “Una mappa per la Pena” davanti alla Ministra della Giustizia Marta Cartabia; Casa di Reclusione di Milano-Opera, a una lezione d’arte dei lavori di Caravaggio con lo Storico dell’arte Stefano Zuffi in “La vocazione di San Matteo”; sempre al carcere di Milano-Opera, con alcuni Pubblici Ministeri e con il Docente di Lingua e Letteratura russa, Dottore Fausto Malcovati, nella classe di studio di “Delitto e Castigo” di Dostoevskij; e, in ultimo, al progetto nascente del Reparto “La Chiamata” presso la Casa Circondariale di Milano-San Vittore, che vede impegnato il Gruppo della Trasgressione nella costruzione di percorsi di rieducazione per aiutare i detenuti del “reparto giovani” a disfarsi delle maschere da duri che li hanno portati in carcere.

Le riflessioni al tavolo, sollecitate dal Professore Aparo, spaziano su quali siano gli ingredienti dell’agire deviante, come reagiscono i figli dei detenuti, cosa ci si dice per sentirsi autorizzati a commettere l’abuso, ecc… L’intero Gruppo raccoglie l’invito a riflettere e rintraccia a poco a poco gli stati d’animo e le circostanze che hanno guidato la persona ad abusare.
Detenuti ed esterni, senza censura, si raccontano e si pongono sullo stesso piano. Tutti insieme si procede alla “ricerca dell’uomo”, si riflette sulla vulnerabilità umana, si cerca di conoscere la persona che si ha davanti, s’instaura un forte senso di fiducia reciproco, si stabiliscono alleanze, si parla in profondità del proprio vissuto. La fragilità che affiora durante il Gruppo di Analisi non si può ritenere esattamente una risorsa; tuttavia,…“… è una risorsa coltivare il rapporto con la propria fragilità fino a trasformarla in uno strumento che favorisce la relazione con l’altro. Negli anni dell’abuso, dell’arroganza e dell’eccitazione forzata attraverso l’uso di droghe e di pistole, la fragilità era emarginata dalla persona e non era uno strumento bensì una complicazione da tenere accuratamente lontano da sé” (Aparo, Opera, 2023).

Il processo di autorizzazione a commettere il reato non si manifesta in forma giustificatoria dopo il crimine, ma precede la realizzazione dell’azione deviante, ne accompagna il corso, la rilegge in modo favorevole “sganciandola” dalla responsabilità del gesto. Delinquenti non si nasce; l’assuefazione alla devianza è un vero e proprio addestramento col quale, reato dopo reato, il delinquente, per negare la propria fragilità, impara a silenziare la propria coscienza e a squalificare la norma sociale. Incontro dopo incontro, storia dopo storia, la persona si incammina sulla via che porta all’evoluzione. “Il gioco consiste nel fare in modo che la persona sviluppi degli interessi verso qualcosa che la indurrà a cambiare, senza nemmeno accorgersi che sta cambiando” (Aparo, Milano, 2023).

Il detenuto ha bisogno di stimoli, di riconoscimento, di una struttura che lo protegga, ha bisogno di un ruolo con cui esercitare la propria responsabilità. Ma è difficile per la persona detenuta coltivare l’evoluzione della propria identità e riconoscersi nella nuova immagine di sé che egli va sviluppando. I meccanismi complessi costruiti dal Gruppo della Trasgressione contribuiscono a questo incastro: il cambiamento, per essere possibile, deve provenire dal detenuto, come già ricordato, senza sforzo e senza che egli se ne accorga mentre avviene.

Va inoltre considerato che la persona con un background deviante tante volte non è nemmeno consapevole di possedere questa aspirazione di cambiamento. Il lavoro del Professore Aparo inizia proprio in quel momento: si analizzano i fattori che esonerano e mettono a tacere la coscienza del delinquente e, senza forzature e senza retorica, il Gruppo aiuta la coscienza del detenuto ad “evadere” dalla gabbia in cui era stata confinata.

Prevenzione alla devianza nelle scuole
Durante il Gruppo di Analisi, i detenuti sono invitati a mettersi a nudo. Questa esperienza è vissuta in forma molto impegnativa ed intensa ma anche gratificante. La memoria dei sentimenti che vivevano all’epoca dei reati diventa materiale di costruzione, di comunicazione con l’esterno.
Il risultato più appagante di questo lavoro viene raggiunto, di solito, quando i detenuti incontrano gli adolescenti nelle scuole, quando la materia problematica che li aveva indotti a commettere reati e a diventare succubi della loro rabbia e della loro voglia di rivalsa viene offerta agli studenti delle scuole medie di primo e secondo grado per la prevenzione alla devianza e alla tossicodipendenza.

In questo modo gli studenti riconoscono la maturità di chi oggi è in grado di parlare in modo critico del proprio passato e del proprio presente “… perché è vero che i detenuti sono stati indotti a parlare del loro passato problematico, ma nell’effettuare questa operazione ciascuno di loro vive un senso di crescita personale e di gratificazione che vanno a sostituire la gratificazione che si viveva durante i reati, fatta d’ebrezza del potere, di fantasie di grandiosità e di onnipotenza.” (Aparo, Milano, 2023).

Il Gruppo della Trasgressione offre al detenuto una funzione, un ruolo, lo responsabilizza, lo istruisce e lo inserisce in progetti di alto valore sociale. L’ex detenuto è un’importante risorsa per gli adolescenti, una testimonianza credibile di come si possa cambiare e diventare persona responsabile. Allo stesso tempo, l’ex detenuto emancipato è un esempio tangibile del valore della responsabilità e dei risultati che l’impegno permette di raggiungere. Un esempio è “Marte, andata e ritorno”, un progetto che vuole studiare e analizzare gli aspetti che influiscono sull’ingresso nel mondo della devianza e gli strumenti utili alla presa di coscienza necessaria per uscirne.

In particolare, si discute su come si acquista il biglietto di andata: le condizioni familiari, ambientali e psicologiche, i conflitti, le turbolenze dei primi anni di vita, le fragilità, il bisogno di conferme, la rabbia, il senso di rivalsa dell’adolescenza, la brama di diventare grandi e l’urgenza di accorciare i tempi per sentirsi indipendenti dalle prime figure di riferimento, l’iniziazione, la sfida, i gradini dell’ascesa all’interno del gruppo dei pari; e di ritorno: gli scritti, le diverse attività della “Palestra della creatività”, gli incontri con i familiari delle vittime di reato e con figure della cultura, i convegni in ambito istituzionale, la produzione di attività teatrali, ecc.

Gli incontri tra il Gruppo della Trasgressione e le scuole hanno lo scopo di promuovere contemporaneamente il percorso evolutivo dello studente e del condannato, permettendo loro di vivere un’esperienza reciprocamente responsabilizzante. Per quanto riguarda lo studente, gli obiettivi del progetto sono, in generale, la prevenzione della devianza, del bullismo e delle dipendenze. “L’incontro tra studenti e detenuti agisce come un contenitore nel quale la curiosità dei soggetti partecipanti si riempie gradualmente di contenuti, un contenitore nel quale risorse e fantasie dei ragazzi recuperano spazio e volontà di esprimersi, una camera di gestazione nella quale, senza forzature e senza indottrinamenti, i partecipanti esplorano le loro risorse interiori e coltivano la loro crescita personale. Per questo si ritiene di primaria importanza combinare l’obiettivo della prevenzione dalle dipendenze degli studenti con la rieducazione del condannato che, motivato dalla giovane età degli interlocutori, esercita spontaneamente le proprie funzioni di adulto e di cittadino responsabile. In sintesi, tali incontri favoriscono il percorso evolutivo dell’adolescente permettendogli di svolgere una positiva funzione sociale; allo stesso tempo aiutano i detenuti a riappropriarsi della loro identità di adulti responsabili mentre forniscono un servizio alla collettività. Adolescenti e detenuti diventano reciprocamente agenti per la maturazione e l’emancipazione dell’altro” (Aparo, Opera, 2023).

Competenze acquisite durante il tirocinio
Il periodo di tirocinio è stato molto impegnativo. Il turbamento emotivo provato durante gli incontri, gli argomenti trattati, spesso mi hanno fatto dubitare della mia capacità di confrontarmi con la complessità delle cose… tanto d’essere stata tentata di abbandonare. Al Gruppo mi accade spessissimo di emozionarmi, di piangere. Mi è stato detto dal Professore Aparo che questo fenomeno non è niente di singolare. La commozione che ho provato in un contesto così specifico, il carcere, è stata particolarmente intensa. La prima volta che ho incontrato i detenuti (assassini, spacciatori, rapinatori, estorsori), precisamente a Opera, mi aspettavo di incontrare persone prive di sensibilità. Più ascoltavo i loro vissuti, la loro voce rotta dall’emozione, la loro disponibilità a entrare in contatto con me senza più negare la loro fragilità, più non capivo come potesse sentirsi “fragile” una persona che era in carcere per aver commesso omicidi e con una condanna all’ergastolo. Il pregiudizio ci spinge a pensare che le persone in carcere siano prive di empatia, fragilità e sensibilità. Questo in parte spiega perché sono rimasta sorpresa nel sentire parlare la persona detenuta di senso di colpa, di responsabilità, di dolore. La mostruosità del passato dei detenuti non mi ha allontanata da loro. Quanto più ragiono su questi aspetti, tanto più mi rendo conto del metodo con cui viene perseguito l’obiettivo del reinserimento sociale della persona detenuta e degli effetti terapeutici del Gruppo della Trasgressione sulle persone che lo frequentano. Per questo mi sembra indispensabile capire gli elementi che compongono i bisogni psicologici dell’autore di reato e ottenere informazioni utili per impostare progetti e operazioni d’intervento per prevenire la devianza. Le persone che commettono degli abusi non sono un fatto solitario, una persona che ha trasgredito alle norme sociali, anche se è stata rigettata dalla società, ne fa comunque sempre parte, è un fatto sociale.

Il tirocinio col Professore Aparo mi ha permesso di approfondire una tematica sociale importante e mi ha arricchito tanto da segnare ogni parte del mio essere, mi ha cambiata profondamente e mi ha “chiamata” a svolgere una funzione sociale che non avevo prima d’ora considerato, non solo come futura Psicologa ma anche e soprattutto come persona. Quello che credo di avere acquisito come parte stabile del mio bagaglio è che in ogni essere umano c’è un continuo divenire dei sentimenti che caratterizzano la relazione con l’altro e che sono soprattutto i sentimenti con cui gli altri vengono vissuti a permettere l’abuso verso l’estraneo o la collaborazione col nostro vicino di casa. A tale riguardo ciò che ognuno di noi acquisisce nei suoi primi anni è fondamentale, ma col tempo, con l’allenamento o con l’assuefazione, ognuno di noi può continuare ad evolversi o a regredire molto al di là di quanto previsto dagli schemi di riferimento comune. Ne consegue che il compito delle istituzioni non può che essere quello di lavorare affinché ciascuno, a scuola o in carcere, possa vivere al meglio il proprio percorso evolutivo anche dopo qualche caduta.
“Rieducazione, riabilitazione, presa di coscienza, accettazione della responsabilità, non per ultimo vantaggio sociale. Il Gruppo della Trasgressione non può essere distante da ciò che cerca la Costituzione, la giustizia morale, la società” (Aparo, San Vittore, 2023).

Un sincero ringraziamento al Professore Angelo Aparo e a tutti i componenti del Gruppo della Trasgressione e, in particolare, al mio Nuccio.

Lara Giovanelli

Chi siamo – Relazioni di Tirocinio– Note sul metodo

Don Claudio Burgio e i giovani

Non sono pochi i ragazzi che all’interno del carcere minorile o in comunità ti nascondono la loro vera identità: un adolescente rom solo dopo quattro anni di vita comune mi rivelò il suo vero nome. Mi spiazzò, rimasi perplesso per qualche giorno; poi, capii. Non è solo la difficoltà a consegnare la propria storia personale e familiare; c’è anche la fatica del nascere a se stessi, dell’abitare il proprio nome. Ragazzi orfani di identità.

Sono la paura e la diffidenza a segnare la vicenda di molti adolescenti che incontro: paura di non essere accolti per come sono, paura di non valere agli occhi degli altri, di rimanere invisibili, paura di essere misconosciuti e traditi da un mondo adulto sempre più assente e insicuro, più incline a escludere che a includere.

Ragazzi trasgressivi che, abbandonati a se stessi, sconfinano in comportamenti antisociali e perdono il controllo della loro impulsività, fino a diventare pericolosamente violenti; minori che tentano di soffocare dentro il dolore che li accompagna da quando sono nati.

Li chiamano «ragazzi a rischio», «bulli», «delinquenti», «ragazzi di strada», «giovani devianti», «mostri»: per me sono ragazzi e basta. Li incontro nel carcere minorile Cesare Beccaria di Milano e nelle comunità di accoglienza Kayrós, li ascolto nei colloqui personali, per strada, nei dibattiti pubblici, negli oratori e nelle scuole. Con quella tremenda voglia di gridare al mondo il loro esserci, da un po’ di anni sono diventati i miei compagni di viaggio.

Sono cuori violenti spesso per disperazione. Più vado avanti, più mi convinco di una cosa: non esistono ragazzi cattivi. Mi capita più volte, in occasione di incontri pubblici e di colloqui privati con persone adulte, di avvertire intorno a me ammirazione mista a commiserazione, come se stessi svolgendo un compito ingrato, come se occuparsi di ragazzi difficili fosse impresa straordinaria per uomini fuori dal comune. C’è un po’ in giro questa sensazione, che l’educazione debba essere opera di persone particolarmente eroiche e necessariamente sante.

Non è così. L’educazione è compito di ogni adulto, è responsabilità a cui non ci si può sottrarre; chi come genitore, chi come insegnante, chi come politico, chi come operatore sociale, chi come uomo di sport e di fede… Ognuno deve avvertire l’urgenza e la gioia nel consegnare ai giovani il mestiere di vivere, permettendo loro di incontrare il senso del mondo e trasmettendo loro prospettive di valore e di impegno per cui valga la pena di vivere e, se necessario, di morire.

Improvvisamente questi ragazzi diventano scrittori poeti della vita. In queste pagine si nasconde la loro intimità e un’incredibile sapienza e come se il carcere ridesse a questi giovani la voglia di pensare e di tradurre per iscritto pensieri più veri.

I nostri ragazzi, urlano in modo violento il dolore che non riescono più a contenere dentro, cercano adulti interessati a raccogliere il grido d’aiuto, adulti capaci di governare il caos evolutivo che li stordisce. Il reato, più che scelta consapevole, è segnale di fragilità, sintomo doloroso di un disagio.

Il percorso della consapevolezza e della responsabilizzazione è ciò che permette all’adolescente di ritrovarsi. Troppi genitori, insegnanti, educatori, in nome di un malinteso concetto di educazione, evitano lo scontro per non esasperare il conflitto.

È difficile pensare a una ripresa evolutiva, se l’adolescente non viene chiamato per nome ad assumersi nuove responsabilità. Per lasciare la tomba delle paure alle spalle è indispensabile che egli si senta coinvolto in progetti importanti di vita, in avventure educative di ampio respiro dove possa sperimentarsi come soggetto attivo e possa vivere un protagonismo sano. Per far sì che questo avvenga occorre pensare a ripensare politiche giovanili nell’ambito pubblico e progettualità pastorali nell’ambito ecclesiale improntate sulla serietà.

I giovani non si lasciano affascinare da chiamate poco esigenti e prive di carica. Non c’è espiazione che tenga se non avviene prima questo recupero della coscienza, forse meglio ancora se non si incomincia a formare una coscienza. Non c’è alcuna possibilità di riprese evolutiva senza l’assunzione di responsabilità nei confronti di sé e degli altri. Solo così molte crisi adolescenziali trasformano in risorse un periodo doloroso e difficile di crescita.


Estratti da: ISBN eBook PDF 9788831560825,  Burgio Claudio. Non esistono ragazzi cattivi. Esperienze educative di un prete al Beccaria di Milano. Edizioni Paoline. Edizione del Kindle. Prima edizione digitale 2013.
https://www.kayros.it/don-claudio

No, non c’è tradimento!

San Vittore 16/02/2023

Ascolto con attenzione i contributi dell’eterogeneo gruppo che si riunisce tutti i giovedì al nascente reparto LA CHIAMATA e constato che tutte le idee vengono scambiate, confrontate, criticate, tanto che io dubito spesso anche delle mie.

Tuttavia, quando il prof. Aparo ha aperto l’incontro di giovedì scorso a San Vittore, chiedendo ai presenti se chi s’interessa del benessere della persona condannata stia tradendo i famigliari della vittima o se occuparsi della sofferenza di chi ha commesso un omicidio equivalga a ignorare la disperazione della figlia e della moglie della vittima, ho sentito dentro di me una risposta certa: “No, non c’è alcun tradimento!”

Anche se l’argomento è complesso e doloroso, non posso rinunciare a tentare di capire la relazione lega l’uomo al criminale, non posso credere che sto trascurando la vittima quando cerco di scoprire dov’è andata l’umanità di chi è stato carnefice.

Mi avvicino alla persona detenuta, sentendo la necessità di rintracciare quali siano i fattori che hanno contribuito a farlo scivolare verso l’assenza da se stesso. E mi preoccupa che siamo in pochi a volerlo fare, a voler capire cosa succede all’uomo. Sento nei racconti dei detenuti la mancanza di qualcosa di cui, invece, mi sembra che noi tutti abbiamo bisogno. E al gruppo si cerca di continuo cos’è: qualcosa che prima c’era? Che non c’è mai stato?

Pur considerando che la figura dei genitori ha un ruolo centrale nella costruzione della personalità dell’adolescente, mi chiedo come abbiano fatto molti giovani a sopravvivere a infanzie infelici con genitori disattenti o assenti e a contesti degradanti, senza per questo autorizzare se stessi all’abuso, senza ricorrere a “soluzioni” devianti.

Comprendere perché alcune persone soccombono e altre sopravvivono in ambienti in cui si vivono le stesse difficoltà, rappresenta un terreno di studio molto interessante per noi componenti del Gruppo della Trasgressione. La direzione che il degrado ambientale e le difficoltà familiari imprimono ai sentimenti e alle scelte dell’individuo non è automatica! Diversamente, come si spiegherebbe che nello stesso nucleo famigliare un figlio prende la strada della devianza e l’atro no?

Mi sembra quindi importante cercare di approfondire cosa sente il giovane deviante, osservare il modo in cui egli reagisce alla frustrazione, quale lettura egli dà degli eventi e delle relazioni che vive, quale impasto si produce nella sua affettività, tale da portarlo al reato.

Quanto più ragiono su questi aspetti, tanto più mi rendo conto degli effetti terapeutici del Gruppo della Trasgressione sulle persone che lo frequentano e del metodo con cui viene perseguito l’obiettivo del reinserimento sociale della persona detenuta. Per questo mi sembra indispensabile sgrovigliare i nodi che compongono i bisogni psicologici dell’autore di reato e ottenere informazioni utili a impostare progetti e operazioni d’intervento.

L’avvicinamento a chi ha operato l’offesa e la sua responsabilizzazione in progetti collettivi sono certamente gli strumenti migliori per contrastare il ripetersi dell’abuso: “Capire cosa induce alla condotta antisociale non è un tradimento nei confronti della vittima, è piuttosto una ricerca di quell’umanità che era stata progressivamente defenestrata lungo il complesso percorso che ha portato all’episodio criminoso” (Aparo, San Vittore, 16/02/2023).

Lara Giovanelli

Reparto LA CHIAMATA – Incontri con i familiari delle vittime