Carcere di San Vittore, 25-05-2026

Le ore passate a San Vittore il 25 maggio mi hanno fatto riflettere molto su cosa significhi davvero “fare gruppo” in un posto del genere. La cosa che più mi affascina del Gruppo della Trasgressione è la totale assenza di forzature: vedere dei detenuti entrati in stanza per puro errore che poi, senza che nessuno dica nulla, decidono di fermarsi fino alla fine e promettono persino di tornare, fa capire quanto quel posto sia magnetico. C’è un bisogno di ascolto pazzesco, che si attiva da solo non
appena si inizia a parlare.

Il primo a prendere la parola è stato Aziz, il più giovane del gruppo, con una confessione pesante: la solitudine lo schiaccia anche in mezzo a una stanza piena di gente. Ha descritto la sua vita come un corridoio di porte sbarrate con le chiavi cadute a terra: un’immagine fortissima, quasi rassegnata.
Eppure, sotto quella corazza, i suoi desideri sono disarmanti nella loro normalità: una casa, un lavoro, zero casini.

Il Prof ha fatto un ottimo lavoro da “ancora di salvataggio”, spronandolo a
non buttare via gli anni dentro e a usarli per piantare paletti solidi per quando uscirà, senza però fargli sconti sul fatto che la realtà attuale è solo il conto delle sue azioni.

Dopodiché c’è stato spazio per le presentazioni, data la presenza di persone nuove. Anche questo passaggio mi è piaciuto molto, perché nessuno si è nascosto dietro un copione o frasi fatte. Al contrario, ognuno ha usato quel momento per dare una definizione personalissima del laboratorio.

È emerso chiaramente che il cambiamento non è un regalo, ma un
investimento quotidiano che richiede una costanza infinita.
La storia che mi è rimasta più impressa, però, è quella del permesso d’uscita di Ivano per il convegno: il Prof Aparo era riuscito a portarlo fuori e lui si è ritrovato sul marciapiede a fumare, da solo, con la concreta possibilità di scappare. Il fatto che non ci abbia pensato nemmeno per un secondo, semplicemente perché si sentiva parte di un’identità nuova e non voleva deludere il Prof o la persona che stava diventando, racchiude il senso profondo dell’intero progetto.

Alla fine, ascoltare gli altri diventa un modo potente per guardarsi dentro e decifrare i propri pezzi mancanti. Giornate come questa dimostrano che quando la riflessione diventa collettiva si crea un’energia pulita, l’unica capace di far nascere un desiderio reale di voltare pagina.

Sofia Carmen Peronace

Verbali

Il crimine boomerang

Carcere di Opera, 20/05/26

In questa giornata ad Opera abbiamo affrontato diverse tematiche interessanti. Innanzitutto è emersa una frase, detta da uno dei detenuti, che mi ha colpito molto: “Non esistono persone cattive o persone buone, esistono scelte cattive e scelte buone”. Lì per lì sembra quasi uno slogan scontato, ma sentire questo concetto da chi sta scontando un ergastolo per omicidio cambia completamente la prospettiva.

Noi passiamo la vita a dividere il mondo in buoni e cattivi per sentirci al sicuro, ma la realtà è che siamo solo il risultato delle nostre azioni.

Subito dopo, però, è venuto fuori un dubbio ancora più profondo e decisamente più enigmatico: “ma si diventa assassini per le circostanze o è qualcosa che ha sempre vissuto dentro di noi, nascosto nell’ombra?” Nel caso di cui parliamo, la vendetta per l’uccisione del padre sembrava un binario già scritto.

Eppure, la violenza si è rivelata un’illusione totale: chi ha ucciso ha ammesso che, dopo l’omicidio, non ha provato né piacere né soddisfazione. Solo il vuoto. La vendetta non ripara un bel niente, allarga solo la ferita.

Quando poi gli è stato chiesto se avesse fatto bene o male, la risposta è stata un “Male” secco, ma motivato in un modo che mi ha spiazzata per la sua devastante semplicità: “Non ho voluto bene a me stesso, e non ho voluto bene alla mia famiglia”.

Questa cosa mi ha fatto riflettere molto. Il male, prima ancora di essere un reato da codice penale, è un atto di profondo disamore verso se stessi. Pensando di difendere l’onore della sua famiglia, quest’uomo ha finito per infliggere ai suoi cari un dolore ancora più grande, distruggendo contemporaneamente anche la propria vita. Il crimine è un boomerang, colpisce in entrambe le direzioni.

Alla fine siamo tornati a parlare di noi, di quanto siamo spesso ipocriti: diciamo una cosa e poi ne facciamo un’altra, recitando una parte che non coincide con le nostre azioni quotidiane. Però, in mezzo a tutta questa ipocrisia, mi è rimasta impressa una bellissima domanda aperta, che sa quasi di speranza: “com’è possibile che, nonostante tutto, a volte ci vengano in mente brutti pensieri ma qualcosa dentro ci freni dal metterli in pratica? Forse perché la nostra persona ha comunque una morale da seguire?”.

Secondo me la verità è proprio questa: non perdiamo mai del tutto la nostra bussola interna. Persino nel posto più buio e dopo l’errore più grande, la coscienza continua a lavorare e a chiederci chi vogliamo essere davvero. Il confine tra una vita normale e il baratro alla fine è sottilissimo, basta un secondo e la risposta d’impulso sbagliata. Ma finché si è capaci di guardarsi dentro con questa spietata onestà, c’è sempre la possibilità di ricostruire un senso, persino dietro le sbarre.

Sofia Carmen Peronace

San Vittore, di Paolo Donati, Alessandro Radici e la Trsg.band

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà