Carcere di Opera, 20/05/26
In questa giornata ad Opera abbiamo affrontato diverse tematiche interessanti. Innanzitutto è emersa una frase, detta da uno dei detenuti, che mi ha colpito molto: “Non esistono persone cattive o persone buone, esistono scelte cattive e scelte buone”. Lì per lì sembra quasi uno slogan scontato, ma sentire questo concetto da chi sta scontando un ergastolo per omicidio cambia completamente la prospettiva.
Noi passiamo la vita a dividere il mondo in buoni e cattivi per sentirci al sicuro, ma la realtà è che siamo solo il risultato delle nostre azioni.
Subito dopo, però, è venuto fuori un dubbio ancora più profondo e decisamente più enigmatico: “ma si diventa assassini per le circostanze o è qualcosa che ha sempre vissuto dentro di noi, nascosto nell’ombra?” Nel caso di cui parliamo, la vendetta per l’uccisione del padre sembrava un binario già scritto.
Eppure, la violenza si è rivelata un’illusione totale: chi ha ucciso ha ammesso che, dopo l’omicidio, non ha provato né piacere né soddisfazione. Solo il vuoto. La vendetta non ripara un bel niente, allarga solo la ferita.
Quando poi gli è stato chiesto se avesse fatto bene o male, la risposta è stata un “Male” secco, ma motivato in un modo che mi ha spiazzata per la sua devastante semplicità: “Non ho voluto bene a me stesso, e non ho voluto bene alla mia famiglia”.
Questa cosa mi ha fatto riflettere molto. Il male, prima ancora di essere un reato da codice penale, è un atto di profondo disamore verso se stessi. Pensando di difendere l’onore della sua famiglia, quest’uomo ha finito per infliggere ai suoi cari un dolore ancora più grande, distruggendo contemporaneamente anche la propria vita. Il crimine è un boomerang, colpisce in entrambe le direzioni.
Alla fine siamo tornati a parlare di noi, di quanto siamo spesso ipocriti: diciamo una cosa e poi ne facciamo un’altra, recitando una parte che non coincide con le nostre azioni quotidiane. Però, in mezzo a tutta questa ipocrisia, mi è rimasta impressa una bellissima domanda aperta, che sa quasi di speranza: “com’è possibile che, nonostante tutto, a volte ci vengano in mente brutti pensieri ma qualcosa dentro ci freni dal metterli in pratica? Forse perché la nostra persona ha comunque una morale da seguire?”.
Secondo me la verità è proprio questa: non perdiamo mai del tutto la nostra bussola interna. Persino nel posto più buio e dopo l’errore più grande, la coscienza continua a lavorare e a chiederci chi vogliamo essere davvero. Il confine tra una vita normale e il baratro alla fine è sottilissimo, basta un secondo e la risposta d’impulso sbagliata. Ma finché si è capaci di guardarsi dentro con questa spietata onestà, c’è sempre la possibilità di ricostruire un senso, persino dietro le sbarre.
Sofia Carmen Peronace
San Vittore, di Paolo Donati, Alessandro Radici e la Trsg.band