Tra il mostro e il pulcino

Carcere di Opera – 07/10/2026

È stato un incontro, per me, molto forte. Ho avuto la sensazione di assistere a un lavoro, quello del dott. Aparo, volto ad accompagnare un detenuto verso una maggiore consapevolezza di sé, delle proprie azioni e delle proprie responsabilità. Un lavoro delicato, lento e piuttosto faticoso.

Quella mattina, un detenuto dell’Alta Sicurezza decide spontaneamente di leggere al gruppo un suo scritto, nel quale ripercorre la propria storia di vita. Parte dall’infanzia vissuta in povertà, dai primi furti commessi per procurarsi qualcosa da mangiare, passa alle successive rapine, fino ad arrivare alla vicenda per la quale è stato condannato all’ergastolo.

Durante il racconto ci tiene particolarmente a precisare di non aver ucciso nessuno, di aver prestato un mezzo che sarebbe poi stato utilizzato per commettere un omicidio, senza però sapere a quale scopo sarebbe servito.

A un certo punto della lettura dice una frase che mi turba moltissimo. Afferma di non aver mai fatto male a nessuno: certo, faceva le rapine, ma non si era mai macchiato le mani di sangue.

Questa affermazione mi provoca un forte fastidio. Ho anche la sensazione che il racconto venga utilizzato, almeno in parte, in maniera strumentale, quasi a voler sottolineare la propria innocenza o il proprio essere un uomo migliore rispetto a chi ha commesso un omicidio. Tra l’altro, tutto questo avviene davanti ad altre persone che stanno scontando una pena proprio per omicidio.

Continuo ad ascoltare, cercando in qualche modo di mettere da parte questo mio sentire. Allo stesso tempo, però, vivo anche un’ambivalenza: sul piano legale, per come lui racconta la vicenda, sento che la condanna all’ergastolo possa essere ingiusta. Mi trovo quindi ad ascoltare una storia che, da una parte, suscita in me interrogativi sulla giustizia della pena e, dall’altra, mi provoca un fastidio che non riesco ancora a mettere bene a fuoco.

Terminata la lettura, il Professore chiede a tutti noi seduti al tavolo che cosa abbiamo provato. Io personalmente taccio. Non so come esprimere le sensazioni negative che sto provando e, soprattutto, non mi sento nella posizione di farlo. Non so se sarei riuscita a trovare le parole giuste, né se fosse quello il momento per esprimerle. Interviene una familiare di una vittima, che si mostra accogliente nei confronti del detenuto. Dice di aver apprezzato il suo racconto, la sua sincerità, la scelta di condividere la propria storia. Ascoltando le sue parole, l’accoglienza e la disponibilità di una donna che ha vissuto ciò che ha vissuto, mi sento profondamente in colpa per quello che sto provando io.

Poi prende parola il Professore, dicendo che, a meno che non fossimo pazzi, dovevamo aver empatizzato con lui. A quel punto io mi sento anche un po’ matta.

Ma da quel momento in poi il professor Aparo inizia, piano piano, a dare una forma ordinata a quelle sensazioni e soprattutto a quei pensieri che fino a quel momento dentro di me erano confusi.

 

Oltre la sentenza: la morale

Il Professore comincia a costruire un ragionamento morale, sgombrando il campo dalla questione giuridica. Lo fa lentamente, cercando di rendere il discorso comprensibile, “masticabile” per il detenuto.

Parte dalla sua attuale condizione di fragilità: è un uomo condannato all’ergastolo, senza scelta, che vive una situazione che appare anche ingiusta. È comprensibile che tutti noi siamo portati a empatizzare con lui, a identificarci con la sua fragilità. Ma il professor Aparo introduce una domanda: quante volte lui ha messo l’Altro in condizioni di fragilità? Quante volte, durante le rapine, ha privato la sua vittima della possibilità di scegliere? Quante volte ha messo altre persone in una condizione di paura, di vulnerabilità?

È proprio questo passaggio che mi colpisce. Il Professore non sta negando la sofferenza del detenuto, né sta cercando di giustificare la sua condanna. Sta provando a spostare il focus, a fargli considerare anche la posizione dell’Altro. Piano piano introduce poi un concetto che immagino sia particolarmente difficile da affrontare e digerire per una persona cresciuta, fin da bambino, all’interno di una cultura della criminalità: commettere una rapina significa anche mettere in conto che qualcuno possa morire. Dice questo non per accusarlo o giudicarlo, ma per offrirgli la possibilità di interrogarsi sulla moralità delle proprie azioni passate, di mettere in discussione alcune convinzioni radicate su sé stesso e sul proprio agire. Provare ad accompagnarlo oltre il racconto che ha sempre fatto di sé.

Il detenuto continua, a suo modo, a fare riferimento a un altro piano, sostiene di non aver mai voluto la morte di nessuno. Eppure, come cerca di spiegargli il professore, agire una rapina significa esporsi anche alla possibilità che qualcuno venga ucciso, indipendentemente dal fatto che quella morte sia stata desiderata o provocata direttamente.

Si percepisce la fatica del detenuto a comprendere e ad accettare questo ragionamento. Il professor Aparo, ancora una volta, cerca di sgombrare il campo dalla sentenza. Ricomincia, questa volta affondando un po’ di più il colpo. Dice che, “quando si fanno patti con il diavolo non si può mai sapere fino in fondo che cosa accadrà”. Quando si sceglie di agire insieme a persone coinvolte in attività criminali, non si può pensare di poter controllare tutto, di stabilire accordi che garantiscano che non accadrà nulla di grave. Non si può escludere che da quelle scelte derivino conseguenze terribili, compresa la morte di qualcuno. Non basta, quindi, non aver materialmente ucciso per potersi considerare “puliti”, estranei dalla possibilità che qualcuno muoia. Il confronto prosegue in questa direzione.

Io non so se il detenuto abbia compreso a pieno il lungo discorso fatto, non so se lo abbia compreso ma non abbia voluto accettarlo, se semplicemente non fosse d’accordo oppure se, al contrario, qualcosa gli sia arrivato e sia stato per lui troppo difficile riconoscerlo ed esprimerlo davanti agli altri. Non lo so, e non voglio presumere di saperlo. So però che è stato un momento forte per il gruppo intero.

In una dimensione di gruppo bisogna pensare anche a tutti gli altri presenti, a quanto quel ragionamento potesse riguardare, in qualche modo, ciascun detenuto seduto al tavolo, pur partendo dalla storia di una sola persona. Non posso sapere che cosa abbiano effettivamente compreso o elaborato, ma mi piace pensare che quelle domande possano aver messo in movimento qualcosa anche negli altri. E penso che, anche se soltanto due di loro avessero iniziato a interrogarsi su questi temi, sarebbe già un risultato importantissimo.

A me, nel frattempo, sono sorte tantissime riflessioni.

Innanzitutto, perché mi sono infastidita ascoltando quel detenuto? Credo che il fastidio fosse legato soprattutto a quella distinzione che il detenuto sembrava voler tracciare tra sé e chi aveva commesso un omicidio. Come se il non aver mai ucciso direttamente rendesse automaticamente meno gravi tutte le altre azioni commesse. E allora mi sono chiesta: chi contribuisce alla diffusione del male è moralmente meno responsabile di chi lo agisce direttamente? Chi commette “soltanto” delle rapine, oppure chi spaccia sostanze, come tanti ragazzi che ho conosciuto lavorando in comunità, è un uomo moralmente migliore rispetto a chi uccide?

Mi sono interrogata anche sul senso di colpa che ho provato ascoltando la familiare della vittima. Perché mi sono sentita così in difficoltà davanti alla sua accoglienza? Perché mi sembrava quasi di non avere il diritto di provare fastidio?

Riconoscere l’UOMO

Mi è rimasto molto impresso il ragionamento con cui il professore ha accompagnato la parte finale di questo confronto: ha spiegato che ci sono due modi, ugualmente limitanti, di guardare un detenuto come colui che aveva appena raccontato la propria storia. Il primo è considerarlo un “pulcino bagnato”, una persona fragile, da difendere, da proteggere, con cui empatizzare e verso cui provare compassione. Il secondo è considerarlo un “mostro” da giudicare e condannare senza tener conto della sua storia, delle sue risorse per evolversi e del lavoro utile ad attivarle da parte di chi si occupa del condannato.

In nessuno di questi due casi, però, lo si considera davvero “uomo”. E allora quando lo si considera uomo? Quando si comincia a fargli delle domande, quando lo si invita a ragionare sulle proprie scelte e sulle conseguenze che queste hanno avuto sugli altri e su di sé, quando non ci si limita né a proteggerlo né a condannarlo, ma gli si riconosce la capacità di sentire e di pensare e ci si adopera attivamente per farlo innamorare degli strumenti per riuscirci.

Foto di Federica Bentivegna, Paolo Colombo
Foto di Nicola Nesi, Federica Bentivegna, Paolo Colombo

È questo il lavoro che ho avuto la sensazione di vedere concretamente durante l’incontro. Un lavoro delicato di riflessione, di messa in discussione, di costruzione di consapevolezza… per diventare tutti un po’ più uomini.

Letizia Portellotto

Verbali

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