La pag. di A. Crisafulli – Percorsi della Devianza e Trame di Libertà
Mese: Maggio 2026
L’importanza della contaminazione
Etichette e Storie
Quando sono entrata in questo gruppo, ero piena di domande, di dubbi e di idee già costruite nella mia testa: idee su cosa significasse la devianza, su come potesse essere una persona che delinque, sui suoi modi di pensare e sui suoi meccanismi di difesa.
Oggi mi rendo conto che l’idea che avevo del carcere e della devianza era basata su qualcosa di molto superficiale, costruito sulle poche informazioni che avevo e forse, la cosa più importante che ho imparato, è che conoscere davvero qualcuno significa andare oltre ciò che vediamo a prima vista, oltre ciò che pensiamo di sapere o immaginiamo.
Siamo spesso abituati a fermarci alle etichette, agli errori, ai ruoli, a una definizione. È più facile farlo, perché le etichette ci fanno sentire sicuri: ci danno l’illusione di aver capito una persona in poche parole.
Poi però ci si siede attorno a un tavolo, si ascoltano storie, pensieri, ricordi ed emozioni, e qualcosa cambia. Inizi lentamente a vedere l’altro. Inizi a vedere paure, fragilità, ironia, forza, sensibilità. Inizi a vedere le persone.
Ed è stata proprio questa la cosa che mi ha colpita più di tutte: accorgermi che, a un certo punto, il carcere era passato in secondo piano. Tra queste mura, in questa stanza, non mi sentivo in carcere; mi sentivo semplicemente una persona seduta a un tavolo con altre persone.
Davanti a me non c’erano più “detenuti”, ma persone con una storia, persone che mi hanno fatta riflettere, emozionare, sorridere e che, in alcuni momenti, mi hanno portata a mettere in discussione il mio modo di guardare il mondo.
Pensavo di entrare qui per osservare e cercare di capire gli altri, ma alla fine ho finito per capire molto anche me stessa. Ho imparato ad ascoltare e non soltanto a sentire, a cercare ciò che c’è dietro le cose invece di fermarmi a un’idea già costruita.
Ho imparato che dietro un errore spesso esiste molto altro: esistono storie, momenti, dolori, mancanze, ferite ed emozioni che non possiamo vedere immediatamente.
Sento di avere ancora tantissime cose da chiarire, tantissimi aspetti da approfondire e tantissime domande a cui vorrei trovare risposta.
So di non sapere, ma questo non è il punto di arrivo, bensì di partenza. Perché se prima volevo osservare, oggi sento soprattutto la voglia di continuare a capire.
Ringrazio il gruppo per avermi accolta, per i sorrisi, gli abbracci, i “come va?” e per avermi fatta sentire parte di qualcosa, per avermi ascoltata e avermi permesso di esprimermi, sbagliare, imparare.
Un grazie speciale va a Lara, per avermi guidata, ascoltata e fatta sentire accolta fin dal primo momento, per aver creduto in me anche quando magari ero io la prima a dubitare di me stessa.
Porterò con me questa esperienza, ma soprattutto porterò con me le bellissime persone che ho conosciuto.
Grazie
Giulia Arisci
I nomi delle vittime della mafia
Carcere di Opera,
18/03/2026
Leggere i nomi delle vittime di mafia: che cos’è davvero? A cosa serve? Perché farlo? È un puro monito o risponde a un senso di dovere più profondo?
Nell’incontro di oggi si è parlato a lungo dell’impegno che il gruppo ha assunto: partecipare all’incontro del 25/03 in memoria delle vittime di mafia.
È stato proposto di svolgere l’evento proprio nel carcere di Opera, così come avvenne nel 2017 perché, come ha ricordato Marisa, «di tutte le volte che ho partecipato a questo evento, quello che si è tenuto nel 2017 in carcere è stato il più toccante e significativo».
Leggere i nomi delle vittime di mafia — o meglio ancora, farli leggere alle stesse persone che hanno preso parte a reati simili, se non identici — nasce dalla speranza che questo gesto possa contribuire a mantenere viva la memoria non solo per i familiari delle vittime, ma anche per chi, in quei meccanismi, è stato esecutore o complice.
La lettura dei nomi non deve essere e non vuole essere soltanto un momento di commemorazione. Deve diventare anche un’occasione di educazione e di riflessione. Non possiamo e non dobbiamo permettere che l’incontro si esaurisca nella semplice elencazione dei nomi; occorre invece provare a mostrare alle persone presenti — detenuti, ex detenuti, familiari delle vittime, studenti — che il dialogo con “l’altra parte” non è
impossibile.
Così come Marisa e Paolo hanno saputo sedersi al tavolo del gruppo e accogliere le storie dei detenuti, allo stesso modo anche altri possono farlo. Come Vito, Alex, Alessandro e molti altri partecipanti al gruppo hanno scelto di mettersi in gioco, così anche chi finora non ha mai preso parte a un’esperienza simile potrebbe farlo: può trarne qualcosa, può maturare una consapevolezza nuova.
Se fino ad oggi è prevalsa una scissione, una distanza, forse è il momento di pensare e lavorare per costruire una comunicazione reale tra le parti. La separazione e l’assenza di dialogo non pongono basi solide per il futuro.
L’istituzione concede ai detenuti la possibilità di raccontare ai propri figli ciò che desiderano. Ne è un esempio Vito, che fino ai tredici anni del figlio gli ha raccontato di trovarsi in carcere da innocente. Ma quando una persona detenuta sostiene la propria innocenza davanti al figlio, senza assumersi la responsabilità dei propri atti, rischia di alimentare o generare in lui odio e sfiducia verso l’istituzione stessa. Uno stile fondato sulla negazione e sulla devianza finisce per riprodurre altra devianza.
Ed è proprio questo l’obiettivo, questo il senso più profondo della lettura dei nomi: far emergere tali consapevolezze, aprire uno spazio di responsabilità e, forse, iniziare a trasformare la memoria in possibilità di cambiamento.
Giulia Arisci
Evoluzione personale e immagine dell’autorità
Giovedì, 14/05/20226
Carcere di Bollate
L’incontro di oggi mi ha portato a riflettere sul significato della funzione rieducativa del carcere e sull’importanza delle relazioni nel percorso di cambiamento delle persone detenute. Durante la discussione è emersa l’idea che il detenuto, per poter modificare il proprio comportamento, debba innanzitutto cambiare la visione che ha di sé stesso e della propria esistenza. Spesso le figure istituzionali, come gli agenti di polizia penitenziaria o la direzione, vengono percepite dai detenuti come ostili o animate dall’intenzione di punirli ulteriormente. Tuttavia, affinché possa svilupparsi un autentico percorso di cambiamento, sarebbe importante per il detenuto percepire tali figure come persone interessate al suo benessere e al suo reinserimento sociale. Il rispetto verso l’autorità non può infatti basarsi esclusivamente sul controllo o sulla coercizione, ma deve nascere anche dalla percezione di essere considerati e valorizzati come individui.
Un altro tema che mi ha colpito riguarda il fatto che alcune persone detenute rischiano di essere semplicemente “parcheggiate” all’interno dell’istituzione, senza essere realmente coinvolte in un progetto di crescita personale. Questo aspetto mi ha fatto riflettere su quanto sia importante sentirsi riconosciuti e ascoltati da figure significative. Avere accanto persone che mostrano rispetto e interesse autentico può rappresentare un elemento fondamentale per favorire il cambiamento e la costruzione di una nuova prospettiva di vita.
Durante l’incontro si è parlato dell’origine dei comportamenti criminali, è stato osservato come il principio del “non fare male agli altri” venga normalmente acquisito durante lo sviluppo infantile. Quando una persona arriva a compiere azioni che arrecano danno agli altri, è possibile ipotizzare la presenza di fattori che hanno interferito con questo processo. Sebbene non sia sempre possibile individuare con precisione le cause che hanno portato una persona a delinquere, è importante interrogarsi sulla storia personale e sulle esperienze che possono aver contribuito alla costruzione di determinati comportamenti. Questa riflessione mi ha portato a considerare quanto sia complesso comprendere il percorso che conduce una persona a commettere un reato e quanto sia necessario evitare spiegazioni semplicistiche.
Particolarmente interessante è stata la riflessione sul ruolo delle relazioni significative nel favorire il cambiamento. È emerso come molte persone che, dopo la detenzione, riescono a costruire legami affettivi stabili e relazioni positive abbiano maggiori possibilità di intraprendere una nuova traiettoria di vita. Le relazioni possono infatti rappresentare una risorsa fondamentale per abbandonare abitudini disfunzionali e sviluppare modalità di vita più sane e soddisfacenti. Questo mi ha fatto comprendere quanto il cambiamento non dipenda soltanto dalla volontà individuale, ma anche dalla presenza di persone e contesti capaci di offrire sostegno, fiducia e opportunità di crescita.
Nella seconda parte dell’incontro è stata analizzata la storia di Mario, un detenuto di 63 anni che partecipava per la prima volta al gruppo. Attraverso alcune domande poste dal Prof è stato possibile approfondire il suo percorso di vita e le motivazioni che, secondo il suo punto di vista, lo hanno condotto in carcere. Mario ha raccontato di aver iniziato a compiere truffe bancarie e finanziarie in età adulta, quando aveva già una famiglia e si trovava in difficoltà economiche. Nel giro di pochi anni ha truffato 11 banche e successivamente si è trasferito in Venezuela, vivendo per lungo tempo da latitante. Dopo l’arresto, però, ha dovuto affrontare una conseguenza particolarmente dolorosa delle sue azioni, cioè l’interruzione del rapporto con i figli, che hanno scelto di non avere più contatti con lui e non sono mai andati a trovarlo in carcere; l’unica chiamata che fa ogni mese è con suo fratello, l’unico familiare rimasto per lui. Ciò che mi ha colpito maggiormente è stata la sua consapevolezza rispetto al legame tra le proprie scelte e la perdita del rapporto con i figli. Mario non ha negato le conseguenze delle sue azioni, ma ha espresso il desiderio e la determinazione di ricostruire quel legame una volta terminata la pena. Questo aspetto mi ha fatto riflettere sull’importanza che i rapporti familiari possono avere come fonte di motivazione e speranza. Anche quando il danno relazionale appare molto profondo, la possibilità di recuperare un legame significativo può rappresentare una spinta importante verso il cambiamento.
Nel complesso, l’incontro mi ha permesso di comprendere ancora meglio come il percorso di reinserimento non possa essere ridotto esclusivamente alla sanzione del reato commesso. Il cambiamento sembra essere strettamente legato alla qualità delle relazioni, alla possibilità di sentirsi riconosciuti come persone e alla costruzione di nuovi significati e obiettivi per il futuro.
È importante sottolineare che quello di Mario è stato soltanto il primo incontro con il gruppo e che il percorso che lo attende potrebbe offrirgli ulteriori occasioni di riflessione e crescita personale. Nel corso degli incontri futuri avrà la possibilità di approfondire la comprensione delle motivazioni che lo hanno portato a compiere i reati, andando oltre la spiegazione legata alle difficoltà economiche e interrogandosi in modo più profondo sulle dinamiche personali, relazionali ed emotive che hanno influenzato le sue scelte.
Sofia Pellini
L’io non è padrone in casa propria
Il mio tirocinio al Gruppo della Trasgressione non è stato solo un’esperienza formativa, ma un confronto diretto con una realtà complessa e con i miei stessi limiti. Come ricorda Sigmund Freud, “l’Io non è padrone in casa propria”: ed è proprio in questo spazio di incertezza che questo percorso mi ha insegnato cosa significa davvero mettersi in gioco.
Il mio ingresso nel gruppo è avvenuto dopo un anno di ricerca e di attesa, un periodo in cui il desiderio di svolgere un’esperienza all’interno del contesto penitenziario è rimasto costante. Ed è arrivato nel momento in cui ero pronta a viverlo davvero.
Dentro questo contesto ho incontrato molte difficoltà personali. Non sono una persona molto portata a parlare di me o a espormi facilmente; al contrario, sono più portata ad ascoltare e osservare i dettagli, come uno sguardo, una pausa, o quello che non viene detto. Spesso mi sono trovata in una situazione di difficoltà e silenzio, senza avere ben chiaro quale fosse il mio ruolo all’interno del gruppo. Mi percepivo presente, ma ancora non del tutto inserita, come se il mio spazio non fosse stato definito fino in fondo.
Questa cosa l’ha notata subito anche il professore, che non mi ha mai lasciata troppo “tranquilla” in quella posizione. Anzi, mi ha spesso stimolata e spinta a uscire da quella zona di comfort, aiutandomi a mettermi più in gioco sia a livello personale che professionale.
Sono sempre stata convinta che tutti possano cambiare. Questa idea mi accompagna fin da quando ero piccola, anche se spesso mi veniva detto il contrario, cioè che non si può pensare di cambiare tutti o di vedere un cambiamento dove non è immediato. Forse è anche da qui che nasce il mio interesse per il contesto penitenziario: l’idea di poter entrare in un luogo in cui il cambiamento, o comunque la riflessione su di esso, diventa un tema centrale.
Dove era l’Es, deve subentrare l’Io
Come afferma Freud, “Dove era l’Es, deve subentrare l’Io” e in questo senso, il percorso all’interno del gruppo evidenzia come la riflessione sulle proprie azioni e la consapevolezza personale, rappresentino elementi centrali nei percorsi di cambiamento.
Gli incontri avevano una struttura abbastanza semplice: il professore proponeva un tema iniziale e da lì si aprivano riflessioni, racconti e confronti, in cui ognuno poteva portare il proprio contributo.
Appena entrata in carcere non ho provato paura. Più che altro, era una specie di attesa piena, come quando senti che stai per entrare in qualcosa che ti riguarda davvero. Niente distanza, nessun senso di estraneità. Solo una sensazione di normalità. Non detenuti, ma persone!
La cosa che mi è rimasta non è stata una scena precisa, ma il fatto di trovarmi lì e accorgermi che stavo guardando qualcuno negli occhi, senza filtri e senza etichette. Una cosa semplice, ma forte. In un contesto così carico di significati, ho visto soprattutto questo: l’umanità. E lì ho capito che la mia idea, che le persone possono cambiare, non era solo una convinzione, ma qualcosa che ha senso solo se si è davvero disposti a guardare.
All’interno di questo percorso, l’esperienza diretta ha arricchito la mia comprensione sui percorsi della devianza. È emerso come la devianza non può essere letta in modo semplicistico, ma come il risultato di una molteplicità di fattori interconnessi, tra cui il contesto familiare, la qualità delle prime relazioni affettive, l’ambiente sociale e culturale di appartenenza.
Molti dei detenuti partecipanti al gruppo hanno mostrato una capacità di riflessione rispetto alla propria storia di vita e ai percorsi che li hanno condotti alla condizione detentiva. In numerosi interventi, infatti, è emersa una consapevolezza significativa rispetto alle proprie scelte, alle dinamiche che le hanno influenzate e al contesto in cui tali scelte hanno preso forma. Molti di loro hanno condiviso apertamente il proprio vissuto, ripercorrendo le tappe del proprio passato e interrogandosi sulle motivazioni che li hanno condotti al reato e all’interno del sistema penitenziario.
Al tempo stesso, è stato possibile osservare una forte attenzione al tema del reinserimento sociale e alla possibilità di costruire una traiettoria di vita diversa, orientata al cambiamento. In diversi momenti è emersa esplicitamente l’idea di “voler ripartire”, forse anche per percezione del gruppo come uno spazio sicuro, in cui potersi esprimere senza giudizio e con maggiore autenticità.
Alcuni detenuti hanno inoltre sottolineato come il gruppo rappresenti per loro un luogo di contenimento e di confronto, capace di restituire una stabilità emotiva e relazionale. In questo senso, è emersa anche una riflessione condivisa secondo cui il percorso detentivo non si esaurisce nella espiazione della pena, ma inizia prendere senso nel momento in cui si sviluppa una reale presa di coscienza di sé e delle proprie azioni. Da questo punto di vista, molti partecipanti hanno mostrato una notevole consapevolezza rispetto alla propria storia e alla propria attuale visione di se stessi.
Ai tirocinanti che verranno dopo voglio lasciare qualcosa, ma non un consiglio preciso, è più una sensazione. Non cercate di essere perfetti, non cercate di dire la cosa giusta e non cercate di sentirvi subito al posto giusto. Restate, anche quando vi sentite fuori posto. Perché, piano piano, qualcosa succede davvero.
Il mio augurio è che chi entrerà in questo gruppo riesca a viverlo così: senza filtri, lasciandosi toccare anche nelle parti più scomode.
E allo stesso tempo, il mio pensiero va alle persone incontrate in carcere. Spero che possano continuare a incontrare occasioni in cui essere viste per quello che sono, e non solo per quello che hanno fatto.
Perché a volte non serve cambiare il mondo intero: basta cambiare il modo in cui si guarda una persona, e da lì, in silenzio, cambia tutto.
Questa non è la conclusione di un tirocinio, ma il primo passo consapevole di un percorso che continua a costruire ciò che sarò. Ciò che segue non è una fine, ma la prova che qualcosa in me ha appena iniziato a prendere forma.
Federica Crivelli
Mare Nostrum
Mare nostrum era chiamato
Onde azzurre e impavidi eroi
Feraci lidi e destini fiorenti
Di genti avversarie dal sentire comune
Un tempo
Nessuno era immune dalla malia
Di seducenti sirene
Ora
Il singhiozzo straziato di un’umanità derelitta
Il rotolio delle onde diffonde
E l’inane silenzio di navigatori stranieri
Che la morte zittisce
Ignoti i nomi umiliate le origini
Deluse le speranze di migliori destini
Saraanno per sempre clandestini
No
Mare Nostrum più non è il suo nome
Davvero
Le sue onde son zolle
Di cimitero
Nuccia Pessina
Mare Nostro – Officina Creativa – Trsg.Band
Il conflitto, strumento di libertà e di trasformazione
MERCOLEDÌ, 13/05 OPERA
L’incontro di oggi è stato particolarmente intenso dal punto di vista emotivo e ha ruotato attorno alla riflessione del Prof su Emanuele. Attraverso le sue parole è emersa l’immagine di un uomo profondamente segnato dal proprio passato, definito come un bambino in fuga da un incubo che non demorde. Una metafora molto significativa è stata quella del terremoto: i terremoti esistono e provocano danni, ma non si possono lasciare i terremotati nelle baracche per sempre. Questo pensiero è stato collegato alla condizione della persona detenuta, che non può essere ridotta unicamente al reato commesso.
Durante l’incontro si è parlato del conflitto interno che caratterizza molte persone detenute. È stata utilizzata la metafora del condominio, cioè, nell’appartamento A vive il ragazzo che anni prima ha commesso l’omicidio, mentre nell’appartamento B vive l’uomo che quella persona è diventata oggi. Il punto centrale della riflessione riguardava la possibilità di far convivere queste due parti di sé. Spesso, come accade nei condomini delle grandi città come Milano, le persone abitano sullo stesso piano senza conoscersi davvero; allo stesso modo, dentro una persona possono convivere esperienze, identità e vissuti che non comunicano tra loro. È quindi necessario un aiuto esterno, umano e relazionale, che permetta di mettere in dialogo queste parti e di integrarle.
Successivamente anche gli altri detenuti hanno espresso il loro pensiero su Emanuele, ed è stato uno dei momenti più toccanti dell’incontro a parer mio. Tutti hanno sottolineato la sua sincerità, il suo impegno nel cercare di cambiare e il peso che il passato continua ad avere nella sua vita. Giuseppe ha detto che il cambiamento, per Emanuele, è iniziato nel momento in cui ha smesso di rifiutare il proprio reato e ha imparato a convivere con esso. Questo concetto mi ha colpita molto, perché fa comprendere come il cambiamento non coincida con il cancellare il passato, ma con il riuscire a riconoscerlo senza esserne completamente schiacciati.
Emanuele ha raccontato che nelle carceri precedenti non aveva mai trovato qualcuno disposto ad ascoltarlo davvero e che, per molto tempo, i conflitti interiori lo hanno schiacciato. Ha spiegato che spesso tende ancora a scappare dai conflitti per paura di affrontarli, ma che quel peso lo porta sempre con sé. Tuttavia, proprio attraverso il confronto con il gruppo e con le figure presenti nel percorso, è riuscito a costruire gradualmente una nuova identità. Ha usato una metafora che mi ha colpita molto: oggi è come se avesse finalmente degli occhiali, perché riesce a riconoscere ciò che è sbagliato, mentre prima non ne era davvero consapevole. Ha parlato del periodo in cui vendeva droga, dicendo che sentiva di star vendendo la morte, e che la sofferenza vissuta dopo l’omicidio, per quanto devastante, gli sia servita per aprire gli occhi. Una frase che ha usato è stata: “nessuno si salva da solo”.
Ha raccontato che proprio nel carcere di Opera è riuscito ad aprirsi ancora di più, comprendendo che trattenere tutto dentro significa lasciare che il danno continui a vivere dentro di sé. Ho apprezzato il fatto che abbia detto di non essersi più preoccupato del giudizio degli altri, perché il conflitto che sentiva dentro gli diceva che quella fosse la strada giusta. Ha espresso il bisogno di avere figure capaci di rafforzare la sua “postura” quando un giorno si troverà fuori dal carcere e dovrà camminare da solo.
Il momento che mi ha emozionata di più è stato quando Emanuele ha ringraziato il gruppo per le parole ricevute. Aveva gli occhi lucidi, la voce tremava, il corpo trasmetteva agitazione e vulnerabilità autentica. In quel momento ho percepito chiaramente quanto il bisogno più profondo fosse quello di sentirsi accolto, riconosciuto come persona e non soltanto identificato con il proprio reato. Sentire tutta la sua commozione mi ha portata a dirgli che io lo accoglievo. È stato un momento molto umano, che mi ha fatto riflettere sul potere delle parole, dell’ascolto e della presenza emotiva.
Ciò che porto a casa da questo incontro è l’idea che il conflitto interiore sia certamente un peso doloroso, uno strazio, ma anche uno strumento di libertà e di trasformazione. Dare voce al proprio conflitto significa permettere agli altri di entrare in contatto con la parte più autentica di sé. La società, spesso, continua a vedere il detenuto esclusivamente come delinquente, senza lasciare spazio all’evoluzione personale, al contrario, all’interno del gruppo si crea uno spazio diverso, in cui la persona viene ascoltata, sostenuta e abbracciata nella sua complessità. Ho percepito un forte senso di umanità reciproca, ognuno si nutre delle parole dell’altro e questo diventa fondamentale per crescere ed evolversi.
L’evoluzione di Emanuele all’interno del gruppo mi è sembrata evidente, è consapevole delle proprie azioni e del dolore provocato, ma cerca di integrare quella parte della sua storia con la persona che è oggi, senza permettere che il passato lo definisca totalmente. Questo incontro mi ha lasciato una forte emozione e mi ha fatto riflettere profondamente su quanto l’accoglienza, l’ascolto e il riconoscimento umano possano diventare strumenti concreti di cambiamento e di rinascita personale.
Sofia Pellini
Percorsi della Devianza e Trame di Libertà
Prima il foyer poi il concerto
Percorsi della Devianza e Trame di Libertà
Concerto della Trsg.band e del Gruppo della Trasgressione
Dalle 18:30 alle 20:00, nel foyer del teatro Roberto De Silva, quattro gruppi, costituiti da studenti, artisti ed ex detenuti, cercheranno di coniugare una o più delle opere d’arte esposte (scelte in base alle idee, le emozioni, le fantasie che foto, dipinti e quadri saranno riusciti ad attivare) con le proprie Trame di libertà, cioè con le alleanze, i progetti, le coordinate morali che servono all’adolescente per giungere all’adulto che desidera diventare.
Nel corso della serata, tra una canzone e l’altra, coppie di detenuti e studenti proporranno poi al pubblico in sala le loro trame di libertà, mettendo a frutto l’intesa sviluppata tra di loro negli incontri avuti a scuola e in carcere e incrociando le opere d’arte esposte con uno dei temi riassunti di seguito. Chi ha avuto esperienza diretta di reati e di carcere accompagnerà le comunicazioni degli studenti, indicando: come si è perso in passato nelle paludi della devianza, travisando i propri sogni di adolescente; come tenta oggi di tessere le proprie trame di libertà con quelle degli studenti, degli imprenditori e delle istituzioni.
Quattro le tracce principali:
- l’adolescente ha bisogno di crescere. Lo può fare in modo graduale, accompagnato da adulti che lo guidano, oppure indossando maschere da duro e correndo in modo velleitario verso un modo di essere adulti che si riassume nell’avere potere. Ma così facendo, egli è esposto al rischio di venire sedotto da chi lo usa mentre lo rende schiavo di illusioni che, giorno dopo giorno, diventano deliri;
- tante volte si pensa che per conquistare l’attenzione delle persone e dei giovani occorra privilegiare l’ipersemplificazione. Ma per i giovani essere guidati alla lettura della complessità è più gratificante e nutriente di quanto possa esserlo il consumo di una forzata semplificazione del mondo e dell’uomo: chi ti offre una lettura facile della realtà molto spesso lo fa solo per ottenere il tuo consenso e i tuoi servizi, mentre ti illude che puoi raggiungere con un solo salto le tue mete;
- l’altro è uno straniero e, tante volte, un mostro se non se ne conosce la storia. L’adolescente che lavora con chi, per le sue illusioni e i suoi deliri di onnipotenza, ha ucciso ed è poi finito in carcere, ha la possibilità di sperimentare come, ricostruendone la storia, il mostro può diventare suo alleato. Nel frattempo, l’ex delinquente diventa cittadino, mentre esercita con lo studente una funzione che nella vita non aveva mai sperimentato;
- non ci sono ragazzi cattivi, dice Don Burgio, ma esistono azioni che causano dolore in chi le subisce. L’autore dell’azione non era cattivo, era prigioniero della sua rabbia, della sua smania di rivalsa, era confuso, ma in qualche modo egli ha avuto la responsabilità di portare se stesso fino al punto da poter commettere quell’azione. Occorre chiamarsi a vicenda per ricordare a noi stessi che pur non essendo cattivi, ognuno di noi può costruire la propria insensibilità verso le speranze e il dolore del proprio vicino.
Trame di Libertà, il concerto – Una presentazione della serata
Percorsi complicati e storia degli errori
Partecipando agli incontri con detenuti ed ex detenuti del Gruppo della Trasgressione, ho vissuto un’esperienza che mi ha fatto riflettere molto. All’inizio ero un po’ diffidente e pensavo che chi commette reati fosse semplicemente “sbagliato” o diverso dagli altri. Avevo un’idea abbastanza rigida della devianza, vista solo come qualcosa di negativo e lontano da me.
Durante gli incontri ho capito che la devianza non nasce dal nulla. Spesso ci sono fattori ambientali, come famiglie difficili, contesti violenti o mancanza di punti di riferimento. Ma anche fattori personali, come rabbia, fragilità, bisogno di sentirsi importanti o ascoltati. Alcune storie mi hanno colpito perché mostrano come certe persone, fin da giovani, non abbiano avuto le stesse opportunità o qualcuno che le guidasse. Questo mi ha fatto capire che dietro un reato c’è quasi sempre un percorso complicato, non una scelta improvvisa.
Una cosa che mi ha colpito è che il cambiamento è possibile. Alcuni detenuti hanno raccontato come, attraverso il confronto con gli altri, il riconoscimento dei propri errori e un lavoro su sé stessi, siano riusciti a cambiare. Elementi importanti sono le relazioni, la responsabilità e il mettersi in discussione. Questo incontro ha cambiato il mio modo di vedere chi commette reati. Ora non li vedo più solo come “criminali”, ma come persone che hanno fatto errori, spesso legati al loro vissuto.
Anche l’idea del carcere è cambiata: non dovrebbe essere solo punizione, ma anche occasione di riflessione e crescita. Ho capito che il punto di vista è fondamentale: cambia il modo in cui giudichiamo gli altri e ciò che consideriamo giusto o sbagliato.
Questa esperienza mi ha fatto riflettere anche sulle mie scelte e sull’importanza dei valori. Secondo me, per prevenire la devianza è importante che i giovani abbiano supporto e punti di riferimento:
- La scuola può educare e aiutare a sviluppare senso critico.
- La famiglia può dare stabilità e ascolto.
- La società dovrebbe offrire opportunità e non lasciare indietro nessuno.
Come giovane, sento la responsabilità di non giudicare troppo velocemente e di cercare di capire le situazioni prima di dare un’opinione. Da questa esperienza porto a casa una cosa importante: il nostro punto di vista può cambiare tutto. Cambiando il modo in cui guardiamo le persone e le situazioni, possiamo capire meglio cosa è giusto e cosa è sbagliato. Ho capito che dietro ogni errore c’è una storia, e che capire non significa giustificare, ma essere più consapevoli. Questa consapevolezza è fondamentale per costruire un mondo più giusto.
Percorsi della Devianza e Trame di Libertà – La Riscoperta dell’Umano
Tommaso