Dal grupppo del 20.10.2026, in Via Donizetti, 8/4
Cosa spinge un gruppo di ragazzi, in maggior parte minorenni, a saccheggiare un negozio approfittando delle proteste pacifiche? La tensione continua ad aumentare e sembra che stiano emergendo ulteriori minacce e promesse di disordini anche per i prossimi giorni.
A mio avviso, è difficile che la scelta di prendere un treno e andare in trasferta appositamente per saccheggiare e distruggere non abbia come come causa un disagio rimasto inascoltato da molto prima. E allora, da quanto tempo quei giovani sono inascoltati e che cosa ci racconterebbero se ne avessero la possibilità?
Forse qualcuno ci parlerebbe di difficoltà economiche, qualcuno potrebbe articolare un discorso di lotta politica, qualcuno, purtroppo senza pensarci affatto, forse ci direbbe che l’ha fatto per noia.
Penso che la società civile (qualora volesse meritare tale definizione) abbia il dovere di non accettare queste spiegazioni e accettare invece il fatto che di questi giovani non sappiamo proprio niente.
Possiamo tuttavia ragionare sul fatto che quando questa violenza esplode, nel giovane come nell’adulto ci deve essere un serbatoio di rabbia e ansie inespresse.
Ogni persona ha la sua storia e il suo disagio e, quando in aggiunta vengono a mancare le risorse per affrontarli, mi sono fatto l’idea che le dinamiche dei social fungano quasi come un magnete che concentra questa rabbia su un bersaglio.
Lo scorso incontro ha offerto dei punti di vista molto interessanti a tal proposito: Di assoluta importanza è a mio parere rimarcare l’angoscia e lo sdegno dei giovani che invece sono assolutamente contrari ad ogni forma di violenza. Una studentessa diciottenne, Sara, ci ha raccontato di come i fatti dello scorso sabato (le rivolte violente avvenute in diverse città tra cui Milano) siano da condannare senza dubbio, al contempo però si aspettava da parte della scuola di appartenenza un maggior dialogo e discussione rispetto a questi temi.
Una protesta pacifica che sfocia nella violenza è una sconfitta; un’istituzione che a seguito dei fatti ignora la necessità degli studenti di confrontarsi è un’ulteriore tragica sconfitta.
E’ emerso che la mancanza di cultura, di mezzi e di legami sociali significativi sono il terreno fertile dal quale queste ondate di violenza si sviluppano. Sui social i messaggi che spingono alla violenza accendono il serbatoio di rabbia e paura che continuiamo ad ignorare; ma dall’altra parte, chi oggi è davvero in grado di offrire un punto di riferimento nuovo e che sia in grado di fornire un messaggio di pace? Quanto oggi le istituzioni si impegnano a porre un argine alle disuguaglianze? Esistono ancora delle idee in grado di ricucire le lacerazioni di una società così complessa, dove diverse culture e modi di vivere coesistono e dove le informazioni corrono da un continente all’altro alla velocità di un click?
Non ho risposte e non so se ne troverò; ma continuerò a cercarle.
Matteo Arcuri