Il ritorno di Sisifo

I miti dell’antica Grecia hanno la straordinaria caratteristica di essere senza tempo. Sono come delle istantanee che in realtà non ci raccontano la storia di un tempo specifico, ma che ci portano invece in un mondo ideale dove l’essere umano è rappresentato nella sua essenza, l’essenza che condivide con tutti i suoi simili nonostante le differenze individuali.

Il mito greco è qualcosa in cui la mente si può letteralmente tuffare alla ricerca di se stessa e così, queste persone vissute così tanti anni prima di noi, sembrano conoscerci alla perfezione.

Una volta un filosofo mi ha detto che noi li chiamiamo “popoli antichi” ma a pensarci bene le civiltà antiche avevano una mente molto più giovane della nostra, che invece abbiamo alle spalle altre decine e decine di secoli con tutti i fatti e tutte le conseguenze che si portano appresso.

Posso dire che, sebbene ne avessi già sentito parlare, ho incontrato nuovamente il mito di Sisifo al Gruppo della Trasgressione, dove l’ho conosciuto e visto con straordinaria chiarezza.

Il Gruppo interpreta e reinterpreta il Sisifo da decenni e con il passare degli anni, il potere del teatro e della lettura psicoanalitica ha portato alla luce un tesoro inestimabile di significati profondi, che hanno aiutato moltissime persone a risollevare la propria esistenza e a coltivare la propria consapevolezza.

Sisifo è il Re di Corinto, ma per me è innanzitutto un essere umano che deve prendere delle decisioni e che si trova a dover portare avanti la città in una situazione di grave siccità: una persona quindi, che deve andare avanti in un mondo che però è privo delle risorse minime che gli occorrerebbero.

Sisifo si rivolge agli Dei per chiedere l’acqua, ma non riesce a risolvere il problema perché viene sostanzialmente ignorato da essi, sembra infatti che gli Dei stiano pensando ad altro.

Ritengo che questo passaggio sia uno dei momenti cruciali perché è proprio in una situazione del genere che si avverte quel senso annichilente di ingiustizia; che rimane semplicemente irrisolto.

Sisifo deve risolvere un problema al quale non può sfuggire: lui ed il suo popolo non hanno acqua e arrendersi significherebbe morire e intanto vive in un mondo in cui gli Dei traggono beneficio dal potere, ma non hanno nessuna intenzione di utilizzare quel potere a beneficio di chi invece ne avrebbe bisogno per sopravvivere.

E allora accade che Sisifo, forse guidato più dall’istinto che da una scelta razionale, si concede di ricattare gli Dei per ottenere ciò di cui necessita.

Ma è proprio qui che quel senso di ingiustizia, che stava già nel vissuto di Sisifo, arriva alle sue conseguenze perché, io dico, è proprio per questo senso di ingiustizia che Sisifo perde di vista le necessità della città e viene invece “ubriacato” dalla nuova sensazione di potere: la sua mente non è più rivolta alla ricerca dell’acqua, ma alla ricerca di potere.

E allora mi chiedo, andando in quel mondo delle idee che gli antichi greci hanno rappresentato in tutta la sua grandezza, la pietra che poi Sisifo è condannato a portare e riportare in eterno non è un po’ come questa ricerca di potere fine a se stesso?

Matteo Arcuri

Il mito di Sisifo

La nostra farina

C’era un avvocato in un bar che ad un certo punto, discutendo sulle sorti del mondo, ha detto:”ci vorrebbe più umanità!”. Sappiamo tutti che è un modo di dire piuttosto comune e tutti abbiamo in mente delle immagini ben precise quando lo sentiamo dire.

Si, è vero che l’essere umano è capace di contemplare dimensioni più elevate di se stesso ma sappiamo  anche  che  è altrettanto capace  di cose ben lontane dall’essere edificanti. E allora verrebbe da obiettare che va bene l’umanità, ma in effetti dovremmo considerare bene  di cosa è fatta questa umanità e di come essa si possa sviluppare in un modo piuttosto che in un’altro.

Ho immaginato per un attimo un alieno passare dal pianeta che abitiamo: sorvolando qua e là vedrebbe società e nazioni piuttosto complesse ed estese ma anche terribili guerre e aree di caos e violenza. Vedrebbe, sempre l’alieno, situazioni in cui l’autorità si impegna a costruire cooperazione e comprensione reciproca e altri contesti dove invece l’autorità ha dato luogo a un abisso di potere  nel quale l’unico modo per sopravvivere è la violenza e la distruzione dell’altro.

E quindi, cosa guida davvero le nostre scelte morali? Personalmente, ritengo che nessuno degli interventi di oggi sia stato pessimista, anzi, l’impressione vivida che ho avuto è stata di bellezza, di ricchezza di sfaccettature dell’esperienza umana.

Un insegnante di religione ha ragionato su come  la coscienza sia la chiave di tutto e di come essa possa consentire di avere una visione ordinata del mondo e forse di intuire l’esistenza di Dio.

Una collega ha fatto riferimento alla funzione della società come ambiente dove l’individuo, se compreso e valorizzato, riesce a costruirsi uno spessore e quindi una condotta che consolidi la sua caratura morale.

Nella mia visione, forse un po’ terra-terra, mi sembra che abbiamo già abbastanza problemi e che sarebbe meglio tentare di non fare altri danni, perché conviviamo nella stessa barca ed è meglio cercare di collaborare. Possiamo affrontare le nostre pulsioni aggressive, possiamo essere morali.

Un intervento illuminante è stato quello di due ex detenuti del Gruppo della Trasgressione, mi sta dando davvero tanto da riflettere: per qualcuno che ha vissuto la violenza, per qualcuno che l’ha attivamente utilizzata nella sua routine, per chi ha compiuto crimini e ha deciso di cambiare vita e affrontare un percorso di rinascita e di riscatto, i valori morali e spirituali sono a tutti gli effetti ciò che ha consentito di creare profondità da una parte e cambiamento dall’altra. I valori morali e spirituali non sono forma vuota, sono materia viva che viene esperita nella sensibilità delle persone.

Si è per esempio fatto riferimento alla legge: l’esistenza di una legge non impedisce ad un delinquente di agire; è invece l’interiorizzazione del senso di giustizia che ci permette di comprendere la legge e rispettarla; di trasformare un elenco di precetti in un’esperienza di vita sensata.

Penso che sia normale che ognuno trovi la sua strada verso un modo di agire morale, che sia la fede o il credere in un’umanità in grado di migliorare col tempo, credo che uno spessore morale possa essere costruito in diversi modi, diverse visioni per così dire, e credo che tutto ciò ci accomuni piuttosto che dividerci.

Matteo Arcuri

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